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Storia partitocratica monarchica dal 1944 ad oggi

Storia partitocratica monarchica dal 1944 ad oggi

di Domenico Giglio 08/02/2018

Durante il periodo del Regno e quindi della Monarchia, non aveva alcuna logica l’esistenza di un partito o di un movimento monarchico, aderendo alla istituzione monarchica la grande maggioranza dei parlamentari dalla destra al centro-sinistra, con l’eccezione spiegabile del partito repubblicano mazziniano, e quella meno spiegabile del partito socialista, nei suoi vari tronconi, incapace di imboccare la strada del riformismo, salvo casi sporadici seguiti da espulsione, per cui, al massimo esistevano delle associazioni, per lo più locali, che riaffermavano la fedeltà alla Casa Savoia, e tutto questo oltre tutto, fino al consolidarsi del fascismo, come regime a partito unico, che già mal tollerava, anche dopo la Conciliazione del 1929, l’esistenza e l’attività delle organizzazioni cattoliche, tenacemente difese dalla Chiesa, tra cui quelle universitarie, che servirono infatti dopo il 25 luglio 1943, a costituire, insieme con i vecchi quadri del Partito Popolare, l’ossatura della Democrazia Cristiana, il nuovo nome assunto al posto del “popolare”.

Locandine referendarie del 1946 pro-monarchia e bagno di folla al Quirinale, Roma, all’affaccio del Re Umberto II.

Perciò dopo l’otto Settembre 1943, di fronte all’attacco concentrico alla Monarchia dal Nord, repubblica-sociale, e dal Centro-Sud, comitato di liberazione nazionale, composto da partiti liberale, democratico-cristiano, democratico del lavoro, socialista, comunista e d’azione, particolarmente accanito contro il Re Vittorio Emanuele III, il principe Umberto, con fantomatici dossier, e tutta Casa Savoia, si pensò di riunire nel Meridione, senza coinvolgere il Sovrano, i sostenitori del mantenimento dell’istituzione monarchica, con iniziative varie, alcune combattentistiche ed altre politiche come il Partito Democratico Liberale, dell’onorevole prefascista (1919 -1926), ed antifascista, Raffaele De Caro, dove fece le sue prime esperienze il trentenne professore Alfredo Covelli, ma è dopo la liberazione di Roma, nel Giugno 1944, che nascono sia il Partito Democratico italiano, ad opera di Enzo Selvaggi, anche lui giovane di trentuno anni ed all’inizio della carriera diplomatica, con un giornale battagliero “Italia Nuova”, dove scrivevano il marchese Roberto Lucifero, il giornalista e scrittore napoletano Alberto Consiglio, insieme con numerosi giovani, sia una associazione apartitica, l’Unione Monarchica Italiana, (agosto 1944), anche qui ad opera di un giovane ufficiale, il conte Luigi Filippo Benedettini e di un altro ex-ufficiale Augusto De Pignier.
E dal Sud approdava a Roma, dandone la Presidenza al senatore Alberto Bergamini, figura prestigiosa di liberale antifascista, già direttore del “Giornale d’Italia”, la Concentrazione Democratica Liberale, con Segretario Emilio Patrissi e Vice Segretario Alfredo Covelli.
Questa presenza giovanile era senza dubbio significativa ed apprezzabile, ma logicamente mancava di esperienze, con nomi praticamente poco conosciuti, mentre i “grandi vecchi”, ad eccezione di Bergamini, ovvero Ivanoe Bonomi, Benedetto Croce, Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, si erano tutti piuttosto defilati di fronte al problema istituzionale, anche se successivamente, prima del Referendum, fecero esplicite dichiarazioni a favore del mantenimento della Monarchia dei Savoia, avendo abdicato il 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele, ed essendo divenuto Re, il principe di Piemonte Umberto, che aveva bene operato nei due anni di Luogotenenza.
Vi erano quindi politicamente dei giovani “generali”, ma mancavano i “quadri”, né questi esistevano nel Partito Liberale, l’unico dei sei partiti del CLN, che, a maggioranza si fosse pronunciato a favore della Monarchia, essendo sorto come partito, proprio quando si stava affermando il fascismo, e quindi non aveva potuto costituire quella struttura organizzativa che avevano i “popolari” ed i socialisti, e che, rimasta “dormiente” nel ventennio, permise agli stessi, ed al Partito Comunista di riprendere l’attività dopo il 1944, in tutto il territorio nazionale, via via che lo stesso venisse “liberato” dalle forze anglo-americane, alle quali si erano aggiunti anche reparti del Regio Esercito, e nelle regioni ancora occupate dai tedeschi di operare clandestinamente con la Resistenza.
La situazione non cambiò molto nei due anni dal 1944 al 1946, per cui la campagna elettorale del Referendum Istituzionale, e per la Costituente, fu condotta in ordine sparso. Per la Costituente vi era una sola lista nazionale dichiaratamente monarchica, il Blocco Nazionale della Libertà, con simbolo una “Stella a Cinque Punte”, che non aveva però qualcosa che richiamasse la Monarchia, e che non era presente in tutte le circoscrizioni, ed alcune liste altrettanto dichiaratamente monarchiche anche nei simboli, ma su scala locale, che nel complesso presero 75.000 voti, ma nessun seggio, disperdendo perciò il voto che con i 680.000, pari al 2,8%, del Blocco, avrebbe fatto eleggere più di 16 Costituenti.
In ogni caso la propaganda per la Monarchia ricadde quasi esclusivamente sui candidati del Blocco nazionale della libertà, che vide eletti i giovani Alfredo Covelli, Enzo Selvaggi, Falcone Lucifero, Luigi Filippo Benedettini, e tra quelli più anziani il generale Roberto Bencivenga, tra i più attivi patrioti a Roma, nei nove mesi della occupazione tedesca, l’industriale Tullio Benedetti, presidente dell’UMI, l’avvocato Francesco Caroleo (padre dell’avv. Nunzio Caroleo, eletto al Parlamento per il PNM, nel 1953), l’avvocato Gustavo Fabbri, il senatore Bergamini ed il professore Orazio Condorelli, dell’Università di Catania figura storica dei monarchici siciliani, e che fu successivamente eletto senatore per il PNM, nel 1953, al quale si deve una amara frase pronunciata già nel marzo 1947 e che spiega tante cose del mondo monarchico da allora ad oggi: “Le mie speranze per la Monarchia si attenuano quando partecipo alle riunioni politiche monarchiche!”
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Da sinistra a destra: Roberto Bencivenga (1872-1949), Alfredo Covelli (1914-1998), Vincenzo Selvaggi (1913-1957), Falcone Lucifero dei marchesi di Aprigliano (1898-1997), Tullio Benedetti (1884-1973).

Ritornando alla campagna per il Referendum, nella quale specie al Nord fu anche in molti casi impossibile riuscire a tenere comizi monarchici per l’azione violenta ed intimidatoria della sinistra social-comunista, dobbiamo ricordare in Piemonte l’opera del “Gruppo Cavour”, dotatosi di un battagliero settimanale, il “Cavour”, ed i comizi di un avvocato milanese, Cesare Degli Occhi, di una famiglia di antica tradizione politica cattolica, che dopo aver militato da giovane nel Partito Popolare e dopo la caduta del fascismo nella Democrazia Cristiana, ne era uscito dopo la scelta congressuale repubblicana che lui aveva combattuto con tutte le sue forze.
Anche Degli Occhi, dopo essere stato eletto consigliere comunale di Milano, fu successivamente mandato nel 1953 in Parlamento, dai monarchici della circoscrizione Milano-Pavia, ed attorno a Lui, a Milano, crebbero dei giovani monarchici tra i più qualificati intellettualmente e di indirizzo cattolico e liberale, quali Mario Foresio, Angelo Domenico Lo Faso, Achille Aguzzi, tutti oggi scomparsi, alcuni prematuramente, e l’avvocato Lodovico Isolabella, ed in epoca successiva Massimo De Leonardis, senza dimenticare Guido Aghina e due esponenti della sinistra monarchica, Mario Artali, poi deputato del PSI, e Tebaldo Zirulia, divenuto importante esponente sindacale, e Pier Giulio Sodano, che vinse un concorso indetto dall’U.M.I., sul tema “La Monarchia di domani”. 
La propaganda monarchica si legò a livello giornalistico alla “Italia Nuova”, del “Giornale della Sera”, di qualche altro di minore diffusione nel Centro-Sud, ed al Nord del “Mattino d’Italia”, diretto da Massimo Mercurio, di estrazione Partito Democratico, e fu conclusa il 30 maggio, alla radio, dal Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, con un messaggio di grande apertura democratica e sociale, che delineava le linee di una rinnovata Monarchia ed interpretava il pensiero di Umberto II, come  possiamo vedere dai  messaggi  che il Re  inviò dall’esilio agli italiani, sintetizzati “Autogoverno di popolo e giustizia sociale”, che il PNM, riportò sulla sua tessera d’iscrizione.
La sconfitta della Monarchia, portò logicamente ad una diversa impostazione della battaglia politica, mirante a riproporre il problema istituzionale, con la nascita di vari partiti monarchici, in primo luogo, il 22 luglio 1946, a Roma, il Partito Nazionale Monarchico, simbolo “Stella e Corona”, ma non vide, ad esempio , la confluenza nello stesso, del Partito Democratico Italiano, che preferì , entrare nel PLI, rafforzandone la componente monarchica, tanto che l’onorevole Roberto Lucifero, ne divenne Segretario nazionale, sia pure per un breve periodo.
Nel nuovo partito, PNM, di cui divenne Segretario Nazionale l’onorevole Alfredo Covelli, che conservò ininterrottamente tale carica, anche nel successivo PDI e PDIUM, (Partito Democratco Italiano di Unità Monarchica ), fino al 1972, data della scomparsa del partito stesso , confluito nel Movimento Sociale Italiano , eccettuato un numeroso gruppo, particolarmente giovani, con un Vice Segretario del PDIUM, dr. Alfredo Lisi, entrarono subito diversi ex-militari, che avevano lasciato il servizio attivo, per non riconoscere la repubblica, ma che certo non avevano preparazione politica . E questa fu prima forma di monachismo, cioè la fedeltà al giuramento prestato a suo tempo al Re, malgrado che Umberto II, nel messaggio lasciato alla partenza per l’ esilio, li avesse nobilmente sciolti dallo stesso, insieme con lo sdegno per come si era svolto il referendum, ed i ragionevoli dubbi sul suo risultato, che per anni furono tra i principali motivi, più che giustificati, della propaganda monarchica.
In ogni caso vi erano, tra gli ex-militari, persone dotate di capacità organizzative, come ad esempio il colonnello De Carli, che resse per anni l’ ufficio organizzazione del PNM. Fondato il PNM, bisognava coprire il territorio nazionale con Federazioni Provinciali e con le Sezioni Comunali, molteplici nel caso delle grandi città, aprendo sedi dignitose, così da poter effettuare un regolare tesseramento e poter presentare liste alle varie elezioni amministrative che si tennero dopo il referendum, particolarmente nel Centro-Sud, volutamente escluso da Romita, Ministro dell’ Interno, nel primo turno elettorale svoltosi volutamente al Nord, prima del fatidico 2 giugno 1946, ed alle famose elezioni politiche del 18 aprile 1948.
In questo primo banco di prova il giovane partito ottenne il 2,8% dei voti e 14 deputati, tutti concentrati tra Campania, Puglie e Sicilia, tra i quali, riconfermato Covelli, entrarono i siciliani Alliata e Marchesano ed il napoletano Gaetano Fiorentino, del gruppo del “comandante” Lauro, che si era avvicinato al PNM, di cui poi divenne Presidente e finanziatore moderato, per cui ,nei movimenti monarchici, non vi è stata mai ricchezza di mezzi finanziari, malgrado le accuse, le dicerie ed altre insinuazioni dei nostri avversari di centro e di sinistra.
Il consolidamento elettorale del PNM negli anni successivi al 1948, iniziato con le elezioni regionali sarde del 1949, con oltre l’11% di voti, e con quelle siciliane, dove entrò nel governo dell’isola con importantissimi assessorati, l’industria con l’on. Bianco e l’ istruzione con l’on.Castiglia, e con alcune importanti elezioni amministrative, culminato con i risultati del 7 giugno 1953, ed i 40 deputati e 16 senatori, fu accompagnato logicamente dal rafforzamento della struttura organizzativa, con un Movimento Giovanile, la cui importanza non fu mai apprezzata a sufficienza, ma che oggi in una visione storica costituisce il maggiore titolo di vanto del partito monarchico.
Infatti nel decennio 1948 – 1958 si costituirono in numerose città, oltre ai gruppi universitari dove esistevano Atenei, dei nuclei di giovani validi, oltre al già citato gruppo milanese, i cui esponenti, se in vita, perché molti sono mancati prematuramente, partecipano ancora oggi alla battaglia monarchica.
A titolo indicativo e non esaustivo, ricordiamo a Torino, i fratelli Giancarlo e Roberto Vittucci, e Mario e Vincenzo Pich, a Biella, Gustavo Buratti e Mario Coda, a Padova, Giulio De Renoche, Paolo Cadrobbi e Carlo Crepas, a Pisa, Bruno Brunori, Ettore Mencacci e Nino Bergamini, a Firenze Enrico Bosi, Guido Adami Lami, Roma, oltre al gruppo più anziano dei Nicola Torcia, Giovanni Semerano, Renato Ambrosi de Magistris, Enrico Boscardi, Michele Pazienza, Vito Andriola, Enzo Mauro, Riccardo Papa, Edoardo Albertario, Gabriella Cro, i più giovani Domenico Giglio, Antonello Delcroix, Gianvittorio Pallottino, Amedeo De Giovanni, Mario Pucci, Manuel Miraglia, Camilla Sibilia, Marzio di Strassoldo.
A Napoli, Gustavo Pansini, Luca Carrano, Mario Miale, Carlo Antonio del Papa, a Bari, Waldimaro Fiorentino (oggi a Bolzano) e Carlo Alberto Dringoli, a Foggia Giuseppe Traversi, a Genova, Domenico Fisichella, Arduino Repetto, Luciano Garibaldi, Giulio Vignoli e Pippo Tarò , a Catania, Enzo Trantino, Nello Pogliese, Michele D’Agata ed Antonio Paternò di Roccaromana, e poi alcuni singoli come Sergio Boschiero a Vicenza, Enzo Barbarino a Trieste, Edilberto Ricciardi a Salerno, Bruno Melis a Cagliari ed a Pescara, Vincenzo Vaccarella.
Ritornando al PNM, a rafforzarne la base storico-poiltica, sempre dopo il 1948, entrarono, forse su segnalazione superiore, un nutrito gruppo di ambasciatori da Roberto Cantalupo, che pubblicava un periodico “Governo” di notevole spessore culturale, a Raffaele Guariglia, Guido Rocco, Armando Koch, Emanuele Grazzi, che se rafforzarono i vertici, non coprirono il fabbisogno di quadri operativi, dove si stavano avvicinando diversi professionisti e funzionari dello stato, ma rimanevano numerosi gli ex-militari, fra cui molti carabinieri, nella sezioni comunali e periferiche.
I quadri invece, lo si constatò nelle elezioni del 1958, si stavano costituendo proprio con i giovani, mancanti ancora di adeguata istruzione politica ed elettorale, in quanto non era mai esistita una “scuola di partito”, ed il primo ed unico “Manuale dell’ attivista” , scritto da Angelo Domenico Lo Faso, uscì solo nel 1957, ben undici anni dopo la fondazione del partito. Malgrado quanto affermato dagli antimonarchici e dalla stampa di “regime”, nel PNM la presenza della nobiltà era limitata, basti guardare i vertici del partito e gli stessi gruppi parlamentari, per cui si può serenamente affermare il suo carattere interclassista, maggiormente riscontrabile tra i giovani.
Un notevole contributo storico-politico-culturale, a Roma, fu dato dalla fondazione nel 1947, da parte di monarchici dichiarati, di un “Circolo di Cultura ed Educazione Politica”, denominato “REX”, indipendente da partiti ed associazioni, aperto a tutti , ma non legato a nessuno, ancora oggi operante e giunto al suo 67° ciclo, che inizialmente riuniva per venti domeniche all’anno, monarchici e simpatizzanti, con conferenze affidate a relatori ed oratori di grande prestigio e cultura, dato che, allora, il mondo monarchico in genere, dal PNM, all’UMI, ed altri gruppi, era ricco di personalità, dai Rettori d’Università, quale Allara a Torino, Menotti De Francesco a Milano, Origone a Trieste, Papi a Roma, al grande latinista Ettore Paratore, agli storici Ghisalberti, Levi e Volpe, che ne fu anche Presidente Onorario, elenco anche questo indicativo, ma non esaustivo.

Logo del 1947, del Circolo di Cultura ed Educazione Politica, denominato “REX”. Nella foto di destra, l’ultima conferenza del Circolo a Roma dell’ingegnere Domenico Giglio.

Quanto poi agli esponenti nei comuni e nelle provincie, vi furono personalità locali che occupavano tutti gli spazi, dal caso più clamoroso di Achille Lauro, eletto Sindaco trionfalmente a Napoli nel 1952, e nel 1956 con la maggioranza assoluta dei voti, ad un Oronzo Massari, che conquistò il Comune di Lecce, con “Stella e Corona”, senza bisogno di alleanze, per non dimenticare che il primo segnale della affermazione del PNM, nei comuni, fu nel 1949, la conquista del Municipio di Fasano, da parte di Maria Chieco Bianchi, che, successivamente nel 1953 sarebbe stata eletta alla Camera.
Il volere “tutti i monarchici in un solo partito”, slogan iniziale del PNM, se fece affluire subito numerosi iscritti, guadagnando nel numero, non facilitò la realizzazione di una omogenea linea storico culturale, che incominciando dal Risorgimento, ne attualizzasse i suoi valori di libertà e di democrazia, e proseguisse fino alla Guerra di Liberazione, ricordando e rivendicando la fedeltà al Re, dell’Esercito, della Marina e dell’ Aviazione, e la presenza numerosa e qualificata di monarchici nella Resistenza, forse per la necessità degli “apparentamenti”, imposti dalla legge elettorale per le elezioni amministrative, dal 1952, con il Movimento Sociale Italiano, ma che videro la conquista dei Comuni di Bari, Foggia, Avellino, Benevento, Salerno e Napoli, con sindaci tutti del PNM, risultato il partito maggioritario dell’alleanza.
Il successivo evolversi della situazione partitica dopo il 1954, con scissioni dolorose e riunificazioni tardive, se non influì sull’organizzazione, che vide defezioni, ma anche il raddoppio del numero di sedi e dirigenza, acquisendo qualche nuovo interessante esponente, fu però negativa per i giovani che non affluirono più numerosi dopo il 1961, ma, fortunatamente, trovarono nuovi spazi nel Fronte Monarchico Giovanile dell’ UMI, dove alla dirigenza del professore Ernesto Frattini, giovane ricco di una grande cultura, successivamente prematuramente scomparso, al quale si deve la pubblicazione di una serie di quaderni, oggi introvabili, di argomenti storici e politici, ma meno ricco di doti organizzative, era seguita la dirigenza dinamica di Sergio Boschiero, con la quale abbiamo una ulteriore qualificata generazione di giovani , da Antonio Tajani, a Domenico De Napoli, Antonio Galano, Francesco Caroleo Grimaldi, Luigi Marucci, Massimo Mazzetti, Pier Franco Quaglieni, Michele D’ Elia , Antonio Parisi , Antonio Ratti , Salvatore Sfrecola, Antonio Maulu, Argenio Ferrari, Pier Carlo De Fabritiis, Fabio Torriero, Marco Grandi ed il caro, sfortunato amico Gian Nicola Amoretti, recentemente scomparso dopo una lunga malattia.

Nelle foto Antonio Tajani (Roma, 4 agosto 1953), politico e giornalista italiano, presidente del Parlamento europeo dal 17 gennaio 2017. A sinistra in età giovanile insieme a Sergio Boschiero (sulla destra) e nella foto di sinistra ad un convegno dell’UMI nel 2005.

La diaspora del partito monarchico degli anni ‘60 di cui si avvantaggiarono democristiani e maggiormente i liberali portò alla infelice decisione del 1972, di cui abbiamo fatto precedente cenno, e la residua organizzazione, malgrado i nobili tentativi della “Alleanza Monarchica”, per coloro che avevano rifiutato la confluenza nel MSI di mantenerla regolarmente in vita, grazie al valoroso periodico mensile di Roberto Vittucci, e del C.A.M. (Centri Azione Monarchica), per coloro che invece avevano aderito al MSI, per non esserne schiacciati, si andò assottigliando di anno in anno, anche se vi sono state alcune interessanti adesioni, ed una successiva fioritura spontanea di giovani monarchici e di persone che non avevano potuto vivere la vita del partito e che hanno saputo creare, con le sole loro forze, dei siti di estremo interesse storico e politico, quali “Monarchici in rete”, “ Re Umberto”, ed “Archivio storico”.
Nella diaspora sopra citata ed in altre vicende di separazioni e scissioni qualcuno vede la causa anche in un deficit di democrazia interna e nell’assenza di un dibattito politico ed ideologico, che non ha consentito di fidelizzare l’elettorato, razionalizzandone le convinzioni monarchico sabaude, lasciando spazi solo ad encomiabili sentimenti, che l’andare dei tempi e l’evolversi generazionale non hanno più la presa emotiva che pure aveva costituito la base dell’iniziale discorso politico.

 

Per approfondimenti:
_Cesare Degli Occhi – Piero Operti : “Il Partito Nazionale Monarchico” poi cambiato in “Il Movimento Monarchico” – editrice Nuova Accademia – Milano ( senza data-1955?);
_Domenico De Napoli : “Il Movimento Monarchico in Italia dal 1946 al 1954” – Editore Loffredo –Napoli – 1980;
_Grande Enciclopedia della Politica – I Monarchici – volume 1 – settembre 1993 ; volume 2 –marzo 1994 – edizioni Ebe s.r.l.- Roma;
_Andrea Ungari: “In nome del Re – i monarchici italiani dal 1943 al 1948” – edizioni “Le Lettere” – Firenze -2004 – Biblioteca di Nuova storia Contemporanea- Collana diretta da Francesco Perfetti;
_Andrea Ungari – Luciano Monzali: “I monarchici e la politica estera italiana nel Secondo dopoguerra” – editore Rubbettino – 2012;
_Falcone Lucifero – “L’ultimo Re – diari 1944-1946” con introduzione del prof. Perfetti – Editore Mondadori. Collana Le Scie – 2002;
_Aldo A.Mola – “Declino e crollo della Monarchia in Italia” –editore Mondadori – Le Scie- 2006;
_Domenico Fisichella – “Dittatura e Monarchia” – editore Carocci – 2014;
_Giovanni Semerano – “I partiti monarchici dopo il 13 giugno 1946 “ .ed. Monarchia Nuova – 2005 – Roma.

 

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L’Ordine supremo della Santissima Annunziata: tradizione e progresso

L’Ordine supremo della Santissima Annunziata: tradizione e progresso

di Gianluigi Chiaserotti 27/10/2017

L’origine dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, riconosciuto per il più antico tra i suoi consimili, ci viene tramandato dagli storici sotto il nome della “Collana d’Oro” o “dell’Anello”, con il qual i re insignivano i loro vassalli.
Si parla di questi simboli – collana ed anello – di già dai tempi dei faraoni in Egitto; scrive Giuseppe, storico delle antichità giudaiche: “[…] e Faraone si trasse il suo anello di mano, e lo mise a Giuseppe, e lo fece vestir di vesti di bisso, e gli mise una collana d’oro al collo”. Ciò dimostra che gli ordini cavallereschi ascendono ad epoca alquanto remota. Al sorgere dei primi legislatori, furono distribuite insegne di ordini in premio a coloro che avessero compiuto alte azioni morali e materiali. Con la venuta di Gesù Cristo, e dopo l’era volgare, il primo fondatore di ordini equestri fu l’imperatore Costantino (285-337).

Piero della Francesca, Vittoria di Costantino su Massenzio – affresco 1458-1466, 322×764 cm – Basilica di San Francesco, Arezzo.

Narra la leggenda che, prima della battaglia combattuta con Massenzio, Costantino udisse, nella notte, una voce misteriosa consigliarlo di ornare gli stendardi imperiali con la croce del Redentore. La notte seguente Gesù Cristo apparve agli occhi dell’Imperatore stesso, ancora dubbioso sulla scelta di una religione: il Messia lo esortava a marciare con fede sotto il segno celeste della Croce. Svegliatosi, all’alba, Costantino, senza alcun indugio, ordinò che i labari venissero sormontati dal monogramma di Cristo con le tradizionali parole: In hoc signo vinces”.
Affrontate, quindi, le milizie nemiche, le respinse vittoriosamente e le disperse, e entrò in Roma, ove, in punto di morte e molti anni dopo, fu battezzato dal Papa San Silvestro (Silvestro, romano, 314-335).
Questo episodio storico denominato “Il Sogno di Costantino” è brillantemente raffigurato nell’affresco, facente parte delle “Storie della vera Croce” (1458-1466) di Piero della Francesca (Piero di Benedetto de’ Franceschi detto Piero della Francesca, Borgo Sansepolcro 1415/20 ca.-1492), conservato nella Cappella Maggiore della Chiesa di San Francesco in Arezzo e recentemente restaurato.
Altri fatti vittoriosi e gloriosi si ebbero in quel tempo, anche perché apparve, quale incitamento, la figura di San Giorgio, il mitico cavaliere della Cappadocia che sconfisse il drago, e in suo onore sorse l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio, composto di cinquanta cavalieri valorosi. L’imperatore Costantino ne fu il Gran Maestro: dignità che trasmise a tutti i di lui discendenti.
Nel Medio-Evo, con il flusso di un gran numero di pellegrini verso Gerusalemme, vennero istituiti ordini religioso-cavallereschi al fine di assistere ed eventualmente proteggere quanti si recavano nei luoghi santi. Alcuni di essi acquisirono grande prestigio e potenza divenendo dei veri e propri Stati sovrani, e sappiamo quali sono: l’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Rodi e Malta, l’Ordine di San Lazzaro – unificatosi successivamente con quello sabaudo di San Maurizio -, l’Ordine Teutonico. Ebbero quindi una funzione importantissima specie nel corso delle Crociate in Palestina, nella Penisola Iberica e nell’Est Europeo.
Successivamente divenne abbastanza frequente che all’interno del proprio castello un cavaliere, a volte conte o duca sovrano, riunisse amici costituendo una “compagnia” con intenti religiosi, cavallereschi o anche solo galanti. Spesso ne scaturiva l’impegno di recarsi, quali crociati, a combattere gli infedeli. Il più delle volte tutto finiva lì e, tornati alle proprie case, agli impegni di ogni giorno, la “compagnia” si scioglieva senza lasciar traccia di sé.
La corte dei conti di Savoia era una delle più eloquenti quanto a nobiltà e spirito di cavalleria. Nel secolo XII dichiarare guerra al proprio vicino era un facile diritto e quindi le terre della nostra Penisola erano continuamente percorse di soldati e di suoni di battaglia. Durante i periodi di pace quei principi agguerriti non cessavano mai di prepararsi ad affrontare nuove guerre e periodicamente essi trovavano svago in gare cavalleresche o nelle partite di caccia. Erano le c.d. “giostre” o “tornei”. I cavalieri ardenti di sentimento e d’amore verso la dama preferita, si guadagnavano il di lei affetto, non sospirando mollemente a’ suoi piedi, ma affrontando coraggiosamente un’impresa di sangue e di morte.
Ma codeste gare furono messe al bando dalla Santa Sede, perché pericolose.
Quindi, nel secolo XIV, “la giostra, il passo d’armi, la quintana, la corsa all’anello” divennero spettacoli praticamente di galanteria. In Chambéry, in Rumilly, in Bourg-en-Bresse, ed in Portt d’Ain, le gare si succedevano affermando sempre di più il nome dei Savoia e dei conti di Ginevra. Regnava sulla Contea, Amedeo VI (1334-1383), principe generoso e cavalleresco, più volte vincitore delle compagnie di ventura, famoso per il di lui coraggio e per aver aggiunto ai suoi domini il Fossigny ed acquistato nuovamente il paese di Vaud, il quale, nel 1350, in occasione delle nozze di Bianca di Savoia (1336-1387), sorella del Conte, con Galeazzo II Visconti (1320-1378), conte di Ginevra, inaugurò una giostra dove i competitori presero il nome di “cavalieri del Cigno Nero”. Tale torneo originò la credenza di un ordine sabaudo detto della “compagnia del Cigno Nero”, ma in realtà questo non è mai esistito.
Più tardi, Amedeo VI partecipò, unitamente ad altri cavalieri, ad un torneo a Bourg-en-Bresse; essi si dissero “Cavalieri Verdi” – in quanto indossavano costumi in prevalenza verdi – e da ciò ne è scaturito il soprannome, tramandato sino ai giorni nostri, di Amedeo “Il Conte Verde”.
Anche l’impresa del “Collier de Savoie”, trova la sua origine da una giostra celebrata da Amedeo VI a Chambéry, nell’anno 1361, al fine di festeggiare il ricordo della vittoria riportata contro Federico II, Marchese di Saluzzo (1332-1396).
Questo nuovo torneo risulta essenzialmente un’impresa d’amore.
Il Conte sabaudo, nel 1362, dispose quindi che venissero eseguiti, in Avignone, quindici collari d’argento dorati, intrecciati di nodi d’amore e di rose, con inciso il motto “F. E. R. T.”. Il “Conte Verde” distribuì personalmente le insegne tra i cavalieri che componevano la giostra e si proclamò primo cavaliere del Collare. Amedeo, quel giorno portava i lacci d’amore e dedicava l’impresa ai begli occhi di una dama della sua corte, rivolgendo all’amata le seguenti parole: “io, il vincitore in campo aperto del Marchese di Saluzzo, sono stato vinto dalla vostra beltà e sono pronto a fare quanto volete purché ciò possa piacervi”.
I lacci d’amore, il collare di nostra dama, la parola “F. E. R. T.” formavano un’unica divisa dei cavalieri partecipanti all’impresa ed ognuno veniva incatenato alla sua dama per mezzo dei nodi d’amore, ed il fedele cavaliere per essa era disposto a sopportare ogni dolore ed ogni pena.

Amedeo VI di Savoia detto il Conte Verde (Chambéry, 4 gennaio 1334 – Campobasso, 1º marzo 1383) fu Conte di Savoia e Conte d’Aosta e Moriana dal 1343 al 1383. A destra: Statua di Amedeo VI in Piazza Palazzo di Città a Torino. Si tratta di un monumento eretto in memoria della spedizione in Oriente del Conte Verde.

Ma i primi statuti dell’Ordine, lasciati dal “Conte Verde”, andarono smarriti. Si conobbero, invece, quelli istituiti da Amedeo VIII (1383-1451) nel 1409. Ecco perché, da parte di alcuni storici, sorse la credenza che l’Ordine, creato e fondato da Amedeo VI, avesse avuto un carattere religioso e politico, conforme all’interpretazione data dagli statuti del mistico Amedeo VIII, detto “il Pacifico”.
Secondo codesto Duca, “Notre Dame”, non fu la dama prescelta dal cavaliere, ma bensì la Santa Vergine ed i quindici cavalieri, i quindici misteri del Santo Rosario (o allegrezze di Maria). Fu quindi un lavoro di adattamento per spogliare, oseremo dire, l’Ordine della primitiva profanità.
Nel testamento del “Conte Verde”, si disse di edificare la Certosa di Pierre-Chatel, destinata ad essere la chiesa dell’Ordine. Codesta la si ultimò il 23 settembre 1393, e fu retta da quindici frati certosini, i quali celebravano quindici messe al giorno in onore dei quindici cavalieri, delle allegrezze della Madonna e per onorare la pace dei cavalieri defunti. Questo fu un fatto fondamentale per l’attribuzione delle origini dell’Ordine, e su ciò si basò Amedeo VIII per darne gli statuti, “dati” in Chatillon en Dombes il 30 maggio 1409. Essi erano composti di quindici capitoli, nei quali il duca sabaudo elenca i doveri, le finalità, lo spirito religioso dell’Ordine. E’ lo storico piemontese, Luigi Cibrario (1802-1870), che riesce a dare una data notarile, cioè certa, a codesti Statuti.
Sin d’ora abbiamo visto le origini storiche dell’Ordine, il quale, quanto ad importanza, è pari all’Ordine della Giarrettiera inglese, fondato (1355) da Edoardo III (1312-1377), e all’Ordine austro-spagnolo del Toson d’Oro, fondato (1431) dal Duca di Borgogna Filippo il Buono (1396-1467).
Lo stesso Amedeo VIII, con gli statuti concessi il 13 gennaio 1434, aggiunse altri cinque nuovi capitoli.
Il Duca Carlo III detto “Il Buono” (1486-1553), nel 1518, fece varie modifiche: aumentò di cinque il numero dei cavalieri, in memoria, sembra, delle cinque piaghe di Gesù Cristo. Poi, nel vuoto pendente formato dai nodi d’amore, vi fece introdurre l’immagine dell’Annunciazione, e quindi l’Ordine fu definitivamente chiamato “Ordine Supremo della Santissima Annunziata”. Fu stabilito anche il cerimoniale dell’Ordine, e ciò ad imitazione di quello della corte di Borgogna per quello del Toson d’Oro. Fu altresì istituito un Cancelliere, un Segretario, un Cerimoniere ed un Tesoriere. Si deputò all’Ordine un Araldo il quale prese l’appellativo di “Bonnes Nouvelles”.
Fu quindi prescritto per i cavalieri un manto di velluto chermisino.
Il Duca Emanuele Filiberto (1528-1580), figlio del precedente, comprendendo l’importanza dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, si prodigò al fine di promulgare nuove riforme, anche perché riconobbe l’utilità di quella compagnia cavalleresca (riforme promulgate tra il 1570 ed il 1577).
Innanzitutto il duca di Savoia cambiò il colore del mantello da chermisino in azzurro, colore, tra l’altro, del sacro vessillo che il “Conte Verde” portava in battaglia, bandiera della devozione che recava l’immagine di Maria disegnata su un campo disseminato di stelle. Colore, come sappiamo, il quale divenne dei Savoia e quindi dell’Italia – ripreso ancora oggi dalla nazionale italiana di calcio. E’ il colore anche della sciarpa che portano tuttora a tracolla gli ufficiali in alta uniforme. Sciarpa che, anni or sono, han cercato di far abolire poiché “poteva” ricordare il regno, la monarchia sabauda, ma senza minimamente pensare alle sue origini, cioè al colore, e da sempre della Madonna!
Sotto il regno di Carlo Emanuele II (1634-1675), il manto dei cavalieri cambiò colore: divenne amaranto. Esso era orlato intorno con ricami aurei e fiamme, portava i soliti simbolici nodi ed il motto “F. E. R. T.”. I cavalieri della Santissima Annunziata erano quasi sempre insigniti dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, per cui fu introdotta la consuetudine di vestire la clamide color sangue di detto Ordine, e su quella veste veniva posto il collare dell’Annunziata.
E’ di regola tutt’oggi che quando un candidato non ha nessuna decorazione di un ordine cavalleresco, il Sovrano Gran Maestro, prima di conferirgli il supremo Collare, lo crea cavaliere toccandolo con la spada di San Maurizio, e fa seguire all’atto le parole: “Io vi creo Cavaliere in nome di San Maurizio”. Infatti i cavalieri dell’Annunziata sono anche “de jure” cavalieri di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Tutte le volte che il Re convocava i cavalieri dell’Annunziata, essi si adunavano in consiglio, che prendeva il nome di capitolo. Si dicevano riuniti in Cappella in occasione di Sante Messe, e delle ricorrenze del Santo Sudario, di San Maurizio, dei Santi Martiri e dell’Annunciazione. In occasione del battesimo dei Principi Reali, si riunivano in Cappella straordinaria. Chiesa dell’ordine non era più la Certosa di Pierre-Chatel. Divenne, quindi, l’eremo dei Camaldolesi sulle colline torinesi. Successivamente la Rivoluzione Francese soppresse quest’Ordine e solo con la Carta Reale del 15 marzo 1840, il Re Carlo Alberto (1798-1849) dichiarò cappella dell’Ordine la Certosa di Collegno, sepolcreto anche dei cavalieri. Quando, poscia, la detta Certosa divenne un manicomio, l’Ordine ebbe quale sua cappella la Palatina di Torino.
Per cinque secoli codesta suprema onorificenza venne conferita esclusivamente ad uomini di provata nobiltà e veniva attribuito loro il titolo di “Cugino del Re”. Fu il medesimo Re, Carlo Alberto, a spezzare le rigide tradizioni dell’Ordine, concedendo la collana anche a coloro che avessero prestato dei particolari servigi allo Stato, senza tener conto della loro discendenza.
Disse il Re: “In verità, non sarà colpa mia se il collare dell’Annunziata e le altre cariche saranno date ai borghesi, poiché al merito e non all’ambizione è dovuta la ricompensa”. Da notare come, il Sovrano scriva: “al merito”.
Il primo, senza ascendenze nobiliari a meritarsi il Collare dell’Annunziata fu Luigi Carlo Farini (1812-1866), dittatore dell’Emilia Romagna ed insignito, unitamente a Bettino Ricasoli (1809-1880), il 22 marzo 1860 quale nomina n. 513.

L’Ordine Supremo della Santissima Annunziata è la massima onorificenza di Casa Savoia. Precedentemente è stata la massima onorificenza dei Conti e dei Duchi di Savoia, del Regno di Sardegna e del Regno d’Italia. Trattandosi di un ordine di origine familiare antecedente l’unità nazionale, esso continua ad essere conferito in maniera privata da parte di Casa Savoia. Nel XVI secolo era uno dei quattro Ordini illustri “di collana” esistenti insieme a quelli della Giarrettiera, del Toson d’Oro e di San Michele. Con la Legge del 3 marzo 1951, n. 178, la Repubblica Italiana non lo riconosce.

Questo fatto dimostra chiaramente il profondo distacco delle nuove idee dalle vecchie: erano mutate le condizioni dei tempi ed il Re Vittorio Emanuele II (1820-1878), dopo l’avvenuta costituzione del Regno d’Italia, riconobbe come degni della suprema onorificenza i titolari delle alte cariche militari e civili ed introdusse la riforma degli statuti con Carta Reale 3 giugno 1869.
Con questo decreto, gli Ufficiali dell’Ordine furono ridotti a due: Segretario e Maestro delle Cerimonie; l’uno per il Ministro degli Esteri e l’altro per il Primo Elemosiniere del Re. Ma con Decreto 7 aprile 1889 n. 6050, il Re Umberto I (1844-1900) conferì al Presidente del Consiglio dei Ministri la carica di Segretario dell’Ordine, fermo restando che esso rimaneva e rimane ordine dinastico.
Il Re Vittorio Emanuele III (1869-1947), con Regio Decreto 14 marzo 1924, modificava l’articolo 1 della Carta Reale 3 giugno 1869, disponendo che, nel novero dei venti cavalieri, non si contassero: oltre al Capo e Sovrano, il Principe Ereditario, i principi parenti del Re in linea paterna fino al quarto grado incluso, e come prima, gli ecclesiastici e gli stranieri.
Poco dopo, con Regio Decreto 4 maggio 1924 n. 899, veniva istituito ed autorizzato l’uso di uno speciale nastrino di riconoscimento per i cavalieri della Santissima Annunziata, quando essi non facevano uso delle collane. La legge 30 marzo 1951, n. 178, della Repubblica Italiana, all’articolo 9 ha dichiarato: “L’Ordine della SS. Annunziata e le relative onorificenze sono soppressi”.
In precedenza, numerosi ed illustri giuristi ed esperti di materie cavalleresche avevano fatto pervenire alla Commissione Affari della Presidenza del Consiglio (che studiava il disegno di legge) esaurienti memoriali storico-giuridici, dimostranti in modo limpido ed inequivocabile che l’Ordine Supremo della Santissima Annunziata era “dinastico” e non “statuale” (anche se, come abbiamo visto, dal 1860 al 1946 la dignità di Gran Maestro era stata concentrata nella persona del Re) e quindi non poteva essere oggetto di decisione da parte della Repubblica Italiana, per difetto di giurisdizione.
Ma la Commissione non diede alcun peso ai memoriali, né alle documentate pubblicazioni di eminenti professori universitari (Cansacchi, Nasalli Rocca ed altri). E portò al Parlamento la proposta di legge, che fu approvata. Il Gorino Causa, professore incaricato di Diritto Canonico nella Università di Torino, scrisse che la Repubblica Italiana “non poteva sopprimere né modificare gli Ordini della SS. Annunziata e Mauriziano per carenza di poteri sovrani nella materia”. D’altronde il parere dei più illustri esperti, non mai contestato, è che le Ccase già sovrane (Hohenzollern, Romanoff, Absburgo, Borbone di Francia e Borbone delle Due Sicilie) conservino il magistero dei loro Ordini dinastici anche in esilio.
Nel merito infine, l’Enciclopedia Forense diretta da Gaetano Azzariti, Ernesto Battaglini e Francesco Santoro Passatelli, scrive che l’Ordine “fu soppresso dalla Repubblica […] con errore storico, non essendo mai stato abrogato l’art. 1 dello Statuto del 1570 che ne fa Ordine di famiglia e gentilizio della Casa di Savoia”.
Vittorio Emanuele di Savoia (1937- ), attuale Gran Maestro dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, con Decreto Magistrale “Motu Proprio” in data 11 giugno 1985, ha rivisto gli statuti relativamente art. 3.
Gli Statuti sono stati ulteriormente modificati in data 10 ottobre 1997, relativamente all’art. 1 inserendo quali categorie da escludere nel novero dei venti cavalieri anche i Capi di Stato, i membri delle Case Regnanti o già regnanti, e nuovamente all’art. 3.
Le collane sono così distribuite: quelle storiche, cioè le venti (precisamente sono diciannove) dei cavalieri italiani, sono grandi e devono essere restituite al Gran Maestro, che ne è solo il depositario. Agli eredi resta una collana piccola che ciascun insignito puo’ farsi creare per proprio conto. Alle altre categorie di insigniti, viene consegnata una collana piccola che resta di loro proprietà e dei loro eredi.

Amedeo di Savoia Aosta (1943) con indosso il collare dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata. Nella foto il duca sposa Claudia di Francia (1943), figlia del conte di Parigi, nel 1964, a Sintra, in Portogallo.

E’ interessante rilevare che l’insignito italiano puo’ scegliere la collana tra quelle disponibili, che sono numerate. La n. 1 la scelse il conte Dino Grandi (1895-1988), che a sua volta fu di Luigi Carlo Farini e di Giovanni Giolitti (1842-1928); Ivanoe Bonomi (1873-1951) scelse la n. 12, che fu di Agostino Depretis (1813-1887); Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952) scelse la n. 14, che fu di Antonio Starabba, marchese di Rudinì (1839-1908) e che poi sarebbe stata di Falcone Lucifero (1898-1997). Il Principe di Piemonte e di Venezia, Emanuele Filiberto di Savoia (1972- ) ha la collana che fu di un suo grande omonimo, il Duca Emanuele Filiberto di Savoia “Testa di Ferro”.
Più volte si è accennato al motto dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata e della Real Casa di Savoia, cioè “F. E. R. T.”.
Vediamo alcune delle sue svariate interpretazioni. Per nostra comodità abbiamo operato una scelta, tra le centinaia, e precisamente quella più consona all’araldica ed alla storiografia del Casato, ma, indubbiamente, l’interpretazione del motto resta un vero e proprio enigma insoluto.
La prima è quella più tradizionale, e cioè: “Fortitudo eius Rhodum tenuit”, “il suo valore conservò Rodi”. Con essa si fa riferimento all’impresa del conte Amedeo V di Savoia (1249-1323), recatosi nell’isola di Rodi in aiuto dei cavalieri gerosolimitani contro i Turchi. Abbiamo visto che Amedeo VI, suo nipote, creò l’Ordine e non è da sottovalutare che lo creò anche per l’ispirazione mariana che illuminò le Crociate. La presente interpretazione del motto “F. E. R. T.” la ritroviamo anche nello stendardo delle c.d. “Guardie del corpo” (gli antenati dei corazzieri) del re Carlo Felice (1765-1831) e cioè al centro vi era ricamata l’Annunciazione entro il Collare dell’Annunziata e sopra la fascia svolazzante la scritta “Fortitudo eius Rhodum tenuit”, il tutto in campo azzurro. L’interpretazione “Foedere et religione tenemur”, “siamo vincolati da un patto e da una fede” è dovuta al ritrovamento di codesta frase su di un doppione aureo coniato sotto il regno di Vittorio Amedeo I (1557-1637), e potrebbe significare l’unione (vincolo) vigente tra i cavalieri dell’Annunziata, i quali giuravano (ecco il patto e la fede) all’atto in cui ne venivano creati. Filibertus Emmanuel Rex Taurinorum”, anche questo trovato su di una moneta relativo al regno del “Testa di Ferro”. Si pensa anche a “Foemina erit ruina Tua”, “la donna sarà la tua rovina”, riferendosi all’ammonimento con il quale il beato Sebastiano Valfrè (1629-1710), confessore del Re Vittorio Amedeo II (1666-1632), richiamava il suo real penitente, noto amatore.
Finora abbiam visto delle interpretazioni che considerano il motto quale un acronimo, vediamo quelle che lo considerano nel suo complesso lessicale. Innanzitutto come abbreviazione di “ferté” o “ferto”: la prima come voce lessicale dell’antico francese per “fermezza”; la seconda dal latino mediovale “ferto- onis” o “fertum”, od anche “ferdonum”.
Il “ferto” sarebbe quell’unità ponderale che corrispondeva alla quarta parte del marco, o moneta di conto del valore medesimo; interpretazioni, però, che non si rifanno alle origini cavalleresche dell’Ordine del Collare. E’ quindi più attendibile, ma ancora non dimostrabile, invece, che “F. E. R. T.” sia l’imperativo presente del verbo latino “fero”, inteso come “sopporta”. Infatti, essendo il Collare adornato di nodi, ciò puo’ significare l’impegno, per il carattere cavalleresco-amoroso che ebbe l’Ordine, del cavaliere che deve “sopportare” sia i nodi d’amore per la di lui dama, sia, quando assume carattere religioso-militare, “sopportare” ogni cosa per devozione ed in onore della Madonna (“fert crucem”).
Infine citiamo il Cibrario, il quale scrive: “[…] è l’abbreviazione dialettica di “fortitudo”, “saint fert”, la “Fertè”, nomi di luoghi voltatisi in latino per “fortitudo”. Dunque “F. E. R. T.” del Collare dell’Annunziata ad interpretarlo da solo, potrebbe significare “fortitudo”, cioè “valore”.

 

Per approfondimenti:
_Luigi Cibrario,“Notice historique du trés noble Ordre de l’Annonciade“ – Edizioni Torino 1840;
_Francesco Cognasso, “I Savoia” – dall’Oglio, Editore, Milano 1971;
_Gioacchino Volpe, “Casa Savoia” – Luni Editrice, Milano 2000;
_Vittorio Prunus Tola,“L’Ordine Supremo della SS.Annunziata“, Milano 1962;
_Falcone Lucifero,“Il Re dall’esilio“ – Edizioni Mursia, Milano 1978;
_Giacomo C. Bascape’, “Gli ordini cavallereschi in Italia – Storia e Diritto” – Casa Editrice Eraclea, Milano 1992;
_Gian Luigi Chiaserotti, articolo “F.E.R.T. – Un enigma insoluto?” – Edizioni Il Pungolo, Milano 1989;
_Ordres Dynastique de la Maison Royal de Savoie,”Ordine Supremo della Santissima Annunziata” – Edizioni Statuti, Ginevra 1998.

 

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La Grande Guerra: elemento definitivo dell’Unità nazionale sabauda

La Grande Guerra: elemento definitivo dell’Unità nazionale sabauda

di Michele D’Elia 23/08/2017

Aspre sono le guerre. Aspra è la Prima Guerra Mondiale. Questa nasce da un groviglio di interessi economici e coloniali, di errori diplomatici e di egoismi politici, di pesi e contrappesi nazionali ed internazionali e di guerre locali. Concetti dei quali non aveva idea Gravilo Princip, l’assassino di Francesco Ferdinando e della sua consorte Sofia Chotek il 28 giugno 1914, dopo il fallito primo tentativo nella stessa mattinata. L’Attentatore pensava che la morte dell’Arciduca, peraltro aperto alle richieste degli slavi, avrebbe liberato la Serbia e gli slavi meridionali dal dominio austriaco. Ne nacque, invece, un infernale domino, con la seguente scansione temporale: 23 luglio, ultimatum dell’Austria-Ungheria al Regno di Serbia; 28 luglio, l’Impero Austro-Ungarico dichiara guerra al Regno di Serbia; 30 luglio, lo zar Nicola II, “protettore degli slavi meridionali”, ordina la mobilitazione generale; 31, Guglielmo II – kaiser tedesco – intima alla Russia e alla Francia di interrompere la mobilitazione entro 12 ore; 1 agosto, dichiara guerra l’Impero russo zarista e il 2 invade il Lussemburgo; il 3 dichiara guerra alla Francia; nella notte tra il 3 e il 4 invade il Regno belga, il 7 la Germania guglielmina entra a Liegi. Lo stesso 3 agosto, il Regno d’Italia dichiara la propria neutralità, in forza dell’art. VII del Trattato della Triplice Alleanza. 4 agosto, la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania; il 6 anche gli austro-ungarici dichiarano guerra alla Russia; il 9 e il 13 rispettivamente Francia e Regno Unito dichiarano guerra all’Impero dell’Austria-Ungheria. Il 27, l’Impero del Giappone interviene a fianco dell’Intesa; il 5 ottobre, il Regno di Bulgaria dichiara la propria alleanza con gli Imperi Centrali; il 31, la l’Impero Ottomano si schiera con la monarchia duale asburgica e la Germania guglielmina.

Hugo Pratt, il Corto Maltese e il Barone rosso , 1977.

Secondo la tesi del Premio Nobel Thomas Mann, la Germania aggredisce per non essere aggredita, come Federico II ai tempi della Grande Coalizione: l’esercito tedesco il 20 agosto occupa Bruxelles, il 3 settembre giunge Senlis a 35 Km da Parigi. Nel frattempo, il Governo francese si era già trasferito a Bordeaux. Anche la sconosciuta velocità delle armate tedesche prelude e simboleggia le profonde trasformazioni dell’assetto tecnico, geopolitico, sociale ed economico, e soprattutto mentale, del vecchio continente e delle sue colonie: la Grande Guerra sarà anche un conflitto coloniale; o, secondo Lenin, l’ultima frontiera del capitalismo.
Per tutti i Paesi europei la dichiarazione di guerra è quasi un automatismo; non così per il Regno d’Italia, il quale vincolato agli Imperi Centrali dalla alleanza firmata nel 1882 e confermata nel 1902, dovrebbe intervenire, ma non opera in tale direzione: la motivazione ufficiale, consiste nel patto di difesa e non di offesa. Nella realtà i fatti sono diversi: l’Italia è un Paese di recente fondazione, ancora geograficamente incompleto, perché privo di alcune sue vaste regioni, sintetizzate, nella memoria collettiva, nei nomi di Trento e Trieste, perle dell’Impero. Le popolazioni della Penisola non sono amalgamate; milioni di cittadini, nonostante l’impegno della Monarchia, sono analfabeti. Gli italiani sono cattolici e rifiutano lo spargimento di sangue, anche se tra i questi emergono frange interventiste, che fanno capo a don Romolo Murri. La diplomazia è delusa dall’altalenante Governo Salandra. Questa amarezza è manifesta in molta corrispondenza tra i vari ambasciatori. L’ambasciatore italiano a Vienna, Avarna il 5 ottobre 1914 rispondendo al collega di Berlino, Bollati – che gli aveva scritto il 25 settembre – lamenta che il Corpo Diplomatico: “sia tenuto interamente all’oscuro del vero pensiero del Governo” – e preannuncia l’intenzione di voler lasciare l’incarico – “(…) non volendo rendermi complice dell’atto di slealtà che sta maturando”, ovviamente verso l’Austria-Ungheria (Documenti Diplomatici Italiani).
Violente fibrillazioni scuotono il mondo politico: i socialisti e le Sinistre in generale pensano prima ad uno sciopero contro la guerra, poi si dividono in interventisti democratici e tradizionali. Benito Mussolini cambierà fulmineamente idea e campo: espulso dal P.S.I. fonda il Popolo d’Italia il 14 novembre 1914 e lancia una specie di grido di battaglia con l’articolo “Audacia!”. Il mondooperaiosi riunirà a Zimmerwald, presso Berna, tra il 5 e l’8 settembre 1915; con un proprio Manifesto, detto appunto di Zimmerwald, contesterà la scelta dei socialisti europei di partecipare alla guerra ciascuno per il proprio Paese, in nome del sacro egoismo nazionale; ma il loro grido:”Proletari di tutti i paesi unitevi!”, cadde nel vuoto.
I socialisti italiani, in tale contesto, sono rappresentati da Lazzari, Serrati e Modigliani. I Futuristi, primo fra tutti Marinetti, ma anche Papini, Curzio Malaparte, le riviste La Voce, Lacerba, i pittori Carrà, Carlo Erba, i matematici come Eugenio Elia Levi, architetti come Antonia Sant’Elia, scrittori come Serra: molti di loro cadranno in battaglia; così come gli irredenti Battisti ed i fratelli Filzi, si schierarono per l’intervento e tradirono il loro giuramento verso l’Impero di Francesco Giuseppe. Quasi superfluo ricordare Giuseppe Ungaretti e l’indigesto D’Annunzio. Tanti altri ancora come Monelli, Papini, Omodeo, Pertini, Lombardo Radice, Parri, Calamandrei, Pieri, Cecchi, Rebora, Volpe, l’anziano Bissolati, Amendola, non tutti futuristi e neanche nazionalisti – per dovere civico o libera scelta – parteciparono al conflitto, con diverse funzioni . Anche i repubblicani mazziniani sono per la guerra. Ogni nome rappresenta una storia diversa, ma un ideale comune: quello di Patria, pur diversamente declinato.
A fronte di queste minoranze più che vivaci, la classe politica liberale, che fa capo a Giovanni Giolitti, tiene un contegno molle ed incerto, segno di decadenza. Il Re tace. La Camera, contraddicendo un suo precedente e recente atto, il 20 maggio 1915 vota l’intervento contro l’Austria-Ungheria con 407 sì e 74 no; ma solo il 28 agosto 1916 il Regno d’Italia dichiarerà guerra agli Imperi centrali, segno che il secolare nemico è uno solo. Antonio Salandra, che si era dimesso il 13, viene riconfermato Presidente del Consiglio ed ottiene i pieni poteri. Il 22 maggio il Re firma il decreto di mobilitazione generale, il 23 l’ambasciatore a Vienna Avarna, consegna la dichiarazione di guerra al ministro Burian. Il 26 il Re, dal quartier generale Martignacco di Udine, lancia il suo primo Proclama ai soldati. Vittorio Emanuele III lascerà il fronte solo per risolvere le crisi di governo. Il giovane Regno ha un’occasione ed una speranza: accreditarsi tra le potenze continentali ed intercontinentali anche perché fu presto chiaro, forse non a tutti, che l’eurocentrismo stava scomparendo e che il conflitto ne avrebbe accelerato la fine.
La guerra fu luogo di scontro e d’incontro, per l’Italia, di uomini di regioni, civiltà, costumi e lingue diverse. I nostri soldati analfabeti cominciarono ad imparare a leggere e scrivere in una lingua sino ad allora sconosciuta: l’italiano.

Il terzo Re d’Italia Vittorio Emanuele III, all’osservatorio di Carnia nel 1917. Verrà denominato il “Re Soldato”, per i lunghi anni trascorsi sempre al fronte. foto di © Maurizio Lodi

La guerra è una costante del genere umano: da Socrate a Karl von Clausewitz i conflitti armati sono la continuazione della politica, quando questa e la diplomazia non hanno più niente da dire. Guerra e pace sono intimamente connesse. Solo dallo scontro cruento nascono nuove realtà socio-politiche, anche se a volte peggiori di quelle soppiantate. Aree di frizioni geopolitiche divennero, lentamente e poi sempre più rapidamente, origine di frattura ideologica e sociale.
Ozioso è chiedersi se un conflitto sia giusto o ingiusto, morale o immorale. Pungente ed equilibrata la tesi di Benedetto Croce in “L’Italia dal 1914 al 1918”: “(…) quando la guerra scoppia (e che essa scoppi o no, è tanto poco morale e immorale quanto un terremoto o altro assestamento tellurico) i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della Patria (…). Solo a questo modo l’individuo è giusto, sebbene, a questo modo, giusto sia anche l’avversario e, per questa via giusto sarà per un tempo più o meno lungo, l’assetto che si formerà dopo la guerra”.
Tra questa tesi e quella di von Clausewitz si dispiega una serie quasi infinita di livelli e di interpretazioni polemologiche. Sta di fatto che la Grande Guerra è il displuvio tra il nuovo e l’antico, processo di trasformazione al quale l’Italia non poteva sottrarsi.
I belligeranti respinsero con fastidio l’appello di Benedetto XV, dell’uno agosto 1917, concordato con l’imperatore Carlo, per porre fine all’inutile strage, tanto si erano identificati nei propri interessi e nelle proprie ragioni, e pure, proprio in agosto a Torino era scoppiata la sanguinosa ‘rivolta del pane’. Caporetto e Vittorio Veneto sono due metafore che rappresentano l’Italia, sempre caricate di significati estranei alla loro natura di fatti bellici. Mercoledì 24 ottobre 1917 alle ore 2 del mattino gli austro-tedeschi investono, con i gas, gli avamposti della conca tra Plezzo a Tolmino. Hanno in mente un’operazione di ordine tattico, condotta su tre colonne che attaccano contemporaneamente sulla destra e sulla sinistra dell’Isonzo. Il progetto divenne via via strategico, quando il nemico si rese conto che i nostri Comandi al più alto livello nelle prime ore non riuscivano ad organizzare alcun contrasto in profondità, poiché la loro filosofia era sempre stata solo di attacco e non di difesa. La 14ª Armata austro-tedesca, 15 divisioni, investì tre nostre divisioni prive di riserve. In sintesi, il nemico avanzò lungo la linea Isonzo-Tagliamento-Udine-Belluno-Piave nel vuoto, per tutta la prima giornata.
Il piano di contrasto fu preparato da Cadorna tra il 28 e il 30 ottobre. I reparti in linea, nel frattempo, si ritiravano combattendo. Pochi esempi: il 24 stesso alle ore 14 nel comune di Idersko si combatte casa per casa e solo alle 16 i battaglioni slesiani occuperanno Caporetto.  Così Guido Sironi, ne “I vinti di Caporetto” disserterà come il 25 ottobre: “(…) ufficiali della brigata Napoli, 75° reggimento, che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l’erta ripida verso la cima del Podklabuk (…). L’artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file”. Il Diario del LI Corpo d’Armata tedesco conferma: “Gli italiani difesero lo Jeza con straordinario valore”.
Il 27 ottobre il Bollettino austriaco afferma: “Gli italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo”E ancora dalle memorie del Generale Enrico Caviglia in “La dodicesima battaglia – Caporetto“: “Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un’altra sistemazione alle loro truppe”.
La travolgente avanzata dopo le prime 24 ore andò gradatamente rallentando sino a spegnersi del tutto sulle rive del Piave il 9 novembre; tra il 10 e l’11 dicembre 1917, si spensero anche le ultime spallate di Conrad. L’arretramento sulla linea del Piave era previsto sin dai tempi di Odoacre, di Napoleone e del generale Cosenz.
Cadorna il 27 ottobre giunge a Treviso e predispone il rischieramento dell’esercito sulla riva destra del Piave; il 30 il nuovo progetto è pronto. Sarà attuato da Diaz. Purtroppo, alle ore 13 del 28 il Generalissimo aveva emanato l’infelice Bollettino n.° 887, che accusava di viltà la II Armata. Cadorna avrebbe spiegato la sua accusa nel volume “Pagine polemiche” Garzanti 1951. (D. D. I.).
trincee

Vittorio Bustaffa, Trincee – Acrilico su tela, 500×200 cm – 2015

Sul fronte politico il Re, tornato a Roma il 26, risolve la crisi di governo sostituendo Boselli con Orlando e nominando, poi, il generale Diaz al posto di Cadorna. Il 5 e il 6 novembre si svolse a Rapallo la riunione preparatoria del convegno dell’8 a Peschiera. Qui Vittorio Emanuele III sostenne le ragioni del soldato italiano e la sua capacità di resistenza. Non sbagliò. Il Piave, quindi, fu un disegno netto e meditato, che riduceva la linea del fronte da 650 a 300 km, e ci consentiva un rafforzamento fondamentale nell’immediato quadro prospettico. L’altra metafora è Vittorio Veneto. Per taluni è modesta battaglia enfatizzata dalla propaganda governativa: falso. Le tre battaglie del Piave, che a Vittorio Veneto si conclusero il 31 ottobre, ci costarono 36.000 perdite, delle quali 7.000 morti accertati. Vero è, invece, che l’implosione dell’Impero asburgico non aveva intaccato la capacità di resistenza e offesa dell’ esercito, fedele all’Imperatore.
Non possiamo descrivere l’andamento degli scontri sul Piave e sul Grappa, dove già il 24 il regio-esercito partì all’attacco e dove i combattimenti saranno più sanguinosi che sulle rive del Piave e sugli Altipiani, ma la montagna non ebbe un Cantore; diremo soltanto che il nemico organizzò la propria manovra su tre momenti:  il primo nel superare il Piave, nel prendere Venezia e infine nel dilagare nella Pianura Padana.
La massima penetrazione del nemico si ferma sull’ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli. Lo storico londinese Erbert A. L. Fisher nella sua “Storia d’Europa“, scrisse: “Che, dopo simile disfacimento del morale militare,[Caporetto ndr] il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l’enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell’inverno era ancora incerto se l’esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco”.
Purtroppo l’illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l’invio, già iniziato, di altri 102 bocche di fuoco, il 19 settembre 1917, non credendo all’imminente attacco degli Imperiali. Non solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Gli Stati Uniti entrati un guerra il 6 aprile del 1917, e invieranno un solo reggimento: poca forza combattente.
Epitome della guerra italiana è il passaggio del Piave. Così il Generale Enrico Caviglia (nelle “Tre battaglie del Piave”), comandante l’VIII Armata, che condusse la manovra, scrive la sera del 26 ottobre 1918: “Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XII corpo d’armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume”
Da questo momento le truppe italiane proseguiranno in profondità riprendendo uno per uno tutti i centri occupati dal nemico. Il 3 novembre alle 15,15, i nostri primi reparti entrano a Trento. Alle 16,30 dal caccia “Audace”, i bersaglieri sbarcano a Trieste. Sempre il 3 novembre, alle 18,20, i generali Badoglio e Webenau, a Villa Giusti, firmano l’armistizio. Questo atto stroncò la nostra avanzata verso Vienna. Nessuno, amici ed alleati, voleva che l’Italia andasse oltre.
Tuttavia, l’esperienza bellica modifica le coscienze e testimonia l’esaltazione della storia di un popolo, ignaro, sino a quel momento, di quanto sapesse fare e sconosciuto a se stesso. I nostri giovani chiusero un’epoca e ne iniziarono un’altra. Diedero prova di virtù civiche prima ancora che militari. Si identificarono nello Stato Nazionale. Cianciare di “generazione perduta” significa negare noi stessi.

 

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1861-1866: la voglia di Unità nazionale a Venezia negli anni austriaci

1861-1866: la voglia di Unità nazionale a Venezia negli anni austriaci

di Nicola Bergamo 03/08/2017

Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli Atti del governo mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”.

Andrea Besteghi, Ritratto di Sua Maestà Vittorio Emanuele II (particolare). Olio su tela, 1861

Il 17 marzo del 1861, 150 anni fa, si dava vita alla proclamazione del Regno d’Italia. Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia fu il primo Re d’Italia, nominato “padre della patria”.
Dell’Italia fisica mancavano ancora diverse zone “italiche”, ma il risultato fu di gran lunga più roseo di quanto si potesse aspettare, lo stesso presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna, il conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella – Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, qualche anno prima.
Nacque così il primo vero stato italiano fondato e gestito da Italiani, anche se da li a poco lo stesso Massimo D’Azeglio (o forse Ferdinando Martini) dovette ammettere che “abbiamo fatto l’Italia e ora dobbiamo fare l’Italiani”.
Quello che di fatto era un’unione politica ora necessitava di coesione sociale specialmente nella lingua, gran parte mutuata da quella fiorentina, che era poco conosciuta tra le genti italiche e praticata solamente da certe élite risorgimentali.
Mentre l’Italia si avviava a quel lento e inesorabile processo di unificazione, altre regioni italiane – per etnia e per lingua -, politicamente estranee al nuovo Regno formatosi, languivano fuori dai confini patri: le tre Venezie rimanevano saldamente unite all’Austria asburgica e lo stato Pontificio manteneva ancora il possesso dell’intero Lazio.
Venezia, forse la più vilipesa dalla restaurazione, post rivoluzione francese, operata dall’Impero austriaco, rimaneva sotto lo stretto controllo degli Asburgo. La situazione era, se possibile, ancora peggiore rispetto alla prima dominazione, visto che dopo il breve periodo napoleonico gli Austriaci imposero una stretta vigilanza sull’antica Dominante. Gran parte delle famiglie aristocratiche, una tra tutte i Dandolo, appoggiavano da sempre la corona asburgica e vedevano come fumo negli occhi le iniziative borghesi come quelle che portarono ai moti del 1848 con il governo di Manin. Quell’esperienza segnò terribilmente i Veneziani che per 18 mesi avevano sperato di avere allontanato per sempre la pesante presenza degli austriaci. Ma ancora più cruenta, almeno a livello morale, fu la pace di Villafranca che sanciva il definitivo abbandono delle terre venete, friulane e trentine (nonché dalmate e istriane) al governo degli Asburgo. Il regno d’Italia era nato, certo, ma era di fatto mutilato.
La popolazione a Venezia era in fermento e vedeva l’unione con il resto dell’Italia sabauda, una possibilità di rinascita del proprio territorio. Genova infatti, grazie alla nuova politica italiana, fu l’epicentro industriale di un rigoglioso sviluppo della cantieristica navale, gran parte delle rotte commerciali, poi, furono dirottate sul capoluogo ligure a discapito proprio della città lagunare. Quegli anni rappresentavano sempre di più la decadenza di Venezia tanto che lo stesso Wilhelm Richard Wagner, giunto in laguna nel 1858, navigando sul Canal Grande registrava “impressioni malinconiche […] di grandezza, bellezza e decadimento”, ma soprattutto ricordava “Le cause di questo cambiamento risiedono in parte nel mutato carattere della civiltà mondiale. In parte nella crescente povertà della città, condizionata da quattrocento anni di decadenza commerciale, ma soprattutto nella collera implacabile nell’inconsolabile scontentezza con cui il popolo guarda alla propria politica presente”.

Vista della città di Venezia nel 1875.

Lo scrittore statunitense William Dean Howells, console americano del governo austriaco a Venezia dal 1861 al 1865, affermò che gran parte delle colpe della decadenza di Venezia erano imputabili agli austriaci tanto che il loro governo era “così illiberale nel rivolgersi a coloro che per qualsiasi ragione hanno a che fare con gli austriaci”. Tutto questo avveniva, sempre per il console, per via della mancata unione con il resto d’Italia nel 1859.
Anche la musica assunse delle connotazioni politiche, poiché “appena la musica cessa, gli austriaci spariscono e gli Italiani ritornano in Piazza”. La scelta dei caffè rappresentava una scelta di campo, tranne che per il Florian, il quale era rinomato per essere una sorta di porto franco. Il caffè Quadri invece era considerato da Howells un fortino austriaco, mentre il caffè Specchi, verso la Fabrica Nuova (l’ala napoleonica), era da considerarsi patriottico e più borghese rispetto al Florian. Le manifestazioni anti-austriache erano all’ordine del giorno e lo stesso console americano fu testimone di un’esplosione inerente un grosso petardo innescato durante la messa a San Marco, per il genetliaco dell’Imperatore.
La situazione diveniva sempre più critica e difficile da gestire.
Quello che più preoccupava era la recessione economica, specie dopo il trattato di Villafranca, che aveva scardinato il duopolio Lombardo-Veneto con la sua produttiva rete commerciale. La produzione navale era drasticamente scesa e l’Arsenale perdeva lentamente la sua funzionalità di “fabbrica” a favore dei nuovi cantieri costruiti prima a Trieste e poi a Pola. La successiva perdita dei posti di lavoro della industria navale pesava terribilmente sull’economia sociale veneziana.

Dopo diciotto anni di esilio francese, i famosi “Cavalli di San Marco”, erano stati rimossi dalla soldataglia francese il 13 dicembre del 1797. L’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena, riconsegnò alla città veneta uno dei capolavori rapinati da Napoleone. La giornata fu immortalata dal pittore vedutista Vincenzo Chilone in una delle sue opere più riuscite.

Con il riacutizzarsi della crisi tra Prussia e Austria per il controllo della confederazione tedesca e con il conseguente blocco continentale, Venezia ebbe risvolti ancora più drammatici. Nel 1863 Vienna pensò ad uno statuto speciale, specie dopo la perdita della Lombardia, annullando la Provincia di Venezia e dividendola tra le provincie circostanti, ampliando poi il territorio di competenza comunale. Il progetto però non si concretizzò visto che nel 1866 la guerra tra Austria e Prussia, portò Venezia nell’area di influenza italiana. Gli ultimi giorni del governo austriaco a Venezia trascorsero in un clima di attesa, Edmondo de Amicis, all’ora giovane ufficiale di fanteria in sede a Mestre, aveva incontrato tre donne che gli raccontarono di essere fuggite furtivamente da Venezia; era proprio il futuro autore del libro Cuore ad apparir loro come “primo italiano”. La riconoscenza delle donne si dimostrò immediatamente con lo svolazzamento delle loro gonne, mostrando, ad un sorpreso De Amicis, un tricolore con il simbolo sabaudo ricamato nel mezzo.
Venezia fu consegnata agli Italiani dall’inviato francese Edmond Leboeuf. Gli austriaci infatti, visti i pessimi risultati militari ottenuti dagli Italiani, avevano acconsentito di donare il Veneto solamente ai francesi che poi lo avrebbero, a loro volta, donato al Regno d’Italia.
Così il 19 ottobre 1866, in una stanza dell’Hotel Europa, il generale Leboeuf consegnava il Veneto agli inviati Italiani. La popolazione accolse con grande gioia la dichiarazione d’unione con l’Italia tanto da innalzare il tricolore in Piazza San Marco. Successivamente al suono delle campane a festa, apparivano migliaia di bandiere tricolori sulle finestre di ogni abitazione, mentre un ultimo saluto fu dato alle truppe austriache che lasciarono il bacino San Marco alla volta di Trieste. Il successivo e obbligatorio plebiscito non destò alcun sospetto, ma fu di fatto una presa in giro: Ricasoli lo definì una ridicolaggine, mentre Beggiato lo ha definito “la grande truffa”. L’evento era di poca importanza, visto che la cessione era già stata decisa, dunque il risultato doveva essere forzatamente positivo in vista dell’imminente annessione, con Napoleone III che aveva richiesto espressamente l’atto.
Il giubilo continuò per molti giorni: il 21 ottobre venne rinominato, in memoria dei fucilati Bandiera e Moro, il vecchio campo della Bragora, il 27 ottobre si proclamò il risultato del plebiscito, 647.246 votarono SI, 69 votarono NO.
Il 7 novembre del 1866, il Re Vittorio Emanuele arrivò alla stazione dei treni a Venezia dove lo attendevano tutti i notabili. Egli poi si imbarcò su una lancia reale vogata da 18 rematori e scortato da una miriade di gondole. La folla era entusiasta e il sovrano dovette affacciarsi per ben tre volte dal palazzo che gli era stato assegnato. Il 25 novembre e il 3 dicembre si svolsero le elezioni politiche che fecero scegliere anche due importanti superstiti del governo provvisorio del 1848. Dopo le grandi manifestazioni, però, Venezia tornò a fare i conti con il suo triste destino. L’unione con il Regno d’Italia non aveva portato i risultati sperati. Anzi, il valore politico di Venezia era, se possibile, diminuito ulteriormente. Non era più la capitale del Lombardo Veneto o della regione dei Veneti, come durante la dominazione austriaca, ma rimaneva una delle tante città del nuovo Regno Sabaudo. Di positivo si attestava l’elemento linguistico, che seppur diverso in linea generale, si avvicinava per idioma e ceppo linguistico, rispetto al tedesco.
Non bisogna dimenticare, infine, il terribile flagello dell’emigrazione contadina: dopo l’unione con l’Italia, il Veneto subì il più grande esodo di massa che la sua storia ricordi. Nei 24 anni successi emigrarono una quantità abnorme di veneti pari a 1.385.000, specialmente verso l’America del Sud dove costituirono grandi comunità.
Oggi, festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, possiamo ricordare gli illustri Veneziani che credettero, ad un progetto reale ed effettivo, basato sulla costruzione di un grande e nuovo paese governato da Italiani. Forse la loro ambizione era un’altra, magari l’indipendenza come ai tempi della Serenissima, oppure, molto più probabile, avevano capito che non avrebbero avuto alcun futuro se fossero rimasti soli.
Il dubbio è ancora vivo ai giorni nostri, ma la risposta è divenuta chiara a tutti.

 

Per approfondimenti:
_A. Zorzi, Venezia Austriaca, Gorizia 2000;
_W. D. Howells, Vita a Venezia dal 1861 al 1865 (Venetian Life), traduzione a cura di C. Nadin, Venezia 2006.

 

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1867: Stato e Chiesa, uniti contro il brigantaggio

1867: Stato e Chiesa, uniti contro il brigantaggio

di Aldo Alessandro Mola 04/07/2017

Centocinquant’anni orsono Regno d’Italia e Stato Pontificio concordarono nella lotta contro il brigantaggio. Il 24 febbraio 1867 Leopoldo Lauri, comandante dei papalini per la zona di Frosinone, e il maggior generale Luigi Fontana dell’Esercito italiano siglarono a Cassino la “convenzione” che autorizzò i propri militari a inseguire i briganti oltre i confini dei rispettivi Stati. Scese la spada di Dàmocle su tutti quegli individui, che non si sentivano rappresentati dai due stati, i quali sfruttavano il terreno favorevole per le loro azioni di disturbo. Senza enfasi e in tono sommesso il governo di Pio IX riconobbe il diritto dell’Italia ad annientare il banditismo, dal 1860 spacciato come opposizione legittimista all’annessione del Mezzogiorno alla corona sabauda. L’accordo fu preceduto dai bandi del delegato apostolico, monsignor Luigi Pericoli, per “la più efficace e pronta repressione del flagello brigantaggio che infesta le province di Velletri e Frosinone”.
Esso maturò in un contesto preciso: in forza della Convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 (che comportò anche il trasferimento della capitale da Torino a Firenze), Vittorio Emanuele II garantiva l’incolumità dello Stato pontificio, dal quale Napoleone III ritirò le sue truppe, ma Pio IX era tenuto a mantenere l’ordine al proprio interno. Il via-vai di “bande” (fossero briganti, fossero insorgenti politici, magari anche mazziniani, protocialisti e anarchici) sul confine tra i due Stati avrebbe legittimato l’intervento italiano. Il papa non aveva riconosciuto il re d’Italia, ai suoi occhi usurpatore, anzi aveva scomunicato lui, il suo governo e parlamentari e tutti gli “agenti” del sovrano, ma non aveva mai “benedetto” il “grande brigantaggio”, ormai privo di supporti internazionali mentre l’Italia si accingeva a sedere per la prima volta nella Comunità internazionale (Londra, aprile 1867). Neppure Pio IX aveva mai pensato di classificare il banditismo come “guerra civile”.

Horace Vernet: “Briganti italiani sorpresi dalle truppe Pontificie”, 1831 – Walters Art Museum, Baltimora

In effetti, per sua fortuna, l’Italia non ha mai vissuto una vera guerra civile. Meno che meno nel Mezzogiorno, che, con il plebiscito del 21 ottobre 1860, dichiarò anzi di volere “l’Italia una e indivisibile, con Vittorio Emanuele II re costituzionale e suoi legittimi discendenti”: una scelta senza alternative, una prima grande “festa nazionale”. Il Paese è stato ed è teatro di lotte tra bande (e tante banderuole), ma neppure nell’antichità conobbe guerre civili.
Le parole hanno un significato preciso: “guerra civile” è quella combattuta tra cittadini di uno stesso Stato per l’avvento di un regime diverso. Fu Teodoro Mommsen a classificare “guerre civili” quelle dell’antica Roma, tra Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, tra Cesare e Pompeo: una formula generica, posticcia e anacronistica. La successiva contrapposizione tra Caio Ottaviano Augusto e Marco Antonio fu tra due modelli di Impero: fra l’Egitto di Cleopatra e Roma, tra Potere Sacro e potere elettivo, tra Oriente e Occidente. A suo modo “guerra di religione”, semmai.
Crollato l’Impero Romano, dopo secoli durante i quali fu ridotta a preda di vari potentati e di diverse etnie e dopo la greve età franco-napoleonica (1796-1815), l’Italia risorse con due generazioni di patrioti e di guerre per l’indipendenza, l’unità e la libertà. Ora Fabio Andriola, saggista autorevole, afferma che “il tema del Risorgimento e del Regno delle Due Sicilie è dettata (sic) anche da una semplice constatazione: fu una guerra civile perché combattuta da italiani (…)”. Avvalora questa interpretazione aggiungendo che nelle vene dei Borbone di Napoli “scorreva sangue italiano (…) come sono italiani quanti guardano oggi a quel regno con nostalgia e rimpianto”.
Lasciati dove sono gli alberi genealogici delle varie dinastie europee – solo da Carlo Alberto, i Savoia predilessero la propria “italianità” rispetto a precedenti opzioni: tutt’uno con la sostituzione “dell’azzurra coccarda sabauda” col “tricolore italiano” ideato da Luigi Zamboni e Gianbattista De Rolandis -, occorrono alcune precisazioni di metodo e di merito per evitare che dilaghino nuove fiabe nella “narrazione” della storia d’Italia.
Richiederebbe molto spazio ma basta un rigo per ricordare la separazione logico-cronologica fra “italici” (abitanti del luogo geografico detto Italia) e“italiani” (cittadini del regno d’Italia dal marzo 1861). Persino i fautori delle leggi razziali proposero di considerare “italiani” quanti documentassero di avere antenati residenti in Italia dall’inizio dell’Ottocento. Per secoli gli abitanti dello “spazio Italia” si scannarono a vicenda, sia per conto dei dominatori di turno sia per appetiti propri. Ma le loro erano lotte di fazioni, non “guerre civili”. Certo, anche Alighieri e Petrarca invocarono l’“’Italia”. Ma Dante se l’aspettava dall’imperatore Arrigo VII; Petrarca la sognava mentre era ad Avignone, alla corte del papa “captivo”. Come detto, seguirono secoli di dominazioni straniere e di umiliazioni. Gli “italiani” servirono i potenti di passo. Succubi.
Tra il 1859 e il 1860, grazie alla sequenza di eventi, parte preparati da tempo parte fortuiti, ed anche con patenti violazioni del diritto internazionale (che del resto era agli albori ed è tuttora un cerotto sulle ferite aperte dal braccio di ferro tra potenze grandi e/o piccole, basta che siano armate e temibili), Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, acquisì gran parte dell’Italia Centro-settentrionale e le Due Sicilie.
Fu una guerra “tra italiani”? Fu una “guerra civile?” No.
Anche se è ben noto, va ricordato che nel 1859 l’Italia era frantumata in sette diversi Stati. Il “Lombardo-Veneto” era parte dell’Impero d’Austria. Il ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana avevano sovrani due Asburgo. Il ducato di Parma e Piacenza, “a noleggio”, era tornato a un Borbone, la stessa Casa che ancora regnava sulle Due Sicilie: regnanti che usavano promulgare e successivamente revocare costituzioni. Loro unica sponda era rimasta Isabella II di Borbone, regina di una Spagna da decenni insanguinata dalla lotta dei fautori di don Carlos contro cristianisti e isabellini: non guerra civile, ma dinastica. Altrettanto era avvenuto in Portogallo. L’intera Europa era un groviglio di lotte di potere spacciate per “nazionali”, sulle cui pulsioni vennero catapultati, per imbrigliarle, sovrani eterodiretti: Saxe-Coburgo, Hohenzollern.
Nel 1870 Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, fu eletto re di Spagna dalle Cortes di Madrid, per meditata pressione del generale Prim, vittima di un attentato mortale proprio mentre il nuovo sovrano vi metteva piede.
Il “riassetto” dell’Europa orientale andò avanti per secoli nelle terre già soggette ai turco-ottomani. Meglio un qualunque euro-occidentale che un “governatore” del Sultano. Lì non ci furono “guerre civili” ma d’indipendenza, con il sostegno estero e pattuizioni internazionali, pilotate dalle Grandi Potenze – Francia, Russia, Prussia – e infine accettate obtorto collo dalla Sublime Porta di Istanbul.
L’unione del Mezzogiorno alla corona di Vittorio Emanuele II nel 1860 fu tutt’altra cosa, anche se coeva. Ricordiamo i fatti, fondamento di ogni valutazione. Il 6 settembre Francesco II di Borbone, abbandonato da gran parte dei sudditi (a cominciare da molti ufficiali) lasciò Napoli e si asserragliò tra Capua e Gaeta per organizzare l’offensiva contro Giuseppe Garibaldi, che l’indomani arrivò in treno nella capitale con appena sei persone al seguito e ne prese possesso, come ricorda Aldo G. Ricci in “Obbedisco” (Ed. Palombi). L’autorità del re era evaporata da quando, assunto il controllo della Sicilia, passato in Calabria e spezzata l’ultima resistenza borbonica a Soveria Mannelli, Garibaldi mostrò di rappresentare l’Ordine Nuovo. La sua impresa non era “guerra civile” ma detonatore dell’insorgenza della Sicilia contro il Borbone, come nel 1820 e nel 1848, quando l’Assemblea dell’Isola del Sole conferì la corona a Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto. memore che Vittorio Amedeo II ne era stato Re dal 1713.
Il 2 ottobre Garibaldi sconfisse i borbonici al Volturno: una battaglia vera, campale e di manovra. Il Borbone rimase assediato in attesa di aiuti dall’estero: Napoleone III? La Spagna? Un Congresso europeo?

Museo Torre di San Martino della Battaglia. Particolare dell’affresco raffigurante i combattimenti nei pressi dell’arco di Adriano a Santa Maria Capua Vetere, durante la Battaglia del Volturno del 1860.

In settembre, previa dichiarazione di guerra, l’esercito di Vittorio Emanuele II avanzò nell’Umbria e nelle Marche e travolse l’esercito pontificio a Castelfidardo, col viatico di Napoleone III che aveva raccomandato “fate, ma fate in fretta”. Fra Terra del Lavoro, Molise e Abruzzi bande di borbonici e di popolani aggredirono i “liberali”. Il 30 settembre ne massacrarono molti a Isernia. Il 3 ottobre Vittorio Emanuele assunse il comando dell’Esercito ad Ancona e avanzò verso Sulmona-Isernia. Con aspri combattimenti, il 20 ottobre un corpo dell’Armata sarda agli ordini di Enrico Cialdini sbaragliò i borbonici comandati da Luigi Scotti-Douglas e sorretti da “bande” contadine, forzò il passo del Macerone e irruppe verso Gaeta. Il 26 Garibaldi, a Vairano Catena, presso Teano, salutò “il primo re d’Italia” e gli “passò le consegne”. Giunto a cavallo, Vittorio Emanuele II, proseguì verso Napoli per assicurare ordine e stabilità. L’Eroe si ritirò a Caprera. La sua “missione” era conclusa.

Pietro Aldi: L’incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Affresco del 1886 nella sala del Palazzo Pubblico di Siena.

Francesco II di Borbone ordinò la resistenza. Quel conflitto può essere classificato nella modalità di un re contro un altro re. Nessuno, però, né allora né poi, parlò di “guerra civile”. Arroccato a Gaeta, Francesco II non si arrese. Dopo un lungo assedio e il pesante bombardamento della città fortificata, il 15 febbraio ne partì con la consorte, Maria Sofia di Wittelsbach, sorella dell’imperatrice d’Austria, Elisabetta (“Sisi”, erroneamente detta Sissi), sul vascello inviato da Napoleone III: alla volta di Terracina, donde proseguì per Roma, accolto dal papa come sovrano. Non abdicò mai. In suo nome ufficiali e volontari accorsi da vari paesi europei (Spagna, Francia, Austria, Svizzera…) organizzarono l’opposizione armata contro il regime avallato dal plebiscito, proclamato dal Parlamento nazionale il 14 marzo 1861 e via via riconosciuto da potenze estere.
Dunque l’insorgenza armata, presto degenerata nel “grande brigantaggio“, non fu “guerra civile”: semmai fu la coda del conflitto iniziato con lo sbarco di Garibaldi a Marsala l’11 maggio e proseguito con l’irruzione di Cialdini. Il rifiuto di Francesco II di accettare la debellatio ebbe due conseguenze: anzitutto i militari borbonici catturati e refrattari alla nuova legittimità rimasero prigionieri di guerra, nelle condizioni dell’epoca; in secondo luogo, l’opposizione fu alimentata da tre componenti: nuclei di militari sguinzagliati e finanziati dal sovrano sconfitto in vista di possibile riscossa; antico malessere socio-economico di vaste plaghe oggettivamente arretrate (non certo per colpa dei Savoia), aggravato dal collasso del regime borbonico; clero terrorizzato dalla statizzazione dei beni ecclesiastici e forte di vasto seguito popolano, oscurantista e illiberale, in terre ove persino la Costituzione del 1848 aveva “vietato” qualunque culto diverso dal cattolico, ai danni di ortodossi, evangelici, riformati e israeliti. Nel Mezzogiorno accorsero inoltre volontari, parte idealisti parte venturieri, taluni fanatici, con le spalle volte alla modernità, per alzare insieme la bandiera del Borbone e quella del papa.
Messo alle strette, il regno d’Italia dovette cauterizzare la piaga del brigantaggio mentre la maggior parte degli Stati stava a guardare, dubbioso che reggesse alla prova. A tutti faceva comodo che l’Italia rimanesse lacerata e sanguinante. Sarebbe stata condannata per sempre al rango di ultima potenza, perpetuamente debole. Tanto valeva sconfessare Risorgimento e unità nazionale. Alcuni, delusi, lo scrissero. Il governo seguì invece la linea dettata dal generale Manfredo Fanti sin dal bando di Isernia del 23 ottobre 1860: applicazione del codice penale militare contro quanti si opponessero alle autorità legalmente costituite.

Bartolomeo Pinelli: Viaggiatori assaliti dai briganti, dipinto, 1817 – Dorotheum, Vienna

Il 15 agosto 1863 il Parlamento approvò la legge proposta del deputato abruzzese Giuseppe Pica: più attento accertamento della colpevolezza di ribelli e malavitosi, assegnazione dei sospetti a domicilio coatto e mano tesa a quanti volessero rientrare nei ranghi. Pur riconosciuto da importanti Stati (ma non ancora dalla borbonica Spagna), il regno rimaneva in ansia. Non aveva ancora né codici unitari, né una sola banca di emissione della moneta (questa per decenni rimase un sogno). Però dal 1866, dopo l’annessione di Venezia e la fallita insurrezione repubblicana di Palermo, fu chiaro che lo Stato avrebbe retto. Perciò anche Pio IX concluse che i monasteri non dovessero più fare da base o rifugio di criminali e che bisognava trovare un modus vivendi con lo “scomunicato” Monsù Savoia.
Nel 1869 il brigantaggio meridionale risultò praticamente estinto: proprio mentre iniziavano rivolte nell’Italia settentrionale contro la tassa sulla macinazione delle farine e, per una delle tante svolte della Storia (che procede a zig-zag, anziché secondo linee rette), grazie alla sconfitta di Napoleone III a Sedan il governo italiano decise di irrompere nel Lazio e annettere Roma (previo plebiscito) prima che qualcuno vi proclamasse una terza repubblica. Era il Venti Settembre 1870: una data da festeggiare. Neppure Porta Pia fu un capitolo di “guerra civile”: quel giorno venne realizzato il sogno di Camillo Cavour e di due generazioni di patrioti. Vide il coronamento del “miracolo” del Risorgimento, ricostruito da Domenico Fisichella, politologo e storico designato Premio alla Carriera nel 50° del Premio Acqui Storia.
Molto più che di presunte “guerre civili” tempo è venuto di scrivere la storia della cosiddetta“zona grigia”, cioè di quella stragrande maggioranza di Italiani che rimasero spettatori delle tenzoni ideologiche e partitiche e che allo Stato chiesero sicurezza e servizi in cambio dell’esosa fiscalità che li opprime. E’ quanto chiedono anche oggi al di là del baccano di tanti “movimentisti” e “marciatori” senza meta. Occorre fare: in direzione dell’Italia. Anche la chiesa è chiamata a fare la sua parte, come al tempo del resipiscente Pio IX.

 

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La penisola italica pre-unitaria: tra fermenti culturali e restaurazione

La penisola italica pre-unitaria: tra fermenti culturali e restaurazione

di Gianluigi Chiaserotti 04/06/2017

Il 17 marzo 1861, nella suggestiva aula del Parlamento Subalpino di Torino sita in palazzo Carignano, fu proclamato il Regno d’Italia e la nostra Penisola divenne una ed indipendente.
Ma, senza alcuna ombra di dubbio, la suddetta data è la conclusione di un ciclo di fatti, di movimenti politico-culturali, di imprese belliche ed eroiche, che cercarono di portare all’unità, ma anche l’inizio di un ulteriore ciclo che condurrà al 20 settembre 1870 con la proclamazione di Roma, Capitale d’Italia. La nostra penisola era, da secoli, divisa e per nulla tenuta in considerazione. Le grandi e potenti nazioni d’Europa avevano trovato un campo aperto alle loro ambizioni.
L’Italia era considerata una semplice espressione geografica.

Carlo Ademollo – La Breccia di Porta Pia

Tutti si erano lanciati verso l’Italia, come su una facile preda: Francia, Spagna, l’Impero Asburgico erano venute a conquistarvi intere provincie: le due più grandi città d’Italia, Milano e Napoli, erano cadute in mano straniera. Ed i superstiti piccoli Stati Italiani, anche se di nome avevano conservato la loro indipendenza, di fatto finivano con il gravitare, come satelliti, intorno ai pianeti europei. Per lunghissimi anni (più di trecento), nelle più fiorenti regioni della penisola italica, avveniva il dominio francese, tedesco o spagnolo. In questa situazione, anche attraverso i secoli, si erano levate voci che incitavano gli italiani a riconquistare la libertà perduta: voci di poeti, di storici, di politici che testimoniavano la rivolta morale della parte più nobile del paese. Per risollevare l’Italia dalla decadenza, non bastava il richiamo di pochi spiriti eletti: era necessario che il risveglio penetrasse profondamente nell’animo della nazione.
Era necessario che gli italiani si trasformassero, si facessero, per così dire, un’anima nuova. Per acquistare la libertà, necessitava che negli animi sorgesse il desiderio, il bisogno della libertà.
Per raggiungere l’unità, era opportuno superare le divisioni, acquistare la coscienza di formare un’unica famiglia, affratellata in un’unica sorte. Per ottenere l’indipendenza, gli italiani dovevano apprendere quello che, nei secoli, avevano dimenticato: a lottare, a combattere, a morire per la loro causa.
Eccoci quindi alla storia del nostro Risorgimento che non è soltanto quella di un seguito di insurrezioni e di battaglie: è ben di più, è la storia di un popolo che si trasforma, che si rinnova, è la storia della nuova Italia che nasce.
Ma quando questa c. d. “Nuova Italia” nasce?
Nasce molti anni prima, cioè alla fine del secolo XVIII, con quel grande movimento politico che scoppiò in Francia: la Rivoluzione Francese e tutte le conseguenze che portò.
L’ascesa di un astro come Napoleone Bonaparte (1769-1821) con la sua discesa in Italia del 1796-97, unita all’elevazione del 7 gennaio 1797, in Reggio dell’Emilia, porta la creazione del primo tricolore italiano. Un vessillo – di contro – che non ha ancora la volontà politica di unità nazionale, ma che rappresenta la prima scintilla verso l’intento politico, fatto proprio successivamente da Casa Savoia. Difatti la repubblica cispadana morirà appena un anno dopo, per lasciar spazio a quella cisalpina, simbolo della fragilità politica di uno stato fantoccio, sotto le direttive francesi. 
Questo ed altri piccoli eventi fa muovere l’inerzia degli italiani, i quali iniziano a scuotersi. Un’avanguardia di pensatori e di uomini di azione si mette in testa del movimento nelle città italiche più grandi. 
Ecco, a Milano, Cesare Beccaria (1738-1794), filosofo, giurista, letterato, che ispira con il suo libro più famoso “Dei delitti e delle pene”, la riforma del diritto penale; e Pietro Verri (1728-1797), economista e storico, che lascia una profonda impronta, con i suoi studi e con la sua opera sul terreno filosofico e finanziario.
Ma non di meno è quanto accadde a Napoli, centro di questo risveglio: con Gaetano Filangieri (1753-1788), giurista e filosofo, il quale espose un pensiero frutto della grande cultura napoletana antecedente l’Unità d’Italia, rappresentata da Giovan Battista Vico (1668-1744) e da Pietro Giannone (1676-1748), i quali interpolarono la dottrina di Charles-Louis de Secondat, barone de la Brède et de Montesquieu (1689-1755); Antonio Genovesi (1713-1769), il quale, anch’egli, seguì le lezioni del Vico e, ordinato sacerdote, insegnò metafisica ed etica all’Università di Napoli, ma dopo l’incontro con l’economista Ferdinando Galiani (1728-1787), si dedicò all’economia, di cui tenne nel 1754 la prima cattedra in Europa.

Da sinistra a destra: Cesare Beccaria (1738-1794), Pietro Verri (1728-1797), Gaetano Filangieri (1753-1788), Giovan Battista Vico (1668-1744) e da Pietro Giannone (1676-1748)

Nelle “Lezioni di commercio o sia d’economia civile” (1765-1767) il genovesi trattò del valore (connesso, utilitariamente, alla soddisfazione dei bisogni) ed anche di politica economica, combinando tra loro posizioni mercantiliste, liberiste e fisiocratiche, al fine di conciliare l’etica con il lusso generato dallo sviluppo economico; e tanti altri, che sarebbe lungo ricordare.  Sono tutti personaggi che hanno posto in evidenza quel “lumen rationis” delle idee illuministe di fine secolo XVIII e che ispirarono la Rivoluzione Francese.
Gli eserciti della repubblica francese discendono dalle Alpi come un torrente devastatore; e man mano che spazzano via, con le loro vittorie, gli eserciti degli antichi dominatori, spazzano via anche unitamente i vecchi Stati, gli antichi ordinamenti e le vecchie classi dirigenti: nasce un mondo nuovo. L’Italia si copre di repubbliche – la Cispadana (1796), la quale si fonderà (27 giugno 1797) con la Transpadana, dando vita alla repubblica Cisalpina, con capitale Milano – ad immagine e somiglianza della grande repubblica francese. Le nuove parole del secolo, libertà, eguaglianza, popolo, nazione, che prima esistevano come idee vaghe ed alquanto astratte, divengono ora per gli italiani, qualcosa di vivo, di presente, ma soprattutto di concreto. Gli anni trascorrono. Il generale rivoluzionario Bonaparte si trasforma nell’Imperatore Napoleone; le repubbliche si trasformano in regni.
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Andrea Appiani, Napoleone re d’Italia (1805); gli onori di Carlo Magno utilizzati durante la cerimonia portati da Bellisomi, Fenaroli e Baciocchi conservati al Museo del Risorgimento (Milano).

L’Italia aveva trovato in Napoleone un nuovo padrone, che prese il posto degli antichi. Ne prese il posto, ma non fu uguale a loro: i vecchi padroni rappresentano il passato.
La corona detta “del ferro” o “ferrea”, simboleggia la storia italica e europea. ed è il simbolo per antonomasia dell’Unità d’Italia. Negli stati napoleonici gli italiani vengono chiamati a governare, partecipano alle cariche pubbliche; imparano così ad occuparsi delle loro attività politiche, apprendendo anche quello che da secoli avevano dimenticato: il combattimento. Sorgono eserciti italiani, i quali combattono sotto bandiere italiane: la lezione di Napoleone è una lezione di forza.
Dopo vent’anni, il 18 giugno del 1815, il grande Còrso viene sconfitto ed abbattuto, lasciando come eredità all’Italia, la coscienza di se stessa, la fermezza di formare un popolo, seppur non ancora legata ad intenti politici. Non fu soltanto una semplice disfatta di un uomo, che vedeva crollare le sue sconfinate ambizioni di dominio: con lui, era la rivoluzione che veniva vinta ed abbattuta. Il vecchio mondo prendeva la sua rivincita. I sovrani d’Europa, radunati a Vienna in congresso, si proposero di restaurare l’antico edificio, che la Rivoluzione e Napoleone avevano sconvolto. “Restaurazione”, appunto, è il nome che danno alla loro opera: restaurazione del vecchio ordine politico e sociale che aveva preceduto la rivoluzione. Tale processo tocca anche la penisola italiana. Gli antichi stati vengono richiamati in vita; gli antichi sovrani risalgono sui loro troni. Ritorna, come prima, l’Austria. Più forte di prima: ai suoi antichi domini della Lombardia ha aggiunto una nuova conquista, Venezia. La vecchia, gloriosa repubblica di San Marco era stata travolta dagli sconvolgimenti del periodo rivoluzionario: ora, divenne una preda dei vincitori.

I lavori del Congresso di Vienna – qui in un dipinto di Jean-Baptiste Isabey – cominciarono il primo novembre 1814 e terminarono il 9 giugno 1815

Così, l’Italia Settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, diviene una provincia austriaca: e con essa, Vienna tenne nelle sue mani le chiavi della Penisola. Ma la “Restaurazione” fu l’inizio di una nuova stagione per la nostra Penisola, che, culminerà, come più volte abbiamo detto, nell’Unità d’Italia. Agli ideali illuministici, razionali, che portarono alla Rivoluzione Francese, si comincia a contrapporre quel nuovo movimento culturale che è il Romanticismo.
Fra tutti gli avversari della Restaurazione, gli ex-ufficiali napoleonici, formati alla scuola ardimentosa dell’esercito imperiale ed impazienti dell’inerzia cui son ridotti, costituiranno, non di rado l’elemento più combattivo e pronto a passare all’azione rivoluzionaria contro i governi restaurati. Ed accanto a loro un grosso contingente di oppositori è dato dalla borghesia dei commerci e delle industrie, danneggiata, nei propri interessi, ed esasperata dal risorto predominio dell’aristocrazia, oppure da nobili di idee progressiste, ma soprattutto dagli intellettuali, influenzati, come si diceva poc’anzi, dall’ormai irresistibile diffusione del Romanticismo dalla Germania verso il resto dell’Europa.
Da principio può apparire che il Romanticismo, predicando il ritorno alla tradizione od esaltando il sentimento, in netta antitesi al razionalismo illuministico, sia alleato alla Restaurazione.
La rievocazione della storia, esaltazione delle tradizioni nazionali, con il richiamo alla coscienza popolare significano solo l’alimento del patriottismo: fare appello, come i romantici, al sentimento individuale, alla libera espressione del cuore e della fantasia, in antitesi alle regole del classicismo, significa alimentare la battaglia per la libertà contro lo spirito autoritario della Restaurazione. Romantico diviene sinonimo ovunque di liberale e patriota.
Non dimentichiamoci che il Romanticismo nasce in Germania da quel movimento (pre-romantico) denominato “Sturm und Drang”, “impeto ed assalto”. La cultura del Romanticismo, infatti, non vive isolata in una sua “turris eburnea”, (la torre d’avorio), ma partecipa caldamente alla battaglia politica che attorno a lei si svolge.
In ogni paese, le università con i loro studenti e docenti costituiscono altrettanti focolai di agitazione liberale e di cospirazioni. Personaggi come Vincenzo Bellini (1801-1835) e Giuseppe Verdi (1813-1901) si sentono investiti di una specie di missione morale e, come tali, non sono ascoltati dai loro contemporanei.
Come l’idea liberale e l’idea nazionale, i primi anni del XIX secolo, coincidono al punto da rendere sinonimi i termini “liberale” e “patriota”, così le vittorie e le sconfitte dell’idea liberale o del principio di nazionalità, in un qualsivoglia paese europeo, vengono sentite, dai liberali e dai patrioti di ogni altro paese, come vittorie o sconfitte di una causa comune.
La lotta contro l’assolutismo in nome del liberalismo costituzionale si identifica, nella coscienza generale, con la lotta per l’unità e l’indipendenza dei vari popoli smembrati e/o asserviti dalle idee guida del Congresso di Vienna.
E’ anche il periodo in cui sorgono le c. d. “società segrete”, e la più importante fu la Carboneria, le cui origini si ricollegano ai sodalizi politici francesi sorti alla fine del Secolo XVIII nella Franca Contea, dove le società dei “charbonnies” dissimulavano i propri programmi politici entro associazioni di carattere mutualistico professionale (“compagnonnage”). La Carboneria fu introdotta nel Meridione d’Italia da ufficiali francesi, con la rivendicazione di forme di governo monarchico-costituzionali.
Dopo il 1814 la Carboneria si diffuse in tutte le regioni d’Italia, incontrandosi con altre formazioni (Filadelfi, Adelfi e Federati), ed assunse, in molti casi, la direzione delle attività insurrezionali.
La sua azione culminò con i moti costituzionali del 1820-1821, il cui fallimento segnò anche l’inizio della decadenza della società segreta, soppiantata, in breve, da altre associazione tipo la “Giovine Italia” di Giuseppe Mazzini (1805-1872).
Siamo quindi giunti al periodo di nuovi rivolgimenti europei (dal 1831 al 1848) con le svariate ed articolate rivoluzioni che vanno dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Italia e tutte le loro conseguenze.
E’, in questo periodo che ascese l’astro di Camillo Benso Conte di Cavour (1810-1861), vero ed originale artefice dell’Unità d’Italia, il quale sfruttò, ed al meglio, quelle occasioni e quei momenti fondamentali che furono: la guerra di Crimea (ottobre 1853-gennaio 1856) e quindi l’appoggio piemontese alla Francia ed al Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord contro la Russia. Il conseguente congresso (25 febbraio/16 aprile 1856) e trattato (30 marzo 1856) di Parigi, sanzionò la sconfitta russa nella guerra, con il conte Cavour abile nel porre l’attenzione sulla questione italiana. Infine, gli accordi di Plombières (les-Bains), conclusi il 20 luglio 1858 con l’imperatore dei francesi Napoleone III (1808-1873), determinavano l’aiuto della Francia al Piemonte, per muovere guerra all’Austria, con la cessione – però – di Nizza e della Savoia alla Francia medesima.
Ed eccoci a quel 17 marzo 1861, come si diceva all’inizio, nella nobile e suggestiva cornice dell’aula del Parlamento Subalpino di Palazzo Carignano di Torino, in cui fu proclamato il Regno d’Italia.
Dopo l’Illuminismo, dopo la Rivoluzione Francese, dopo l’impresa napoleonica, dopo gli ideali del Romanticismo, dopo le rivoluzioni europee del 1848, i tempi iniziavano ad essere maturi per ragionare verso un unità politica della penisola. Cavour era il Presidente del Consiglio di quel piccolo stato dislocato tra le Alpi, che era il Regno di Sardegna.

Palazzo Carignano (Palass Carignan in piemontese), nome completo Palazzo dei Principi di Carignano, è un edificio storico nel centro della città di Torino, pregevole esempio di architettura barocca piemontese. Insieme a Palazzo Reale e a Palazzo Madama fa parte dei più importanti edifici storici della città e, come questi, è parte del sito seriale UNESCO Residenze Sabaude. Fu storica sede del Parlamento Subalpino e del primo Parlamento del Regno d’Italia (1861-1864).

L’Italia era unificata, ma senza la capitale a Roma l’opera del Conte di Cavour non poteva, non doveva essere completa. Infatti il 25 marzo 1861, il deputato di Bologna Rodolfo Audinot (1814-1874) tenne alla Camera un vibrante discorso sulla questione romana, che dette lo spunto al Cavour per le sue celebri dichiarazioni e per l’emanazione dell’ordine del giorno con il quale Roma era proclamata capitale d’Italia “(…) non ci sarebbe stata l’Italia unita se Roma non fosse stata la Capitale”.
Ma codesti ideali di unità erano, senza dubbio, insiti nel piccolo stato sabaudo. Infatti, attraverso i secoli, due principi cercarono essenzialmente di infondere questi ideali: uno fu il duca Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), il quale per la sua ostinazione, fu chiamato dagli spagnoli “Cabeza de hierro” “Testa di ferro”, secondo fondatore dello Stato Sabaudo, il quale spinto dal motto “spoliatis arma supersunt”, riconquistò tutto quanto era stato perduto della sua terra e riformò l’ordinamento dello Stato su basi molto moderne; l’altro è il Re Vittorio Amedeo II di Savoia (1666-1732), il quale fu il primo Re di Sardegna, dopo l’esserlo stato di Sicilia, che dedicò gli ultimi dieci anni (1720-1730) del di lui regno ad un sostanziale, strutturale, radicale miglioramento dello Stato, e ciò con una visione organica e coerente dei maggiori problemi.
Ma fu, nella cultura che, pur adottando misure restrittive della libertà di stampa e di pensiero, Vittorio Amedeo II non esitò a combattere il monopolio ecclesiastico nell’insegnamento, promuovendo l’apertura di scuole laiche e restringendo i privilegi di quelle religiose. E’ certamente un accenno di cultura liberale che ebbe il suo sviluppo nel ben noto “Secolo dei Lumi”, nell’Enciclopedia (1751).
Sotto il regno vittorino, si riorganizzò – su nuove basi -, con l’aiuto di due giuristi siciliani: Niccolò Pensabene (1660-1730), nominato conservatore, e Francesco d’Aguirre (1682-1773 ca.), nominato avvocato fiscale dell’Università, l’Università stessa di Torino. Le idee del Re, la sua “forma mentis”, comune ai personaggi sabaudi, risvegliarono animi e spiriti sopiti nella profonda tradizione della cultura meridionale.
A Vittorio Amedeo succedette Carlo Emanuele III (1701-1773). A lui Vittorio Amedeo III (1725-1796), eppoi Carlo Emanuele IV (1751-1819), Vittorio Emanuele I (1759-1824), Carlo Felice (1765-1831) e Carlo Alberto (1798-1849). Sovrani tutti non inclini, anzi contrari, a quella visione liberale del Regno, la quale, per ritrovarla, dovranno trascorrere oltre cento anni dalla morte di Vittorio Amedeo II, e che si personificò, come abbiamo visto, nell’ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II (1820-1878).
Al riguardo scrisse il grande storico Gioacchino Volpe (1876-1971): (…) La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. (…)”.
Scrive ancora il Volpe: (…) E il dualismo (Italia monarchica e sabauda e l’Italia di popolo) era poi destinato a scomparire, quasi risolvendosi in forza, nel crescente riconoscimento che la Monarchia era l’unità, era la continuità, era la forza necessaria in un paese che aveva, e per di più poco benevolo, il Papato. (…)”.
Quindi la monarchia sabauda fu accettata pur di veder realizzata l’Unità d’Italia. E fu accettata anche in quella Sicilia, attaccata alle sue tradizioni millenarie. Al riguardo è interessante leggere quel capolavoro di romanzo che è “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957).
Da ultimo ritengo esporre un concetto letterario/politico, fondamentale: l’opera di Francesco de Sanctis (1817-1883), storico della letteratura italiana e ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo dell’Italia Unita presieduto da Camillo Benso Conte di Cavour (23 marzo 1861/12 giugno 1861). Nella suo lavoro “Storia della Letteratura Italiana”, che è, pertanto, anche storia dell’intera civiltà italiana dal Medio Evo agli inizi del secolo XIX, vi si trova esposta la sua interpretazione del Risorgimento come risultato della lotta delle due scuole, liberale e democratica. Esse combattendosi aspramente, furono gli elementi necessari di una dialettica feconda dalla quale scaturì l’azione concreta per l’Unità d’Italia.
Nel messaggio (alla Consulta dei Senatori del Regno) del Re Umberto II (1904-1983) del 17 marzo 1961, centesimo anniversario dell’Unità d’Italia, Egli brillantemente scrisse: “(…) L’epica impresa poté grado a grado raggiungere l’altissimo fine, perché il re Vittorio Emanuele II, con a fianco Camillo di Cavour, aveva assunto con mano ferma la direzione e la responsabilità del moto nazionale, coraggiosamente superando difficoltà di ogni genere.
Attorno ad essi sorsero da ogni parte d’Italia – magnifico prodigio – falangi di patrioti, sempre tutti presenti nei nostri grati cuori.
L’apostolato di Mazzini e l’eroismo di Garibaldi integrarono l’opera meravigliosa, risultato di forze confluenti e contrastanti, fuse dalla sintesi costruttiva della Monarchia nazionale. Discordie e rancori di partiti furono arsi dal sentimento religioso della Patria: così sorse il Regno d’Italia. (…)”.

 

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Vittorio Emanuele e la diarchia con il Capo del Governo Mussolini

Vittorio Emanuele e la diarchia con il Capo del Governo Mussolini

di Franco Ceccarelli 25/05/2017

Sui rapporti intercorsi tra la monarchia sabauda e Mussolini nei vent’anni della loro forzata convivenza, molto si è scritto ma, la tesi che emerge dal contesto ufficiale del vincitore politicamente interessato, radicato nel secondo dopoguerra nell’immaginifico popolare, si può riassumere in un assioma – magari un po’forte – che rende piuttosto bene quella che non fu la realtà: il capo del governo Benito Mussolini, instauratore della dittatura che portò il paese ad una guerra persa (e successivamente ad una civile), spregiudicato e pragmatico politico, fu appoggiato da Vittorio Emanuele III, il quale si è reso colluso con il fascismo.
In tali termini, nella migliore delle ipotesi, si è operato nel liquidare il fenomeno, quasi tutto da studiare, che fu la diarchia Re/duce.
Di contro atti e comportamenti devono essere analizzati, interpretati e, possibilmente, compresi, secondo parametri che debbono essere quelli dell’epoca in cui si svolsero i fatti stessi: non si può esaminare la storia alla luce della realtà odierna, ma occorre operare uno sforzo per capire la reale situazione politica degli anni 1919/1943 e analizzare gli eventi politici che coincisero con parte del lunghissimo Regno di Vittorio Emanuele III.
Occorre innanzitutto dire che il terzo Re d’Italia non fu quella bestia reazionaria, arida e gretta, interessata unicamente a preservare il suo trono. Anzi, per certi aspetti, a quel trono su cui si trovò improvvisamente seduto il 29 luglio del 1900, egli avrebbe volentieri rinunciato per vivere, molto più serenamente, quale un qualunque gentiluomo di campagna, piuttosto benestante.
Purtroppo per lui, la mamma Margherita non era riuscita a dare altri figli alla nazione e in quanto unico erede – della più antica dinastia europea -, si trovò improvvisamente, per colpa delle pallottole dell’anarchico Bresci, a dover aggiungere il “III” al nome di Vittorio Emanuele.
Con la lui la monarchia italiana si modificò profondamente; per certi aspetti si europeizzò, avvicinandosi ai parametri delle grandi democrazie del Nord Europa nelle quali il sovrano altri non era che il “Primo Impiegato dello Stato”.
E da impiegato – nel senso migliore del termine – il Re si comportò per tutta la vita, specialmente da quando, nel 1904, lasciò il Quirinale per recarsi ad abitare nella amata villa Savoia, con la sua famiglia. La vita del sovrano è una vita spartana: alle 09.00 arrivava in ufficio, alle 13.00 colazione a casa; alle 16.00 di nuovo al Quirinale fino alle 19.30; seguiva il pranzo serale e alle 21.00, poi si coricava a letto. Per tutta la vita si comportò così.
Con lui l’Italia, in particolare nel primo quindicennio del suo Regno, seppe aprirsi – compatibilmente con i tempi – alle sempre più pressanti istanze social dei ceti più popolari e proprio in questo periodo, compatibilmente con le risorse disponibili, si gettarono le basi di quello “stato sociale” di cui oggi è di gran moda dialogare.
Ebbe certo l’abilità e la fortuna di circondarsi di uomini indubbiamente capaci e il più abile di tutti fu certo quel Giovanni Giolitti che, con un governo quasi decennale, proiettò l’Italia nel XX secolo. Da un certo punto di vista però, fu proprio Giolitti che con un concetto eccessivamente centralista del potere – non inteso solo come centralismo statale, ma anche come gestione molto personale del potere stesso – iniziò, ovviamente in modo involontario, a creare quei problemi che determinarono la situazione del 1922, la quale rese incapace la classe politica liberale di affrontare il problema del “fascismo“. Di fatto “l’Uomo di Dronero”, primo tra i primi, non riuscì a “creare” una valida alternativa a se stesso. Mancò, insomma, proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stato un grande bisogno, un “Giolitti 2.0”.

Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928) è stato un politico italiano, più volte presidente del Consiglio dei ministri.

La guerra 1915/1918, a cui il Re non fu contrario, venne vista da molti, come un’occasione per tutelare le nostre aspirazioni ed i nostri interessi, non solo in Europa. Con la guerra si sarebbero potuti raggiungere, finalmente, quei “sacri confini“, che erano stati il mito di due generazioni nel periodo post-unitario risorgimentale. Il Re aveva percepito tali fattori e anche per questo il 24 maggio 1915, fu lieto di affacciarsi al balcone del Quirinale sventolando, innanzi ad una folla immensa di romani, il tricolore con lo stemma della sua casata. Se durante gli anni del conflitto molte problematiche erano state rimandate al dopoguerra, quando si conclusero i combattimenti, arrivarono una moltitudine di criticità politiche. La guerra aveva determinato, ad esempio, una situazione di massima occupazione: tutti lavoravano, ed anzi le braccia non bastavano mai. Infatti i milioni di uomini al fronte avevano determinato il ricorso al lavoro femminile, e per chi rimaneva a casa, non impegnato cioè nelle trincee del Carso (ad esempio gli operai specializzati di fabbriche e cantieri), le cose andavano sicuramente meglio di prima. Le industrie pagavano, le donne guadagnavano, i soldi giravano e, un artificiale benessere, per tre anni, investì la Nazione. Chi stava male erano coloro che andavano a farsi ammazzare sul Carso o sulle alpi, mossi però dalla speranza che, anche per loro, con la fine della guerra e con il raggiungimento degli obiettivi per cui si combatteva, qualcosa sarebbe rimasto – non solo metaforicamente – a livello economico. A ciò si aggiunga quella massiccia dose di idealismo, allora imperante.
Con il crollo degli imperi centrali e la fine del conflitto, si profilava agli occhi di centinaia di migliaia di fanti, il sogno di poter riprendere una vita normale, migliore della precedente.
Immaginarsi quindi lo stato d’animo di costoro allorquando, ottenuto il congedo, trovavano, in molti casi, mogli e sorelle scontente perché nel giro di pochi giorni si erano viste licenziare dal posto di lavoro – essendo terminate le commesse militari che avevano fatto andare le fabbriche a pieno regime – e loro stessi senza possibilità di impiego perché i complessi industriali che si erano ingigantiti sull’onda delle sicure ordinazioni governative di fucili, cannoni, munizioni, navi ed aerei, improvvisamente giungevano al collasso economico non sapendo come riciclarsi in breve tempo e licenziando anche il personale in servizio prima della guerra. A ciò si aggiungeva, in maniera psicologicamente devastante, le notizie dalla conferenza di pace secondo le quali i nostri alleati di guerra sembravano volersi rimangiare, tante, troppe delle promesse fatteci per indurci, nel 1915, a scendere in campo insieme all’Intesa.
Dunque, le speranze di ottenere ampie concessioni coloniali in Africa, quale valvola di sfogo per la nostra esuberante natalità, sfumavano così come le promesse territoriali dell’Italia orientale: nasceva la famosa “vittoria mutilata”.
A ciò si aggiungano le conseguenze della rivoluzione russa i cui effetti soffiavano sempre più impetuosamente sull’Europa ancora libera. La bolscevizzazione dell’ex-impero zarista era diventato prodotto di esportazione secondo i nuovi zar del Cremlino ed anche l’Italia di Vittorio Emanuele III era nelle mire dei figli di Lenin. I moti di Berlino del 1919, repressi dall’ ormai ex- esercito imperiale tedesco, avevano fatto capire a cosa mirassero almeno alcuni militanti della sinistra; il colpo di Stato di bela Kun in Ungheria, che aveva instaurato un regime comunista – figlio di Mosca a Budapest -, aveva dimostrato le ampie possibilità di costoro e, purtroppo, quel tarlo sembrava essersi annidato anche in Italia.
In particolare la classe operaia non era insensibile al fascino rivoluzionario e ciò non poteva non spaventare la stragrande maggioranza del popolo italiano, buona parte dei socialisti compresi, che vedeva il comunismo come il male assoluto.
Non a caso, nel 1921, lo stesso Partito Socialista pensò bene di liberarsi della parte più scomoda di se allorché, nel congresso di Livorno di quell’anno, si verificò quella scissione da cui nacque il PCI.
In questo marasma la sinistra estrema commise un errore, probabilmente il principale: non seppe cioè, cavalcare lo scontento delle fortissime masse degli ex-combattenti. Difatti i reduci dal fronte vennero visti come avversari, “servi” del nazionalismo che non favoriva la fratellanza dei popoli, solo per aver indossato la divisa. Si ebbero scontri, anche fisici, e ciò fu veramente troppo per chi, per tre anni, era marcito nelle trincee e nelle pietraie del Friuli, del Veneto, del Trentino. D’accordo far la guerra, d’accordo tornare a casa e non trovare alcuna delle promesse fatte, ma essere insultati era veramente troppo.
Tale stato d’animo venne invece colto, molto più intelligentemente, dai nazionalisti prima e dai fascisti dopo, che cavalcarono, alla grande, il mito della “vittoria mutilata” acquistando così anche la simpatia, se non il sostegno, delle Forze Armate, particolarmente frustrate dalla situazione.
Per anni si è detto che soprattutto i vertici del Regio-Esercito e della Regia-Marina abbiano sostenuto le spinte dei movimenti di destra nazionalisti ma, allo stato dei fatti, in molti casi era invece proprio la base la più sensibile a tali richiami essendo gli ufficiali – per fedeltà alle istituzioni – meno sensibili a richiami più o meno rivoluzionari, anche se di destra. Insomma la sinistra non seppe convogliare quelle masse, realmente proletarie, di ex – combattenti, concentrandosi solo sui movimenti operai, tralasciando in parte anche l’insoddisfazione delle masse contadine che, smarrite e deluse, rimanevano sempre la colonna portante di un paese ancora culturalmente contadino.
Tra il 1919 e il 1922, si votò per due volte per il rinnovo delle Camere e, per la prima volta, con il sistema proporzionale. Fu la sanzione dei partiti di massa, quali il Popolare ed il Socialista, che si affiancarono all’agonizzante “blocco Liberale”, per anni tradizionale guida del Paese.
Vi fu la rapida successione di ben cinque presidenti del Consiglio: Orlando, Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta. Tale alternanza non permise di avviare un propria politica: i risultati furono effimeri e, spesso, totalmente insoddisfacenti. L’Italia è costretta e rinunciare alle colonie promesse dagli alleati, rinuncia a quasi tutta la Dalmazia, rinuncia a Fiume (poi recuperata in extremis nel 1924); mancano punti di riferimenti certi, l’economia va a rotoli, i prezzi alle stelle.
Unica certezza nell’immenso caos in cui l’Italia piombò, è inquadrabile in quell’omino alto 1,53, il quale impassibile e con la sua sola presenza ricordava agli italiani che – accada quel che accada, al di fuori di ogni crisi e diatriba politica -, la massima Autorità dello Stato continuava ad essere presente e funzionante. I due governi Facta, sono gli ultimi tentativi dell’Italia Liberale di evitare la crisi definitiva.
Il primo governo Facta si dimette il 19 luglio 1922: il sovrano fece di tutto per poter disporre su un esecutivo capace, cercando un Presidente del Consiglio in grado di domare la situazione, ma il Re si ritrovò isolato nella scelta: ecco che anche Bonomi, Orlando, De Nava, Meda, Giolitti, de Nicola, Nitti e Calandra rinunciavano a formare un nuovo governo. Alla fine Vittorio Emanuele III dovette quasi implorare lo stesso Facta, il quale da vecchio liberale piemontese – fedelissimo alla Corona – obbedì. Onesto ed integerrimo, ma non all’altezza.

Luigi Facta (Pinerolo, 13 settembre 1861 – Pinerolo, 5 novembre 1930) è stato un politico italiano. Ha ricoperto per ultimo la carica di Presidente del Consiglio prima del governo Mussolini.

E’ facile oggi accusare il Re, di essersi gettato nelle braccia del fascismo, ma si entri nella mente dell’uomo che vedeva tutti i rapporti che provenivano dalle prefetture del Regno: il suo diario è una miniera di situazioni che indubbiamente hanno spinto il sovrano verso determinate, pur se discutibili, scelte. Si prenda ad esempio i foglio del 25 gennaio 1921, riepilogativo di una serie di fatti riferiti all’anno precedente: “Cecina-30 fascisti feriti; 3 febbraio – Taranto: fascisti incendiano camera del Lavoro; 9 febbraio – Milano: sciopero fattorini telegrafici; 9 febbraio – Trieste: gravi disordini; 11 febbraio – Monfalcone: gravi disordini; 12 febbraio – Albania: rivolta del 95.o battaglione fanteria a Scutari; 14 febbraio – Matera: violenta reazione contro i socialisti; 16 febbraio – Roma: comizio impiegati Finanze e Tesoro; 16 febbraio – Livorno: sciopero generale; 23 febbraio – Minervino Murge: 4 assassinati; 26 febbraio – Reggio Calabria: incendio sedi rosse; 27 febbraio – Trieste: incendiata Camera del Lavoro; 28 febbraio – S. Ilario d’Enza: bomba, 60 fascisti feriti; 27/30 febbraio – Firenze: 16 morti, 200 feriti; 27 febbraio – Cerignola: 5 morti; 1 marzo – Trieste: gravi scene; 1 marzo – Empoli: 8 marinai uccisi; 4 marzo – Siena: casa del popolo incendiata dopo conflitto; 6 marzo – Casale Monferrato: 3 fascisti e 4 comunisti uccisi, On. de Vecchi ferito; 12 marzo – Ferrara: On. Matteotti maltrattato; 20 marzo – Milano: conflitti con fascisti; 23 marzo – Milano: bomba al teatro DIANA (21 morti, 70 feriti); 23 marzo – S. Giovanni Val d’Arno: feriti; Castelnuovo Sabbioni: ing. Longhi massacrato; 24 marzo – Foligno: bomba, 19 militari feriti; 28 marzo – Alessandria: conflitti; 4 aprile – Carmizza (Dignano): 8 morti, 100 feriti; 8 aprile – Albona (Pola): scenate; 8 aprile – Reggio Emilia: scenate e incendio sede “La Giustizia”; 10 aprile – Ragusa: conflitti; 14 aprile; Livorno: conflitti; 17 aprile – Fojano della Chiana: 5 fascisti uccisi; 18 aprile – Parma: conflitti; 20 aprile – Taranto: sciopero generale; 24 maggio – Savona: conflitti; 25 maggio – Bolzano: conflitti; 25 maggio – Lecce: conflitti; 26 maggio – Torino: incendio Camera del Lavoro; 26 maggio – Piacenza e Caltanissetta: conflitti; 29 maggio – sciopero bianco impiegati ministeriali; 1 maggio – Ravenna, Corato e Muggia: conflitti; 6 maggio – Cittadella e Rifredi: conflitti; 7 maggio – Roma: sciopero postelegrafonici”. Era anche con tali precedenti dunque, che la classe politica italiana sembrava incapace di affrontare il dramma che sconvolgeva la Nazione: si trattava di una crisi politica assolutamente unica nel suo genere e imparagonabile con nessuna di quelle verificatesi in precedenza, o anche a quelle che si succedettero nel secondo dopo guerra. In un tale marasma i politici litigavano, non si accordavano, soppesavano le convenienze politiche delle questioni, si angosciavano per questa o quella poltrona ministeriale. Niente di nuovo sotto il sole, ma intanto la marea montava e rossi e neri imperversavano nel paese.
Tra l’estate e l’autunno del 1922 nulla si riuscì ad operare per mutare gli eventi: il nuovo governo Facta cadeva, per lasciare il campo ad un uomo nuovo della politica: il maestro elementare Benito Mussolini. L’uomo di Predappio, operò una mobilitazione delle “camicie nere”, le quali rappresentarono un fatto innovativo ed improvviso, per la stagnazione politica di allora. Da Napoli, luogo del concentramento – assente Mussolini, rimasto prudentemente a Milano – le leve fasciste iniziano a muovere verso la capitale. Contemporaneamente da ogni altra provincia le bande di camicie nere iniziano la loro marcia. Il Governo attende, il Re osserva e convoca i suoi più fidati consiglieri oltre a, naturalmente, i capi del Regio-Esercito e Regia-Marina: il generale napoletano Diaz e il Grande Ammiraglio piemontese Thaon di Revel, entrambi fedelissimi sostenitori dell’istituto monarchico. Intanto Facta predispone il concentramento di truppe intorno a Roma con l’ipotesi di bloccare la marcia fascista. Predispone anche i manifesti per proclamare lo stato d’assedio nella capitale. Poi raggiunge il Re, per ottenere l’autorizzazione definitiva a proclamarlo.
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Giacomo Balla, Marcia su Roma (particolare) – 1931-1933. In occasione del del decennale della “Marcia su Roma”, il pittore torinese dipinse l’opera che lo consegnò alle simpatie fasciste. Ispirandosi alla fotografia del Congresso di Napoli del 24 Ottobre del 1922, Balla nel suo lavoro richiama lo schieramento frontale – già dipinte da Volpedo – del Quarto Stato. In primo piano Mussolini accompagnato dai quadrumviri, circondati da trenta gerarchi, tutti in rigorosa camicia nera, sullo sfondo di Piazza del Popolo. Partendo da destra, si riconoscono infatti: Italo Balbo, Cesare de’Vecchi di Val Cismon (alle cui spalle spunta Giacomo Acerbo). Dietro il duce in tight si nota Attilio Teruzzi, sulla sinistra di Mussolini Emilio De Bono, Michele Bianchi (dietro Giuseppe Bottai). Questo dipinto rappresenta una pagina della storia italiana che Balla aveva voluto dedicare al nuovo regime con un linguaggio figurativo, oramai lontano dalla linea veloce e dinamica delle geometrie futuriste.

E’ qui che lo attende la sorpresa del rifiuto del sovrano alla firma dell’ordine; un rifiuto che viene additato quale accusatorio atto saliente, per confermare la prima connivenza di Vittorio Emanuele III con il regime che si andava formando: niente di più superficiale. Facta infatti, ignorava che il Re si era consultato con Diaz e Thaon de Revel – i capi delle forze armate – per capire quale atteggiamento avrebbero assunto le truppe. La risposta che venne dai generali fu che i soldati avrebbero obbedito agli ordini, ma sarebbe stato meglio non metterli alla prova: per la prima volta ci si trovava innanzi al rischio, di non poter contare sui militari. Questa risposta, molto probabilmente, fu quella che aprì la strada la governo Mussolini. Il Re, tentando di gestire la crisi nell’ambito dei parametri costituzionali, affidando l’incarico di formare il nuovo governo – dopo troppi, ricordiamolo, tentativi falliti – non immaginava certamente gli sviluppi che avrebbe preso la faccenda nei successivi vent’anni.
Del resto, i primi atti del nuovo esecutivo sembrarono confermare che la scelta non era stata totalmente infelice: innanzitutto Mussolini ottiene subito un’ampia fiducia del Parlamento, pur contando su soli 35 deputati fascisti, avendo la possibilità di far nascere un nuovo governo; l’anno successivo fa comprendere come interpreta la gestione della politica estera italiana, occupando l’isola greca di Corfù per ottenere dal governo di Atene riparazioni, morali ed economiche, per l’uccisione di una missione italiana, imputabile a bande irregolari greche: ottiene gli onori alla bandiera e 50 milioni di lire (di allora). Dopo anni di prese in giro alla conferenza di pace di Versailles, un governo italiano tornava di nuovo, punto di riferimento nella politica estera europea. Nel 1924, dopo una serie di trattative, riusciva ad ottenere Fiume e la provincia del Carnaro, compensando in tale modo, la perdita quasi totale della Dalmazia, promessaci a Londra nel 1915.
La riforma elettorale del 1924, ed il famoso “listone” fascista, viene presentato come mezzo per garantire la governabilità del Paese che impedisca, come era accaduto tra il 1919 e il 1922, il succedersi di esecutivi brevi o brevissimi. Un discorso tanto convincente da indurre esponenti della politica e della cultura delle più varie provenienze a candidarsi. E comunque, già alle elezioni del 1924, il governo Mussolini aveva raggiunto una durata che non si vedeva dai tempi di Giolitti: anche questo aspetto non era ignorato né dal sovrano, né da tanta parte della opinione pubblica.
I risultati delle elezioni sancirono l’avvento di Mussolini al potere: pressioni e violenze caratterizzarono sia la campagna elettorale che il voto. Il Paese era stanco per i quattro anni di guerra e, soprattutto, era spossato degli altri quattro anni di disordini che avevano caratterizzato il primissimo dopoguerra: Mussolini seppe comprendere pienamente tutto ciò. Non lo avevano capito gran parte dei vertici degli altri partiti che, in occasione della crisi Matteotti, non seppero fare altro che abbandonare il Parlamento, ritirandosi sull’Aventino. Un bel gesto degno di altri tempi, ma completamente avulso dalla realtà del momento.

Disordini di alcuni fascisti durante alcune proteste pubbliche a Roma.

Fu quello, molto probabilmente, il momento in cui – di fatto – il sovrano rimase completamente solo. Da persona di fredda intelligenza, era forse l’unico, ad aver compreso i pochi e fondamentali punti: la pubblica opinione voleva la tranquillità e la fine di sterili ed inutili diatribe politiche, forse troppo raffinate e filosoficamente elevate per un popolo, quale era quello italiano dell’epoca, che in gran parte faticava per mettere insieme il pranzo con la cena. Il Re capiva che in Mussolini, il popolo vedeva il concentrarsi delle proprie aspirazioni: le classi povere esigevano “l’uomo nuovo”, del quale già troppo si parlava come di “uomo del destino”.
Un inizio di quel culto della personalità che caratterizzò tutto il ventennio. Il Re quindi si trovò – da solo – a dover scegliere: riaprire la crisi politica che aveva attanagliato il paese per anni tra il 1919 e il 1923, defenestrando Mussolini ricorrendo all’Esercito (ma ricordava cosa gli aveva detto al riguardo Diaz il 27 ottobre del 1922), o accettare il nuovo corso ed il suo rappresentante, il quale avrebbe sempre dovuto rapportarsi con la presenza di Vittorio Emanuele III, il quale rappresentava lo Stato del Regno d’Italia, essendo riferimento del Regio-Esercito, della Regia-Marina, della Regia-Aeronautica, dei Carabinieri Reali e della stragrande maggioranza della struttura statale, che storicamente impedì al fascismo di dilagare, se non entro certi limiti.
Nasceva la famosa “Diarchia”, un fenomeno nuovo nel panorama politico europeo (se si eccettua il breve, coevo, esperimento di Primo de Rivera, in Spagna); una diarchia non amata dal Re, conscio delle proprie prerogative sovrane, ma vissuta con spirito di sacrificio e mitigata, comunque, dalla stima personale che egli aveva nei confronti dell’uomo Mussolini.
La presenza del Re a capo dello Stato, insomma, fu sempre una spada di Damocle sulla testa del duce. Accettata tale situazione, per il dittatore la realtà divenne sempre più pesante con il passare degli anni, soprattutto dalla seconda metà degli anni trenta. Del resto egli comprendeva perfettamente che se non avesse ripudiato le origini repubblicane del fascismo “sansepolcrista”, ben difficilmente il regime sarebbe stato accettato da larghissimi strati dell’opinione pubblica, specialmente nel meridione; né sarebbe stato accettato dalle potenti classe borghesi ed industriali ed industriali del nord, comunque garantite dalla presenza della monarchia.
Per vent’anni Mussolini – che Vittorio Emanuele III chiamò sempre “Presidente” e mai “duce”, dovette accettare il “rischio” di vedersi rifiutare la firma su ogni singolo provvedimento.
Questo frangente, ad esempio, non lo ebbe mai il leader del partito nazionalsocialista tedesco Adolf Hitler, con le conseguenze che la storia ci ha tramandato.
Il momento più basso dei rapporti tra i due vi fu proprio quando il regime fascista sembrò essere giunto all’apice del successo e della considerazione internazionale: allorché con la guerra dei 7 mesi in Africa Orientale l’Italia “recuperò”, da sola, tutti i compensi coloniali che non gli erano stati riconosciuti al termine del primo conflitto mondiale. Vittorio Emanuele III diveniva Imperatore d’Etiopia, ma doveva accettare, per la prima volta, di condividere un titolo, pur se onorifico, quale quello di 1° Maresciallo dell’Impero”, con Mussolini. Fu un campanello d’allarme sui rapporti tra i due.
Altrettanto indigesto per il Re, la decisione del gran Consiglio del Fascismo di varare un provvedimento che riservava a quell’organo il parere sulla successione al Trono, in caso di problematica dinastica, che spinse la principessa Maria Josè a chiedere chiarimenti direttamente al Capo del Governo.
Nel 1936, in occasione della visita di Hitler a Roma, il Re – antitedesco – sedette in prima fila, quale Capo dello Stato, nell’ accogliere il Cancelliere tedesco (con un Duce imbufalito di doversi piegare a quella regola protocollare), non facendo nulla per nascondere la propria antipatia, istintiva, verso il dittatore tedesco.

Visita ufficiale di Adolf Hitler a Roma, 1938. Sul palco in prima fila da sinistra: Benito Mussolini, Adolf Hitler, Vittorio Emanuele III. In seconda fila, da sinistra: Joachim von Ribbentrop, Mafalda di Savoia, Joseph Goebbels, Rudolf Hess. Da notare la dignità del Re Vittorio Emanuele III nel saluto militare e non “fascista”.

Ormai però, con l’addensarsi di nubi di guerra sempre più fitte sopra l’Europa, all’ormai anziano sovrano, appariva chiaro come la sua presenza fosse fondamentale per equilibrare i rapporti di forza interni al Paese, con un Mussolini sempre più emotivamente affascinato dai successi hitleriani in politica estera (grazie ai quali, in meno di 5 anni, il nazismo aveva, di fatto, annullato le limitazioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles nel 1918, riarmandosi e annettendo Austria, Sudeti, e Boemia. A tali sentimenti mussoliniani, si aggiunse il folle comportamento di Francia e Gran Bretagna che ben poco fecero, in quell’ultimo scorcio degli anni ’30, per impedire l’abbraccio mortale tra il duce ed il fuhrer, iniziando con la proclamazione delle sanzioni che seguirono la guerra d’Etiopia. I tedeschi non le votarono, suscitando la riconoscenza di Mussolini.
La guerra di Spagna, combattuta fianco a fianco da tedeschi ed italiani, cementò ulteriormente un legame sempre più stretto: di fatto, dal 1936 in poi, l’Italia sembrò potesse contare in Europa, unicamente sull’impegnativa amicizia tedesca. Un’amicizia diplomatica basata su questioni di mera opportunità politica, considerando la futura disistima teutonica, verso la nostra impreparazione militare, la quale era provata da gran parte della dirigenza della Wehrmacht.
Al tutto si aggiungeva l’istintiva diffidenza dell’opinione pubblica italiana verso l’alleato, fondata su atavici precedenti storici, che si affondavano sin dalla fine dell’impero romano d’occidente.
Insomma non potendo rimanere neutrali, in uno splendido isolamento svizzero, dovevamo convivere con l’alleato germanico al quale, per di più, si dovevano dare costanti prove di fedeltà ideologica. E’ in questo contesto che rientra l’assurdo per l’Italia: il varo delle legge in difesa della razza che rappresentarono il pegno più evidente, in tempo di pace, pagato dall’Italia alla Germania. Lo scotto lo pagarono i 40.000 ebrei italiani – molti fascisti della prima ora – che dall’Unità nazionale sempre avevano vissuto in un Paese che non conosceva l’odio razziale e che non lo conobbe nemmeno negli anni a venire, in quanto concetto avulso dalla vera cultura italiana.
Gli ebrei italiani furono vittime di una contingenza politica che li sacrificò sull’altare dell’accordo politico. Dovevamo dimostrare ormai, in quel tardo 1938, che italiani e tedeschi marciavano ormai uniti indissolubilmente.
Vero è – e troppo spesso lo si vuole dimenticare – che anche se in presenza di vergognose limitazioni ad alcune pur fondamentali forme di libertà personale, agli ebrei italiani, finché ebbe vita il Regio Governo, non venne torto nemmeno un capello e tutti poterono continuare a frequentare liberamente le loro scuole (differenziate però da quelle “ariane”) e frequentare le sinagoghe. Insomma sino all’8 settembre del 1943 per gli ebrei italiani e per quelli di altre nazionalità presenti nei territori esteri occupati dal Regio Esercito, non si aprirono né campi di sterminio né campi di concentramento e nessuna violenza fisica venne perpetrata nei loro confronti.
Nella Francia “libera” di Vichy – difatti – nel 1940, molti ebrei emigrano nella zona francese di occupazione italiana, dove fino al 1943, gli ebrei francesi furono al sicuro. In Libia, addirittura, il maresciallo Balbo, governatore della colonia, rifiutò di applicare le stesse leggi razziali: nel 1940 l’ex triunviro della marcia romana, fu abbattuto dalla contraerea italiana, in un tragico incidente; molti affermano, che il mandante sia lo stesso Mussolini, stanco della politica coloniale di Balbo, aperta alla diversità razziale. Il Re Vittorio Emanuele III, contrario da sempre alla proposta impostaci dalla Germania sulle leggi razziali, riuscì per ben due volte ad impantanare la legge in Parlamento. Infine, contrariato, dovette accettare le pressioni del Capo del Governo. Tutto cambiò, con l’occupazione tedesca della penisola nel 1943. La guerra del 1940 fu l’epilogo, ormai ineluttabile, di una situazione che affondava le proprie origini nella assurda pace del 1918.
Il rullo compressore tedesco – che in meno di 9 mesi aveva sconfitto ed occupato Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e, soprattutto, Francia, costringendo ad una precipitosissima fuga un corpo di spedizione inglese di 300.000 soldati, indusse Mussolini, ed anche il Re, a ritenere che in poche settimane la partita sarebbe stata chiusa definitivamente con la vittoria tedesca, attraverso una pace con la Gran Bretagna, alla quale si garantiva l’incolumità delle terre coloniali: gli inglesi non accettarono mai l’accordo e i tedeschi iniziarono a preparare l’operazione “Leone Marino”, per l’invasione dell’isola di Albione – invasione, che non avvenne mai, per la supremazia aerea britannica e la rovinosa sconfitta tedesca della Luftwaffe.
Chi non lo avrebbe pensato? Fu la sconfitta francese che fece pendere la bilancia verso il nostro intervento: la Francia, che per vent’anni era stata considerata la maggior potenza militare d’Europa, con un’aviazione ritenuta tra le prime del mondo e con la quarta marina da guerra del Mondo, si vide sconfitta in poco più di un mese.
Non ci volle molto a Mussolini per ottenere la firma dal Re, sulla dichiarazione di guerra.
I sogni di rapida vittoria svanirono ben prima dell’alba e dopo pochi mesi si vide come le cose sarebbero andate in maniera ben diversa. Anche se i rutilanti successi germanici del 1941 contro la Grecia, la Jugoslavia e la Russia, indussero a sperare per il meglio, l’entrata in guerra degli USA fece comprendere che se la vittoria non fosse giunta entro un certo periodo massimo, questa sarebbe stata impossibile. La sconfitta africana del 1942, rappresentò tale limite. Ed infatti, contemporaneamente, iniziarono i contatti italiani con gli alleati per una pace separata.
Sono, ad esempio certi, ma tutti da studiare in gran parte, ad esempio, gli approcci diplomatici del principe Aimone di Savoia, duca d’Aosta, avallati dallo stesso principe di Piemonte e futuro Re Umberto II.
Certo è che nessun principe della Casa avrebbe osato, inoltre, mai muoversi in tal senso senza l’avallo del sovrano. Tornava ad emergere quel concetto di diarchia che aveva caratterizzato l’intero ventennio fascista: ad un Mussolini costretto a credere nella vittoria si contrapponeva un fine politico che, pragmaticamente, aveva compreso come ormai la ruota della fortuna girasse solo nella direzione di Londra, Washington e Mosca. Oltre a ciò, i governi di Budapest, Bucarest e Sofia, alleati alla Germania, non nascondevano di attendere le mosse del Re d’Italia per imitarle e sganciarsi da una guerra ormai insostenibile.
Era sul tavolo di Vittorio Emanuele III e di Mussolini, che pervenivano tutti i rapporti delle prefetture del Regno, i quali riportavano i rapporti dei carabinieri reali sulle varie situazioni di disagio sociale, sulle crisi nei rifornimenti alimentari, sulle conseguenze dei sempre più frequenti bombardamenti, sulla mancanza dei prodotti di ogni genere.
Il Re poteva capire, Mussolini probabilmente capiva, ma non poteva che rimanere aggrappato all’alleato. Per questo la diarchia dovette finire, quel caldissimo 25 luglio 1943, per opera di Re Vittorio. Il “Re soldato” dovette adottare l’unica soluzione possibile per salvare i resti del paese che – come disse al Duce a Villa Savoia la sera del fermo di questi – ormai “era in tocchi”.
Purtroppo poi, raramente nella storia di un paese, le trattative armistiziali vennero tanto mal condotte: ma non è questa la sede per trattarne. Di certo il Re non sempre fu circondato da persone all’altezza della situazione, drammatica, determinatasi in quella torrida estate. Ancora durante il Consiglio della Corona del 7 settembre, sembra che qualcuno dei presenti – terrorizzato dalle possibili rappresaglie tedesche – alla presenza del Sovrano, proponesse addirittura di annullare tutto (ad armistizio già firmato, si badi bene), costringendo lo stesso Re ad intervenire per tacitare tale triste balletto.
L’armistizio dell’8 settembre 1943 era stato la logica conseguenza del fatto che l’Italia, dopo le sconfitte subite dall’Asse in Russia e a El Alamein e dopo l’invasione della Sicilia, non era in grado di continuare la guerra con speranze di successo, al contrario essa vedeva la guerra ormai giunta sul suolo nazionale e per il bene della nazione, il conflitto doveva concludersi.

Sralcio di copertina del giornale “LA STAMPA” del luglio 1943

L’armistizio era un passo niente affatto diverso dalla pace separata che nel 1918 l’Austria-Ungheria, alleata della Germania, aveva chiesto all’Italia e che venne firmata il 4 novembre 1918.
L’importante differenza, fu che nel 1918 la Germania, vista ormai persa la guerra, si arrese agli anglo-franco-statunitensi il 6 novembre, due giorni dopo la resa dell’Austria all’Italia, senza che il suo territorio nazionale venisse invaso.
Nel 1943 invece la Germania non solo continuò ostinatamente la guerra ormai persa, ma invase la nostra penisola, si annesse un’ampia porzione di territorio italiano (l’Alto Adige, le Tre Venezie, l’Istria e la Dalmazia furono incorporate nel Terzo Reich e sottoposte all’amministrazione di un Gauleiter tedesco) e si preparò a contrastare in Italia l’avanzata Alleata, con l’ovvia conseguenza di fare del nostro Paese il campo di battaglia della successiva campagna.
Favorì la formazione di un nuovo stato (la RSI) ponendo le basi per la successiva guerra civile e iniziò una capillare propaganda circa un presunto “tradimento” dell’Italia.
Mentre molti Italiani credevano in buona fede alla propaganda nazifascista e si arruolavano nella RSI, il Regno d’Italia fece ogni sforzo per riorganizzare le proprie forze armate in modo da avere una parte attiva nella liberazione del nostro Paese dai tedeschi, ormai passati dalla condizione di alleati a quella di invasori ostili. Con la partenza da Roma, il mattino del 9 settembre, per alcuni aspetti la diarchia ricominciò, anche se in maniera totalmente diversa: al sud il governo legittimo, riparato nell’unica parte di territorio nazionale non ancora occupato dagli anglo-americani e appena abbandonato dai nazisti, rimasto interamente sotto controllo italiano: quella cittadina di Brindisi – sede del Governo Badoglio, formato da Vittorio Emanuele – il quale tentava di salvare il salvabile, proclamando la resa agli alleati e facendosi riconoscere cobelligerante da questi. Al nord un restaurato Mussolini2.0, che tentava di giocarsi le sue ultime carte con la Repubblica Sociale Italiana, imposta agli italiani con la forza, occupata militarmente dai tedeschi, in quelle province nelle quali, formalmente, era il Presidente, di un colpo di Stato mal-riuscito.

 

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1871: l’entrata dell’Italia nelle grandi potenze

1871: l’entrata dell’Italia nelle grandi potenze

di Aldo Alessandro Mola 02/05/2017

Lo Stato d’Italia compie tra poco il vero 150° del suo ingresso nella Comunità internazionale. Oggi il paese sembra presentarsi in affanno, disorientato, quasi sfarinato. Perciò va ricordata quella data. L’11 maggio 1867 il marchese Emanuele Tapparelli d’Azeglio rappresentò il Regno alla firma del Trattato di Londra che chiuse il contenzioso sul Lussemburgo: una vertenza apparentemente minima, in realtà gravida di storia. Il Granducato era “la Gibilterra del Nord”: un ammasso di fortificazioni erette nei secoli per sbarrare la strada all’invasione dall’una o dall’altra sua parte.

Vittorio Emanuele Taparelli d’Azeglio (Torino, 17 settembre 1816 – Roma, 24 aprile 1890) è stato un politico italiano.

Napoleone III aveva tentato di acquistarlo dal regno dei Paesi Bassi, come nel 1768 la Francia di Luigi XV aveva fatto con la Corsica, venduta a Parigi dal genovese Banco di San Giorgio. Ma la Prussia gli tagliò la strada. La frizione sprigionò scintille. L’Europa era appena uscita dalla guerra del 1866 tra l’impero d’Austria e la coalizione italo-prussiana che all’Italia fruttò il Veneto. La diplomazia ebbe la meglio sulle armi, che – aveva insegnato Clausewitz – ne sono la prosecuzione.
Era il “secolo della pace” che, tra l’una e l’altra “guerra di teatro”, tutte circoscritte per territorio e numero di vittime, durò dal Congresso di Vienna del 1815 alla conflagrazione europea del 1914. Giocando d’iniziativa e di sponda tra il 1859 e il 1860 Vittorio Emanuele II di Savoia coronò il sogno di tanti patrioti: un regno unitario dalle Alpi alla Sicilia. Non era tutto. Mancavano il Triveneto e Roma. Ma anche ai più audaci l’elezione di una Camera nazionale nel febbraio 1861 parve un miracolo, come in opere magistrali ricorda Domenico Fisichella, storico e politologo insigne, designato Premio alla Carriera dal 50° Premio Acqui Storia. Il 14 marzo 1861 il Parlamento proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia. Dunque era fatta? No, perché sia per le persone sia per gli Stati non basta “dirsi” qualcosa, bisogna “esserlo”, occorre ottenere il riconoscimento: battesimo, iniziazione, consacrazione…
La demolizione del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone I abbatté nell’Europa centro-occidentale il principio in forza del quale il potere regio discende da quello imperiale: ora erano le Nazioni a dare corpo agli Stati. La Russia continuò a fare storia a sé, perché, come Terza Roma, non riconosceva alcuna autorità al vescovo si santa romana chiesa, che per un millennio aveva benedetto Pipino e consacrato Carlo Magno e i suoi successori. Il 17 aprile 1861 il Parlamento deliberò che il sovrano avrebbe firmato leggi e decreti come “re d’Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione”: la Tradizione venne fusa con la “rivoluzione”, del resto già alla base dello Statuto promulgato nel regno di Sardegna il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, che proclamò i cittadini uguali dinnanzi alle leggi e la libertà dei culti, caso unico nell’Italia dell’epoca, mentre nel regno delle Due Sicilie – rimpianto da Pino Aprile, da Fabio Andriola inopinatamente elevato a paladino della “verità”, quasi sia lo scopritore della plurisecolare “questione meridionale” – vietava ogni religione diversa dalla cattolica apostolica romana, là praticata in forme abbastanza superstiziose: e non per caso l’abate di Montecassino, Luigi Tosti, si schierò per l’unità d’Italia, come Carlo Passaglia e tanti insigni teologi ed ecclesiastici.
Ma, appunto, nella storia non basta dirsi, bisogna farsi accettare. Dopo la proclamazione, il Regno d’Italia venne riconosciuto dalla Gran Bretagna (che così lo sottrasse all’abbraccio di chi lo confondeva con una qualunque contessa di Castiglione), dalla Svizzera, dalla Grecia (che fu sul punto di avere re il secondogenito di “Monsù Savoia”, Amedeo, duca d’Aosta) e dagli Stati Uniti d’America.
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Pietro Tetar van Elven, “Inaugurazione del Parlamento a Palazzo Madama il 2 aprile 1860”.

Gli altri Paesi, rimasero a guardare. Quasi nessuno credeva che l’Italia sarebbe divenuta uno Stato vero. A tarparne il volo erano mazziniani, federalisti (pochi e irrilevanti), papisti e nostalgici dei regimi abbattuti e sconfessati dai plebisciti che nel 1860 unirono col voto l’adesione alla corona sabauda di Ducati padani, Granducato di Toscana, Emilia e Romagna, Umbria, Marche, Sicilia e Province napoletane. In alcune di queste divampò il “grande brigantaggio”, alimentato da carenza di senso dello Stato, sorretto dall’estero e direttamente dallo Stato pontificio, il quale si pose come organo di tutela.  Fu una partita tanto difficile e dura quanto necessaria. Checché ne capiscano i nostalgici del trapassato remoto, appunto alla Pino Aprile, l’Italia era il ponte tra la Gran Bretagna, l’India e l’Estremo Oriente. Potate per linee ferrate dal Mare del Nord al Mediterraneo settentrionale, dai suoi porti (Genova, anzitutto) le merci avrebbero puntato, via nave, verso il Canale di Suez ormai in costruzione. Il mondo cambiava celermente nell’età dei cavi telegrafici sottomarini, del gioco di borsa, dei grandi traffici e della seconda età coloniale che in pochi decenni portò l’Europa a dominare l’80% dell’Africa e, con metodi sbrigativi, la Cina (anche tramite la guerra dell’oppio), l’India, l’Afghanistan, per trarne risorse e senza la pretesa infantile di esportarvi la democrazia. Era l’età studiata da Karl Marx, secondo il quale senza ammodernamento (industrializzazione e accumulazione del capitale) non sarebbe mai giunta la liberazione del lavoro dalla mercificazione. Rispetto ai Paesi da più tempo uniti, organizzati e dotati di una dirigenza capace di pensare “in grande”, l’Italia era arretrata, malgrado i Congressi degli scienziati (1839-1847), la prima statistica del regno (1861) e le ancora balbettanti Esposizioni nazionali. Ben vennero quindi i riconoscimenti del neonato Regno da parte del Portogallo (il cui re aveva sposato Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II), dell’impero ottomano e dell’Olanda (1861). L’impero di Russia e il regno di Prussia lo riconobbero solo nel luglio del 1862, proprio quando Garibaldi organizzò la spedizione contro il papa (“Roma o morte”), rischiando di far annientare la credibilità di uno Stato sorto non per suscitare disordini ma per concorrere alla pace europea. Il 25 giugno 1863 la Danimarca accreditò il suo rappresentante presso il re d’Italia. La Spagna si decise solo il 12 luglio 1865, quando capì che era del tutto vana la speranza di restaurare Francesco II di Borbone. Vittorio Emanuele II, di gran lunga superiore al ritratto che ne fa Adriano Viarengo nella biografia ora edita da Salerno, per unire l’Italia aveva generosamente sacrificato non solo la Savoia e l’italiana Nizza, ma anche Torino quale capitale: meritava credito. Lo stesso anno il regno fu riconosciuto da Brasile, Messico e dal cattolico Belgio. Mancava il tassello finale. Con la pace di Vienna (3 ottobre 1866) l’Austria aveva sì ceduto il Veneto, ma a Napoleone III, che a sua volta lo “trasferì” alla Corona d’Italia: accordo ratificato dal Parlamento italiano il 13-16 aprile 1867.
Il corpo diplomatico italiano, guidato da patrioti di alto talento quali Alfonso La Marmora e Pompeo di Campello e da ambasciatori di prim’ordine come Costantino Nigra e Isacco Artom, cresciuti alla scuola di Cavour, raggiunsero la meta: l’Italia fu accolta alla Conferenza di Londra del maggio 1867. Fu la sua prima volta: “ultima fra le grandi potenze” si disse con sorriso ironico. Ma le sue potenzialità erano chiare agli osservatori stranieri. Volente o nolente il Mondo Nuovo doveva passare per l’Italia.

Da sinistra a destra: Alfonso Ferrero della Marmora (1804-1878) è stato un generale e politico italiano; Pompeo Di Campello (1803 –1884) è stato un politico italiano e senatore del Regno; Costantino Nigra (1828 – 1907) è stato un filologo, poeta, diplomatico e politico italiano; Isacco Artom (1829 – 1900) è stato un diplomatico e politico italiano, divenne il primo ebreo d’Europa ad occupare un alto incarico diplomatico al di fuori del proprio Paese e ricoprì la carica di Senatore del Regno.

Perciò non le erano più consentiti colpi di testa, come la spedizione garibaldina dell’ottobre-novembre 1867 contro il papa-re. Del resto, pochi giorni dopo la Conferenza di Londra lo sfortunato Massimiliano d’Asburgo, aspirante imperatore del Messico, mandato allo sbaraglio da Napoleone III, fu arrestato a Querétaro dagli sgherri di Benito Juárez, che lo fece fucilare, su procura degli USA.
I veri frutti dell’ingresso del Regno d’Italia nella Comunità internazionale si colsero tre anni dopo, quando il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella-Castagnola frenò ogni tentazione di scendere in guerra contro la Prussia a fianco di Napoleone III e, nella “finestra” aperta con la sconfitta dell’imperatore a Sedan, corse a Roma per chiudere la “questione” che teneva inquieto il Paese e l’Europa intera. Nei giorni fatali del 19-20 settembre 1870 Pio IX venne “vegliato” dagli ambasciatori di Paesi luterani ancor più che da quelli cattolici, perché era in gioco il coronamento del Risorgimento sognato da Cavour quando, il 17 marzo 1861, aveva fatto proclamare Roma capitale d’Italia: una data da mettere in calendario sin d’ora, in vista del suo 150°. Lasceremo dove sono i nostalgici degli antichi regimi e i visionari d’ogni genere e ricorderemo Vittorio Emanuele II padre della Patria: egli, sì, “uomo della provvidenza” come nel 2011 convenne il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, e come scrive “La Civiltà Cattolica” che nel suo n. 4000 plaude all’ “ideale unitario” che la animava “prima ancora che si concepisse l’Italia una e indivisa sul piano politico”. In realtà quello stesso ideale, molto prima che dai gesuiti, anzi contro la loro Compagnia, era stato coltivato da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, dal carbonaro Silvio Pellico a da una schiera di patrioti, in gran parte massoni, che ebbero per vessillo il tricolore con lo scudo sabaudo: l’11 maggio 1867 accolto a Londra tra le bandiere del Mondo Nuovo, mentre gli zuavi di Napoleone III facevano quadrato attorno a Pio IX, nemico acerrimo dell’unità d’Italia.

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Il regno sabaudo: verso l’unità nazionale

Il regno sabaudo: verso l’unità nazionale

di Franco Ceccarelli 15/04/2017

Spesso si riflette se l’unità d’Italia – dopo 1500 anni di divisione – sia stato un fattore positivo o un tragico errore. Spesso, dalla cronaca nazionale, emergono segni di cedimento sul senso di “unità nazionale” che da 140 anni unisce nuovamente la nostra penisola sotto un’unica bandiera.
Sperare di comprendere storicamente un dato evento, negli anni immediatamente seguenti un dato fatto storico, non è mai di facile lettura. Basti pensare alla rivoluzione Francese del cui “mito” molti angoli sono stati smussati solo duecento anni dopo il verificarsi della stessa.
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Particolare di dipinto della Seconda guerra di indipendenza, raffigurante “La battaglia di San Martino”, il quale fu uno degli scontri che composero la battaglia del 24 giugno 1859, meglio conosciuta come “battaglia di Solferino e San Martino”.

Ciò vale, indubbiamente, anche per il risorgimento nazionale, fenomeno storico che si può e si deve ancora analizzare e sviscerare, sfrondandolo di un’inevitabile, prosaica, retorica post-unitaria. Il risultato finale del Risorgimento, è quello du aver portato all’Unificazione della Nazione, grazie ad un Re, che ebbe l’acume di circondarsi di persone di straordinaria intelligenza politica e diplomatica, nonché di avventurieri che operarono – con indubbio disinteresse – solo per un ideale “garibaldino” che segnò un’epoca e tre generazioni di italiani.
Dunque, se si riesce ad eliminare la retorica, non si può non accettare – unionisti ed anti unionisti – il fatto che nel corso del XIX secolo, furono tanti gli italiani – di ogni regione – che si ritrovarono legati dal comune ideale di libertà del “suolo patrio” dal giogo straniero. Una stragrande maggioranza provenne dalla classe medio-alta della nascente borghesia imprenditoriale, da una parte del mondo agrario del centro-nord, e da una parte non piccola dell’aristocrazia in gran parte composta da uomini di cultura.
Insomma buona parte della così detta “Intellighenzia” italiana, ebbe una vasta presa sulle altre classi sociali come quella contadina, formata da braccianti e agricoltori, i quali formavano la stragrande maggioranza della popolazione negli stati pre-unitari e che – specie nel meridione – vivevano seguendo il vecchio motto – frutto diretto di secoli di dominazione straniera – “con la Franza o con la Spagna, a me basta che se magna“.
Tale cultura costituiva una drammatica riprova della necessità – per tutte le genti italiche – di vivere per secoli, una continua battaglia diuturna per la sopravvivenza tra due o più padroni, spesso in guerra tra loro. Questo fermento culturale ebbe moto – in gran parte d’Italia – portando dalla parte “dell’ideale nazionale” un sempre maggior numero di individui, i quali incerti all’inizio, vedevano sempre con sospetto il cambiamento e rappresentavano almeno l’80% della popolazione.

Angiolo Tommasi, Le ultime vangate, Olio su tavola, 1892

Il processo di diffusione dell’ideale nazionale, iniziò a diffondersi con forza, sin dal giorno successivo alla restaurazione che seguì il Congresso di Vienna nel 1815. Con la conclusione del Bonapartismo,  si era effettivamente costituito un Regno d’Italia che, per alcuni anni, aveva riunito alcuni milioni di italiani, fino ad allora appartenenti a differenti Stati (Ducati, Stati della Chiesa, Lombardo-Veneto) sotto un’unica bandiera tricolore.
Tale esperienza, che con la restaurazione sembrava definitivamente tramontata dimostrò, di contro, di aver lasciato tracce ben più evidenti di quanto fosse sembrato.
La dinastia sabauda fu – tra i restaurati sovrani italiani -, l’unica che riuscì a sfruttare l’eredità napoleonica in campo economico.
Analizzando la riforma monetaria, questa – tra tutti i provvedimenti napoleonici – lasciò il segno con l’introduzione del sistema decimale nei conti, nei pesi e nelle misure. L’introduzione del franco francese, diviso in 100 centesimi, venne adottato anche in Italia con la lira, divisa sempre in 100 centesimi, diede inizio alla moderna monetazione, usata ancora oggi.
Ebbene, di tutti i principi italiani restaurati sui loro troni dopo il periodo napoleonico, Vittorio Emanuele I di Savoia fu l’unico a voler mantenere tale sistema monetario nei propri Stati, seguito, a ruota, dalla duchessa di Parma.
Tutti gli altri stati, tornarono al vecchio sistema “carolingio” basato su ducati, corone, carlini, fiorini, tornesi, talleri, grana, tarì e altre valute.
La Costituzione non venne concessa dal sovrano Vittorio Emanuele I, il quale era fortemente legato al settecento: secolo che aveva visto – in meno di vent’anni – mutare un mondo. I moti italiani del 1821, pur se non portarono nell’immediato a nulla di concreto, iniziarono a dimostrare agli osservatori più acuti che la mutazione politica della penisola poteva arrivare solo ed unicamente, dal regno sabaudo dell’Italia nord-occidentale, unico istituto monarchico ad avere l’ambizione politica dell’unità nazionale.
La scintilla, inizia sull’onda di eventi interni del Regno di Spagna, nel corso dei quali una parte dell’esercito – armato e pronto ad imbarcarsi per andare a reprimere gli indipendentisti nelle colonie sud americane -, si era ribellato nel porto di Cadice chiedendo la concessione della Costituzione. A seguito di questi, anche in Italia – inizialmente nel Regno delle Due Sicilie – si erano sviluppati moti liberali. Un reggimento dell’esercito reale guidato dagli ufficiali, Morelli e Salviati – di stanza a Nola – si era ribellato e aveva mosso su Napoli.
Il Re Borbone, Ferdinando I, non aveva avuto la forza o il coraggio di contrastare tali truppe inducendo i costituzionali ed i liberali napoletani ad insorgere per sostenere il gesto dei militari. Pressato dalle circostanze, il sovrano cercò di guadagnare tempo, sapendo che ben presto le potenze europee sarebbero in qualche modo intervenute per salvare e ripristinare l’ordine costituito e varato a Vienna, appena sei anni prima.

Ferdinando I di Borbone (Ferdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto; Napoli, 12 gennaio 1751 – Napoli, 4 gennaio 1825) è stato re di Napoli dal 1759 al 1799, dal 1799 al 1806 e dal 1815 al 1816 con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III di Sicilia. Dopo questa data, con il Congresso di Vienna e con l’unificazione delle due monarchie nel Regno delle Due Sicilie, fu sovrano di tale regno dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie.

Stante però la lentezza degli atti delle potenze europee ed il sempre più vivo movimento popolare, il Re borbonico approvò una serie di concessioni accolte con favore dalla popolazione, tra cui la promessa di una carta costituzionale.
Parallelamente l’Austria asburgica – arbitro della vita e della politica italiana – convocava a Verona un assise delle maggiori potenze per affrontare la situazione. Per Ferdinando I, fu salvezza, ma restava il problema di come far giungere agli alleati il “suo grido di dolore” per le riforme che era stato costretto a varare e a subire. Vi era il fondato rischio che i napoletani, pur legatissimi all’Istituto monarchico, potessero in qualche modo limitare la sua libertà d’azione, impedendogli di raggiungere Verona. Ecco quindi il primo gesto che, agli occhi di molti, iniziò ad incrinare l’immagine di Re Ferdinando e della sua casata. Egli infatti chiese ed ottenne che, per poter “difendere” la costituzione innanzi alle potenze riunite, potesse raggiungere la città veneta lasciando in “garanzia” il proprio figlio ed erede, Francesco, duca di Calabria.
Non appena in Veneto, al sicuro sotto le bandiere dell’Imperatore d’Austria, Ferdinando I richiede al consiglio di un corpo di spedizione, il quale fu subito concesso dagli Asburgo, per la riconquista delle Due Sicilie. Finito il sogno costituzionale i reggimenti asburgici, ebbero ragione con una rapida campagna militare sulle raccogliticce truppe napoletane, così da permettere al sovrano napoletano il ritorno nella sua capitale e l’avvio di una pesante repressione verso i capi ed i sostenitori dei moti.
Come accennato anche il Piemonte venne interessato da una serie di sollevazioni che videro il coinvolgimento anche di reparti di truppa nonché di esponenti dell’aristocrazia. In tale regione, difatti, le sommosse vennero affrontate ma, indiscutibilmente, con una politica molto più professionale. 
Innanzitutto il Re Vittorio Emanuele I, alla notizia della sollevazione della guarnigione di Alessandria e dell’adesione a tale moto anche di esponenti di famiglie fedelissime alla dinastia sabauda, non volle adottare alcun provvedimento repressivo. Preferì abdicare, lasciando in buon ordine i propri Stati, lanciando un ultimo proclama al popolo. Restava da scegliere chi avrebbe affrontato la situazione e, per la prima volta, si affacciò sulla scena politica italiana il nome del principe Carlo Alberto, ventitreenne Capo del ramo cadetto dei Savoia Carignano.

Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio di Savoia-Carignano (Torino, 2 ottobre 1798 – Oporto, 28 luglio 1849) è stato Re di Sardegna, Duca di Savoia e Principe di Piemonte dal 27 aprile 1831 al 23 marzo 1849. Fu inoltre, tra gli altri titoli, Principe di Carignano, Duca di Genova e Conte di Barge.

Il rampollo si trovò a Torino in quei giorni investito della Reggenza dello stato, in assenza del nuovo legittimo Re: Carlo Felice, il quale con l’abdicazione di Vittorio Emanuele I, sarebbe dovuto salire al trono.
Pressato dagli ambienti più illuminati della stessa corte, Carlo Alberto cedette alle pressioni della piazza e concesse un costituzione, subordinando però la decisione finale all’approvazione del nuovo Sovrano.
Con tale gesto Casa Savoia poneva già una prima ipoteca sul ruolo fondamentale che avrebbe svolto nei decenni a venire e lo stesso Re Carlo Felice, il quale con la sua decisione di revocare tale riforma contribuì a far volgere sulla Dinastia piemontese le speranze dei liberali italiani. Lo stesso allontanamento di Carlo Alberto dalla Corte, contribuì infatti ad inserire il principe nell’elenco delle “vittime” delle repressioni dei moti liberali che, anche nel Regno Sardo, non mancarono.
Dunque se a Napoli la dinastia fu compatta a fianco del Re Ferdinando, in quello che i liberali partenopei considerarono un vero e proprio tradimento, a Torino un esponente della casa regnante “pagava“, in proprio, con il bando; un gesto storico compiuto poiché condivideva istanze e speranze del popolo.
Vi era, insomma, un esponente appartenente ad una dinastia italiana a cui, per la prima volta, si poteva guardare con la speranza che un giorno avrebbe potuto recepire le istanze di una nuova epoca. Di certo dovettero passare ancora molti anni e lo stesso Carlo Alberto, nella sua qualità di erede al Trono, non avendo Carlo Felice successori diretti, dovette “ricrearsi” una verginità conservatrice per poter mantenere il suo diritto di regnare.
Nel 1830, con la morte di Carlo Felice, si estingue la linea sabauda primigenia, ed iniziava il regno dei Savoia-Carignano, ramo cadetto della dinastia, la quale avrebbe portato a compimento – appena trent’anni dopo – il processo di unificazione. La salita al trono di Carlo Alberto destò le speranze dei moderati e dei liberali italiani che ambivano alla carta costituzionale. Il sovrano a 33 anni, era uomo di straordinaria statura fisica – essendo alto 2,03 -, ma anche morale: difatti era imparentato con la casa d’Austria, attraverso la moglie, e già padre di due figli che assicuravano il futuro alla dinastia. Uno di questi sarebbe stato il futuro Re Vittorio Emanuele II.
Lo stesso anno dell’ascesa al trono di Carlo Alberto, un’altra ondata rivoluzionaria attraversava l’Europa.
Ancora una volta è la Francia ad essere protagonista, dove avviene la famosa “rivoluzione di Luglio“, la quale pose fine al regno di Carlo X, uno dei massimi difensori del vecchio sistema pre-rivoluzionario e fratello di quel Luigi XVI ghigliottinato nel 1793. Così, invece della proclamazione di una nuova repubblica francese, gli stessi insorti pretesero, il mantenimento dell’istituto monarchico in favore del principe Luigi Filippo d’Orleans: capo del ramo cadetto della casa Borbone-Francia. In Sardegna per successione, in Francia per Rivoluzione: due nuovi principi sembrarono incarnare la possibilità di un connubio tra un istituto monarchico e la possibilità dell’avvio di riforme in senso liberale dello Stato.

Léon Cogniet, Louis Philippe d’Orléans duca di Chartres, 1834 (particolare).

In Francia tale processo venne immediatamente avviato, soprattutto per le pressioni di una forte borghesia, ormai avviata nel solco di un impetuoso sviluppo economico, il quale pretendeva riforme anche politiche ma, soprattutto, economiche. In Piemonte invece, proprio per l’assenza di una consistente classe sociale intermedia che potesse far sentire il proprio peso politico ed economico, tale processo venne avviato, inizialmente, nel campo economico, ed in maniera abbastanza limitata.
Di contro, gli Stati Sardi, già da allora iniziarono a rappresentare un rifugio, tutto sommato abbastanza sicuro, per molti sudditi di altri stati italiani costretti all’esilio in seguito ai falliti moti insurrezionali, che interessarono tra il 1830 ed il 1831, il ducato di Modena e le Legazioni degli Stati Pontifici.
Come detto fu con il regno di Carlo Alberto che i Savoia iniziarono a ritagliarsi il ruolo di punto di riferimento per molti esponenti del pensiero risorgimentale italiano. Ideale non di certo proteso totalmente verso l’unità nazionale, come erroneamente fatto credere dalla retorica post risorgimentale. Era più sentito, invece, l’indipendenza della penisola da qualsiasi influenza politica, diretta od indiretta, da parte di paesi stranieri: l’Austria in primis.
Ed in quella prima meta del XIX secolo tale presenza era veramente pesante. Senza parlare di Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli ed Istria, che in quanto provincie dell’impero asburgico erano direttamente sotto il dominio imperiale; il ducato di Modena e Reggio, il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, il granducato di Toscana non avevano un propria politica autonoma: le loro rispettive dinastie da strettissimi rapporti con la Casa Imperiale Asburgica. Austria-Este, a Modena, Borbone a Parma, Asburgo Lorena a Firenze, non erano che derivazioni del potere asburgico, pur se, specialmente in Toscana, quei regnanti erano riusciti a suscitare sentimenti di profondo affetto nella popolazione.
Lo stato Pontificio non aveva rapporti dinastici ma, di contro, sosteneva il proprio potere politico usufruendo dell’appoggio militare fornitogli dalle grandi potenze europee, dove la stessa Austria era reiteratamente intervenuta a sostegno del potere papale per ristabilire l’ordine nelle provincie romagnole della Santa sede. Differente, ma solo in parte, il discorso per il Regno di Napoli, il maggiore per estensione territoriale degli stati italiani preunitari.
La bandiera borbonica sventolava su Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise e Abruzzi ma, anche in tale caso, era forte la vigilanza austriaca,  la quale per alcuni anni – dopo i moti del 1821 – aveva mantenuto nel Regno borbonico un contingente di truppe fisso (con oneri a carico dell’erario napoletano). Per di più, la parte migliore dell’esercito napoletano era composto da truppe mercenarie, che il Re Borbone assoldava regolarmente in Svizzera ed in Germania. L’Italia era sotto l’influenza dell’interessata protezione austriaca, sotto lo scettro di dinastie italianizzate, le cui origini e tradizioni erano a Vienna o, come nel caso dei Borbone-Napoli, a Madrid.
Ciò considerato appariva evidente come, indiscutibilmente, l’unica vera dinastia allogena italiana fosse quella dei Savoia che seppur nati nell’ambito del vasto mondo francofono, sin dalla prima metà del 1500, avevano intuito che il futuro, della dinastia si sarebbe sviluppata verso la penisola italica. 
Come in tutte le regge europee, anche in Casa Savoia si dialogava in francese, ma la lingua dello Stato era l’italiano e mai si era interrotto, nei secoli, quel processo di estensione dei confini, sempre diretti verso le provincie della penisola.
Alla morte del Re Francesco I di Borbone, nel 1830, al giovane e deciso principe Ferdinando, gli fu legato inizialmente il ruolo di “liberatore degli italiani“. Ferdinando però, divenuto Re Ferdinando Il delle Due Sicilie, bloccò sul nascere tali speranze con la ormai celebre affermazione: “io sto bene tra l’acqua salata e l’acqua santa” intendendo con ciò di non vedere la necessità, per lui, di immischiarsi in faccende esterne al suo Stato, circondato per tre parti dal mare e per una dai confini pontifici. Indubbiamente un affermazione efficacie ma sicuramente contribuì definitivamente a rafforzare la posizione dei Savoia e ad indebolire quella borbonica, per quanto concerne l’idea politica di unità nazionale.
Conclusi quindi con le solite repressioni i moti del 1830/31, si apriva per la penisola italiana un ventennio di apparente tranquillità prodromo di quella vera e propria tempesta che sarebbe stato il ’48; un anno che sarebbe entrato nell’immaginifico popolare come l’anno dei grandissimi cambiamenti. Tale periodo per gli Stati Sardi corrispose in pieno al regno di Carlo Alberto che, se deluse da una parte le aspettative dei liberali più accesi – rimandando la concessione di una carta costituzionale -, avviò un piano di riforme economiche, le quali accontentavano le aspettative delle categorie imprenditoriali, gettando le basi per far divenire il Piemonte uno stato tecnologicamente avanzato in linea con le grandi potenze europee. I primi segnali di cambiamento nella penisola italiana si affiorano nel 1846, con l’elezione del cardinal Mastai-Ferretti al trono pontificio: Pio IX, il quale si pose come individuo determinante per l’avvio di quell’ inarrestabile processo, che nel 1861 avrebbe portato alla nascita del Regno d’Italia. Il nuovo Papa infatti, il cui regno seguiva quello di un Pontefice tra i più reazionari della storia della Chiesa, quale fu Gregorio XVI, seppur timidamente avviò una serie di riforme nei propri stati; tra queste l’attuazione delle amnistie.

Giovanni Maria Mastai Ferretti divenne Papa Pio IX (in latino: Pius PP. IX). Nato a Senigallia il 13 maggio 1792 e morto a Roma il 7 febbraio 1878, è stato il 255º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica e 163º e ultimo sovrano dello Stato Pontificio (1846-1870). Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica dopo quello di san Pietro. Fu terziario francescano ed è stato proclamato beato nel 2000.

I principi italiani, statici nel loro conservatorismo politico, furono in parte affascinati e in parte spaventati da queste aperture. Non per la portata di esse, in fondo modesta, ma per il fatto che venissero proprio da quella Santa Romana Chiesa considerata, da sempre, uno dei bastioni del conservatorismo della “pax europea” voluta dei congressisti di Vienna nel 1815. I liberali italiani sembrarono esplodere. La concessione delle libertà civili sembrava a portata di mano. Se iniziava a concederle il Papa, non vi era motivo che non le concedessero anche gli altri sovrani italiani.
Per Carlo Alberto, uomo di assoluta ortodossia cattolica, che nutriva una venerazione quasi maniacale nei confronti del Papa e di ciò che rappresentava, tali gesti dovettero – a livello psicologico – avere effetti quasi dirompenti. Finalmente veniva a cadere la cortina di ferro che separava le due anime del Re: quella del Sovrano illuminato, il quale comprendeva come fosse inevitabile procedere a radicali riforme del sistema, e quella del principe educato al rispetto di quei principi della monarchia assoluta che aveva ricevuto in eredità “per grazia di Dio“. Se il rappresentante di Dio in terra, rinunciava ad alcune delle sue prerogative, a maggior ragione poteva farlo Lui.
A ciò si aggiungano gli eventi rivoluzionari che scossero l’intera Europa e che posero fine, definitivamente, ai principi della restaurazione post-napoleonica culminati con la caduta politica del principale difensore di quel sistema: l’ormai vecchissimo principe Klemens Wenzel von Metternich, il cancelliere di ferro dell’Impero asburgico, divenuto un monumento a se stesso, rovesciato dalla rivoluzione nella sua stessa Vienna.
In Italia il primo che si trovò a dover affrontare i fremiti dei costituzionali, fu il Re Ferdinando Il. I tumulti ebbero inizio in Sicilia, la quale da sempre vantava diritti di autonomia rispetto al centralismo autoritario dello Stato Borbonico.
La rivolta attraversò l’isola ed in breve tempo si costituì a Palermo un governo provvisorio intenzionato ad autodeterminare il futuro dei siciliani.
La tempesta europea bloccò il Re di Napoli in ogni azione tesa ad una immediata repressione. Da politico astuto e navigato, nonché da uomo indiscutibilmente intelligente, egli comprendeva che la concomitante rivoluzione viennese lo privava del suo principale “protettore” e che, da solo, difficilmente sarebbe riuscito a domare la rivolta anche perché non poteva certo dirsi tranquillo nemmeno nella parte continentale del suo Regno.
Di qui la necessità di tacitare gli animi con qualche concessione che potesse garantire, almeno per qualche tempo, una certa tranquillità nell’attesa degli eventi. La tanto agognata Costituzione venne concessa ai napoletani. Anche se ciò non fu sufficiente a domare i focosi siciliani ormai avvezzi a non fidarsi troppo delle concessioni borboniche. Quei mesi furono tutto un susseguirsi di eventi: la rivoluzione scoppiava anche in Francia, dove veniva rovesciata la monarchia liberale dei Borbone-Orleans; Luigi Filippo si rifugiava a Londra e la repubblica – la seconda – veniva proclamata a Parigi.
Il terrore iniziò a correre per l’Europa. I sovrani italiani iniziarono a dubitare della loro stabilità; la costituzione venne vista quale ancora di salvezza e, ben presto, sia il Papa che il Granduca di Toscana ne annunciarono la concessione ai loro popoli. Lo stesso accadde in Piemonte, dove Carlo Alberto, in febbraio, annunciava ai popoli sardi la sua intenzione di concedere uno Statuto. In meno di tre settimane nasceva ed entrava in vigore quello “Statuto Albertino” che sarebbe diventata, evolvendosi naturalmente con i tempi, la massima Carta per gli italiani fino al 1948.
Fu il gesto più importante del suo Regno e della sua vita politica. Il Re di Sardegna era entrato nel novero dei sovrani costituzionali. Per i milanesi, sudditi austriaci ma non certo filo-asburgici, il lieto evento portò alla rivolta scoppiata nella capitale dell’asburgico Lombardo-Veneto. Anche i più ottimisti milanesi saliti sulle barricate in quelle fatidiche cinque giornate, capivano che, pur cacciando gli austriaci dalla città, mai avrebbero potuto mantenersi nella riconquistata libertà senza il sostegno di una efficiente organizzazione statale che potesse contare su un esercito regolare. Liberare Milano e rivolgere un proclama a Carlo Alberto affinché intervenisse con il suo esercito, fu un tutt’uno.
Questa volta il Re, pose fine a vari indugi, superando il Ticino e marciando verso il capoluogo Lombardo mentre gli giungevano, anche da Venezia, notizia di scontri ed insurrezioni. La situazione non poteva essere maggiormente favorevole: la rivoluzione a Vienna, il Lombardo-Veneto in rivolta, i moti d’indipendenza in Ungheria, impedivano, di fatto, a Vienna, qualunque azione efficace. L’impero, attaccato su più fronti e dall’interno, vacillava mentre la corte asburgica si rifugiava nella fedele Salisburgo lasciando Vienna. Per la prima volta un Savoia, vedeva la possibilità che si realizzasse il sogno di espansione verso la ricca e opulenta Lombardia: da sempre una delle mete della politica estera Sabauda.
Carlo Alberto, al momento di scendere in piazza compì un gesto che rafforzò ancor di più la certezza di un intento politico di entità nazionale: solo due mesi dopo averlo concesso lo Statuto, ne modificò la voce relativa alla bandiera nazionale. Non più solo l’azzurro vessillo sabaudo avrebbe garrito sulle teste dei fanti e dei cavalleggeri di Piemonte, Liguria, Sardegna e Valle d’Aosta, bensì il tricolore, bianco, rosso e verde, con nel centro lo stemma di Casa Savoia. Un piccolo gesto che però assunse, ben presto, un significato politico gigantesco. Per la prima volta i tantissimi scontenti dei governi pontificio, napoletano, lorenese, estense, poterono dire di avere, finalmente, una loro bandiera, un simbolo sotto cui impegnarsi per affrancarsi da secoli di dominio straniero. Una bandiera non più simbolo di una dinastia regnante, ma simbolo di un concetto di stato nazionale, seppur ancora, al momento astratto.

A sinistra il celebre dipinto di Francesco Hayez, “Meditazione Italia 1848”, una composizione allegorica che descrive la situazione politica italiana dopo i moti del 1848. A destra la nuova bandiera sabauda del 1848: prima scintilla di unità nazionale a livello politico.

La guerra si rivelò fortunata per le armate piemontesi, con l’occupazione di Milano e di alcune importanti fortezze austriache in Lombardia, ma dall’estero iniziarono a giungere le prime notizie funeste. Lo Zar di Russia, scendeva in campo a fianco dell’Imperatore d’Austria per reprimere la rivolta d’Ungheria e fu il principio della fine.
Chiuso il fronte ungherese con l’aiuto russo, gli austriaci tornarono, con ogni loro mezzo in Italia, decisi a riconquistare le provincie perdute e a ripristinare la situazione coante. Nel 1848 non ci fu un Piave come avvenne nel 1918.
Ben presto gli insorti veneti e lombardi furono in rotta, scarsamente sostenuti dalle ormai esauste truppe piemontesi, appoggiate poco e malamente da raccogliticce milizie, per lo più volontarie, giunte dal Lazio, dalle Romagne e, soprattutto, dalla Toscana. Non appena fu chiara la situazione che andava creandosi, Pio IX, e il Re Ferdinando Il fecero comprendere come le loro simpatie costituzionali fossero ben poco solide e scarsamente motivate.
Il Papa lasciava Roma mentre il Re di Napoli, ordinando alla propria Marina Militare di abbandonare il blocco alle coste austriache nell’alto Adriatico, avviato insieme alla Squadra Sarda in funzione anti austriaca al principio di quella che sarebbe divenuta la prima guerra d’ indipendenza, si apprestava alla riconquista della Sicilia.
Le fortune di Carlo Alberto finirono a Novara dove, in un’ultima battaglia campale, lo spossato esercito piemontese venne pesantemente battuto dagli austriaci del Maresciallo Radetzky. L’armistizio venne subito chiesto e concesso.
Intanto, come detto, Pio IX fuggiva, vestito da semplice prete, sotto la protezione del Re Ferdinando II, a Gaeta, mentre le navi napoletane bombardavano pesantemente la ribelle Messina in maniera tanto pesante da far meritare al sovrano napoletano l’ormai celebre appellativo di “Re Bomba“. Inutilmente il governo di Palermo offriva la corona di Sicilia al duca di Genova, secondo genito di Re Carlo Alberto; i giochi erano ormai fatti e, ben presto, le forze regolari borboniche schiacciarono ogni resistenza nell’Isola. Resistevano solo le effimere repubbliche di Roma e di Venezia; ultimo fuoco di paglia di mesi e mesi di speranze. Anche le due città, ben presto caddero. Prima Roma, sotto gli attacchi dei francesi del generali Oudinot, quindi Venezia, bombardata da terra e dal mare dagli austriaci.
Tutto tornava in ordine; di costituzioni nemmeno a parlarne: immediatamente vennero revocate dal Papa, dal Re Ferdinando e dal Granducato di Toscana appartenente a Leopoldo II d’Asburgo-Lorena cui però i sudditi, pur in fondo stimandolo profondamente, non gli perdonarono di essersi andato a rifugiare sotto le baionette austriache ed essere tornato a Firenze sulle loro punte. Ed invece, pur dopo tale restaurazione, nulla sarebbe stato più come prima.
Lo stato sabaudo fu l’unica istituzione monarchica che non revocò lo statuto. Se Carlo Alberto, infatti, era stato costretto ad abdicare dopo le due sconfitte subite a Novara nel 1848 e nel 1849 – anno in cui aveva tentato di riprendere la campagna contro gli austriaci, terminata con un’altra rovinosa sconfitta -, a lui era succeduto un giovanotto di 27 anni, con i lunghi baffi a punta, che saliva al Trono con il titolo di Vittorio Emanuele II.
Il giovane Re si trovò ad affrontare, da solo, il vincitore austriaco: il maresciallo Radeztky. Vittorio Emanuele II nel rifiutare l’adesione alla richiesta asburgica, di sopprimere lo Statuto costituzionale, si impose di forza a livello geopolitico. Tale diniego avvenne non certo per lungimiranza politica, ma per via della parola data: nella sua dinastia, egli affermò, gli accordi stipulati sono sacri e per di più mai egli avrebbe ricusato il gesto compiuto dal padre.
Con le sconfitte di Novara si era toccato il fondo, ma proprio da allora partiva il decennio d’oro da cui, volenti o nolenti, sarebbe scaturita l’indipendenza italiana. All’epoca, nessuno lo sospettava: in tutta Italia la pace appariva infatti ristabilita. Si apriva, insomma, quel che può definirsi un “decennio di preparazione“: si accresceva la fiducia che, prima o poi, si addivenisse ad una unificazione degli stati italiani ma, come a ciò si sarebbe giunti era abbastanza nebuloso.
Federazione di Stati? Allargamento di questo o quello stato? Monarchia federale sotto lo scettro papale? Repubblica? Insomma le correnti erano tante e le idee chiare poche. Solo Garibaldi era certo di una cosa: a qualunque mezzo via gli austriaci dall’Italia. Poi si sarebbe visto: d’accordo anche Mazzini che, di contro, andava proclamando l’instaurazione di un sistema repubblicano sgradito alla gran parte di coloro che detenevano nelle loro mani le leve del comando ed avulso alla stragrande maggioranza delle masse popolari che, in molti casi, ignoravano perfino il senso della parola repubblica. Ciò senza nulla voler togliere a Giuseppe Mazzini, il quale aveva invece ben chiaro il fine ultimo della indipendenza dei popoli italiani.
A Torino, intanto, mentre l’esercito sabaudo si riprendeva dalla sconfitta nella prima guerra di indipendenza, si affacciava sull’orizzonte della scena politica torinese la figura di un omino che avrebbe segnato con il suo operato la storia della nazione: quel Camillo Benso di Cavour che fu l’elemento determinante per il raggiungimento di quegli obiettivi cui nessuno a Torino mirava ma che lui, invece, quantomeno intuiva.
i-tre

Da sinistra a destra: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella; Vittorio Emanuele II di Savoia (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia; Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878) è stato l’ultimo Re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo re d’Italia (dal 1861 al 1878). Dal 1849 al 1861 fu inoltre duca di Savoia, principe di Piemonte e duca di Genova. Per non aver abrogato lo Statuto Albertino gli venne dato l’appellativo di Re galantuomo o Re gentiluomo, appellativo con cui è ricordato tutt’oggi; Giuseppe Maria Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882) è stato un generale, patriota, condottiero e scrittore italiano. Noto anche con l’appellativo di “Eroe dei due mondi” per le sue imprese militari compiute sia in Europa sia in America Meridionale, è la figura più rilevante del Risorgimento e uno dei personaggi storici italiani più celebri al mondo.

Cavour si presentò sulla scena politica subalpina con idee ben precise: innanzitutto riformare economicamente lo Stato: solo con un’economia moderna ed efficiente, sarebbe stato possibile creare le strutture per sostenere un eventuale futuro conflitto contro l’opprimente vicino austriaco.
E ben presto, la sua straordinaria intelligenza iniziò a lavorare in tal senso. Tra il 1852 ed il 1860 il Piemonte raggiunse livelli di sviluppo tali da metterlo alla pari, fatte le debite proporzioni dimensionali, con i più progrediti paesi europei.
Nel frattempo nel resto d’Italia, i sovrani degli antichi stati vegetavano in un limbo statico ed ovattato come se tutto dovesse, in eterno, restare tale e quale. Gli anni non erano però passati invano ed in ognuno degli stati pre unitari covava un fuoco, più o meno vivo, di latente rivolta contro i vari regimi illiberali restaurati dalle armate austriache. Le repressioni erano frequenti ovunque; erano più o meno severe e spesso si concludevano con bandi che esiliavano questo o quel facinoroso.
Dalla Sicilia, dalla Lombardia, dalle Romagne, dai Ducati: esponenti più o meno noti delle correnti liberali e costituzionali venivano costretti a rifugiarsi in lidi più sicuri e spesso Torino rappresentava quanto di più sicuro o garantista offrisse in quegli anni il “convento” in Italia. Lo Statuto infatti, precisava e tutelava i diritti dei cittadini e le idee nella grigia Torino, correvano come mai erano corse in qualunque altro stato italiano preunitario. La stampa era libera – secondo i parametri dell’epoca- e il parlamento, pur se eletto da un ridottissima parte della popolazione (così come avveniva, del resto, negli altri stati democratici d’Europa), rappresentava pur sempre una prima libera assise in cui estrinsecare pensieri e proposte. La svolta si ebbe nel 1854, allorché il governo Sardo accettò che venisse aperta a Torino la Lega Nazionale. Con nascita di questa organizzazione i Savoia si trovarono, involontariamente, definitivamente messi a capo di un movimento di lotta nazionale.
La Lega nacque come società di mutuo soccorso a favore proprio di quei fuoriusciti i quali, per motivi politici, erano costretti a rifugiarsi nel regno sabaudo. In pratica veniva a crearsi un centro di raccordo per chiunque, prescindendo dalla regione di provenienza, fosse stato costretto ad abbandonare i luoghi d’origine per motivi politici. Nei locali della Società Nazionale nacque, di fatto, il concetto di Italia.
Il fenomeno non sfuggì al Cavour che, ben presto, pensò di utilizzarlo nell’interesse del proprio Paese. Sia ben chiaro, del proprio Paese, non della comune patria italiana che ancora restava retaggio e speranza di pochi.
Da genio della politica quale era, Cavour comprendeva benissimo che, pur se in regime costituzionale e garantista, nulla avrebbe potuto essere portato a compimento senza l’avallo del Re Vittorio Emanuele Il ma, fortunatamente per lui, Cavour non dovette incontrare grandi difficoltà per convincere il sovrano ad imbarcarsi nella travolgente e fantastica avventura risorgimentale.
Anche al sovrano piemontese, l’idea di poter vendicare la sconfitta di Novara non dispiaceva, specialmente se da ciò fosse derivata la possibilità di allargare i confini del proprio regno incamerando, magari, la prospera Lombardia.
In fondo era questa la tradizionale politica espansionistica di tutti i Savoia che, partendo da poche vallate nella Savoia, erano riusciti a costituire, nei secoli, la seconda maggiore entità statale italiana dopo il regno delle Due Sicilie.
La mente di Cavour iniziò a lavorare: nel 1858 si ebbe la svolta. A Plombiers, in Francia, il primo ministro di Sardegna si incontrava con Napoleone III, imperatore dei francesi, stringendo, di fatto, un’alleanza in funzione anti-austriaca.
Per sommi capi, i punti centrali dell’accordo si stringevano nella garanzia della Francia ad intervenire militarmente a fianco dei piemontesi nel caso in cui questi fossero stati attaccati dagli Asburgo. In caso di vittoria, le due potenze avrebbero contribuito a ridisegnare la carta geografica d’Italia: il Piemonte avrebbe ottenuto il Lombardo-Veneto austriaco, insieme ai ducati di Parma e Modena; con gli ex-territori toscani, ed eventualmente qualche pezzetto di stato pontificio, sarebbe nato un regno dell’Italia centrale (da affidare ad un Bonaparte), mentre nel sud, i Borboni avrebbero potuto essere soppiantati da una dinastia francese, forse gli eredi di quel Gioacchino Murat, maresciallo napoleonico che, durante il bonapartismo aveva regnato per alcuni anni su Napoli.
Un piano ardito, realmente cavourriano, che avrebbe dato al Regno di Sardegna un estensione mai vista precedentemente ed alla Francia (che comunque avrebbe ottenuto le provincie piemontesi di Nizza e Savoia) sarebbe venuta la possibilità di soppiantare il predominio austriaco nella penisola ma mitigato, comunque, dalla presenza di una forte entità statale finalmente italiana. 

Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873), figlio terzogenito del re d’Olanda Luigi Bonaparte (fratello di Napoleone Bonaparte) e di Ortensia di Beauharnais, fu presidente della Repubblica francese dal 1848 al 1852 e Imperatore dei francesi dal 1852 al 1870.

Solo il Regno di Sardegna, tra gli stati italiani, avviò e gestì con pregio – nella prima metà del XIX secolo – una vera politica estera. Ciò fu fattore essenziale per ogni sviluppo della situazione politica della penisola. Mentre infatti i governi di Napoli, Roma o Firenze, continuava a crogiolarsi nella speranza che nulla sarebbe mai cambiato, a Torino la classe politica perseguì con fermezza e determinazione la difesa degli interessi nazionali, interesse identificabile con l’espansione dei confini dello Stato. Da ciò e solo da ciò, il verificarsi di tutto quel che accadde in Italia tra il 1859 ed il 1861, anno della proclamazione del regno d’Italia. Cavour dunque, premeva affinché si determinassero le condizioni una guerra tra Austria e Piemonte, ma la Francia sarebbe intervenuta solo se fosse stata Vienna a minacciare Torino attaccando lo stato sabaudo. Come effettuare la provocazione? Nel mattino della primavera del 1859, plotoni di armati – formati da fuorusciti italiano. L’operazione non piacque agli austriaci, i quali intimarono il disarmo delle truppe. Cavour, sostenuto dal Re, non aspettava altro: rifiutò la minaccia austriaca ed ogni ultimatum e gli Asburgo non poterono far altro che marciare sul Piemonte. Il regno dei Savoia aggredito, si rivolse alla potente armata imperiale francese che, iniziò a giungere per terra e per mare. Fu una campagna sanguinosa, ma trionfale per i franco-piemontesi. Gli austriaci, in rotta ovunque, abbandonarono la Lombardia e si asserragliarono in alcune fortezze. Cavour vedeva concretizzarsi il suo piano e così anche Napoleone III, ma  l’imponderabile si verificò, sfuggendo anche al controllo di Cavour.
Mentre infatti Vittorio Emanuele II cavalcava alla testa delle truppe regie sciabolando gli austriaci, nei ducati e nel Granducato di Toscana, sembrarono cadere tutti i freni inibitori che bloccavano le istanze di libertà di quelle popolazioni.
Il duca di Parma, il duca di Modena ed il granduca di Toscana, si resero tristemente conto, di quanto effimero fosse il loro potere Allorché in tre distinte rivoluzioni, assolutamente pacifiche, compresero che era l’ora di abbandonare le loro capitali. Infatti, tranquillizzati per il fatto che le armate austriache fossero impegnate in ben altre faccende e non potessero quindi intervenire, toscani, emiliani e romagnoli scesero in piazza per chiedere l’intervento a fianco delle armate sarde ai loro sovrani che, invece, preferirono partire di gran fretta raggiungendo le linee imperiali austriache nella speranza che anche questa volta, avrebbero potuto recuperare i rispettivi troni.
A fianco infatti delle armate del Re di Sardegna erano plotoni di esuli che colsero in quelle pacifiche rivoluzioni, la possibilità di rientrare nelle città d’origine, sotto la protezione piemontese. Per la prima volta avveniva una rivolta con precisi fini politici: l’unificazione di alcuni ex-stati con il regno di Sardegna.
Questo fattore mandò all’aria i piani cavourriani e napoleonici di una nuova sistemazione geopolitica dell’Italia. Infatti con la domanda di unione dei ducati e delle legazioni pontificie al Regno di Vittorio Emanuele II cadeva, ad esempio, la possibilità di creare quel regno dell’Italia Centrale da affidare ad un principe napoleonico; cadeva la possibilità di conservare la piena indipendenza del Papa, e ciò terrorizzò Napoleone III che, inaspettatamente, chiese un armistizio che salvo il Veneto all’Austria. Cavour era furioso e si dimise. Il Re accettò le dimissione. Sembrò che tutto potesse tornare come prima ma, il processo avviato si rivelò inarrestabile anche per coloro che lo avevano iniziato.
Il governo Sardo si rese garante della volontà di toscani, emiliani e romagnoli, nonostante l’armistizio prevedesse il ritorno sui troni degli antichi sovrani e nessuno osò, questa volta, riprendere le armi in difesa dei piccoli principi italiani. Sembrava finita, ed invece si era appena all’inizio, grazie alle camicie rosse di Garibaldi. Nei mesi successivi Cavour tornava al potere, alla guida di un nuovo Gabinetto; mai scelta di Re fu più felice: il conte piemontese era l’unico uomo politico in grado di gestire e controllare gli eventi che si sarebbero succeduti nel giro di un anno.
Nel maggio 1860 da Quarto, presso Genova, due vapori mercantili imbarcavano un migliaio di volontari in camicia rossa. Era iniziato il grande momento di Giuseppe Garibaldi. Questa spedizione, che fu denominata “dei Mille“, elemento ricorrente della retorica risorgimentale post-unitaria, nacque indubbiamente per la volontà del generale, ma è bene considerare che egli non si rese conto di essere una, seppur importante, pedina, nel raffinato gioco della diplomazia piemontese. A Torino non potevano essere ignote le intenzioni di Garibaldi: si imbarcava a Genova, principale porto del Regno, su due vapori del più importante armatore genovese (Rubattino), caricava oltre 1000 uomini, non certo invisibili, nelle loro camice rosse, armi e cannoni (pochi) e se ne partiva tranquillo. Tutto si sapeva e l’occasione era d’oro per il Cavour. Garibaldi marciava contro i Borboni: se vinceva, si sarebbe ben fatto in tempo ad intervenire in suo sostegno; se perdeva, il governo di Torino sarebbe stato assolutamente innocente. E Garibaldi vinse. Elemento da non trascurare il forte aiuto britannico, capace di scortare la spedizione sotto la protezione inglese e far sbarcare Garibaldi a Marsala (all’epoca possedimento britannico). Tale manovra fu dovuta, poiché lo stato britannico ambiva al predominio del commercio nel mediterraneo, elemento questo parzialmente in mano al Regno delle Due Sicilie, che non aveva interesse a favorire gli inglesi. Inoltre – vanno ricordate – le mire di Ferdinando I verso lo stato di Malta, isola fondamentale per il controllo del  mediterraneo, sotto influenza britannica, dalla caduta di Napoleone Bonaparte. Il generale eroe “dei due mondi” ebbe successivamente l’aiuto di un numero consistente di “picciotti“: individui della scala gerarchica borbonica, stanchi di rimanere ai margini della politica del Regno delle Due Sicilie.
Il Regno delle Due Sicilie dimostrò una struttura statale non più salda, per via delle forti defezioni dell’esercito regolare, il quale avrebbe potuto schiacciare facilmente la spedizione di Garibaldi e le truppe irregolari dei picciotti. Un regno che aveva dato lustro alla cultura, all’arte, alla scienza, aveva fatto il suo tempo. Morto Ferdinando II, nel maggio 1859, il regno passa a Francesco II. Di bene altro spessore, rispetto a “franceschiello”, Ferdinando era dotato di forte personalità. Senza colpo ferire la Sicilia venne occupata.

Giovanni Fattori, Garibaldi a Palermo, 1860 (particolare)

A Messina i garibaldini erano già diventati oltre 20.000. Lo stretto venne superato nonostante la vigilanza della pur potente flotta napoletana. La marcia in Calabria, Basilicata e Campania fu trionfale. In settembre Napoli veniva occupata. I Borboni si rifugiavano a Gaeta per un ultima resistenza. Successi incredibili che però allarmarono tutte le cancellerie europee. Il Garibaldi, infatti non sembrava volesse fermarsi a Napoli; per di più, era piombato a Napoli quell’ “Agitprop” repubblicano di Giuseppe Mazzini per indurre il generalissimo ad instaurare nel sud una repubblica partenopea da estendere, eventualmente, fino a Roma. Sull’arrivare a Roma Garibaldi era d’accordo, sulla repubblica molto meno, avendo egli condotto la campagna al grido di “Italia e Vittorio Emanuele“. Togliere Roma al papa avrebbe significato un nuovo intervento delle potenze cattoliche in Italia (Francia, Austria e Spagna), con il rischio di veder crollare tutto il gioco geopolitico messo in piedi.
Mentre Garibaldi si riorganizzava a Napoli e Francesco Il si arroccava a Gaeta, con quel rimaneva del suo esercito, il Regio Esercito di Vittorio Emanuele II, guidato dallo stesso sovrano, varcava i confini di quel che rimaneva dello Stato Pontifico occupando, in breve Marche ed Umbria. Al Papa rimaneva, ormai, solo una parte del Lazio. Anche la discesa del nascente esercito italiano fu poco più che una passeggiata. Qualche cannonata nelle marche, un breve assedio di Ancona e tutto finiva in gloria. L’Abruzzo venne occupato senza colpo ferire e, in ottobre, il fatidico incontro tra i due condottieri: Garibaldi e Vittorio Emanuele II, con il generale che passava in riserva. 
Al Volturno, i resti dell’esercito borbonico venivano sconfitti dalle regie truppe, ormai italiane. In pochi mesi cadevano tutte e tre le ultime piazzeforti borboniche, scrivendo pagine di autentico eroismo che, in parte, riscattarono le pessime figure dei mesi precedenti. Gaeta, la cittadella fortificata di Messina e Civitella del Tronto ammainarono per ultime la bianca bandiera con i gigli d’oro di Casa Borbone-Due Sicilie.
Finiva un Regno, l’ultimo degli stati pre-unitari e iniziava il Regno d’Italia; nasceva una Nazione che immediatamente, si cercò, per ottant’anni, di far diventare anche Patria. Come in tutti gli eventi storici vi furono resistenze, nostalgie, lotte anche feroci. Nel sud, si può dire che i più accesi legittimisti borbonici, si mostrarono dopo la fine del regno. Aristocrazia e clero soprattutto, sembrarono rendersi conto troppo tardi del tramonto di una dinastia cui, in fondo, erano più legati di quanto essi stessi credessero. In Toscana, con maggior fatalismo, furono in molti a restare legati affettuosamente alla memoria del buon” Canapone”, soprannome dato dai Toscani al loro ultimo granduca Leopoldo II, per il colore dei capelli.
I Savoia si ritrovarono Re d’Italia. Certo è che, nel 1859, l’idea iniziale non era stata quella. Venne però ben gestiti gli eventi che si susseguirono, ben gestiti come solo una solida organizzazione statale poteva fare. E quella Piemontese si mosse molto bene. Cavour e Vittorio Emanuele II furono le due pedine veramente centrali di tutta la vicenda.
Passata l’enfasi della guerra, vennero al nodo tanti problemi che, spesso vennero risolti nel peggiore dei modi: con l’utilizzo della forza bruta. I moti di resistenza post unitari, specialmente nel sud, hanno dato origine ad una sterminata bibliografia la quale, specialmente negli ultimi anni, anziché contribuire ad un sereno confronto, ormai unicamente storico, ha rinfocolato recriminazioni ed accuse che sembravano esser state sopite da oltre 130 anni di unità nazionale.
Efferatezze vennero compite tra il 1860 ed il 1870 da entrambe le parti nelle ex- provincie del Regno di Napoli: una vera e propria guerra civile, la quale costò più vittime di tutte le precedenti guerre risorgimentali. 
Il regno di Napoli, asseriscono oggi i promotori dell’ideale neo borbonico, venne stroncato nel suo sviluppo dall’invasione piemontese e ciò, per alcuni aspetti, è vero. Ma altrettanto vero è che, nel 1860, se si usciva da Napoli e da poche altre grandi città, le condizioni sociali ed economiche dello Stato erano tra le più retrive d’Europa. E vero che a Napoli venne inaugurata nel 1839 la prima ferrovia italiana, ma è altrettanto vero che nel 1859, la ferrovia era giunta appena al confine con lo Stato della Chiesa mentre, il Regno di Sardegna, in meno di 10 anni aveva inaugurato qualcosa come 7.000 km di rete ferroviaria, compresa la Torino/Genova che contribuì in maniera fondamentale, per dirne uno, al lo sviluppo del porto ligure. Certo nel regno borbonico vi erano progetti di sviluppo imponenti (come la linea Napoli/Bari), ma avviati con tempi realmente “borbonici“, si che quando arrivarono i piemontesi i lavori ancora dovevano iniziare.
A Napoli era stata avviata la prima linea di navigazione a vapore con il bastimento “Ferdinando I“, la fabbrica d’armi di Mongiana, in Calabria l’arsenale di Castellammare di Stabia, ma si trattava di realtà, insieme a quelle rappresentate da altre industrie – in gran parte concentrate intorno alla capitale – che riuscivano a vivere principalmente grazie alle commesse governative e a non leggere tariffe protezionistiche, in netto contrasto, con quanto stava avvenendo nei mercati europei e mondiali, dove le varie industrie nazionali si contendevano i mercati sull’onda di una acerrima concorrenza mercantile, sconosciuta nel nostro profondo sud.
È vero che il debito di guerra contratto dallo Stato Sardo venne, in buona parte pagato con le riserve degli stati pre-unitari, ma è anche vero che tali riserve, spesso assai floride (celebre il caso degli 11 milioni di ducati d’oro della riserva reale di Napoli avocate dal governo torinese), avevano potuto essere mantenute, specie nelle Due Sicilie, proprio per l’assenza, quasi totale, di consistenti investimenti per il miglioramento delle infrastrutture (strade, ponti, ferrovie, infrastrutture portuali, cantieri ecc.). Era insomma facile accumulare il gruzzolo, quando ben poco si spendeva nell’interesse generale. Come nella vita, anche nella storia, le colpe ed i meriti non sono mai da una parte sola: certo è però che le strumentalizzazioni non servono a far luce sugli eventi, specie se questi vengono rivangati in maniera non utile alla chiarezza storica. Vi fu strumentalizzazione favorita dalla retorica risorgimentale nei decenni posto unitari, per la quale i “buoni” erano solo quelli che combattevano per la causa italiani e vi è, invece oggi, una retorica di parte contrapposta che tende – cadendo in errore – a voler negare anche gli aspetti positivi del processo risorgimentale quale, in primis, quello dell’unità nazionale.

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Le arme di Casa Savoia

Le arme di Casa Savoia

di Giuseppe Baiocchi 23/03/2017

Grande stemma del capo Casa Savoia.

Casa Savoia è una delle più antiche famiglie nobiliari d’Europa, assurta a dignità reale nel XVIII secolo. La sua origine è attestata sin dalla fine del X secolo nel territorio del Regno di Borgogna, dove venne infeudata della Contea di Savoia, elevata poi a Ducato nel XV secolo. Nello stesso secolo, estintasi la linea legittima dei Lusignano, ottenne la Corona titolare dei regni crociati di Cipro, Gerusalemme e Armenia, con il conseguente aumento di prestigio presso le corti europee.
Nel XVI secolo circa spostò i suoi interessi territoriali ed economici dalle regioni alpine verso la penisola italiana, come testimoniato dallo spostamento della capitale del ducato da Chambéry a Torino nel 1563.
Agli inizi del XVIII secolo, a conclusione della guerra di successione spagnola, ottenne l’effettiva dignità regia, dapprima sul Regno di Sicilia (1713), dopo pochi anni (1720), questo venne scambiato con quello di Sardegna.
Nel XIX secolo si pose a capo del movimento di unificazione nazionale italiano, che condusse alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861. Da questa data, fino al cambiamento istituzionale nel giugno del 1946 con l’esilio dell’ultimo re, la storia della Casa si confonde con quella d’Italia. Inoltre, dal 1870 al 1873 il duca Amedeo di Savoia-Aosta fu Re di Spagna col nome di Amedeo I di Spagna.
Durante il regime totalitario di Benito Mussolini, la dinastia ottenne formalmente con Vittorio Emanuele III le corone di Etiopia (1936) e Albania (1939) in unione personale, mentre nel 1941, col duca Aimone di Savoia-Aosta, anche la corona di Croazia. Questi ultimi titoli vennero tuttavia persi definitivamente nel 1945, a causa della sconfitta subita nella seconda guerra mondiale.
Nel 1947 la XIII Disposizione Transitoria della Costituzione della Repubblica Italiana dichiarò l’esilio degli ex-re e dei loro discendenti maschi. Nel 2002, in vista della cancellazione di tale disposizione, Vittorio Emanuele di Savoia e suo figlio Emanuele Filiberto di Savoia giurarono per iscritto “fedeltà alla Costituzione repubblicana e al nostro presidente della Repubblica“, rinunciando nei fatti a qualunque pretesa dinastica.

Stemma del ramo Savoia-Villars

 

Le origini della casata risalgono a Filippo II di Savoia, detto Senza terra (1443/1497) che ebbe come amante Libera Poltronieri. Altro elemento di spicco, possiamo identificarlo con Renato, detto il Gran Bastardo di Savoia, conte di Villars dal 1497 e conte di Tenda dal 1501, il quale morì nella battaglia di Pavia del 1525 e che fu il capostipite del ramo Savoia-Villars. Renato si sposò con Anna Lascaris di Tenda (1487/1554), dalla quale ebbe cinque figli. Il primo fu Claudio di Savoia (1507/1569) conte di Villars, Tenda e di Sommariva, sposato nel 1534 con Marie des Chabannes, dalla quale ebbe tre figli. Claudio si risposò ed ebbe dalla seconda moglie un solo figlio, Annibale di Savoia, senza discendenza; rimasto nuovamente vedovo sposò Francesca di Foix dalla quale ebbe due figlie: Anna di Savoia e Maria di Savoia.
Secondo figlio di Renato e Anna fu Onorato I di Savoia (†1572, conte di Tenda e di Sommariva), che sposò nel 1558 Clarissa Strozzi; rimasto vedovo, sposò in seconde nozze – nel 1572 – Maddalena de La Tour d’Auvergne (1556/1580); non ebbe figli o figlie da nessuna delle due consorti. Il terzo si identifica in Renata di Savoia (†1576), andata sposa (1554) a Giacomo d’Urfé († 1574), dal quale ebbe 12 discendenti diretti (figli e figlie); nel 1575 vendette i suoi diritti sulla contea di Tenda al Duca di Savoia. Quarto nato fu Renato di Savoia (†1568), deceduto senza lasciar discendenza e rimasto vedovo. Infine troviamo Maddalena (1510 – 1586), baronessa di Montberon, di La Fère-en-Tardenois, di Gandelus e di Saint-Hilaire; andò sposa nel 1526 al maresciallo di Francia Anne, duca di Montmorency.
Il nipote di Onorato I, ottenne i titoli di conte di Tenda e Sommaria, prendendo l’appellativo di Onorato II (1511/1580), barone di Précigny, ammiraglio e maresciallo di Francia (1571). La successione passò quindi ad Onorato II. Questi sposò nel 1540 Giovanna Francesca di Foix, viscontessa di Castillon (†1542), dalla quale ebbe una sola figlia: Enrichetta di Savoia-Villars (1541/1611), la quale andò in sposa nel 1557 a Giovanni IX di Créquy; rimasta vedova nello stesso anno, sposò in seconde nozze – nel 1558 – Melchior des Prez, dal quale ebbe otto tra figli e figlie. Deceduto Melchior, nel 1576 Enrichetta sposò in terze nozze Carlo di Lorena, duca di Mayenne (1554/1611), dal quale ebbe due figli e due figlie. Una di queste, Isabella (? – 1587), andata sposa nel 1527 a René de Batanay, conte di Bouchage e Margherita (? – 1591), andata sposa nel 1535 al conte Carlo II di Luxembourg (†1557) di Brienne e Ligny, dal quale ebbe quattro figli ed una figlia. 
Nel 1565, Villars fu eretta – a beneficio di quest’ultimo – a marchesato dipendente da Casa Savoia. Il ramo si estinse nel 1751.

Ramo dei Savoia -Villafranca

I Savoia-Villafranca sono un ramo cadetto della Casata di Savoia-Carignano, iniziato con il primo Conte di Villafranca Eugenio Ilarione, figlio di Luigi Vittorio di Savoia-Carignano e terminato con la morte del Principe Eugenio Emanuele, avvenuta nel 1888. Le RR Lettere Patenti (vedi nota1) del 14 settembre 1888 – concesse da Umberto I – convalidarono come morganatico il matrimonio del principe Eugenio di Savoia-Carignano con Felicita Crosio e riconobbero alla famiglia Villafranca-Soissons il titolo di Conti, trasmissibili per linea diretta maschile. Attuale titolare del titolo di Conte di Villafranca-Soissons è Edoardo Emanuele Filiberto.

Ramo dei Savoia -Vaud

I membri della famiglia dei Savoia-Vaud, costituirono un ramo cadetto della Dinastia dei Savoia che governò nel corso del secolo XIII e del secolo XIV su gran parte degli attuali cantoni svizzeri del Vaud e di Friburgo con il titolo di baroni, dando forma ad uno stato largamente autonomo – la Baronia del Vaud per l’appunto -, che successivamente venne incorporato negli altri domini sabaudi.

Ramo dei Savoia-Carignano-Soissons,

I Savoia-Carignano-Soissons, o semplicemente Savoia-Soissons, sono stati un ramo secondario di Casa Savoia, in particolare discendenti del ramo Savoia-Carignano.

Ramo dei Savoia-Nemours

I Savoia-Nemours fu ramo cadetto della dinastia dei Savoia, estinto nel 1659, in linea maschile. La casata continuò ad esistere in linea femminile fino al 1724.
Ebbe origine da Filippo di Savoia-Nemours, figlio cadetto del duca Filippo II di Savoia e fratello di Luisa di Savoia, regina-madre di Francesco I di Francia. Filippo venne nominato Conte del Genevese e poi Duca di Nemours.

Ramo Savoia-Genova

I Savoia-Genova sono stati un ramo cadetto di Casa Savoia, originatosi nel 1831 ed estintosi per linea maschile nel 1996. Il capo della casa aveva il titolo di duca di Genova e il trattamento di altezza reale.

Ramo Savoia-Aosta

I Savoia Aosta costituiscono un ramo cadetto di Casa Savoia, originatosi nel 1845. Il capo della casa ha il titolo di duca d’Aosta e il trattamento di altezza reale. Dopo la morte di Umberto II i Savoia Aosta sono stati riconosciuti come i legittimi successori del re dalla Consulta dei Senatori del Regno. Tale associazione fu contestata dall’altro pretendente Vittorio Emanuele di Savoia.

Ramo Savoia-Carignano

Savoia-Carignano è il ramo di Casa Savoia iniziatosi con Tommaso Francesco di Savoia, figlio quintogenito di Carlo Emanuele I di Savoia. Nel 1620 gli conferì il titolo di “principe di Carignano“. Alla morte del re di Sardegna Carlo Felice di Savoia – morto senza di eredi – si estinse la linea diretta dei Savoia e si dovette risalire al ramo dei Savoia-Carignano per designare l’erede al trono del Regno di Sardegna, il quale fu dato a Carlo Alberto di Savoia (1798/1849). Tutti i re d’Italia discendono dal ramo Savoia-Carignano.

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Ramo Savoia-Acadia

Il ramo dei Savoia-Acaia (o Savoia-Acaja) nasce con Filippo (1264/1334), figlio di Tommaso III di Savoia e di Guya di Borgogna, il quale assume il titolo di principe di Acaia quando sposa Isabella di Villehardouin (1263/1312) nel 1301: figlia di Guglielmo II di Villehardouin, principe di Acaia. Termina con il decesso di Ludovico di Savoia-Acaia, nel 1418, privo di eredi legittimi. Il feudo ebbe come capitale Pinerolo.
La nascita di un figlio naturale, Ludovico, Signore di Racconigi, darà vita al ramo collaterale Savoia-Racconigi.
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Ramo Savoia-Racconigi

Per Savoia-Racconigi si intende un ramo cadetto (solo dopo Carlo Alberto 1798/1849) di Casa Savoia nato con Ludovico I, (1413/1465), figlio naturale di Ludovico di Savoia-Acaia ed estintosi nel 1605 con la scomparsa dell’ultimo suo esponente Bernardino II, privo di eredi. Si ricorda il matrimonio tra Filiberto di Savoia 1583 e Ottavia Solari di Moretta 1585. I membri del ramo Savoia-Racconigi – Signori dell’omonimo feudo – ottennero per atto di Carlo Emanuele I il secondo posto in linea di successione alla Corona, dopo il ramo dei cugini Savoia-Nemours.

 

Nota1: Le lettere patenti furono utilizzate anche come documento, concesso dal sovrano, per attestare o conferire la nobiltà di una persona. Il sovrano era generalmente insindacabile nell’esercizio di questa sua prerogativa.
Esempi particolari sono le lettere patenti di “nobiltà generosa” diffuse nella Sardegna aragonese, come i titoli di rango e nobilitazione, particolari per il valore certificatorio della nobiltà generosa e per conferire, al contempo, la nobiltà ereditaria. Presso la Santa Sede, ciò avvenne per mezzo dei conferimenti del Cavalierato della milizia aurata (Speron d’Oro), ad vitam-ad personam, ma perpetuo nella nobiltà (fino alle modifiche giuridiche di Gregorio XVI nel 1841) e poi con il Cavalierato di gran croce dell’Ordine Piano (dalla Fondazione di Pio IX alle modifiche di Pio XII).

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