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Correva l’anno 1915: lunedì 24 Maggio il Regno d’Italia va alla guerra

Correva l’anno 1915: lunedì 24 Maggio il Regno d’Italia va alla guerra

scritto da Maurizio Lodi

Il 24 maggio 1915 è per il Regno d’Italia la prima giornata di guerra. Ben presto non appena il piano strategico di Cadorna accenna a svilupparsi il nostro primo sbalzo va ad urtarsi contro la salda difesa dell’avversario.

Saluto della Famiglia Reale d’Italia alla folla dal balcone del Quirinale il 24 maggio 1915 giorno dell’entrata in guerra. ©MaurizioLodi

È solo allora che la guerra mostra i suoi aspetti più crudi. Il valore degli uomini e l’inadeguatezza dei mezzi concorrono a far salire subito a cifre altissime il nostro contributo di sangue. È di questa prima fase del conflitto, uno degli episodi più fulgidi: la conquista del Monte Nero. Con i suoi 2.345 metri la vetta domina la riva sinistra dell’Isonzo tra la Conca di Plezzo e Tolmino nella zona della 2^ Armata.
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Visita di Vittorio Emanuele III all’Ospedale da Guerra della C.R.I. n. 11 a Cormons. ©MaurizioLodi

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Nelle due foto: A sinistra, Vittorio Emanuele III dall’Osservatorio di Monte Medea; a destra, (da sinistra verso destra) LL.AA.RR. il Principe Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Comandante della Flotta Alleata il Principe Vittorio Emanuele di Savoia Conte di Torino, Comandante dell’Armata di Cavalleria il Principe Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta Comandante della III^ Armata “Invitta” dall’Osservatorio di Monte Medea. ©MaurizioLodi

Alla mezzanotte del 15 giugno una compagnia del Battaglione Alpino “Exilles” scala la montagna, sorprende le vedette dell’Austria-Ungheria e piomba sulla guarnigione al grido di “SAVOIA! “. Il combattimento è feroce, ma alla fine la quota resta in mani italiane. Quasi contemporaneamente altri reparti occupano combattendo le alture circostanti. È un’impresa che ha grande eco anche tra le fila nemiche. Il Monte Nero va ad aggiungersi alle altre nostre conquiste più rilevanti: Monfalcone occupata il 9 giugno dai Granatieri – Plava – Il Monte Altissimo – Il Coni Zugna – Il Pasubio – Cortina D’Ampezzo – Le Tofane – dove un mese più tardi il 22 luglio morirà colpito da un cecchino austriaco il Comandante Gen. Antonio Cantore.

S.A.R. Emanuele Filiberto di Savoia Duca Aosta a Villa Bresciani sede del Comando della 3^Armata a Cervignano del Friuli. ©MaurizioLodi

Il Duca Aosta ed il Gen. Cadorna nel settore del San Michele. ©MaurizioLodi

È verso il settore carsico tuttavia che è fissato l’biettivo principale dell’Alto Comando italiano. Il 23 giugno il fronte della 2^Armata è in fiamme: comincia la I^Battaglia dell’Isonzo. Per 14 giorni consecutivi la fanteria italiana muove all’assalto delle posizioni indicate: le difese di Tolmino ed il campo trincerato di Gorizia da un lato, le falde dell’Altopiano Carsico oltre l’Isonzo tra Sagrado e Mainizza dall’altro. I progressi non sono rilevanti e sempre pagati a prezzo di molto sangue versato. Quando il 7 luglio la battaglia può dirsi conclusa l’amaro bilancio è di 1.916 morti 11.495 feriti 1.550 dispersi e 110 prigionieri.
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S.M. il Re all’Osservatorio del XIII° Corpo d’Armata settore da Castagnevizza a Selo di Monfalcone. ©MaurizioLodi

Entrata del Duca Aosta in Gorizia italiana: davanti ad una bombarda austroungarica preda bellica. ©MaurizioLodi

Il tutto per esigue strisce di territorio, che per di più lasciano in molti casi le nostre truppe arroccate in posizione precaria. La 3^Armata che aveva passato l’Isonzo a sud di Gradisca viene a trovarsi col fiume alle spalle: occorre assolutamente guadagnare spazio e raggiungere almeno il margine dell’altopiano. Si scatena così dopo soli 11 giorni di inattività bellica la II^Battaglia dell’Isonzo. Mentre la 2^Armata deve attaccare il Sabotino e la soglia goriziana alla 3^è affidato il compito di progredire sul Carso avendo come obiettivo principale la conquista del San Michele. I combattimenti infuriano dal 18 luglio al 4 agosto. Il San Michele è conquistato poi perduto nuovamente ripreso e poi ancora ceduto al nemico. Le fanterie italiane mal supportate dall’artiglieria e mal alimentate dalle riserve danno ancora una prova del loro valore, ma i progressi territoriali sono scarsi soprattutto in relazione ai 42.000 messi fuori combattimento nei durissimi scontri. Il nostro sforzo offensivo si esaurisce. Tanto più che alla falcidia del fuoco nemico si aggiunge ora tra agosto e settembre quella del colera. Interi reparti devono prontamente venire isolati. Sul fronte l’attività ristagna anche a causa delle frequenti piogge che hanno ingrossato l’Isonzo.

Rilievi topografici del terreno tra la I^ e la II^ Battaglia Isonzo alla presenza di S.M. il Re e del Duca Aosta. ©MaurizioLodi

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S.A.R. Elena d’Orleans Duchessa Aosta Ispettrice Generale del Corpo delle Crocerossine Volontarie presso la Scuola Ospedale della C.R.I. a San Giorgio Nogaro sede degli Ospedali da Guerra nn. 8-10-34-39-40-42 dell’Ospedale da Campo della Sanità Militare n.234 con annesso Laboratorio Batteriologico. ©MaurizioLodi

In luglio la 4^Armata era partita in un deciso assalto agli sbarramenti nemici. Le condizioni del terreno avrebbero richiesto una larga disponibilità del fuoco dell’artiglieria di grosso calibro: mancato questo agli uomini è questo l’impossibile. L’azione di maggior rilievo è compiuta dal 7 al 17 luglio tra Col di Lana e le Tofane, ma con molte perdite e scarsi successi. Tra il 4 e il 12 agosto gli italiani muovono verso Sexten. Respinti ci riprovano il 6 settembre con un risultato analogo. Il 20, Cadorna ordina all’Armata di assumere una posizione difensiva. Cinque giorni più tardi il suo Comandante il Gen. Nava è sollevato dall’incarico e sostituito con Nicolis di Robilant.

Il Principino Umberto presso l’Osservatorio del 25° Corpo d’Armata a Cima Fonte Fronte degli Altipiani. ©MaurizioLodi

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Arrivo di S.M. il a Valisella di Mossa retrovia sul fronte carso-isontino per l’ispezione alla base della 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata. ©MaurizioLodi

Arrivo di S.M. il a Valisella di Mossa retrovia sul fronte carso-isontino per l’ispezione alla base della 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata. ©MaurizioLodi

Una svolta decisiva delle operazioni non è attesa qui: il Comando Supremo Italiano guarda ancora all’Isonzo. Da Plezzo al Mare 1.200 bocche da fuoco sono state concentrate sul fronte della 2^ e della 3^Armata. Il 18 ottobre comincia la III^Battaglia dell’Isonzo destinata a protrarsi fino al 4 novembre. L’attacco è simultaneo da Plava al San Michele. Le frontiere italiane sfidano la fortissima resistenza della 5^Armata di Borojevic combattono accanitamente sulle pendici del Sabotino sul costone di Peteano, sulle falde del San Michele, sul ciglio di Doberdò, sul Monte Sei Busi. Gli episodi di eroismo non si contano, ma il valore non basta. I guadagni tattici sono modesti. Dopo una settimana di sosta la lotta riprende il 10 novembre nella IV^Battaglia dell’Isonzo che in definitiva non è che un’ulteriore fase della precedente.
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Arrivo di S.M. il a Valisella di Mossa retrovia sul fronte carso-isontino per l’ispezione alla base della 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata. ©MaurizioLodi

Ispezione della Duchessa Aosta alla 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata a Valisella di Mossa retrovia del fronte carso-isontino. ©MaurizioLodi

Sotto l’infuriare del maltempo si combatte ad Oslavia sul Mrzli  a Santa Lucia a Zagora sul San Michele e a San Martino del Carso. Un’orrenda carneficina. Quando si conclude il 2 dicembre l’intera battaglia costa all’Italia 113.000 uomini fuori combattimento. L’autunno del 1915 segna un punto di grande crisi. E ci attende un inverno durissimo. All’apertura delle ostilità  nel maggio 1916 Cadorna era convinto di dover affrontare una guerra breve. Ma il bilancio finale è di pochi chilometri conquistati e di 200.000 fuori combattimento. Negli Alti Comandi si parla di “guerra di logoramento”.

 

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1929: la conciliazione tra Regno d’Italia e Status Civitatis Vaticanæ

1929: la conciliazione tra Regno d’Italia e Status Civitatis Vaticanæ

scritto da Maurizio Lodi

Vittorio Emanuele III è il primo Sovrano non credente. Detesta i preti non crede in Dio non va a Messa s’è fatto le sue convinzioni in fatto di religione sui filosofi e sui libri di storia. Suo padre e suo nonno erano stati devoti a Santa Romana Chiesa almeno in apparenza: Vittorio Emanuele II per paura dell’aldilà nella sua ignoranza di campagnolo ed Umberto I perché era convinto che crederci si toglieva ogni fastidio speculativo. Lo Stato uscito dal Risorgimento si è sempre presentato con un carattere essenzialmente laico così come laici e spesso anticlericali sono stati gli uomini che lo hanno fatto e governato ispirandosi alla formula cavouriana che vuole «libera Chiesa in libero Stato».
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Visita dei Sovrani d’Italia Vaticano il 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Visita dei Sovrani d’Italia Vaticano il 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Mussolini che come dirà non senza compiacimento Papa Pio XI non è toccato dalle “dalle preoccupazioni della scuola liberale”  capovolge radicalmente la politica tradizionale guadagnandosi l’appoggio del Vaticano e la simpatica di gran parte del clero. In gioventù egli è stato un nemico dichiarato dei preti e tra i suoi scritti figura persino un romanzo blasfemo. Spunti nettamente anticlericali sono presenti nel programma originario dei Fasci di Combattimento che prevedono «il sequestro di tutti i bene delle congregazioni religiose».

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Visita dei Sovrani d’Italia in Vaticano il 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Questi sono i precedenti del Segretario del Partito dei Fasci Combattenti in tema di rapporti con l’istituzione religiosa, ma una volta giunto al potere per convergenze politiche, Benito Mussolini – da perfetto e professionale trasformista – muta orientamento. Adesso in pubblico va ripetendo di «essere profondamente cattolico» salvo poi dichiarare cinicamente in privato che è sua intenzione trasformare la Chiesa «in uno dei pilastri del regime fascista». Da parte sua il Vaticano ha dei buoni motivi per guardare con interesse al nuovo corso della politica italiana. La Santa Sede è sempre stata ostile al liberalismo e non ha quindi ragioni per dolersi che il sistema politico fondato sull’ideologia liberale sia stato affossato dal fascismo. Anche l’appoggio concesso a Don Sturzo ed al suo movimento ispirato agli ideali della democrazia cristiana è sempre stato tiepido e reticente e Papa Ratti non ha esitato a sacrificare il Partito Popolare e il suo fondatore quando si è presentata la possibilità di intesa con “l’uomo nuovo” della politica italiana.

Visita delle LL.AA.RR. Umberto Giovanna e Maria di Savoia 7 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Visita delle LL.AA.RR. Umberto Giovanna e Maria di Savoia 7 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

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Arrivo delle Loro Maestà per la visita ufficiale in Vaticano 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Il Papa è troppo preoccupato del periodo sovversivo che minaccia di condurre l’Europa all’anarchia per rifiutarsi di accettare la collaborazione di chi sia pure in perfetta malafede come Mussolini professa il proprio ossequio al cattolicesimo e ai suoi rappresentanti. Del resto da sempre la Chiesa s’è mostrata abbastanza indifferente all’assetto politico-istituzionale degli Stati una volta che siano in essi garantiti i diritti e gli interessi dei cattolici e delle loro istituzioni. Dopo lunghe trattative si giunge così l’11 febbraio 1929 alla firma dei Patti Lateranensi che si concretano in un Trattato, un Concordato ed una Convenzione Finanziaria (nel 1948 i Patti furono riconosciuti nell’articolo 7 della Costituzione della Repubblica Italiana). Con il Concordato il Fascismo e il Vaticano si fanno reciproche e generose concessioni: tanto ampie che in un secondo tempo le due parti le giudicheranno fin troppo eccessive. Il senso complessivo dell’accordo è la fine del conflitto tra Stato e Chiesa: è questo certamente l’aspetto più positivo della Conciliazione che sanava la lacerazione, derivante dall’invasione del Regno d’Italia allo Stato Pontificio nel 1871, che pareva politicamente impensabile, poiché il Papa si era sempre dichiarato “prigioniero” del Regno d’Italia. I Patti del Laterano segnano anche la fine di ogni forma di opposizione che solo dalla Chiesa potrebbe ancora venire dopo che il regime ha messo a tacere i suoi oppositori politici.

Visita delle LL.AA.RR. (da sinistra verso destra) Vittorio Emanuele di Savoia Conte di Torino, Emanuele Filiberto di Savoia ed Elena d’Orleans Duchi Aosta, Aimone di Savoia Duca di Spoleto e Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi in Vaticano il 7 dicembre del 1929. ©MaurizioLodi

Visita delle LL.AA.RR. (da sinistra verso destra) Adalberto di Savoia Duca di Bergamo, Eugenio di Savoia Duca di Ancona, Ferdinando di Savoia Principe di Udine, Tommaso di Savoia Duca di Genova e Filiberto di Savoia Duca di Pistoia in Vaticano il 7 dicembre del 1929. ©MaurizioLodi

Visita delle Loro Maestà in Vaticano 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

D’ora in poi la Chiesa potrà essere totalitaria per le questioni di fede e di morale. In cambio il Pontefice avvalla il totalitarismo fascista  nell’ambito dello Stato.  In ogni caso la Conciliazione viene considerata un evento storico e giustamente salutata come una grande vittoria politica di Mussolini. In effetti essa ha la conseguenza di procurargli vasti consensi sia all’interno che in ambito internazionale. Se ne ha la riprova a poco più di un mese di distanza con la schiacciante vittoria di Mussolini nel plebiscito del 24 marzo 1929. All’esaltazione del dittatore contribuisce involontariamente lo stesso Pontefice che, nel maggio, parlando del Concordato accenna a Mussolini come «all’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare»L’incauta allusione di Pio XI è subito sfruttata dalla propaganda fascista per propinare un’immagine inedita dell’antico mangiapreti romagnolo.

Visita in Vaticano degli Augusti Sposi Umberto e Maria Josè l’8 gennaio 1930. ©MaurizioLodi

Fronte-retro di una rara cartolina della mia collezione viaggiata per raccomandata con affrancatura delle Poste Vaticane il 5 dicembre 1929, giorno della Visita Ufficiale di VEIII ed Elena in Vaticano. In basso, fronte e retro di una cartolina viaggiata per raccomandata con affrancatura delle Poste Vaticane il 7 dicembre 1929 giorno della visita Ufficiale di Umberto e di tutti gli altri membri di Casa Savoia in Vaticano. ©MaurizioLodi

Te Deum di ringraziamento per la visita delle Loro Maestà in Vaticano – Basilica di San Pietro 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Sempre nel 1929, come si è potuto osservare nelle rare fotografie, il principe di Piemonte Umberto, con le sorelle, visiterà il Vaticano: sarà per lui, religiosissimo, motivo di profonda gioia e liberazione interiore. Della corte papale facevano parte, per diritto ereditario, le grandi famiglie dei principi romani: i Colonna, gli Orsini, i Borghese, gli Odescalchi, i Patrizi, i Ruspoli con i loro castelli nell’agro romano e i loro splendidi palazzi rinascimentali, barocchi o settecenteschi. Umberto di Savoia sarà lieto di frequentare quel bel mondo, prima separato dai Savoia e di essere riconosciuto con la tanto sperata benedizione papale, come principe ereditario.

 

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
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Il progresso del Regno d’Italia nell’età giolittiana

Il progresso del Regno d’Italia nell’età giolittiana

scritto da Maurizio Lodi

In un foglio datato 14 novembre 1907 si legge: “Vidi l’Italia misera e serva: ora muoio vedendola assisa sopra un trono splendido di luce e di gloria”. È il testamento di Antonio di Rudinì. Ed è un bel complimento a Giolitti: è lui che in questi anni ha preso per mano l’Italia e l’ha accompagnata al confortevole trono.

Nella foto: Arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©MaurizioLodi

Nella foto: Arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©MaurizioLodi

Certi storici asseriscono che nell’età di Giolitti lo sviluppo economico è in Italia più accelerato che in qualsiasi altro paese d’Europa. La produzione industriale sta aumentando dell’87% (un valore calcolato nel lungo arco 1901-1913) mentre le Nazioni che ci circondano marciano sulla media assai più bassa del 56%. Certo vi sono gli scioperi tesi a chiedere che i benefici di questo miracolo economico abbiano una più equa distribuzione. E si contano anche le repressioni tese a bloccare o almeno a rallentare il cammino delle classi più disagiate verso quell’equa distribuzione. La tendenza della borghesia vale a dire del ceto dominante è di dimenticare questi incidenti e di celebrare il momento felice soprattutto organizzando trionfali esposizioni.

Nella foto: LL.MM. all’Esposizione Universale di Milano 1906. ©MaurizioLodi

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Manifesti d’epoca e nella foto: arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©MaurizioLodi

Il migliore esempio è stato dato da Milano nel 1906 con la sua Esposizione Universale. I padiglioni avevano lo stile di altari sui quali la tecnica glorificava i propri prodotti. La timida minaccia di uno sciopero degli 800 guardiani fu subito quietata con un aumento giornaliero di cinque soldi. Perfino un incendio riuscì a contribuire alla perfezione della manifestazione: la rapidità con la quale i padiglioni bruciacchiati furono rimessi a nuovo fu una dimostrazione dell’efficienza e della capacità dell’Italia agli occhi dei visitatori stranieri.

Nella foto: LL.MM. alla Sesta Esposizione Internazionale “Città di Venezia” Venezia 1905. ©MaurizioLodi

Nelle foto da sinistra a destra: S.M. il Re alla Mostra dell’Esposizione Torricelliana Faenza 1908; LL.MM. all’Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro Torino 1911 (bellissima sta foto con cornice fotografica Liberty); LL.MM. all’Esposizione Turistica Veneta Padova 1907. ©MaurizioLodi

Nell’età giolittiana è tutto un fiorire di esposizioni che vogliono ripetere il successo di Milano: a Venezia a Padova a Parma a Firenze a La Spezia a Perugia ed in decine d’altre città d’Italia. A volte come a Perugia il pretesto è mostrare opere d’arte altre volte come a La Spezia è il varo d’una nave, ma più spesso lo scopo dichiarato è il mettere in vetrina le belle e buone cose dell’industria e dell’artigianato italiani. L’esposizione di prodotti le mostre d’arte i vari di navi sono di regola accompagnati da addobbi artistici illuminazioni fantastiche divertimenti popolari e concorsi sportivi dove si esibiscono ginnasti associati in circoli dai nomi beneauguranti come la “Virtus” di Bologna la “Forza e Speranza” di Novara la “Fratellanza”  di Modena. Per gli imprenditori c’è di che veder rosa.

Nella foto: LL.MM. inaugurano il Padiglione di Belle Arti a Valle Giulia Roma 1911. ©MaurizioLodi

Nella foto: S.M. il R all’Esposizione Agricola Catania 1907. ©MaurizioLodi

 

Tanto più che in questi anni un gran nome del movimento operaio Leonida Bissolati ha detto che il socialismo in fondo “è un rampollo sano e forte di una madre gagliarda: la borghesia

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Nella foto: Il re e la regina, insieme a Giolitti, all’inaugurazione dell’esposizione turistica veneta a Padova il 16 Giugno del 1907.

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I ricordi di Umberto II: gli errori che portarono alla guerra

I ricordi di Umberto II: gli errori che portarono alla guerra

scritto da Giuseppe Baiocchi

Dalla intervista operata negli anni di esilio a Re Umberto II, il giornalista Silvio Maurano riporta la dissertazione con il quarto sovrano italiano di Casa Savoia. Nell’esaminare la situazione europea alla vigilia della guerra, il Re rilascia a ciascuna controparte la sua porzione di colpa e parallelamente ne esamina le ragioni. Passate in secondo piano le questioni geopolitiche dell’Africa Orientale, a livello europeo, la situazione alla fine degli anni trenta era in una fase di stallo. Nessuno degli Stati Nazione aveva l’intenzione di rivedere le proprie posizioni, limando talune asperità e rinunziando a qualcuno dei passi preliminari di stampo bellico. Umberto II afferma come in tali circostanze, quando si rilascia il comando a Stati Maggiori autoritari, il meccanismo guerrafondaio non può essere arrestato.

Anonimo, Ritratto di Umberto in uniforme da generale di divisione. Appartamenti reali ad Altacomba, nella Savoia francese.

Dove fu l’errore iniziale che portò alla guerra? Domanda Maurano. In risposta il sovrano asserisce come: “Per quel che riguarda noi, l’errore iniziale lo commise l’Inghilterra quando, dopo gli accordi intercorsi fra Mussolini e Ras Tafari nel 1924, intervenne a turbare i nostri interessi in Etiopia. Non vale dire – come dicono gli anglofili a oltranza – che l’Italia avrebbe dovuto rinunziare all’impresa del 1935: la nostra rinuncia sarebbe stata deleteria per il prestigio dell’Italia; mentre una rinuncia inglese a disturbare la nostra penetrazione in Etiopia, come era largamente prevista dall’accordo italo-franco-inglese del 1906, non avrebbe arrecato alcun danno all’economia imperiale britannica, che era, impostata su ben altre basi. L’Italia cercava una via pacifica, ma i britannici spinsero il nostro paese verso una conquista armata, per distrarre i nostri interessi dal vecchio continente europeo. Ora, l’averci costretti nel 1935 a fare uno sforzo tre volte più grande del prevedibilem ci allontanava dagli affari europei proprio nel momento in cui la nostra presenza sarebbe stata utilissima. Non si poteva dimenticare che soltanto un anno prima, Mussolini aveva mandato le nostre divisioni al Brennero, facendo così fallire il tentativo violento di “Anchluss” che costò la vita, al povero Dollfuss».

Invece, la politica inglese inchiodò l’Italia in Africa orientale, esattamente nel momento in cui era pronta alla prima mossa tedesca: l’occupazione della Renania, operazione che violò l’accordo – veramente ingenuo – che l’Inghilterra aveva fatto con Hitler in merito alle costruzioni navali, dando il via all’edificazione in serie di quella flotta sottomarina che diede poi tanto filo da torcere agli Alleati.

Era una catena di ripicche, con risentimenti profondi in campo internazionale. Così dal torto ed errore commesso ai danni del Regno d’Italia, si arrivò al vero danno: la rinascita delle forze della Germania hitleriana, la quale già alla fine del 1935 sapeva che non avrebbe dovuto più temere le divisioni italiane al Brennero. Ancora Umberto aggiunge: «Con la rinunzia al gentlemen’s agreement gli Alleati fecero dono alla Germania della sicura neutralità italiana in caso di conflitto, e con la loro azione successiva, garantirono a Hitler il pieno appoggio dell’Italia. Le sanzioni ebbero il valore esatto di tanti Corpi d’armata, quanti Hitler avrebbe dovuto schierare sul temuto “fronte Sud”. E gli inglesi lo sapevano benissimo: senta che cosa scriveva il Times, già nell’estate del 1933: “E’ interesse dell’Europa di incoraggiare lo sviluppo dell’Italia verso l’Africa, altrimenti si verificherebbe la situazione del 1882, quando la certezza di avere nella Francia e nell’Inghilterra una coalizione ostile nel Mediterraneo, cosa dimostratale dall’affare tunisino le fece contrarre la triplice alleanza”. Dunque – conclude Umberto riponendo il foglietto su cui aveva trascritto quelle parole del Times – il fatto del nostro avvicinamento alla Germania era scontato, anzi calcolato, e quindi voluto!».

Nella foto, il ministro degli esteri Galeazzo Ciano, con il Re Vittorio Emanuele III e il Principe di Piemonte Umberto di Savoia. ©Maurizio Lodi

Dunque nel 1939 sarebbe stato molto difficile trovare un compromesso fra le parti. Nella sua spiegazione il Re Umberto precisa: «nemmeno oggi, a cose viste, si potrebbe indicare un compromesso valido per quella ch’era la situazione nel 1939. L’iniziativa per un chiarimento non poteva più spettare a noi, dopo la faccenda del “gentlemen’s agreement”, è evidente: poteva semmai essere la Francia a fare da mediatrice, e si ebbe sentore che qualcosa si tentava, dal Quai d’Orsay. Ma era la Gran Bretagna che preferiva qualsiasi disastro alla pacificazione con l’Italia: ne chieda qualcosa al conte Grandi che fu ambasciatore a Londra proprio nel periodo cruciale, quando ancora le cose potevano prendere un altro giro. Si volle, proprio si volle, che l’Italia si mettesse al fianco della Germania. Sicché la decisione della rottura dell’equilibrio veniva rimessa alla “saggezza” di Hitler, che saggezza non aveva. Peggio ancora, fu la volpina abilità di Stalin a decidere l’inizio della guerra: se si fossero fatte offerte concrete a Stalin da parte degli Alleati, egli non avrebbe firmato l’accordo per la spartizione della Polonia, probabilmente, e Hitler non si sarebbe mosso se, pur essendo ormai assicurato al Sud, avesse corso dei pericoli all’Est. D’altra parte non si può certo dire che, a guerra, cominciata e con l’Italia “non belligerante”, il contegno dell’Inghilterra nei nostri riguardi fosse migliorato: pareva anzi che a Londra si avesse fretta di realizzare la minaccia che Lord Palmerston adombrava nel 1859 al nostro ambasciatore d’Azeglio: “Quanto maggiore sarà il numero dei porti del costituendo Stato italiano, tanto maggiore sarà la sua vulnerabilità per opera dell’Inghilterra”. Insomma, se per scongiurare l’intervento dell’Italia in guerra fosse stato fatto un decimo dello sforzo che si fece per tentare di impedirci di andare in Etiopia, noi saremmo rimasti in disparte e la guerra europea forse non sarebbe stata combattuta».
Lo stesso Mussolini esita, bleffa sulla potenza militare del paese e ottiene tempo. Forse attuò anche un abile doppio gioco, per ottenere le maggiori e migliori condizioni possibili. Il sovrano insiste su questa tematica: «Nei primi giorni di maggio del 1940, mi pare il 10 o l’11, mentre stavo compiendo un giro d’ispezione nella zona di operazioni prevista per il Gruppo d’Armate al cui comando io ero designato, in Piemonte, seppi che un ministro, l’on. Cianetti, che era ministro delle Corporazioni, stava visitando i cantieri di lavori di fortificazioni delle valli piemontesi. Per l’on. Cianetti avevo molta stima, perché era uno dei ministri più seri e appassionati del suo ramo, per cui ebbi desiderio di vederlo, e mandai un ufficiale a cercarlo. Ma non fu possibile rintracciarlo, poiché l’ufficiale arrivava sempre un’ora, dopo che l’on. Cianetti era partito. Proprio il giorno che dovevo tornare a Roma, l’ufficiale trovò il ministro e gli disse che io avrei avuto piacere di incontrarlo: ma ormai non poteva che trovarmi a Roma. Pochi giorni dopo, l’on. Cianetti venne da me al Quirinale e gli chiesi che cosa pensasse della situazione. Rispose che aveva visitato alla fine di aprile i cantieri militari della zona del Brennero, e poi ai primi di maggio i cantieri militari del Piemonte, nella sua qualità di ministro delle Corporazioni, e non a scopi militari. Lo aveva colpito il fatto che nella zona del Brennero lavoravano circa cinquantamila operai, che avevano fatto un lavoro formidabile, quasi ultimato; mentre nelle valli piemontesi vi erano appena cinquemila operai, il cui lavoro era ancora all’inizio in fondo valle. Non capiva perché le cose stessero a tal punto, né che cosa se ne dovesse dedurre. Poi tacque, e mi parve imbarazzato, come se gli sembrasse di aver detto troppo, né io gli posi altre domande ». Quale significato poteva avere quella ostentata fortificazione al Brennero?

1940: Umberto tra i reparti della sezione sanità del gruppo armata ovest.  ©Maurizio Lodi

Umberto II ritiene che il Capo del Governo Benito Mussolini, non avendo ancora preso una decisione, calcolava la impossibilità per l’Italia di dichiarare la guerra, ma parallelamente temeva un colpo di mano di Hitler contro il paese.
Ancora si evince dall’intervista come il sovrano italiano ricorda lucidamente le folgoranti vittorie alemanno-tedesche sul continente: «Tenga presenti le date delle vittorie tedesche in Francia e nei Paesi Bassi: l’11 maggio Hitler attacca l’Olanda; il 25 maggio è ad Abbeville, ma rimane Dunkerque con una larga zona in mano inglese; il 4 giugno cade Dunkerque; soltanto il 14 giugno cade Parigi, e il 20 è presa Lione e colonne tedesche si avviano verso Grénoble. Fino all’11 maggio era in atto la famosa guerra statica in Occidente, e Mussolini poteva anche avere l’impressione che Hitler potesse tentare un accordo con l’Inghilterra e lasciarci a terra. Era pertanto utile mantenere una posizione di osservazione, forte sul Brennero perché si sapeva che già due divisioni di “SS” al completo ed elementi di una terza si stavano allestendo nella zona di Innsbruck: divisioni che potevano essere il nucleo di un potente esercito germanico, che ci avrebbe inflitto un duro castigo se nel momento più favorevole per la Germania noi non avessimo tenuto fede allo sciagurato patto d’acciaio. Quando Mussolini prese una decisione, cioè il 26 maggio nella riunione delle supreme autorità militari, la catastrofe francese si delinea già grandiosa, ed egli può dire avendo apparentemente ragione per il settembre tutto sarà finito ed ho bisogno di alcune migliaia di morti per sedere al tavolo della pace quale belligerante vittorioso. Naturalmente, le fortificazioni alla frontiera francese non avevano alcuno scopo serio: la Francia aveva ben altro cui pensare. Le fortificazioni alla frontiera tedesca avevano invece uno scopo prudenziale che, purtroppo, divenne superfluo».

Ecco una foto scattata sul finire del giugno 1940 che ritrae il Re Vittorio Emanuele III nell’entroterra di Ventimiglia sul confine della linea italo-francese. ©Maurizio Lodi

Nell’aprile del 1939 il Governo italiano aveva comunicato alla Germania nazionalsocialista, che l’Italia non sarebbe entrata nel conflitto. Successivamente dopo appena un anno, maturò il crollo francese e Re Umberto racconta come: «quel che molti pensavano, sperando che la Francia sapesse tener testa alla Germania meglio di quanto non avesse potuto fare la povera Polonia. La Francia, aveva un armamento poderoso, non eccessivamente inferiore a quello tedesco, e si poteva sperare che riuscisse a stabilizzare la guerra verso la frontiera. Nel gioco italiano era già un forte vantaggio che Germania, Inghilterra e Francia si logorassero in una guerra senza decisione. Viceversa, il. crollo inopinato della Francia lasciò l’Italia allo scoperto: e allora, o marciare accanto alla Germania, o disporci a subire a nostra volta l’invasione tedesca. Si ha un bel dire oggi che potevamo restare neutrali: in quel momento la, macchina tedesca pareva davvero irresistibile, e si doveva scegliere fra lo starle accanto o farsene stritolare. Non è nemmeno pensabile che l’Italia potesse, nel 1940, fare il bel gesto di opporsi a Hitler! Occorreva avere uno spirito altamente profetico, prevedere gli errori commessi poi da Hitler e che gli valsero la perdita della guerra. Il crollo francese del 1940 segnò anche il nostro destino, esattamente come una valida resistenza della Francia avrebbe dato all’Italia infinite possibilità per l’avvenire».

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1941, Napoli. Il principe di Piemonte Umberto di Savoia, si reca in visita ufficiale dopo la vittoria come comandante sul fronte occidentale. Nonostante il secondo anno di guerra, la folla lo accoglie festante.  ©Maurizio Lodi

Lo stesso Mussolini, prima della Grande Guerra del 1914/1918 asserirà convinto: «In caso di guerra si deve lasciare la più ampia libertà allo Stato Maggiore; gli avvocati che fanno la politica dovranno tacere, perché si perdono tutte le guerre durante le quali esiste una rivalità fra l’autorità Politica e l’autorità militare». Umberto osserva: «Era un ottimo proposito: peccato che non se ne sia poi ricordato. Fu un modo abbastanza ingenuo quello di risolvere il possibile dualismo trasformandosi in militare. Bastava lasciare che il Re svolgesse la sua naturale funzione: dopotutto un Re di Casa Savoia aveva precedenti piuttosto notevoli in famiglia».

La nomina di Mussolini a comandante supremo per delega del Re, non è un argomento piacevole per Umberto di Savoia, poiché tutta la famiglia reale fu colpita da quel provvedimento che, all’inizio della guerra, toglieva per la prima volta nella storia, il comando degli eserciti a un Re di Casa Savoia. Il Sovrano resistette dapprima alle pressioni di Mussolini, ma infine dovette cedere dinanzi alle obiezioni che il Capo del Governo operava e che vertevano quasi esclusivamente sulla necessità di non esporre la persona di Vittorio Emanuele III a contatti spiacevoli con un alleato tutt’altro che rispettoso delle forme. Il realtà il “Duce” assunse il comando supremo diretto, per la scarsa fiducia riposta in Badoglio – di forte fede monarchica e fedele servitore reale fino alla fine del conflitto, il quale ancora oggi porta i segni di una ingrata infamia del tutto inesistente. L’accentramento delle decisioni a Roma annullava le migliori qualità dei comandanti, specialmente quelli della Regia-Marina di cui – per tradizione – sarebbe spettata la più assoluta autonomia. Lo Stato Maggiore dell’Esercito, che poteva avere anche delle manchevolezze, tuttavia non poté dare prova delle sue capacità per il fatto che il Governo fascista avocava a sé tutte le decisioni: il che, a lungo andare, generò negli alti comandanti sottoposti a simile sistema una specie di atonia. Ciò, rileva Umberto, non appartiene più all’arte militare, appartiene, alla psicologia. Egli ritiene d’altra parte che i maggiori danni siano venuti alla nostra condotta di guerra dal conformismo esagerato di molti, che pur di non cadere in disgrazia presso Mussolini gli davano sempre ragione.

1941: ancora un’ispezione del principe Umberto di Savoia presso alcuni reparti militari. Sulla sinistra della foto è presente anche Adalberto Luitpoldo di Savoia-Genova. ©Maurizio Lodi

A proposito dell’iniziale condotta di guerra, il sovrano aggiunge: «Talvolta si trattò di errori, ma in quel momento sembravano provvedimenti saggi e opportuni. Se si dà per ammesso che tutto in quel momento faceva prevedere una guerra che da parte nostra si limitava ad essere una azione dimostrativa, si comprende subito, anche, che essendo mancato il gran colpo ne venne fuori un guazzabuglio di azioni e controazioni spesso illogiche. Mussolini temeva che, lasciando vincere da sola la Germania, sarebbe rimasto in stato di eccessiva inferiorità riguardo all’Alleato Alemanno-tedesco, il quale non era troppo amato e dal quale aveva in certo senso timore: non bisogna dimenticare che, pur essendo cordiali e quasi amichevoli i rapporti fra i due capi di Stato, non altrettanto cordiali erano i rapporti con gli alti gerarchi nazisti, in special modo con Goering, Goebbels, Ribbentrop e, in genere con gli esponenti militari tedeschi. Scomparso Hitler, la Germania ci avrebbe mostrato una faccia ben altrimenti ostile». Queste considerazioni, nel parere di Umberto, avrebbero influito decisamente sull’azione di Mussolini.
Altra domanda che sorge spontanea è la motivazione dell’azione risolutiva, del capo del Governo, di entrare in guerra senza consultare il Gran Consiglio, quando per l’analoga impresa etiopica l’organo politico era stato consultato, venendo più volte riunito in seguito, per tenerlo al corrente della situazione. Secondo Benito Mussolini, il Gran Consiglio era un organo consultivo che per problemi di carattere costituzionale non aveva competenza su questioni riguardanti l’attività del governo; inoltre riteneva che la decisione fosse urgente e nel tempo stesso chiaramente indicata da tutte le precedenti decisioni del Gran Consiglio sugli avvenimenti che avevano portato a quella conclusione: una diversa politica avrebbe dovuto essere impostata fin dal 1936, o al massimo sin dal 1938, dopo Monaco, quando eventualmente il Gran Consiglio avrebbe potuto stabilire una linea di neutralità indefettibile. Ormai le cose erano al punto che all’Italia si presentava una occasione «unica nella storia» – sono parole di Mussolini – per allinearsi con la Germania.

1940: il principe di Piemonte passa in rassegna alcuni soldati del Regio esercito dell’Armata del Fronte Occidentale. ©Maurizio Lodi

D’altra parte – osserva Umberto – se Vittorio Emanuele III avesse proprio in quel momento tentato di togliere l’iniziativa a Mussolini, a parte che tutta l’opinione pubblica era ormai presa nell’euforia della facile sicura vittoria, quale sarebbe stata la nostra posizione rispetto alla Germania? Peggiore che dopo l’8 settembre: in poche settimane l’Italia sarebbe stata invasa e devastata.
Il Gran Consiglio avrebbe potuto modificare le decisioni di Mussolini, anticipando il 25 luglio 1943? Umberto lo esclude decisamente. E’ vero che nel Gran Consiglio le figure più eminenti erano avverse alla guerra, ma a un tipo di guerra quale poi effettivamente fu, non a quel tipo di guerra che pareva dovessimo fare nel giugno 1940. Il Re capisce benissimo che specialmente Balbo, Ciano, Grandi, Da Vecchi, Bottai e altri erano contrari ad una guerra a tu per tu con l’Inghilterra e la Francia, per ovvie ragioni; ma in quel momento anch’essi dovevano essere persuasi che più che entrare in guerra noi andavamo a prender parte ad un finale di guerra. Se fosse stato appena possibile immaginare che le cose in seguito sarebbero cosi radicalmente mutate, non solo il sovrano, almeno così ritiene Umberto, non solo il Gran Consiglio, ma lo stesso Mussolini avrebbe escogitato un mezzo per evitare la trappola mortale d’una guerra di distruzione. Così come stavano le cose, l’acqua doveva continuare a scendere per quella valle.
Prosegue il quarto Re d’Italia: «Guidare una nazione non è la stessa cosa che guidar un’automobile, che si può fermare quando si vuole e da cui si può scendere quando si vuole. Un complesso di circostanze, in cui prevalse più la volontà ostile di altri che la volontà attiva del governo italiano, ci aveva portati su quella macchina sulla quale si doveva restare volenti o nolenti. (…) Altri tempi e altra situazione. In queste cose non possono valere le considerazioni moralistiche dei rapporti privati: non vi è nulla al di sopra degli interessi della nazione, e del resto non si può parlare da nessuno di machiavellismo più o meno deteriore, poiché pressappoco tutti i Re e tutti i governi di qualsiasi paese hanno obbedito al precetto ciceroniano: “Salus populi suprema lex esto”. I mutamenti di fronte non sono una specialità italiana, e ben lo seppe il mio glorioso antenato principe Eugenio, che si vide abbandonare sul campo da Marlborough avendo improvvisamente il governo di Londra mutato alleanza. La stessa Polonia, per la cui difesa l’Inghilterra diede l’inizio alla guerra, fu poi abbandonata dall’Inghilterra. Non si governa facendo del romanticismo, ma sfruttando le opportunità migliori per giovare alla propria nazione. Nel 1940 dovevamo entrare in guerra per giovare all’avvenire della nazione; nel 1943 dovevamo uscire per lo stesso motivo dalla guerra e dall’alleanza. Il problema che si presenta a chi ha responsabilità della guida d’una nazione è esclusivamente un problema di scelta di tempo e di utilità: chi facesse diversamente finirebbe per nuocere alla propria nazione».

1943: il principe Umberto dialoga con alcuni residenti di una zona colpita dai bombardamenti alleati. Il paese era allo stremo ed il cambio di rotto inevitabile. L’Istituto monarchico si preparava a salvare il salvabile, arrendendosi agli anglo-americani e trattando una segreta cobelligeranza, elemento che permise al paese un dopo-guerra diverso dai paesi sconfitti. ©Maurizio Lodi

Anche se era evidente che il Regio Esercito non era in grado di svolgere funzioni di rottura, erano tuttavia truppe preziose, le quali avevano il compito di tenere occupati i sempre più vasti territori che si andava conquistando, ed erano preziosissime le basi mediterranee italiane, nonché quelle africane. Inoltre l’entrata in azione della Marina italiana, di poderosa efficienza, facilitava il progettato sbarco in Inghilterra, che altrimenti se fosse stata presente tutta la flotta britannica, Hitler non avrebbe nemmeno osato architettare. Le parole sprezzanti di Hitler, pronunziate «ab-irato», non hanno quindi che un valore di ritorsione, in quanto il peso effettivo dell’intervento italiano fu considerevole direttamente e indirettamente. Umberto è del parere che quando il progettato sbarco in Inghilterra venne rinviato «sine die», anche Mussolini dovette comprendere che la guerra sarebbe stata lunga e penosa. Con questo Umberto spiega lo strano congedamento di classi (1914, 1915 e 1916) ordinato da Mussolini il 2 ottobre 1940: egli aveva compreso che stava per chiedere gravi sacrifici alla nazione, e con quel provvedimento mirava a dare un po’ d’ossigeno all’opinione pubblica, che iniziava ad allarmarsi. Può darsi, anche, che con quel congedo di circa mezzo milione di uomini Mussolini volesse mostrare agli avversari che non aveva altro da chiedere, come per una larvata avance di pace, che nessuno finse di rilevare. Per Mussolini, l’esitazione di Hitler al momento cruciale fu un colpo gravissimo: egli si era mosso per bagnarsi i piedi, e si trovava invece in pieno mare e con l’acqua al collo. Intanto, quel provvedimento, che lo Stato Maggiore aveva ostacolato più che aveva potuto, complicò i già asfittici servizi di Intendenza e tutte le Unità interessate: il che fu danno molto maggiore del modesto risultato psicologico che Mussolini si riprometteva.

Prendendo lo spunto da questa domanda, Umberto nega che si possano giudicare gli avvenimenti presi uno a uno, a meno che non si voglia fare dell’analisi storica a fini didattici. Tutto il periodo storico va preso nel suo insieme, poiché  quel che avvenne il giorno della fine, era già in germe il primo giorno, si può dire, del Ventennio. Umberto giunge persino a una conclusione che può stupire, e cioè che – a parte il regime speciale esistente – gli avvenimenti del periodo avrebbero preso una piega simile anche con un governo tipo Giolitti o come Crispi. La base di tutto quel che avvenne si trova nella nostra politica per l’Etiopia, e quel primo passo che compì Mussolini nel 1924, riallacciando l’azione del governo italiano a quella del tempo del trattato di Uccialli, sarebbe stato fatto con la stessa intenzione da qualsiasi altro governo italiano democratico. Un solo «se» Umberto accetta come base di discussione (la storia fatta di «se» gli riesce particolarmente spiacevole, la giudica un inutile esercizio dialettico) ed è questo: «se» la Gran Bretagna avesse rispettato fin dal 1925 lo spirito e la lettera dell’accordo del 1906, non ci sarebbe stato bisogno della guerra del 1935 e non si sarebbe verificata la catena di guerre marginali, che condusse alla guerra mondiale. L’unico «se » riguarda la condotta inglese. «Che la guerra potesse diventare molto lunga si poteva temere», non «pensare». L’impensabile che determinò un diverso indirizzo della guerra, fu la volubilità e l’imperizia di Hitler. Umberto a questo punto torna alla frase citata all’inizio, scritta da Mussolini nel 1915 a proposito di interferenze politiche nella condotta militare della guerra: non v’è dubbio che la maggior parte degli errori commessi nell’economia della guerra italiana sia stata dovuta a decisioni avventate di Benito Mussolini, che vedeva le pratiche militari con occhio da dilettante, sia pure molto spirito d’intelligenza.

1944: Umberto principe di Piemonte, già luogotenente del Regno a Roma liberata, con l’ufficiale onorario di ordinanza: il marchese Gaetano.

Lo stesso avveniva in Germania, con l’aggravante che Hitler aveva meno intelligenza di Mussolini e un carattere ancor più insofferente di altra volontà che non fosse la sua. Non ci si improvvisa strateghi a cinquant’anni, e non si può pensare di guidare eserciti immensi con la stessa disinvoltura con cui si comanda una squadra di fanti. Quasi tutte le operazioni che non ebbero successo furono ordinate a scopo politico da Mussolini, che nel tempo stesso era capo del governo e comandante supremo delegato, al quale perciò era ben difficile muovere appunti. Mussolini dava ordini come capo militare assoluto commettendo lo stesso errore che aveva rimproverato a Cadorna nel 1916 «spezzare i reticolati con i denti». Infatti, la stessa cosa era chiedere che la fede sostituisse la potenza materiale, quando gli avversari disponevano di carri armati pesanti, invulnerabili per i nostri cannoni anticarro. Le truppe italiane, questo non lo negarono né gli astiosi avversari né il difficile alleato, seppero combattere con un valore inaudito, supplendo in limiti superiori alle possibilità umane alla mancanza o alla scarsezza di armamento.

Umberto II commenta: «Sarebbe niente altro che una esercitazione infantile il voler dire oggi, a tavolino, mentre tutto il mondo sta sotto l’incubo d’una nuova guerra (siamo in piena guerra fredda, all’epoca dell’intervista), come si doveva combattere la seconda guerra mondiale. Sono esercitazioni che possono essere utili forse, in una accademia militare: benché l’esame più utile sia quello che prende in considerazione gli errori che non si dovevano commettere, anziché quel che si sarebbe dovuto fare. Quel che si sarebbe dovuto compiere lo si sa oggi troppo facilmente: invece, purtroppo, quel che non si doveva fare lo si sapeva già da prima».

L’esame cade adesso sulla prima azione di guerra, di cui il principe ereditario fu protagonista sul fronte delle Alpi occidentali, quale comandante del Gruppo Armate Ovest. Secondo i calcoli di un colonnello dello Stato Maggiore, nel caso si fosse riusciti a varcare la cortina difensiva alpina e a penetrare profondamente nel versante francese, non più di 40.000 uomini avrebbero potuto essere alimentati di viveri e munizioni, secondo le esigenze della guerra del tempo e secondo la portata delle strade esistenti; ma il Gruppo di Amate Ovest disponeva di 300 mila uomini, quando non esistevano le munizioni sufficienti per una seria azione. In verità non vi era alcuna seria probabilità di riuscire a perforare la cortina difensiva francese e il vero scopo italiano era quello di tenere impegnate le truppe francesi e nel prendere possesso di qualche lembo di terra. Il piano originale, d’altronde, non prevedeva l’offensiva, ma un’attenta e operosa difensiva che tenesse bloccate quante più forze francesi fosse possibile. Di fronte a questo programma, anche la scarsità di munizioni disponibili specialmente nella 1° Armata (schierata tra Monte Granero e il mare) aveva un’importanza molto relativa.

Né la situazione divenne peggiore quando, il 14 giugno, giunse inopinata da Roma la disposizione di procedere a piccole azioni offensive, «allo scopo di agganciare truppe avversarie e mantenere alto lo spirito aggressivo delle nostre»; inoltre si ordinava al Gruppo di Armate di osservare attivamente la situazione, tenendosi pronto a sfruttare eventuali cedimenti improvvisi del fronte francese (in dipendenza di quanto avveniva sul fronte principale nella Francia centro-settentrionale). Fu direttiva originale del Comando del Gruppo di Armate la disposizione, emanata la notte del 16 giugno, di trasformare nel miglior modo possibile lo schieramento da difensivo a offensivo, predisponendo operazioni offensive sulle direttrici del Col della Maddalena, del Piccolo San Bernardo e sul litorale: disposizioni consigliate dalle notizie che pervenivano circa lo sviluppo dell’offensiva tedesca in Francia, che facevano logicamente ritenere imminente il crollo della Francia stessa, come difatti avvenne. Nel pomeriggio del 17 giugno l’Alto Comando si faceva vivo ordinando che «si mantenesse viva sull’avversario la pressione, per evitare che potesse ripiegare a nostra insaputa».

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Il che era già stato disposto dal Comando del Gruppo di Amate Ovest da almeno dodici ore. Il colpo di scena avvenne il 20 giugno, ad esercito francese polverizzato dai tedeschi: l’Alto Comando, cioè Mussolini, ordinava al Gruppo di Amate Ovest di passare addirittura all’attacco in massa su tutto il fronte alpino! Secondo i calcoli degli uffici competenti dello Stato Maggiore, una operazione del genere avrebbe richiesto non meno di 25 giorni per essere eseguita, ma lo stesso Mussolini, successivamente, dovette riconoscere che gli uffici non avevano torto: infatti, nella notte del 20 una nuova disposizione ordinava che l’attacco in forze avvenisse soltanto in direzione del Piccolo San Bernardo, dove già le truppe avevano serrato sotto e i servizi d’Intendenza, al coperto della catena alpina, avevano potuto predisporre buone riserve di munizioni e di viveri.
Destino volle che proprio fra il 20 e il 24 giugno imperversasse sul Piccolo San Bernardo una vera e propria tormenta, il che spiega in parte perché vi furono tanti congelati fra le  truppe che in fretta e furia erano state portate dalla calura di fondo valle al sottozero del passo. Non è il caso di esaminare quelle operazioni sotto il profilo di operazioni normali: si trattò unicamente il fattore tempo. Naturalmente non tutta la macchina funzionò alla perfezione, si direbbe «per mancanza di pezzi del meccanismo»: il servizio sanitario non aveva potuto essere predisposto che al 75% del previsto fabbisogno, e le ambulanze erano soltanto il 50% del richiesto, e in verità si fecero autentiche acrobazie per riuscire ad ottenere un servizio al 100% dove si presumeva che ve ne fosse urgente necessità. Il Re conferma tale pensiero: «Ogni tentativo di critica si spunta contro la premessa: noi non dovevamo tentare lo sfondamento della barriera alpina francese, ma soltanto tenere impegnate le truppe colà dislocate e facilitare le operazioni che gli alleati tedeschi stavano svolgendo sul fronte principale, nel cuore stesso della Francia».

Si ringrazia il sito reumberto.it per la gentile concessione della documentazione relativa all’intervista.

 

©Italia Sabauda – Riproduzione riservata
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Gli anni torinesi di Umberto (1925-1931)

Gli anni torinesi di Umberto (1925-1931)

scritto da Maurizio Lodi

Riportiamo inedite e rare foto di archivio, riguardanti gli anni torinesi del principe di Piemonte Umberto di Savoia, dal novembre del 1925 al settembre del 1931.

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930 – Il Principe di Piemonte Umberto di Savoia al campo estivo del 92°Reggimento Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930. Il principe di Piemonte Umberto di Savoia accompagna suo padre, il Re Vittorio Emanuele III per l’ispezione al campo estivo del 92°Reggimento Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930. Il principe di Piemonte Umberto di Savoia si intrattiene dopo la colazione con gli altri ufficiali presso il campo estivo del 92°Reggimento Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930. Il Principe di Piemonte Umberto di Savoia al campo estivo del 92°Rgt. Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

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Chialamberto 20 agosto 1931. Il Principe di Piemonte Umberto di Savoia al Campo Estivo del 92° Rgt. Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
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I ricordi di Re Umberto sul ventennio fascista

I ricordi di Re Umberto sul ventennio fascista

scritto da Giuseppe Baiocchi. Servizio fotografico a cura di Maurizio Lodi

Riportiamo l’intervista effettuata dal giornalista Silvio Maurano al Re Umberto II nel suo esilio portoghese, il quale ricorda gli anni che seguirono la marcia su Roma e il comportamento dell’Istituto monarchico nei confronti del regime.
Sin dai primi tempi della “rivoluzione fascista” all’allora principe di Piemonte Umberto, gli veniva etichettata la nomea di “Principe antifascista“. Difatti egli non nascondeva affatto il fastidio verso alcuni gruppi di squadracce fasciste – le ali più estreme e radicali del partito – le quali circondavano il Capo del Governo Mussolini. Tali estremisti, bramavano perpetuare la “marcia” e fantasticavano la preparazione della “seconda ondata“.

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Il principe di Piemonte non era né fascista né antifascista; seguiva con interesse gli avvenimenti e aveva la sensazione che al Quirinale si approvassero con molta soddisfazione le opere che compiva il governo. Trovava deteriori e pericolose quelle sopravvivenze di spiriti barricadieri, quel culto di una superata illegalità, quel «marattismo» grottesco di taluni eroi del “dopo battaglia”. La riservatezza sorridente del Principe non celava alcun pensiero machiavellico: era la riservatezza naturale delle persone del suo rango. Ma ciò non garbava agli scamiciati, che avrebbero forse voluto che Umberto si mescolasse con loro, distribuisse casermesche manate sulle spalle e magari si lasciasse imporre il fez nero. Purtroppo, la diffidenza di Umberto non era senza fondamento: i fatti che seguirono ne confermarono la giustezza.

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Nel 1924, alcune squadracce fasciste – capeggiate da Amerigo Dumini – rapiscono e successivamente uccidono il leader del partito socialista Giacomo Matteotti, generando la prima crisi del Partito Nazionale Fascista.
Ancora nell’intervista Umberto afferma: «Non si comprende come mai gli uomini continuino a ricorrere al delitto politico credendo di risolvere posizioni storiche. Viceversa, da tutti i delitti politici scaturiscono, di norma, frutti contrari a quelli sperati: l’uccisione di Cesare non reintegrò la democrazia ma accelerò la sua fine, preparando l’avvento di Augusto e anche quello di Tiberio e di Nerone. Il delitto Matteotti conferma questa regola costante: non giovò all’estremismo fascista, e fece perdere a Mussolini una possibilità che, se si fosse verificata, gli avrebbe apportato una fortuna imperitura! I cattivi servitori sono più pericolosi dei dichiarati nemici. Come vede, fu proprio il “marattismo ” che diede una pugnalata alle spalle di Mussolini…»
Qual era la possibilità cui accenna Umberto? Quella a cui mirava da tempo Mussolini, il quale aveva iniziato a lavorare segretamente per attirare verso il governo alcuni capi socialisti, quelli che maggiormente stimava, quali D’Aragona e Turati. Nel suo discorso alla Camera, il 7 giugno 1924, egli d’altronde aveva rivolto un appello ai socialisti verso una possibile e gradita collaborazione.
Ancora commenta il sovrano italiano: «So di queste cose: dirò che non sarei stato affatto scandalizzato se Mussolini fosse riuscito a realizzare il suo progetto, che avrebbe dato una ben diversa svolta alla sorti dell’Italia. Né si sarebbe scandalizzato il Re mio padre, al quale la parola “socialismo” intesa sul piano costituzionale, non faceva certamente paura. L’entrata del socialisti nel governo fascista sarebbe stata di grandissimo beneficio alle masse dei lavoratori, che non sarebbero state più sfruttate sul piano politico a scopi rivoluzionari, ed avrebbero avuto invece riconosciuta la loro qualità di protagonisti della vita economica alla pari con gli imprenditori. Ritengo che Mussolini in quel periodo avesse rinunciato tranne che a scopi retorici, alla “rivoluzione” e tendesse a realizzare una riforma cauta e graduale per non mettere in crisi la nostra economia che si stava appena riprendendo. Purtroppo, come lei sa, non tutti coloro che gli erano intorno avevano la sua stessa opinione..».

16 giugno 1926, Lugo di Romagna: il principe Umberto di spalle sulla soglia del tumolo di Francesco Baracca, per l’onoranza all’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli. ©Maurizio Lodi

Dopo gli eventi del 27 giugno 1924 – dove 133 deputati socialisti, radicali, democratici e cattolici uscirono da Montecitorio, all’interno del quale rimanevano solo i liberali raggruppati intorno a Giolitti, Orlando e Salandra -, il giornalista Silvio Maurano – all’epoca dei fatti del delitto Matteotti – redattore del giornale “L’Impero”, si sforzava di aiutare lo zio, Onorevole Andrea Torre, in diverse riunioni che si svolgevano privatamente nella residenza familiare di Via Muzio Clementi.
All’interno dell’appartamento Giovanni Amendola, accompagnato a volte dall’Onorevole Ruini o dal generale Bencivenga o da altri del gruppo, tentavano invano di convincere lo zio del giornalista a passare “sull’Aventino“.
Parlavano di società segrete, di gruppi d’azione, di uomini «votati alla morte». Narra Maurano come Amendola, di ritorno dal Quirinale, affermava che il sovrano Vittorio Emanuele III «rifiutava di prendere atto della gravità della questione morale e si rendeva complice di Mussolini». In verità l’Onorevole Giovanni Amendola – riprendendo le parole di Umberto II – «Non aveva il diritto di dire ciò. Egli ebbe più d’un colloquio col Re mio padre, e si ebbe sempre la medesima risposta: agissero nel Parlamento, provocassero in una delle due Camere un moto tale da consentire l’intervento della Corona. Ma non potevano sperare che il Sovrano partecipasse alla lotta politica, sarebbe stato inconcepibile! Non dovevano uscire dal Parlamento, che è la sola sede in cui i deputati possono parlare in nome della Nazione: fuori del Parlamento essi parlano in proprio. D’altra parte, anche volendo ammettere che la Corona fosse disposta a facilitare la riscossa dell’opposizione, non comprendo perché avrebbe dovuto farlo dal momento che era ben noto che in massima parte la opposizione preparava, una vera e propria insurrezione diretta non sola contro Mussolini, ma anche contro tutte le istituzioni, ivi compresa la Monarchia. Essi fecero appello al sentimento del Re: ma nell’esercizio della funzione di regnare, i sentimenti non hanno quasi un peso, contatto esclusivamente i fatti e le possibilità. Se la Corona non intervenne fu perché sapeva con esattezza che non esisteva una responsabilità diretta di Mussolini nel tragico caso. Se vi fosse stata, il Sovrano ne sarebbe stato informato sia dall’Arma che dalla Magistratura, che anche in regime di dittatura seppe mantenere una, posizione di dignitosissima indipendenza. Se la Magistratura avesse informato il Sovrano che esisteva – e non esisteva, come si è appreso nel corso del processo rifatto nel 1945 – una responsabilità di Mussolini quale mandante, il Re mio padre avrebbe saputo trovare il modo di risolvere la situazione».

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Umberto ricorda il tragico caso del deputato napoletano Avv.Rosano. Questi nel 1903 fu nominato ministro nel gabinetto Giolitti; ma dopo soli otto giorni fu accusato dai giornali di sinistra di avere approfittato della sua posizione, di deputato prima e di ministro poi, per favorire alcuni malviventi napoletani che erano stati suoi clienti. Vittorio Emanuele III chiamò il Rosano e gli fece delicatamente comprendere che, per difendere il suo onore, gli era necessario privarsi della carica di ministro. Il Rosano si dimise andò a Napoli a raccogliere le prove della sua innocenza e poi si uccise con un colpo di pistola, seduto dinanzi alla sua scrivania. Fu un caso impressionante che destò nel Re un senso di irritazione contro certi sistemi di polemica malevola, per cui in avvenire fu molto attento a vagliare le accuse che gli uomini politici si scagliavano l’un contro l’altro. «Il Re – spiega Umberto durante l’intervista di Maurano – conobbe in anticipo il testo del discorso che Mussolini pronunciò il 3 gennaio 1925 alla Camera per annunziare le leggi che instauravano la dittatura?».

©Maurizio Lodi

©Maurizio Lodi

Umberto narra come Vittorio Emanuele III «non ebbe in visione il discorso o un abbozzo del discorso» da Benito Mussolini. Il capo del Governo di proposito si astenne dal far conoscere al Re il tono dei discorso ch’egli avrebbe pronunciato: il che, successivamente fu causa di vivo malumore e di proteste da parte del Sovrano. Altro dato di forte rilievo – ai più sconosciuto – consta del fatto che Mussolini aveva così agito per ripicca, poiché prima di affrontare la Camera per la terza volta, egli aveva chiesto – invano – al Re il decreto di scioglimento in bianco dei Parlamento. «In realtà – prosegue Umberto – in politica avviene spesso che una azione ottenga il risultato opposto a, quello che si spera di ottenere. L’opposizione voleva annullare anche quel poco di dittatura che era in atto: ma la sua azione ha prodotto invece il rincrudimento della dittatura in forma quasi assoluta. Ho l’impressione che l’opinione pubblica, nella sua maggior parte, abbia accettato la decisione di Mussolini, che parve allora ispirata a fini apprezzabili. In sostanza, quella era una dittatura che si potrebbe dire “legale”, sul tipo di quella contemplata dalle leggi romane, almeno fino al II secolo avanti Cristo. Vi era un Parlamento liberamente eletto, e questo Parlamento approvò le leggi che vincolavano la libertà dei cittadini: vi era, naturalmente, il sottinteso che tali vincoli dovevano essere temporanei e non definitivi, perché allora non si sarebbe compreso come fosse possibile la convivenza fra una Corona costituzionale e un dittatore, che per suo carattere è una forma di ‘monarchia assoluta’». «Il fatto della dittatura in sé, data la sua necessaria temporaneità, poteva essere meno grave se, nel frattempo, si fosse costituito il nuovo sistema e poi gli si fosse dato libero gioco. La dittatura secondo la tradizione romana aveva appunto il carattere di temporaneità e di limitazione negli scopi, presso a poco come i pieni poteri che un Parlamento democratico concede di tanto in tanto ai governi: ma la dittatura bene intesa può essere un bene, come un governo democratico male inteso, può essere un male! Quello che conta sono appunto i fini che si vuole raggiungere, e i mezzi che si adoperano allo scopo. Lo stato corporativo cui Mussolini diceva di mirare, oltre ad immettere effettivamente e non soltanto in apparenza tutte le classi operanti della società nella vita nazionale, aveva il vantaggio innegabile di portare i cittadini ad esprimere la loro opinione nell’ambiente ad essi meglio conosciuto; sicché il voto del cittadino diveniva un voto specifico e non più un voto generico. Naturalmente, occorreva arrivare al punto in cui i cittadini potessero votare nel nuovo ordinamento, e non più nel barocco sistema della votazione su lista unica, che aveva l’aspetto, ma solo l’aspetto, di un referendum popolare a risultato già scontato!». 

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Ancora un frammento fotografico del 1926, dove il principe di Piemonte Umberto sfila all’uscita della tomba del Baracca. Da notare le sfumature di un’intera società: Umberto – come anche il reale carabiniere sulla sinistra della foto – saluta il pubblico festante con il saluto militare, simbolo della casata dei Savoia; di contro il pubblico civile, risponde con il saluto romano di forte orientamento fascista. Questa breve precisazione per far comprendere come durante l’unione politica della monarchia con il partito fascista, la Casa Reale ha sempre mantenuto le distanze da una ideologia, che poco aveva in comune con un’Istituzione monarchica e i fatti successivamente ne stabilirono le verità storiche. L’errore – se così può essere definito – del Re Vittorio Emanuele III, fu quello di affidarsi troppo alla politica aggressiva del Duce, che in cambio promise al Re, le ambite riforme che i Governi liberali non erano riusciti ad attuare in vent’anni di Governo.

Solo successivamente – nel 1928 – con l’istituzione, da parte di Benito Mussolini del Gran Consiglio del Fascismo, fu subito chiaro che il nuovo organismo mirava a diminuire l’autorità del Sovrano e anche, per quel che riguardava l’articolo sulla successione al Trono, a colpire la figura del Principe ereditario. I rapporti, tra la Corona e la dittatura fascista, iniziarono ad incrinarsi per l’azione stessa del partito, il quale cercava di controllare sempre di più tutti gli aspetti della vita nazionale e di annullare sempre più la personalità del cittadino. Continua Umberto, sempre rivolto al giornalista Silvio Maurano: «Il male maggiore il partito fascista lo fece nel far cadere di tono la stessa vita pubblica, con certo sanculottismo di pessimo gusto: vi sono dei toni che possono essere tollerati in talune zone di minor livello civile, ma non possono essere tollerati nei ceti medi e superiori, che viceversa li adottavano come abbellimenti nei loro salotti. Quanto alla esagerazione delle discipline di partito, penso che a questa si debba in gran parte la responsabilità dell’appiattimento della vita pubblica durante il ventennio e soprattutto quel conformismo che stona in un popolo che, come il nostro è tanto ricco di individualità, perfin troppo!».

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

16 giugno 1926, il principe di Piemonte Umberto sul palco per il ricordo – a Lugo di Romagna-, dell’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca. ©Maurizio Lodi

Umberto II osserva come: «Tutti se la prendevano con Starace, ma Bottai dice che la mania di voler “cambiare gli italiani” era proprio tutta di Mussolini, e Starace non era che il pedissequo esecutore di ordini…».
«Cambiare gli italiani – esclama Umberto – e perché mai? Gli italiani sono un grande popolo finché sono fedeli alle loro tradizioni e ai loro costumi: decadono tutte le volte che tentano di assumere modi e atteggiamenti di altri popoli. Purtroppo, anche questa è una vecchia piaga: pensi che sul finire del V secolo Teodorico doveva rimproverare agli italiani di avere adottato il barbaro costume del duello (giudizio di Dio) dicendo: “Lasciate che queste barbare usanze restino fra i miei rustici soldati, e non adottatele voi che avete le leggi più perfette che siano al mondo!”. Che idea! Cambiare gli italiani, che sono il popolo più vivo, più agile che vi sia sulla terra…»

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Fino al 1935, la dittatura era più del partito che del governo, in quanto Mussolini continuava a rispettare le formalità costituzionali. La dittatura personale era un fatto non contemplato, era frutto più di ascendente personale che di leggi che lo prescrivessero, con Vittorio Emanuele III che come garante dello Stato, cercava di “mediare” le continue pretese del suo Capo del Governo. 
Vittorio Emanuele III “moderava” Mussolini giornalmente, e ciò gli era possibile poiché il Duce, ebbe sempre estrema deferenza per il Sovrano e soltanto dopo il 1935 fece più volte il cattivo scherzo di mettere il Sovrano dinanzi a fatti compiuti difficilmente riparabili. D’altra parte, una dittatura larvata era ancora necessaria, mentre si preparavano le leggi che avrebbero dovuto modificare la struttura non soltanto statale, ma anche sociale ed economica.
Molti avevano ritenuto che dopo l’approvazione delle leggi sullo Stato Corporativo, si avrebbe avuto la fine del regime con pieni poteri.
Il generale e politico italiano Cesare Maria De Vecchi, conte di Val Cismon, afferma come la mancata concessione del “libero voto” all’interno delle corporazioni, fu dovuta al conflitto etiopico del 1935. Mussolini, difatti, voleva prima liquidare la faccenda etiopica, non solo perché un’impresa di quel genere richiedeva una disciplina completa dall’interno del sistema, ma soprattutto per avere successivamente un tale prestigio da poter contare con certezza sulla fedeltà degli italiani. Quanti allora in seno al fascismo vaneggiavano di maggior libertà di stampa, di libertà nella corporazione, guardavano tanto a Bottai quanto a Italo Balbo.

La fotografia – degli anni trenta – ritrae il Governatore della Libia, Italo Balbo in compagnia del principe Umberto, prima della partenza da Tobruk, per un volo dimostrativo.

Umberto aveva grande stima per Bottai, come ne ebbe per Balbo, che considerava persone di ricca capacità politica oltre che di grandissimo coraggio «non soltanto militare». Tuttavia, Mussolini accampando il pretesto dell’imminente impresa coloniale e della conseguente attenuazione della dittatura, non acconsentì al libero voto. Starace continuò a imperversare e i federali continuarono ad infierire sui fascisti che giocavano a “brigde“, e davano del “lei” o peggio baciavano la mano alle signore. In sostanza nel giudizio di Umberto, il regime funzionava saggiamente quanto a ordinamenti e a provvedimenti politici e sociali, ma irritava gli italiani con le ridicole fisime dello “stile“, con i controlli telefonici e postali, e con la rigida disciplina imposta alla stampa, che era diventata asfissiante.

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Si ringrazia per le fonti il sito: reumberto.it

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
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Infanzia e fidanzamento della regina Maria José del Belgio

Infanzia e fidanzamento della regina Maria José del Belgio

scritto da Giorgio Lazzarini. Servizio fotografico a cura di Maurizio Lodi

Il 18 marzo 1983, Umberto di Savoia moriva all’ospedale cantonale di Ginevra. Un tumore alle ossa lo aveva costretto a una lunga degenza, prima alla London Clinic, una delle più lussuose della capitale britannica, poi in Svizzera.
Con lui se ne andava l’ultimo Re d’Italia, lasciando agli storici l’arduo compito di rispondere alla domanda che lo ha accompagnato per tutta la vita: che re sarebbe stato se avesse potuto regnare? A dodici mesi dalla sua scomparsa, e pochi giorni dopo che i Savoia si sono ritrovati nell’Abbazia di Hautecombe a pregare sulla sua tomba: Oggi proponiamo un ritratto della coppia reale ricostruito attraverso i ricordi dell’allora vedova, Maria José, l’ultima regina d’Italia.
Una visione, la quale è anche uno spaccato di vita italiana.

Era figlia di Alberto I di Sassonia-Coburgo-Gotha, divenuto re dei belgi dal 1909, e di Elisabetta di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera. I suoi nonni paterni erano il conte Filippo di Fiandra e la principessa Maria di Hohenzollern-Sigmaringen; quelli materni il duca in Baviera Carlo Teodoro e la sua seconda moglie Maria José di Braganza, nata infanta di Portogallo. Crebbe con i due fratelli maggiori Leopoldo e Carlo Teodoro in un ambiente famigliare aperto, intriso di cultura, dove, grazie ai vasti interessi dei genitori, sviluppò sia le sue doti artistiche studiando il pianoforte e il violino, sia le sue doti sportive e apprese, guidata dal padre, il quale era tra l’altro incline alle idee socialiste, sia la cultura classica sia quella contemporanea.

 

Durante la sua infanzia dovette affrontare il tragico periodo della prima guerra mondiale, durante il quale venne mandata con i fratelli a vivere in Inghilterra, mentre il padre in patria comandava personalmente l’esercito belga, guadagnandosi il soprannome di “Re cavaliere”, e la madre svolgeva attività di assistenza presso i feriti. Venne educata per un matrimonio reale e destinata dai genitori, fin da piccola, a sposare Umberto di Savoia, erede al trono d’Italia[8], figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Per questo motivo frequentò il collegio della Santissima Annunziata a Villa di Poggio Imperiale, dove apprese la lingua italiana. Il primo incontro dei due futuri sposi avvenne nel 1916, al castello di Lispida a Monselice. Terminati gli studi in Italia nel 1919, si iscrisse al collegio delle suore del Sacro Cuore di Linthout, in Belgio; in precedenza, nel 1915 (mentre era rifugiata in Inghilterra), aveva studiato presso il convento delle Orsoline di Brentwood. ©Maurizio Lodi

«Durante la sua permanenza in Belgio per i festeggiamenti ufficiali, il mio promesso sposo subì un attentato da parte di un fuoruscito italiano, rimanendo per fortuna incolume», racconta l’ex regina. «A me non venne detto nulla» – «Al successivo ricevimento, tutti si congratulavano per lo scampato pericolo. lo, naturalmente, tacevo. Lui mi giudicò indifferente e mi tenne il broncio finché l’equivoco non fu chiarito» – «Ci incontrammo per la prima volta vicino a Padova. Avevo 11 anni» – «Alla vigilia del matrimonio ricevetti centinaia di lettere anonime, molte delle quali minacciose, che dipingevano a tinte fosche mio futuro. Qualcuna preannunciava che avrei fatto la fine di Maria Antonietta» – «Quando andai da Bruxelles a Roma per le nozze, salì sul treno una stazione prima di Termini per offrirmi un mazzo di lillà» – «La cerimonia nella cappella Paolina del Quirinale, in un’atmosfera da favola, mi sembrò la sequenza di un film»
«Fin dall’adolescenza sapevo che un giorno avrei sposato Umberto. Questa prospettiva aveva assunto per me la forma di un sogno meraviglioso. Un sogno che d’altra parte mia madre incoraggiava: mi parlava di un principe affascinante in termini così entusiastici che ai miei occhi Umberto era arrivato a rappresentare l’apice della perfezione». Con queste parole Maria José spiegherà, quarantadue anni dopo il «», per quali motivi un giorno del 1930 sposò Umberto di Savoia. Un matrimonio di convenienza, deciso dalle famiglie più che dagli sposi. Perché Umberto e Maria José, a detta dei loro biografi, avevano ben poco in comune, erano diversi di carattere, appartenevano a due mondi lontani, coltivavano interessi opposti. E, soprattutto, tra loro non scoppiò mai la scintilla del grande amore. Anche se il destino li aveva fatti incontrare molto presto, addirittura bambini.
Firenze, Poggio Imperiale, febbraio del 1918. Da circa un anno Maria José è in collegio all’Istituto della Santissima Annunziata. I suoi genitori, Alberto ed Elisabetta, sovrani del Belgio, l’hanno mandata a studiare nel nostro paese per realizzare un sogno . Alla ragazza da sempre innamoratissima dell’Italia, ma forse anche per altre ragioni. Nel suo Umberto, edito da Bompiani, Silvio Bertoldi scrive: «Un,accordo preciso esisteva fin da quegli anni tra i Savoia e i Sassonia Coburgo, tale da facilitare più avanti la decisione, già presa dai due re, di unire attraverso le nozze dei figlioli gli interessi delle reciproche dinastie. Non per nulla Maria José era stata mandata ad educarsi a Firenze, perché crescesse “all’italiana” e cominciasse subito a conoscere il paese su cui un giorno avrebbe regnato».
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Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001), nata principessa del Belgio, fu l’ultima regina d’Italia come consorte di re Umberto II. Poiché il suo regno durò solamente dal 9 maggio al 18 giugno 1946, venne soprannominata dagli italiani Regina di maggio. Il suo nome italianizzato era Maria Giuseppina di Savoia, ma ella non lo volle mai usare, nemmeno nei documenti ufficiali come l’atto di matrimonio. È l’unica regina italiana la cui effigie appare su una serie di francobolli regolarmente emessi: le Nozze del Principe Umberto II.

Il primo passo – per l’incontro – avviene dalla parte della famiglia sabauda. Ricorda Maria José: «Un giorno si presentò al Poggio un gentiluomo della Corte d’Italia, il conte Solaro del Borgo, per annunciarmi che il re e la regina d’Italia mi avevano invitata a Battaglia, presso Padova. Prima della partenza il conte corse in un negozio per comprarmi gli abiti più adatti della mia uniforme collegiale e ritornò con un mantello e un cappello blu con i quali mi sentivo un po’ goffa». E forse, insinuano i biografi più pettegoli, sente il cuore battere un po’ forte: perché ha capito che se conoscerà il Re e la Regina, di sicuro incontrerà anche l’erede al trono. Sì, proprio quel giovanissimo principe che tante volte ha ammirato sull’Illustrazione italiana, ritratto sempre in divisa grigioverde da marinaretto, come quella dei fanti di marina del battaglione San Marco. Un ragazzo molto bello, slanciato, dai lineamenti fini, occhi castani e pensosi come quelli della madre montenegrina, bocca carnosa e dentatura perfetta, sempre sorridente, elegante e aggraziato nei gesti. Quanto a lei, poi, è una bambina bionda, dai capelli ricci ricci, gli occhi azzurrissimi e le gambe lunghe. I capelli ricci la fanno disperare, dal momento che a lei piacciono ‘ lisci e quindi è costretta a passare ore e ore davanti allo specchio.
«Prendemmo il diretto che andava a Padova», continua Maria José, «da dove proseguimmo in aut, verso la stazione termale di Battaglia. Ci fermammo davanti alla villa reale, non appena giù dall’auto, una signora alta e forte, vestita di pesante lana blu, mi diede un bacio era la regina. Mi sorprese la sua tenuta un po’ troppo campagnola: accanto ; lei vidi la sua copia perfetta, ma più giovane e più snella, la sorella Jolanda. E un ragazzino di tredici anni in costume da marinaretto: era Umberto… Ne giorni successivi, ìn auto scoperta nonostante il rigore della stagione, esplorammo i dintorni. Seduti sugli strapuntini, Umberto ed io non ci scambiavamo nemmeno una parola. Non scendevamo mai dal l’auto se non per dei pic nic, mentre la regina Elena non faceva altro che scattare fotografie…». Un giorno la comitiva reale si reca a Venezia, dove Maria José prende posto sulla gondola accanto a Umberto. La principessa Jolanda, che ha da poco compiuto diciassette anni li osserva attentamente l’uno vicino all’altra e commenta: «Ma come sta te bene insieme, voi due» Di quella vacanza spensierata alla principessina belga rimane una foto a lei molto cara: «Quando ritornai al Poggio, a poco a poco i miei ricordi d Battaglia si offuscarono. Ma conservai preziosamente nel mio banco la foto di Umberto».

©Maurizio Lodi

Foto di edizione belga della Principessa Maria Josè in patria con la Famiglia Reale. Da sinistra a destra è osservabile il Re Alberto I, la Regina Elisabetta e il fratello Leopoldo. ©Maurizio Lodi

Foto di edizione belga della Principessa Maria Josè in patria con la Famiglia Reale. Nella foto in compagnia del principe Edoardo, duca di Windsor (al centro). A destra Re Alberto I, mentre sulla sinistra Maria José e la Regina Elisabetta. In terzo piano i fratelli Leopoldo e Carlo Teodoro. ©Maurizio Lodi

Arrivano le vacanze dell’estate 1918 e Maria José torna in Belgio, nella residenza di La Panne, vicino alla mamma infermiera e al papà soldato. Trova il maggiore dei fratelli, il futuro Re Leopoldo, in divisa da fante e l’altro fratello Carlo in divisa da cadetto della marina britannica. Sogna l’Italia e a un’amica di collegio scrive: «Pensa che gioia, i miei genitori mi hanno finalmente dato il permesso di stare con voi nel dormitorio. Mi farò dare un letto accanto a te, sarò come tutte le altre». Una gioia, quella accarezzata dalla principessina incline a non far pesare il proprio rango sulle pur aristocratiche compagne, che rimarrà un sogno. Perché la guerra finisce e i sovrani del Belgio non ritengono più necessario rimandare la loro figliola a Firenze. Maria José e Umberto si rivedono per la seconda volta nel 1922, quando lui, sottotenente di fresca nomina imbarcato per la crociera sulla nave Ferruccio, tocca il porto di Anversa e compie la visita di rito alla famiglia reale belga. Poi nel 1923, lei è invitata per qualche giorno a Racconigi, ma si vedono poco. Umberto non ha molto tempo per pensare all’amore con la “A” maiuscola, troppo preso da una vita gaia, fatta di feste da ballo per le quali è felicissimo, poiché è un ballerino infaticabile, suona il pianoforte, canticchia le canzoni alla moda. E la fama di ardente amatore lo segue ovunque. Annota Silvio Bertoldi: «Era di sicuro largamente popolare. Ma quali fossero i suoi pensieri, che desideri, che temperamento e che grado di autentica spregiudicatezza avesse, nessuno potrebbe dire. L’animo del principe mostrava mille facce. Un uomo su cui è difficile dare un giudizio. E arrivato ad apparire, ad un tempo, confidente e riservato, sensuale e casto, intraprendente e timido, stravagante e abitudinario, aggressivo e prudente, bizzarro e formalista, parrocchiale e libertino».
Il terzo incontro avviene in occasione delle nozze del duca Amedeo delle Puglie (poi duca d’Aosta, eroe dell’Amba Alagi) con Anna d’Orléans, celebrate a Napoli nel 1927. Nel corteo nuziale il cavaliere che dà il braccio a Maria José è proprio Umberto di Savoia. E al passaggio di questa giovane coppia, la folla applaude per la simpatia istintiva che i due suscitano. Nel settembre del ’29 il fidanzamento ufficiale. Umberto va in Belgio in automobile, accompagnato dal conte Santorre di Santarosa. Ma se la prende comoda, prima soggiorna un po’ in Germania, poi fa tappa ad Amburgo. Incontra Maria José, con la quale deve sancire l’accordo per l’annuncio del fidanzamento, nel castello di Losanges, vicìno a Bastogne. Arriva guidando personalmente l’auto e in abito sportivo. Il suo charme incanta tutti e la contessa Van den Steen, una madama di compagnia, rapita, confesserà di «aver avuto l’impressione che tutto fosse stato con amore predisposto dalla Provvidenza per la gioia di queste due creature di Dio».
Da Losanges i due principi si trasferiscono poi al castello reale di Laeken dove li attendono i sovrani belgi. Tenendo il principe per mano, Maria José dice semplicemente ai genitori: «Papa, maman, nous sommes fiancés». L’annuncio ufficiale avviene il mese dopo. «Sono felice», confida la principessina alla sua prima istitutrice, «io bionda, lui bruno, saremo una coppia perfetta. Andrò a vivere per sempre in Italia. Mi pare un racconto di fate» – «Quanto mi sembrano lontani quei giorni», spiega Maria José. «Quando durante i festeggiamenti ufficiali Umberto si recò a deporre una corona al monumento del Milite Ignoto e un fuoruscito italiano, Ferdinando De Rosa, sparò contro di lui, a me non venne detto nulla. Soltanto dopo seppi quel che era accaduto e riuscii a capire perché alla colazione all’ambasciata d’Italia tutti si congratulavano con lui per il suo comportamento coraggioso. Anzi, io mi domandavo: “Si complimenta un fidanzato per il suo coraggio?”. – «Udito lo sparo il principe nemmeno si era voltato. Tra le personalità che lo accompagnavano vi fu uno sbandamento, ma egli rimase impassibile, calmissimo. I belgi erano ammirati per il suo contegno».

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Maria José e la Regina Elisabetta. ©Maurizio Lodi

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«Alla colazione dell’ambasciatore Durazzo, eravamo seduti vicini e Umberto si aspettava naturalmente che anch’io gli dicessi qualcosa, che mi felicitassi con lui per lo scampato pericolo, che gli manifestassi il mio rincrescimento per l’attentato. Invece non gli dissi nulla poiché ignoravo completamente i fatti. Umberto si imbronciò per questo e più tardi non mi nascose di essere rimasto sorpreso per la mia indifferenza. Era così che l’amavo? Ridiventò di buonumore quando il malinteso poté essere chiarito». – «L’attentato di De Rosa fu l’incidente più clamoroso; ma in quel periodo i tentativi di fuorusciti, autorevoli o sconosciuti, che tentavano di dissuadermi da quel matrimonio, furono molti: dicevano che, diventando la moglie di un principe italiano sotto il fascismo, sarei andata incontro alle peggiori catastrofi. Mi giunsero centinaia di lettere anonime, moltissime dall’America del Sud. Alcune erano minacciosissime e mi avvertivano che avrei fatto la fine di Maria Antonietta, che in Italia sarebbe scoppiata la rivoluzione e che a me avrebbero tagliato la testa. Dicevano che la monarchia non sarebbe durata in Italia, e mi dipingevano l’avvenire a tinte fosche». – «Però io ero così entusiasta di diventare la moglie di Umberto che nulla mi spaventava. Facevo vedere le lettere a Umberto e lui rimaneva impassibile, non spiegava niente. Mi diceva soltanto: “Devi capire che in Italia non si può fare quello che si vuole”. Tutto questo mi incuriosiva, rendeva ancora più interessante la mia prospettiva di andare in Italia. Umberto ha una posizione difficile, pensavo. Questo me lo renderà più simpatico».
Il treno reale mandato da Roma per la sposa, parte da Bruxelles il 3 gennaio 1930. Lascia la stazione della capitale belga fra applausi, inni e fiori: i belgi acclamano in massa la loro principessa che va a sposare l’erede al trono. Alla stazione di Trastevere, ultima sosta prima dell’arrivo a Termini dove attendevano i reali d’Italia, sale sul treno Umberto, accompagnato dal suo aiutante di campo. Una gentile improvvisata non prevista dal protocollo. In divisa da colonnello dei granatieri, l’erede al trono d’Italia fa un compito baciamano alla sposa, poi la bacia sulla guancia, le offre un mazzo di lillà e un altro mazzo di fiori lo offre alla futura suocera. Maria José indossa un abito bianco, gli occhi azzurrissimi le luccicano di commozione. Alle 10 del 5 gennaio il convoglio entra alla stazione Termini: i binari sono stati ricoperti da una pedana rossa, anche la pensilina è addobbata di rosso, con bandiere e stemmi. Vittorio Emanuele III e la regina Elena aspettano il treno raggianti. L’8 gennaio del 1930 le nozze, celebrate a Roma nella cappella Paolina del Quirinale, dall’arcivescovo di Pisa cardinale Maffi. Testimoni per Umberto, i duchi d’Aosta e di Genova; per Maria José i fratelli Leopoldo e Carlo. Il presidente del Senato, Luigi Federzoni, funge da ufficiale di stato civile. Ovunque, nella capitale in festa, lo scudo di Casa Savoia appare accanto al fascio del regime fascista.
«Il mio abito di velours bianco panna», continua Maria José rievocando quel giorno, «era stato disegnato da Umberto personalmente, come anche il mantello ricamato d’oro lungo cinque metri, che, per quanto portato da quattro gentiluomini di corte, mi pesava incredibilmente sulle spalle. Mio padre mi condusse all’altare situato in fondo a una lunga serie di saloni pieni di regine e di re, per lo più detronizzati. La cappella offriva una visione incantevole. Gli scintillanti diademi delle dame di corte e gli abiti ricchi di decorazioni dei dignitari attribuivano all’ambiente un aspetto particolarmente mondano. Al momento dello scambio degli anelli centinaia di colombi bianchi spiccarono il volo dalla piazza del Quirinale. Il cielo era nuvoloso e la pioggia si alternava a qualche breve schiarita. Il popolo vi riconobbe un felice presagio secondo il detto “sposa bagnata, sposa fortunata”. Dopo la cerimonia fummo ricevuti da Pio XI».
Poi incominciarono i festeggiamenti. «Un cinematografo», rammenta Maria José ripensandoci dopo tanti anni. Forse perché sono festeggiamenti di una eccezionale solennità: il corteo delle carrozze lungo la via Nazionale, il ricevimento intimo a Villa Savoia, il gran ballo al Quirinale, i saloni della reggia gremiti di invitati. Ammette con una punta di nostalgia: «Se ripenso a quel giorno, a quei giorni, mi sfilano davanti agli occhi un’infinità di immagini, i fatti mi paiono così labili, così inconsistenti. Come le immagini di un film, appunto».

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Visita dei Reali alla città italiana di Fiume

Visita dei Reali alla città italiana di Fiume

servizio fotografico a cura di Maurizio Lodi

L’attuale città croata di Rijeka è stata chiamata sotto l’annessione italiana “Fiume”. Con 175.486 abitanti nel 2011, è la terza città della Croazia per popolazione dopo Zagabria e Spalato. Situata sull’Adriatico (Golfo del Quarnaro), è capoluogo della regione litoraneo-montana, sede universitaria e arcivescovile. Già parte del Regno d’Ungheria dal 1779 al 1919 nell’ambito dell’Impero austriaco e quindi di quello austro-ungarico, costituì lo Stato libero di Fiume dal 1920 al 1924; fu quindi parte del Regno d’Italia dal 1924 al 1945 come capoluogo dell’omonima provincia, per poi passare alla Jugoslavia nel 1947 e quindi dal 1991 alla Croazia. Sotto la dominazione comunista, i molteplici monumenti e strutture, appartenenti al periodo italiano, sono stati distrutti, così come la popolazione fiumana – di lingua e cultura italiana – è stata costretta al triste esodo, a causa della pulizia etnica del regime: un’altra tragedia nazionale.

L’Impresa di Fiume consistette nella ribellione di alcuni reparti del Regio Esercito (circa 2.600 uomini tra fanteria e artiglieria) al fine di occupare la città adriatica di Fiume, contesa tra l’Italia e il neonato Regno di Jugoslavia. Organizzata da un fronte politico a prevalenza nazionalista e guidata dal poeta Gabriele D’Annunzio, la spedizione raggiunse Fiume il 12 settembre 1919, proclamandone l’annessione al Regno d’Italia. L’occupazione dei “legionari” dannunziani durò 16 mesi con alterne vicende, tra cui la proclamazione della Reggenza Italiana del Carnaro. Avendo lo scopo di influire sulla Conferenza internazionale della pace, l’Impresa fiumana raggiunse l’epilogo con l’approvazione del Trattato di Rapallo. L’opposizione dei dannunziani all’applicazione del trattato portò il governo Giolitti ad intervenire con la forza, sgombrando Fiume durante le giornate del Natale 1920.

Alle 10,35 del 17 marzo 1924 il Re scende dalla scaletta della R.N. “Brindisi” ancorata nel porto di Fiume. Gli si fanno incontro l’ex Alto Commissario Roberto De Seppi, con un valletto che sorregge un cuscino di velluto rosso sul quale sono posate le chiavi della città. Fiume è italiana da due mesi. Ossia da quando il 27 gennaio è stato siglato tra Italia ed Jugoslavia il “Patto di Roma” a firma di Benito Mussolini e del Presidente del Consiglio jugoslavo Nicola Pasic.

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Fiume 17 marzo 1924 Sbarco di S.M. il Re nel porto di Fiume per la cerimonia di annessione al Regno d’Italia. A ricevere Vittorio Emanuele III l’ex Alto Commissario Roberto De Seppi che porge al Re le chiavi della città dicendo: “Gradisca la Maestà Vostra l’offerta devota delle chiavi della Porta Maggiore che nel 1508 si aperse per accogliere Venezia e oggi si riapre davanti alla Maestà del Re Soldato personificazione dell’Italia vittoriosa”.

Il trattato riconosce la sovranità italiana su Fiume e sul porto e la sovranità jugoslava sulla maggior parte del territorio extra-cittadino di Fiume e sul porto Baross. E’ firmato anche un patto di amicizia della validità di cinque anni. Alcuni ricordano che queste stesse condizioni erano state respinte in passato da Mussolini il quale aveva affermato che “di fronte a una razza come la slava inferiore e barbara non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma del bastone“.

Visita del Principe di Piemonte Umberto di Savoia a Fiume nel luglio 1938

In questa occasione il Presidente del Consiglio italiano sembra convertirsi alla moderazione. Il Re gli è grato e gli conferisce il Collare dell’Annunziata il più alto ordine sabaudo (chi ne è insignito può gloriarsi d’essere “cugino del Re“): A Gabriele D’Annunzio promotore qualche anno prima di un imbarazzante colpo di mano sulla città dona il titolo di Principe di Montenevoso.

Fiume 31 luglio 1938 Visita del Principe di Piemonte Umberto di Savoia accompagnato da S.A.R. Aimone di Savoia Aosta Duca di Spoleto

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I viaggi di formazione del principe Umberto negli anni venti

I viaggi di formazione del principe Umberto negli anni venti

servizio fotografico a cura di Maurizio Lodi

Nel 1918, il principe di Piemonte Umberto di Savoia, ottiene la licenza ginnasiale e l’accesso al Collegio Militare di Roma. Nel 1920 parte per una delle sue crociere più importanti a bordo di un incrociatore da settemila tonnellate il “Ferruccio“: è un viaggio di studio. Deve trascorrere molte ore sul quadrante per apprendere come si conduce una nave da guerra, fare ginnastica, addestrarsi ai gesti dei comandanti, familiarizzare ma non troppo con gli altri allievi della Regia Accademia Navale di Livorno. Nel 1921 a soli 17 anni consegue la maturità classica.

Dal 10 luglio al 24 ottobre del 1921, il principe Umberto sull’incrociatore corazzato R.N. “Ferruccio”, tocca le basi navali britanniche della Scandinavia dell’Olanda del Belgio e della Spagna. Qui è ritratto nello scalo del porto di Ostenda in Belgio.

Il presidente della commissione ha avuto l’ordine di essere severissimo. Si chiama Pietro Badoglio. E l’ordine è eseguito. Umberto si presenta preparatissimo ed ha eseguito lodevolmente il tema che gli era stato dettato: “Quanto più viaggiando direttamente si conoscono i doni prodighi che Natura fece all’Italia e quelli che l’arte aggiunse tanto più ci si sente orgogliosi del Paese in cui abbiamo avuti i natali“.

Il principe Umberto con l’equipaggio dell’incrociatore corazzato R.N. “Ferruccio” nello scalo di Kiel in Germania.

Nel 1922 mentre si trova sul “Ferruccio” per un’altra crociera di studio gli arriva la nomina a Sottotenente dei Granatieri. Si iscrive poi alla Regia Università di Padova – facoltà di Giurisprudenza -, ma non per questo non gli è consentito abbandonare lo studio dell’arte militare. Nel 1924 sbarca a Rio de Janeiro, dove si è recato con la divisione navale formata dagli incrociatori “San Giorgio” e “San Marco“. Ad accoglierlo Pietro Badoglio con gli emigrati italiani tutti accorsi al porto per acclamarlo.

Foto autografata del principe Umberto, ritratto sull’incrociatore corazzato R.N. “Ferruccio” a Taranto nel 1921.

Crociera del principe di Piemonte Umberto di Savoia nei Mari del Nord: 10 luglio-24 ottobre 1921. Esercizi fisici del Principe Umberto sull’incrociatore corazzato “Ferruccio”

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1908: l’adozione del panno grigio-verde da parte del Regio Esercito

1908: l’adozione del panno grigio-verde da parte del Regio Esercito

servizio fotografico a cura di Maurizio Lodi

Dopo il felice esperimento fatto a Roma dal “47° Reggimento Fanteria“, una parte di alcuni uomini vestivano già la nuova uniforme, la quale presto veniva estesa ed adottata da tutto l’Esercito Nazionale a partire dal 1908. Il colore prescelto fu il grigio-verdognolo che rende il soldato quasi invisibile a qualche centinaio di metri. In essa è soppresso completamente il kepi come pure il cappotto che viene sostituito da una giubba di panno spesso più lunga dell’attuale con quattro tasche cui va ad aggiungersi nel periodo invernale una mantellina di panno nero.

I pantaloni terminano ad imbuto chiudendosi con legacci all’estremità inferiore, dove sono rinserrati dalle scarpe ad alti gambali. Quindi niente più uose (tipo di ghette basse che proteggono la caviglia, coprono la parte alta della scarpa e la parte bassa del polpaccio fornendo una protezione al punto di congiunzione tra la calzatura e i pantaloni. Non sono da confondersi con degli stivaletti poiché non hanno la parte inferiore, niente suola o tacco): in compenso si ha un panciotto sempre di panno grigio che permetterà di portare nel periodo estivo la tunica aperta sul petto. Al bavero rovesciato verrà sostituito quello dritto alla tedesca.

Foto del periodo del primo conflitto mondiale: Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, ed il Presidente Francese Poincarè decorano reparti della Brigata “Piemonte”

Torino 20 novembre 1927: Il Principe Umberto alla Festa del 92°Reggimento Fanteria

Tale divisa verrà adottata da tutti i corpi, con lievi varianti. Servirà per le manovre, per le esercitazioni e per la guerra. Anche l’equipaggiamento dei soldati è mutato. Allo zaino viene sostituita una borsa-zaino di tela impermeabile e sul davanti due giberne snodate, le quali  permettevano di portare un maggior numero di cartucce. In ogni zaino era presente un paio di scarpe di tela per il ricambio, anziché di cuoio, per riposare e rinfrescare il piede. L’attuale equipaggiamento completo pesa poco meno di 19 kg: il nuovo invece 13,5 kg.

Il primo utilizzo delle nuove dotazioni avvenne il 29 settembre del 1911: dopo un ultimatum che concesse all’Impero Ottomano ventiquattro ore di tempo per sottomettersi alla pretese italiane, il governo Giolitti dichiara guerra alla Turchia. Coerentemente con tutta la sua impostazione politica, Giolitti era sempre stato contrario alle avventure coloniali e neppure in tale ora gli sorrise mai l’idea di impegnare le già scarse risorse dell’Italia in un conflitto che sarà in ogni caso dispendioso. Ma al punto in cui giunsero gli eventi, dopo un’intensa campagna di stampa che vide scendere in lizza anche il poeta Pascoli Giolitti, se non cambiò opinione sul conflitto fu stato costretto a modificare la tattica, forse anche nella convinzione di poter imbrigliare con la guerra l’opposizione di destra.

Visita delle LL.MM. Maestà Vittorio Emanuele III ed Elena ai feriti della Guerra Italo-Turca presso l’Ospedale Militare di Palermo nel 1912.

L’intervento in Libia avviene grazie alle pressioni degli ambienti economici e dell’alta finanza, appoggiate dalle esortazioni dei nazionalisti, nonché dalla volontà di effettuare una concessione politica alle destre, dopo tanti appoggi concessi alla sinistra.  Sul conto della Libia corrono inoltre voci di mirabolanti ricchezze naturali, le quali aspettano solo di essere portate alla luce e sfruttate. Si tratta in realtà di argomenti fantasiosi, fatti apposta per giustificare un’impresa dettata solo da considerazioni di prestigio e da fattori emotivi. Alla fine di settembre Giolitti manda improvvisamente il suo ultimatum ai turchi protestando contro il rafforzamento delle basi militari ottomane in Libia e contro la provocatoria ostilità turca data dalla penetrazione economica italiana. Il governo italiano dichiarò che l’occupazione da parte dell’Italia è imposta “dalle esigenze generali della civiltà“.

1912: truppe coloniali del Regio Esercito, entrano a Tripoli.

Alla stesura dell’ultimatum collabora attivamente il Ministro degli Esteri Antonio di San Giuliano, ex sindaco di Catania di tendenze conservatrici e triplicista convinto. Ricevendo l’ultimatum italiano i turchi non hanno che due alternative:
_cedere e consegnare all’Italia la Libia;
_combattere.
L’Impero Ottomano è l’ombra di se stesso e il sultano, piuttosto di imbarcarsi in un conflitto, è disposto a far concessioni. Ma Giolitti ormai si è fatto prendere la mano dai bellicisti a oltranza. L’Italia si appresta così con eccessivo ottimismo nello scendere in guerra. Dal punto di vista strategico e militare l’impreparazione italiana risulta pressoché assoluta: le forze armate non sono state adeguatamente preavvertite e scarseggiano i rifornimenti come anche le armi.
L’unica industria in grado di fornire attrezzature moderne anche in campo bellico è la Fiat di Torino che viene indotta ad intensificare la produzione. Il poco o nulla di serio che si è fatto per prepararsi militarmente alla guerra africana è anche la conseguenza di un’errata valutazione della realtà libica: si è infatti convinti da molte parti, che basti una campagna di poche settimane e qualche cannonata ben assestata per disperdere le deboli guarnigioni turche. Si possedeva la convinzione, sul fondamento di informazioni interessate, che le tribù indigene berbere, pur di liberarsi dai turchi oppressori, siano pronte a solidarizzare con le liberatrici truppe italiane comandate del Generale Caneva.
Viceversa l’una e l’altra previsione si riveleranno sbagliate. Così come del tutto errata si rivela l’idea che le grandi potenze si dimostrino indifferenti di fronte all’intervento italiano destinato a sconvolgere gli equilibri politici esistenti nel Mediterraneo.
Persino i governi amici di Vienna e Berlino legati a Roma dal Trattato della Triplice si dichiarano contrari all’impresa libica definendola “una pericolosa e cinica violazione del diritto internazionale”. Comunque sia l’avventura coloniale di Giolitti comincia il 5 ottobre con lo sbarco di truppe italiane a Tripoli e sarà destinata a concludersi dopo un anno di operazioni con un parziale successo italiano: la vittoria tuttavia è limitata dal fattore che il controllo italiano si estende oltre una ristretta fascia costiera del territorio libico ed è stata ottenuta più in virtù della debolezza turca, che dalla potenza italiana. Il Trattato di Losanna del 1912 sancirà il successo dell’Italia e la sua sovranità in terra libica.

 

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