Category Archives: In evidenza

La diarchia Graziani-Badoglio e la guerra d’Etiopia

La diarchia Graziani-Badoglio e la guerra d’Etiopia

scritto da Maurizio Lodi

La guerra d’Etiopia, nota anche come guerra d’Abissinia o seconda guerra italo-etiopica, si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 e vide contrapposti il Regno d’Italia e l’Impero d’Etiopia. Condotte inizialmente dal generale Emilio De Bono (1866 – 1944), rimpiazzato poi dal maresciallo Pietro Badoglio (1871 – 1956), le forze italiane invasero l’Etiopia a partire dalla colonia eritrea a nord, mentre un fronte secondario fu aperto a sud-est dalle forze del generale Rodolfo Graziani (1882 – 1955) dislocate nella Somalia italiana. Nonostante una dura resistenza, le forze etiopiche furono soverchiate dalla superiorità numerica e tecnologica degli italiani e il conflitto si concluse con l’ingresso delle forze di Badoglio nella capitale Addis Abeba.

Nella foto: S.A.R. Adalberto di Savoia duca di Bergamo, Comandante della 24^Divisione Fanteria “Gran Sasso” Africa Orientale Italiana (A.O.I.), nel 1936. © Maurizio Lodi

L’inizio della campagna, non era certo iniziato brillantemente: la battaglia di Passo Uarieu, un combattimento che ha visto coinvolti la 180ª Legione CC.NN. “Alessandro Farnese” e la 2ª Divisione CC.NN. “28 ottobre” della MVSN, vide la dura opposizione italiana al tentativo di sfondamento del fronte, da parte delle truppe abissine di ras Cassa, inquadrate nell’esercito etiopico. Dopo tre giorni di combattimenti, completamente prive di rifornimenti e di acqua, le forze italiane riuscirono a respingere le forze etiopiche, soverchianti nel numero. La battaglia di Passo Uarieu fu il tentativo più deciso dell’Etiopia di separare le due armate italiane operanti nel Tembién. L’anno cominciato così drammaticamente restituisce speranze tra febbraio e la primavera. Ci sono voci più o meno segrete di una buona disposizione alla resa condizionata da parte del Negus, ma ciò non accade. Difatti Hailè Selassiè non considera ancora la guerra persa.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia decora reparti del IV° Battaglione Coloniale “Toselli”. © Maurizio Lodi

Nella vicenda bellica etiopica compare un personaggio destinato ad avere un ruolo di primo piano nella storia italiana fino al 1945: Rodolfo Graziani, il quale ha fama di duro e fascistissimo. Qui dobbiamo apportare una precisazione fra la diarchia Graziani-Badoglio. Infatti il primo è salito nei vertici militari senza aver prestato lo studio nelle accademie militari, ma unicamente grazie alle sue doti sui campi di battaglia (guerra italo-turca e Grande Guerra) e al Partito Nazionale Fascista del suo leader Benito Mussolini (1883 – 1945); il secondo diversamente è amato dal Regio-esercito e possiede una formazione militare, datagli dall’Accademia Reale di Torino – è uno stretto collaboratore del Re Vittorio Emanuele III (1869 – 1947). Dal bellissimo romanzo del trio Cosentino-Dodaro-Panella, I fantasmi dell’Impero, emerge tutta la lotta di potere tra l’istituzione monarchica e il partito fascista: «Il Re sapeva tutto, ovviamente, e non si esprimeva, ma Badoglio era convinto che condividesse la sua idea: fin quando Mussolini avesse portato vittorie, territori, titoli, ricchezze e consenso popolare, sarebbe stato il benvenuto. Certo, bisognava stare attenti. Evitare, soprattutto, che il caporale dei bersaglieri di Predappio si impadronisse dell’Esercito e dei Carabinieri o creasse dei centri di potere fascista sottratti al controllo delle istituzioni monarchiche, magari nelle colonie. Quando non fosse servito più, se ne sarebbero liberati in una mattinata, con i suoi ridicoli Moschettieri. Ove mai fosse arrivato quel giorno, Badoglio si riservava di regolare definitivamente i conti anche con Graziani, il Maresciallo d’Italia, ciociaro e fascista, che non aveva neppure frequentato l’Accademia ed era del tutto estraneo alle istituzioni militari sabaude. Uno dei pochi uomini che Mussolini avrebbe potuto utilizzare, se fosse stato più furbo, per mettere le mani sull’Esercito».

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia decora reparti del IV° Battaglione Coloniale “Toselli”. © Maurizio Lodi

Graziani verrà spedito da Mussolini in Somalia quasi contemporaneamente all’inizio dell’invasione dell’Etiopia da parte di De Bono. Egli è convinto che solo marciando dalla Somalia verso Addis Abeba e serrando il nemico in una morsa la guerra può essere vinta. Il permesso di avanzare non gli viene dato fin quasi all’ultimo anzi finché non è lo stesso Badoglio a sollecitarlo dopo le gravi battaglie di gennaio. Verso la metà di febbraio gli italiani muovono alla conquista dell’Amba Aradam. È una bella vittoria soprattutto per merito degli alpini e dei fanti della “Sila”. A metà febbraio anche Graziani si muove: punta su Harraz e minaccia l’unica armata etiopica ancora in piene forze. Hailè Selassiè comprende che la fine è vicina. Dal sud del paese sale Graziani. Dal nord scende Badoglio e le battaglie dell’Endertà e dello Scirè sono unicamente vittorie italiane.

Vittorio Emanuele III con Balbo a Tripoli per le manovre militari del XX° Corpo d’Armata. © Maurizio Lodi

Il Negus decide di tentare l’ultimo scontro con gli italiani alla fine di marzo a Mai Ceu. Al termine della battaglia Hailè Selassie invia all’imperatrice un telegramma gremito di elogi per i suoi soldati: ma la realtà è che anche questa giornata ha segnato una sconfitta. Hailè Selassiè torna ad Addis Abeba dove una parte della popolazione già parteggia per gli italiani in arrivo. Gli inglesi gli suggeriscono di riparare in Europa. Quando le colonne italiane sono ormai vicinissime alla capitale il Negus si decide a seguire il consiglio: alle 4.20 del 2 maggio 1936 lascia Addis Abeba sul treno che va a Gibuti. Nel pomeriggio del 5 maggio l’autocolonna di Badoglio è in vista di Addis Abeba. Quando alle 16 sono raggiunti i primi tucul dove sventolano drappi bianchi Badoglio scende dall’auto per fare a cavallo il suo ingresso trionfale in città. Il 9 maggio 1936 Mussolini proclama la “ricomparsa dell’Impero sui Colli fatali di Roma”.

Vittorio Emanuele III con Balbo a Tripoli per le manovre militari del XX° Corpo d’Armata © Maurizio Lodi

E affronta un curioso problema: come chiamare adesso Vittorio Emanuele III? Passare a lui l’appellativo di Negus Neghesti? A Badoglio telegrafa: “Titolo Negus Neghesti del cessato impero non è evidentemente tale da poter essere attribuito a S.M. il Re neppure nelle lingue indigene. Titolo Imperatore assunto da S.M. dovrà tradursi in etiopico Qesar-Za- Itiopia riprendendo cioè nome Qesar dato in etiopico agli imperatori di Roma. Analogamente in arabo titolo imperiale va tradotto Quaisà-Al-Ha-Basciak – Mussolini”.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia inaugura opere di bonifica ed irrigazione italiane nella regione dello Scirè. © Maurizio Lodi

La guerra è finita. Comincia come già era accaduto in Libia la guerriglia. Un telegramma del Duce a Graziani succeduto a Badoglio nell’ufficio di Vicerè d’Etiopia ordina: “tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi”.
Nel novembre 1937 Graziani seppe da Mussolini che sarebbe stato sostituito a breve dal duca Amedeo di Savoia-Aosta e, fin dal suo arrivo in colonia, quest’ultimo si prodigò per iniziare una nuova fase di governo. Il viceré sapeva che i tagli voluti da Roma per le spese in Etiopia non gli avrebbero permesso di proseguire la selvaggia repressione di Graziani, che peraltro intendeva subito interrompere perché la giudicava inefficace. Ancora dal romanzo, I fantasmi dell’Impero, si evince il cambio di rotta di mano monarchica, anziché fascista: «Sua Altezza Reale il duca Amedeo di Savoia Aosta non aveva avuto fretta a riceverlo. […] Il suo rapporto stava sulla grande scrivania del nuovo Vice Re – ordinatissima, così diversa da quella di Graziani, sempre ingombra di carte. […] Per carità, il duca era stato cortesissimo. Lo aveva accolto in piedi, sorridente, in uniforme da generale dell’Aeronautica, sovrastandolo di trenta centimetri buoni dall’alto dei suoi due metri, e gli aveva calorosamente stretto la mano. L’ufficio era lo stesso di prima, eppure niente sembrava uguale; anche Mazzi era stato sostituito da un segaligno maggiore di cavalleria piemontese, sicuramente con tutti i quarti di nobiltà in regola. E i saluti fascisti s’erano ridotti al minimo indispensabile: non ne aveva visto fare nemmeno uno da quando era arrivato».
L’economia non era affatto florida come la propaganda di regime raccontava e, anche se almeno per tutto il 1937 l’Italia non aveva ancora abbandonato economicamente l’impero, il duca si trovò dinanzi a una difficile pacificazione con risorse e uomini limitati. Alle fucilazioni si sostituirono i processi, il campo di concentramento di Danane fu lentamente smantellato e la gran parte dei notabili etiopici deportati in Italia fu fatta rientrare, nel tentativo di ridare importanza ai capi locali più disponibili a sottomettersi. Amedeo ebbe però limitata capacità d’interpretazione delle direttive provenienti da Roma, soprattutto quelle legate alla legislazione razziale, sulle quali Mussolini rimase inflessibile. Il viceré dovette peraltro districarsi fra alcuni personaggi influenti, tra i quali il governatore dello Scioa e vicegovernatore generale Enrico Cerulli (1898 – 1988), il generale Ugo Cavallero (1880 – 1943) capo delle forze dispiegate in A.O.I. – che, seppur al comando di 90.000 soldati nazionali e 125.000 indigeni, il 10 aprile 1939 fu sollevato dall’incarico dopo un anno di infruttuose operazioni antiguerriglia nel Goggiam e altrove – e il Ministro dell’Africa italiana Attilio Teruzzi (1882 – 1950), il quale non ne voleva sapere riguardo la valorizzazione dei capi locali.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia inaugura opere di bonifica ed irrigazione italiane nella regione dello Scirè. © Maurizio Lodi

Nonostante le premesse incoraggianti del governo del nuovo viceré, la resistenza degli arbegnuoc non ebbe tregua e, malgrado gli sforzi, gli italiani non riuscirono mai veramente a venirne a capo. A partire dal 1939 britannici e francesi appoggiarono la resistenza con armi e mezzi al punto che, nel 1940, la maggior parte delle forze italiane era rivolta a contenere la guerriglia all’interno dell’impero. In questo contesto rientrò la decisione del duca di Savoia-Aosta di rinunciare alle grandi operazioni di polizia coloniale che caratterizzarono i primi anni di dominio: nessuna delle due parti riusciva a sopraffare l’altra. Gli italiani tenevano sotto controllo le città e le principali vie di comunicazione, i guerriglieri controllavano le montagne e buona parte del territorio rurale.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia inaugura opere di bonifica ed irrigazione italiane nella regione dello Scirè. © Maurizio Lodi

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione prese a evolvere a tutto svantaggio degli italiani, i quali scontarono il fatto di essersi basati solamente sulla forza durante tutto il periodo dell’occupazione. Le poche forze coloniali a disposizione del viceré si trovarono a dover controllare un territorio immenso e, in molte regioni, gli arbegnuoc furono perfettamente in grado di cooperare con le truppe britanniche che nel 1941 invasero l’Africa Orientale Italiana, riuscendo a liberare l’Etiopia in pochi mesi e a rimettere sul trono il Negus.

 

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
Continue reading

Correva l’anno 1915: lunedì 24 Maggio il Regno d’Italia va alla guerra

Correva l’anno 1915: lunedì 24 Maggio il Regno d’Italia va alla guerra

scritto da Maurizio Lodi

Il 24 maggio 1915 è per il Regno d’Italia la prima giornata di guerra. Ben presto non appena il piano strategico di Cadorna accenna a svilupparsi il nostro primo sbalzo va ad urtarsi contro la salda difesa dell’avversario.

Saluto della Famiglia Reale d’Italia alla folla dal balcone del Quirinale il 24 maggio 1915 giorno dell’entrata in guerra. ©MaurizioLodi

È solo allora che la guerra mostra i suoi aspetti più crudi. Il valore degli uomini e l’inadeguatezza dei mezzi concorrono a far salire subito a cifre altissime il nostro contributo di sangue. È di questa prima fase del conflitto, uno degli episodi più fulgidi: la conquista del Monte Nero. Con i suoi 2.345 metri la vetta domina la riva sinistra dell’Isonzo tra la Conca di Plezzo e Tolmino nella zona della 2^ Armata.
2

Visita di Vittorio Emanuele III all’Ospedale da Guerra della C.R.I. n. 11 a Cormons. ©MaurizioLodi

3

Nelle due foto: A sinistra, Vittorio Emanuele III dall’Osservatorio di Monte Medea; a destra, (da sinistra verso destra) LL.AA.RR. il Principe Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Comandante della Flotta Alleata il Principe Vittorio Emanuele di Savoia Conte di Torino, Comandante dell’Armata di Cavalleria il Principe Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta Comandante della III^ Armata “Invitta” dall’Osservatorio di Monte Medea. ©MaurizioLodi

Alla mezzanotte del 15 giugno una compagnia del Battaglione Alpino “Exilles” scala la montagna, sorprende le vedette dell’Austria-Ungheria e piomba sulla guarnigione al grido di “SAVOIA! “. Il combattimento è feroce, ma alla fine la quota resta in mani italiane. Quasi contemporaneamente altri reparti occupano combattendo le alture circostanti. È un’impresa che ha grande eco anche tra le fila nemiche. Il Monte Nero va ad aggiungersi alle altre nostre conquiste più rilevanti: Monfalcone occupata il 9 giugno dai Granatieri – Plava – Il Monte Altissimo – Il Coni Zugna – Il Pasubio – Cortina D’Ampezzo – Le Tofane – dove un mese più tardi il 22 luglio morirà colpito da un cecchino austriaco il Comandante Gen. Antonio Cantore.

S.A.R. Emanuele Filiberto di Savoia Duca Aosta a Villa Bresciani sede del Comando della 3^Armata a Cervignano del Friuli. ©MaurizioLodi

Il Duca Aosta ed il Gen. Cadorna nel settore del San Michele. ©MaurizioLodi

È verso il settore carsico tuttavia che è fissato l’biettivo principale dell’Alto Comando italiano. Il 23 giugno il fronte della 2^Armata è in fiamme: comincia la I^Battaglia dell’Isonzo. Per 14 giorni consecutivi la fanteria italiana muove all’assalto delle posizioni indicate: le difese di Tolmino ed il campo trincerato di Gorizia da un lato, le falde dell’Altopiano Carsico oltre l’Isonzo tra Sagrado e Mainizza dall’altro. I progressi non sono rilevanti e sempre pagati a prezzo di molto sangue versato. Quando il 7 luglio la battaglia può dirsi conclusa l’amaro bilancio è di 1.916 morti 11.495 feriti 1.550 dispersi e 110 prigionieri.
6

S.M. il Re all’Osservatorio del XIII° Corpo d’Armata settore da Castagnevizza a Selo di Monfalcone. ©MaurizioLodi

Entrata del Duca Aosta in Gorizia italiana: davanti ad una bombarda austroungarica preda bellica. ©MaurizioLodi

Il tutto per esigue strisce di territorio, che per di più lasciano in molti casi le nostre truppe arroccate in posizione precaria. La 3^Armata che aveva passato l’Isonzo a sud di Gradisca viene a trovarsi col fiume alle spalle: occorre assolutamente guadagnare spazio e raggiungere almeno il margine dell’altopiano. Si scatena così dopo soli 11 giorni di inattività bellica la II^Battaglia dell’Isonzo. Mentre la 2^Armata deve attaccare il Sabotino e la soglia goriziana alla 3^è affidato il compito di progredire sul Carso avendo come obiettivo principale la conquista del San Michele. I combattimenti infuriano dal 18 luglio al 4 agosto. Il San Michele è conquistato poi perduto nuovamente ripreso e poi ancora ceduto al nemico. Le fanterie italiane mal supportate dall’artiglieria e mal alimentate dalle riserve danno ancora una prova del loro valore, ma i progressi territoriali sono scarsi soprattutto in relazione ai 42.000 messi fuori combattimento nei durissimi scontri. Il nostro sforzo offensivo si esaurisce. Tanto più che alla falcidia del fuoco nemico si aggiunge ora tra agosto e settembre quella del colera. Interi reparti devono prontamente venire isolati. Sul fronte l’attività ristagna anche a causa delle frequenti piogge che hanno ingrossato l’Isonzo.

Rilievi topografici del terreno tra la I^ e la II^ Battaglia Isonzo alla presenza di S.M. il Re e del Duca Aosta. ©MaurizioLodi

9

S.A.R. Elena d’Orleans Duchessa Aosta Ispettrice Generale del Corpo delle Crocerossine Volontarie presso la Scuola Ospedale della C.R.I. a San Giorgio Nogaro sede degli Ospedali da Guerra nn. 8-10-34-39-40-42 dell’Ospedale da Campo della Sanità Militare n.234 con annesso Laboratorio Batteriologico. ©MaurizioLodi

In luglio la 4^Armata era partita in un deciso assalto agli sbarramenti nemici. Le condizioni del terreno avrebbero richiesto una larga disponibilità del fuoco dell’artiglieria di grosso calibro: mancato questo agli uomini è questo l’impossibile. L’azione di maggior rilievo è compiuta dal 7 al 17 luglio tra Col di Lana e le Tofane, ma con molte perdite e scarsi successi. Tra il 4 e il 12 agosto gli italiani muovono verso Sexten. Respinti ci riprovano il 6 settembre con un risultato analogo. Il 20, Cadorna ordina all’Armata di assumere una posizione difensiva. Cinque giorni più tardi il suo Comandante il Gen. Nava è sollevato dall’incarico e sostituito con Nicolis di Robilant.

Il Principino Umberto presso l’Osservatorio del 25° Corpo d’Armata a Cima Fonte Fronte degli Altipiani. ©MaurizioLodi

11

Arrivo di S.M. il a Valisella di Mossa retrovia sul fronte carso-isontino per l’ispezione alla base della 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata. ©MaurizioLodi

Arrivo di S.M. il a Valisella di Mossa retrovia sul fronte carso-isontino per l’ispezione alla base della 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata. ©MaurizioLodi

Una svolta decisiva delle operazioni non è attesa qui: il Comando Supremo Italiano guarda ancora all’Isonzo. Da Plezzo al Mare 1.200 bocche da fuoco sono state concentrate sul fronte della 2^ e della 3^Armata. Il 18 ottobre comincia la III^Battaglia dell’Isonzo destinata a protrarsi fino al 4 novembre. L’attacco è simultaneo da Plava al San Michele. Le frontiere italiane sfidano la fortissima resistenza della 5^Armata di Borojevic combattono accanitamente sulle pendici del Sabotino sul costone di Peteano, sulle falde del San Michele, sul ciglio di Doberdò, sul Monte Sei Busi. Gli episodi di eroismo non si contano, ma il valore non basta. I guadagni tattici sono modesti. Dopo una settimana di sosta la lotta riprende il 10 novembre nella IV^Battaglia dell’Isonzo che in definitiva non è che un’ulteriore fase della precedente.
13

Arrivo di S.M. il a Valisella di Mossa retrovia sul fronte carso-isontino per l’ispezione alla base della 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata. ©MaurizioLodi

Ispezione della Duchessa Aosta alla 1^ Ambulanza Chirurgica d’Armata a Valisella di Mossa retrovia del fronte carso-isontino. ©MaurizioLodi

Sotto l’infuriare del maltempo si combatte ad Oslavia sul Mrzli  a Santa Lucia a Zagora sul San Michele e a San Martino del Carso. Un’orrenda carneficina. Quando si conclude il 2 dicembre l’intera battaglia costa all’Italia 113.000 uomini fuori combattimento. L’autunno del 1915 segna un punto di grande crisi. E ci attende un inverno durissimo. All’apertura delle ostilità  nel maggio 1916 Cadorna era convinto di dover affrontare una guerra breve. Ma il bilancio finale è di pochi chilometri conquistati e di 200.000 fuori combattimento. Negli Alti Comandi si parla di “guerra di logoramento”.

 

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
Continue reading

1929: la conciliazione tra Regno d’Italia e Status Civitatis Vaticanæ

1929: la conciliazione tra Regno d’Italia e Status Civitatis Vaticanæ

scritto da Maurizio Lodi

Vittorio Emanuele III è il primo Sovrano non credente. Detesta i preti non crede in Dio non va a Messa s’è fatto le sue convinzioni in fatto di religione sui filosofi e sui libri di storia. Suo padre e suo nonno erano stati devoti a Santa Romana Chiesa almeno in apparenza: Vittorio Emanuele II per paura dell’aldilà nella sua ignoranza di campagnolo ed Umberto I perché era convinto che crederci si toglieva ogni fastidio speculativo. Lo Stato uscito dal Risorgimento si è sempre presentato con un carattere essenzialmente laico così come laici e spesso anticlericali sono stati gli uomini che lo hanno fatto e governato ispirandosi alla formula cavouriana che vuole «libera Chiesa in libero Stato».
3

Visita dei Sovrani d’Italia Vaticano il 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Visita dei Sovrani d’Italia Vaticano il 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Mussolini che come dirà non senza compiacimento Papa Pio XI non è toccato dalle “dalle preoccupazioni della scuola liberale”  capovolge radicalmente la politica tradizionale guadagnandosi l’appoggio del Vaticano e la simpatica di gran parte del clero. In gioventù egli è stato un nemico dichiarato dei preti e tra i suoi scritti figura persino un romanzo blasfemo. Spunti nettamente anticlericali sono presenti nel programma originario dei Fasci di Combattimento che prevedono «il sequestro di tutti i bene delle congregazioni religiose».

2

Visita dei Sovrani d’Italia in Vaticano il 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Questi sono i precedenti del Segretario del Partito dei Fasci Combattenti in tema di rapporti con l’istituzione religiosa, ma una volta giunto al potere per convergenze politiche, Benito Mussolini – da perfetto e professionale trasformista – muta orientamento. Adesso in pubblico va ripetendo di «essere profondamente cattolico» salvo poi dichiarare cinicamente in privato che è sua intenzione trasformare la Chiesa «in uno dei pilastri del regime fascista». Da parte sua il Vaticano ha dei buoni motivi per guardare con interesse al nuovo corso della politica italiana. La Santa Sede è sempre stata ostile al liberalismo e non ha quindi ragioni per dolersi che il sistema politico fondato sull’ideologia liberale sia stato affossato dal fascismo. Anche l’appoggio concesso a Don Sturzo ed al suo movimento ispirato agli ideali della democrazia cristiana è sempre stato tiepido e reticente e Papa Ratti non ha esitato a sacrificare il Partito Popolare e il suo fondatore quando si è presentata la possibilità di intesa con “l’uomo nuovo” della politica italiana.

Visita delle LL.AA.RR. Umberto Giovanna e Maria di Savoia 7 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Visita delle LL.AA.RR. Umberto Giovanna e Maria di Savoia 7 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

1

Arrivo delle Loro Maestà per la visita ufficiale in Vaticano 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Il Papa è troppo preoccupato del periodo sovversivo che minaccia di condurre l’Europa all’anarchia per rifiutarsi di accettare la collaborazione di chi sia pure in perfetta malafede come Mussolini professa il proprio ossequio al cattolicesimo e ai suoi rappresentanti. Del resto da sempre la Chiesa s’è mostrata abbastanza indifferente all’assetto politico-istituzionale degli Stati una volta che siano in essi garantiti i diritti e gli interessi dei cattolici e delle loro istituzioni. Dopo lunghe trattative si giunge così l’11 febbraio 1929 alla firma dei Patti Lateranensi che si concretano in un Trattato, un Concordato ed una Convenzione Finanziaria (nel 1948 i Patti furono riconosciuti nell’articolo 7 della Costituzione della Repubblica Italiana). Con il Concordato il Fascismo e il Vaticano si fanno reciproche e generose concessioni: tanto ampie che in un secondo tempo le due parti le giudicheranno fin troppo eccessive. Il senso complessivo dell’accordo è la fine del conflitto tra Stato e Chiesa: è questo certamente l’aspetto più positivo della Conciliazione che sanava la lacerazione, derivante dall’invasione del Regno d’Italia allo Stato Pontificio nel 1871, che pareva politicamente impensabile, poiché il Papa si era sempre dichiarato “prigioniero” del Regno d’Italia. I Patti del Laterano segnano anche la fine di ogni forma di opposizione che solo dalla Chiesa potrebbe ancora venire dopo che il regime ha messo a tacere i suoi oppositori politici.

Visita delle LL.AA.RR. (da sinistra verso destra) Vittorio Emanuele di Savoia Conte di Torino, Emanuele Filiberto di Savoia ed Elena d’Orleans Duchi Aosta, Aimone di Savoia Duca di Spoleto e Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi in Vaticano il 7 dicembre del 1929. ©MaurizioLodi

Visita delle LL.AA.RR. (da sinistra verso destra) Adalberto di Savoia Duca di Bergamo, Eugenio di Savoia Duca di Ancona, Ferdinando di Savoia Principe di Udine, Tommaso di Savoia Duca di Genova e Filiberto di Savoia Duca di Pistoia in Vaticano il 7 dicembre del 1929. ©MaurizioLodi

Visita delle Loro Maestà in Vaticano 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

D’ora in poi la Chiesa potrà essere totalitaria per le questioni di fede e di morale. In cambio il Pontefice avvalla il totalitarismo fascista  nell’ambito dello Stato.  In ogni caso la Conciliazione viene considerata un evento storico e giustamente salutata come una grande vittoria politica di Mussolini. In effetti essa ha la conseguenza di procurargli vasti consensi sia all’interno che in ambito internazionale. Se ne ha la riprova a poco più di un mese di distanza con la schiacciante vittoria di Mussolini nel plebiscito del 24 marzo 1929. All’esaltazione del dittatore contribuisce involontariamente lo stesso Pontefice che, nel maggio, parlando del Concordato accenna a Mussolini come «all’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare»L’incauta allusione di Pio XI è subito sfruttata dalla propaganda fascista per propinare un’immagine inedita dell’antico mangiapreti romagnolo.

Visita in Vaticano degli Augusti Sposi Umberto e Maria Josè l’8 gennaio 1930. ©MaurizioLodi

Fronte-retro di una rara cartolina della mia collezione viaggiata per raccomandata con affrancatura delle Poste Vaticane il 5 dicembre 1929, giorno della Visita Ufficiale di VEIII ed Elena in Vaticano. In basso, fronte e retro di una cartolina viaggiata per raccomandata con affrancatura delle Poste Vaticane il 7 dicembre 1929 giorno della visita Ufficiale di Umberto e di tutti gli altri membri di Casa Savoia in Vaticano. ©MaurizioLodi

Te Deum di ringraziamento per la visita delle Loro Maestà in Vaticano – Basilica di San Pietro 5 dicembre 1929. ©MaurizioLodi

Sempre nel 1929, come si è potuto osservare nelle rare fotografie, il principe di Piemonte Umberto, con le sorelle, visiterà il Vaticano: sarà per lui, religiosissimo, motivo di profonda gioia e liberazione interiore. Della corte papale facevano parte, per diritto ereditario, le grandi famiglie dei principi romani: i Colonna, gli Orsini, i Borghese, gli Odescalchi, i Patrizi, i Ruspoli con i loro castelli nell’agro romano e i loro splendidi palazzi rinascimentali, barocchi o settecenteschi. Umberto di Savoia sarà lieto di frequentare quel bel mondo, prima separato dai Savoia e di essere riconosciuto con la tanto sperata benedizione papale, come principe ereditario.

 

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
Continue reading

Il progresso del Regno d’Italia nell’età giolittiana

Il progresso del Regno d’Italia nell’età giolittiana

scritto da Maurizio Lodi

In un foglio datato 14 novembre 1907 si legge: “Vidi l’Italia misera e serva: ora muoio vedendola assisa sopra un trono splendido di luce e di gloria”. È il testamento di Antonio di Rudinì. Ed è un bel complimento a Giolitti: è lui che in questi anni ha preso per mano l’Italia e l’ha accompagnata al confortevole trono.

Nella foto: Arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©MaurizioLodi

Nella foto: Arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©MaurizioLodi

Certi storici asseriscono che nell’età di Giolitti lo sviluppo economico è in Italia più accelerato che in qualsiasi altro paese d’Europa. La produzione industriale sta aumentando dell’87% (un valore calcolato nel lungo arco 1901-1913) mentre le Nazioni che ci circondano marciano sulla media assai più bassa del 56%. Certo vi sono gli scioperi tesi a chiedere che i benefici di questo miracolo economico abbiano una più equa distribuzione. E si contano anche le repressioni tese a bloccare o almeno a rallentare il cammino delle classi più disagiate verso quell’equa distribuzione. La tendenza della borghesia vale a dire del ceto dominante è di dimenticare questi incidenti e di celebrare il momento felice soprattutto organizzando trionfali esposizioni.

Nella foto: LL.MM. all’Esposizione Universale di Milano 1906. ©MaurizioLodi

l

Manifesti d’epoca e nella foto: arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©MaurizioLodi

Il migliore esempio è stato dato da Milano nel 1906 con la sua Esposizione Universale. I padiglioni avevano lo stile di altari sui quali la tecnica glorificava i propri prodotti. La timida minaccia di uno sciopero degli 800 guardiani fu subito quietata con un aumento giornaliero di cinque soldi. Perfino un incendio riuscì a contribuire alla perfezione della manifestazione: la rapidità con la quale i padiglioni bruciacchiati furono rimessi a nuovo fu una dimostrazione dell’efficienza e della capacità dell’Italia agli occhi dei visitatori stranieri.

Nella foto: LL.MM. alla Sesta Esposizione Internazionale “Città di Venezia” Venezia 1905. ©MaurizioLodi

Nelle foto da sinistra a destra: S.M. il Re alla Mostra dell’Esposizione Torricelliana Faenza 1908; LL.MM. all’Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro Torino 1911 (bellissima sta foto con cornice fotografica Liberty); LL.MM. all’Esposizione Turistica Veneta Padova 1907. ©MaurizioLodi

Nell’età giolittiana è tutto un fiorire di esposizioni che vogliono ripetere il successo di Milano: a Venezia a Padova a Parma a Firenze a La Spezia a Perugia ed in decine d’altre città d’Italia. A volte come a Perugia il pretesto è mostrare opere d’arte altre volte come a La Spezia è il varo d’una nave, ma più spesso lo scopo dichiarato è il mettere in vetrina le belle e buone cose dell’industria e dell’artigianato italiani. L’esposizione di prodotti le mostre d’arte i vari di navi sono di regola accompagnati da addobbi artistici illuminazioni fantastiche divertimenti popolari e concorsi sportivi dove si esibiscono ginnasti associati in circoli dai nomi beneauguranti come la “Virtus” di Bologna la “Forza e Speranza” di Novara la “Fratellanza”  di Modena. Per gli imprenditori c’è di che veder rosa.

Nella foto: LL.MM. inaugurano il Padiglione di Belle Arti a Valle Giulia Roma 1911. ©MaurizioLodi

Nella foto: S.M. il R all’Esposizione Agricola Catania 1907. ©MaurizioLodi

 

Tanto più che in questi anni un gran nome del movimento operaio Leonida Bissolati ha detto che il socialismo in fondo “è un rampollo sano e forte di una madre gagliarda: la borghesia

111

Nella foto: Il re e la regina, insieme a Giolitti, all’inaugurazione dell’esposizione turistica veneta a Padova il 16 Giugno del 1907.

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
Continue reading

Le abilità diplomatiche del torinese Costantino Nigra

Le abilità diplomatiche del torinese Costantino Nigra

di Gianluigi Chiaserotti 07/06/2018

Costantino Nigra (1828 – 1907) è stato un filologo, poeta, diplomatico e politico italiano. Nacque il giorno 11 giugno del 1828 presso Villa Castelnuovo, in provincia di Torino, da Ludovico Nigra e Anna Caterina Revello.
Il padre lavorò come cerusico locale e partecipò dapprima come soldato dell’armata di Napoleone Bonaparte e quindi ai moti insurrezionali monarchico-liberali del 1821. La madre Anna Caterina era imparentata a Gian Bernardo De Rossi, un orientalista molto apprezzato a livello internazionale.

Nigra fu Inviato a Parigi da Cavour per ingraziarsi Napoleone III, fu amante della contessa di Castiglione che utilizzò per sedurre l’imperatore.

Costantino fu molto legato ai suoi genitori e ai suoi fratelli, in particolar modo al fratello minore Michelangelo che a causa di uno spericolato gioco di Costantino perse un occhio in tenera età.
Compì i primi studi a Bairo ed in seguito ad Ivrea, dove concluse il secondo ciclo scolastico. Nel 1845, grazie ad una borsa di studio, poté iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, nonostante il grande interesse per la poesia e la letteratura. Nel corso degli studi universitari non nascose (1848) il sostegno al conflitto bellico del Piemonte con la potenza imperiale austriaca, tanto che decise di arruolarsi nel corpo dei bersaglieri studenti, come volontario. Partecipò alle battaglie di Peschiera del Garda, Santa Lucia e Rivoli, dove fu ferito ad un braccio.
Già l’anno seguente rientrò a combattere, assistendo alla sconfitta di Novara. Ripresi gli studi dopo la parentesi bellica, il Nostro riuscì a laurearsi in giurisprudenza nell’università torinese. Nigra portò all’attenzione degli italiani una nuova forma di poesia, l’epico narrativa.
Prestò servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D’Azeglio ed in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto.
Due anni dopo, nel 1858, il Nigra fu inviato in missione segreta a Parigi per concretizzare l’ipotesi di alleanza decisa a Plombières tra Napoleone III e Cavour e progettare la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco.
Ministro, poi ambasciatore a Parigi dal 1860 al 1876, e nel 1864-1866 non esitò ad insistere sul generale Alfonso Ferrero La Marmora per indurlo alla guerra all’Austria, facendo propria l’idea di un’azione anfibia garibaldina oltre Adriatico, in appoggio ad un’insurrezione che avrebbe dovuto divampare dalla Dalmazia sino all’Ungheria. Profondamente inserito il Nigra nella società francese del Secondo Impero, le di lui simpatie per Napoleone III e per la Francia non fecero mai velo ad una precisa visione degli interessi italiani, inducendolo ad appoggiare interamente la politica del Ministro degli Esteri Emilio Visconti-Venosta contro un’alleanza con la Francia. Svolse così un ruolo determinante nella politica estera italiana per il completamento del processo di unificazione dell’Italia dopo la morte di Cavour avvenuta nel 1861.
Divenne in seguito, come di già detto, ambasciatore italiano a Parigi (1860), San Pietroburgo (1876), Londra (1882) ed infine a Vienna (1885), dove tenne una linea di leale osservanza della Triplice Alleanza. Durante il suo mandato a Parigi, Costantino Nigra contribuì ai negoziati che portarono, grazie al consenso di Napoleone III, alla conclusione dell’Alleanza italo-prussiana del 1866.
Nel 1870, quale ambasciatore a Parigi, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, nella quale l’imperatore stesso venne fatto prigioniero, il Nostro rimase quindi l’unico amico dell’imperatrice Eugenia de Montijo, nominata reggente e poiché il popolo era insorto proclamando la Repubblica, Nigra l’aiutò a fuggire ed a mettersi in salvo. Nel 1887 rifiutò la carica di Ministro degli Esteri, offertagli dal re Umberto I di Savoia.
Costantino Nigra fu creato conte di Villa Castelnuovo con R. D. 21 dicembre 1882 e con RR. LL. PP. del 4 marzo 1896, e quindi il 4 dicembre 1892 Senatore del Regno [ai sensi dell’art. 33, Categoria 6 (gli Ambasciatori), dello Statuto Albertino], nonché Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata il 5 giugno 1892 quale creazione numero 632 dall’istituzione dell’Ordine. Nel 1896 socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, Nigra collaborò con accademie italiane e francesi, oltre che con riviste filologiche italiane, francesi e tedesche.

La Villa Castelnuovo (To), sede di Costantino Nigra, oggi in stato di completo abbandono.

Fu esponente della Massoneria, regolarizzato presso la loggia Ausonia di Torino nel febbraio 1860. Venne eletto gran maestro del Grande Oriente d’Italia il 3 ottobre 1861 pochi mesi dopo la morte di Cavour, ma, nel novembre dell’anno successivo, rinunciò all’incarico.
Fra le ragioni che possono aver spinto a lasciare la gran maestranza, vi è il fatto che Nigra rimaneva ambasciatore d’Italia in Francia in un momento in cui la massoneria italiana, repubblicana e garibaldina, aumentava la propria distanza dal Secondo Impero.
Nella propria lettera di rinuncia, Nigra faceva comunque diplomaticamente cenno alla propria disponibilità a rappresentare il G. O. I. presso il Grande Oriente di Francia (G. O. D. F.). Tra le altre ragioni, vi era forse anche l’imbarazzo per un sincero monarchico di guidare un’istituzione che negli anni Sessanta era divenuta vieppiù repubblicana. Nel 1894 Nigra fu protagonista di un caso piuttosto discusso, ovvero della distruzione di un pacco di lettere, scritte di pugno da Cavour all’amante Bianca Ronzani, che il senatore aveva rinvenuto presso un collezionista viennese, disposto a cederle per la somma di mille lire e la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia. Avuto il preventivo assenso alla concessione dell’onorificenza da parte di Umberto I, Nigra concluse la transazione e, alla presenza di testimoni, bruciò le 24 lettere che componevano questo epistolario cavouriano.

Nella foto: Nuora Teresa col Duca Genova e amici a Villa Castelnuovo.

Il contenuto delle missive, ritenuto piccante e disdicevole, fu la motivazione ufficiale per quell’atto distruttivo del patrimonio storico, che avrebbe potuto chiarire alcuni aspetti degli ultimi mesi di vita del grande statista italiano.
Il conte Costantino Nigra morì a Rapallo il giorno 1 luglio 1907 e fu sepolto nel suo paese natale, attualmente denominato Villa Castelnuovo Nigra.
Tra le sue opere ricordiamo: “La rassegna di Novara del 1861” (1875); “La gondola Veneziana (barcarola)” (1863); “Le reliquie Celtiche” (1872); “Canti popolari del Piemonte” (1888); “La chioma di Berenice” (elegia di Callimaco con testo in lingua latina di Catullo, 1891); “Inni di Callimaco su Diana e sui lavacri di Pallade” (traduzione, recensione e commento da Callimaco, 1892), e “Idillii” (1903).
Postumo (1926-29) fu pubblicato il carteggio Cavour-Nigra.

 

Per approfondimenti:
_Fernand Hayward “Storia della Casa di Savoia”, [traduzione di Amedeo Tosti del francese “Histoire de la Maison de Savoie” (Ed. Denoël Parigi)], Vol. I, Arti Grafiche “F. Cappelli”, Rocca San Casciano, gennaio 1955, passim;
_Francesco Cognasso “I Savoia”, dall’Oglio, editore, Milano 1971, passim;
_Gioacchino Volpe, “Scritti su Casa Savoia”, Giovanni Volpe Editore, Roma 1983.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Umberto II, il Re gentiluomo

Umberto II, il Re gentiluomo

di Giuseppe Baiocchi del 18/03/2018

Sua altezza reale Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia, abbreviato Umberto II è stato l’ultimo Re di Italia. Spesso gli italiani si sono interrogati sull’eventuale colpa della monarchia: guerra, fascismo, sconfitta. Questa che sto per raccontarvi è una tragedia che rimane, ancora oggi, al centro di una delle tante coscienze nazionali irrisolte del nostro paese.
La casa reale sabauda ha avuto un disegno politico lungo mille anni che, per noi contemporanei, si traduce in uno straordinario patrimonio in opere architettoniche, pittoriche, ambientali, e di istituzioni culturali.

Umberto II, nato Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia (1904 – 1983), ultimo Re d’Italia. ©collezioni MauryFert.

Nella grande muraglia del passato, quale è stato il ruolo di Umberto negli eventi che videro la fine della casata dei Savoia? Raramente se ne parla, quasi questo argomento per la Repubblica sia veramente un tabù. Il tempo passa e la storia si dimentica.
Attraverso lo studio di saggi storici di comprovata veridicità e fonti di archivio ho cercato di ricostruire gli eventi seguendo meramente i documenti storici, senza scendere nella soggettività. Questo articolo vuole essere un’inchiesta, ma è soprattutto una tragedia umana, una favola triste sullo sfondo di un secolo tremendo.
Nato nel 1904 dal matrimonio di Elena (principessa del Montenegro) e Vittorio Emanuele III (Re di Italia) è il terzogenito di quattro figli, unico erede maschio. Cresciuto nell’affetto e nella deferenza di gentiluomini e gentildonne all’interno di meravigliose ville e giardini, Umberto riceve una rigida educazione, vivendo la sua infanzia molto lontano dalle tragedie e dalle catastrofi della successiva storia italiana e Europea.
Nell’immensa e sanguinosa strage della prima guerra mondiale, la pace Europea significherà una serie di tanti irreparabili eventi, ma per le monarchie è un vero terremoto. Molte di queste vengono abbattute e solo l’imperialismo inglese di Re Giorgio V si rafforza. L’Italia, uscita vincitrice dal conflitto, diventa la seconda monarchia Europea dopo la scomparsa dell’impero zarista russo nel 1917 con l’omicidio dello Zar Nicola II (trucidato nel 1918) da parte delle forze bolsceviche (nel 2008 l’esecuzione reale è stata condannata, come omicidio sommario, dal tribunale russo) e dopo la caduta dell’Impero Austro-Ungarico che viene soppiantato da un potere borghese-massonico tutto francese e anglo-americano.
Per Umberto, questo periodo coincide con la fine della propria infanzia che vede l’allontanarsi del padre il quale passerà la guerra al fronte. La guerra è stata l’uovo del drago, dal quale sono nati mostri assetati di sangue: fascismo, bolscevismo, nazismo. Il precettore di Umberto è l’ammiraglio Conte Attilio Bonaldi che lo allevò con incredibile severità: Umberto doveva essere ubbidiente, non doveva mai discutere un ordine, mai permettersi una opinione. Nel 1921 a soli diciasette anni è già un personaggio pubblico. I Savoia erano una dinastia militare e il principe ereditario doveva essere un militare anche lui. Le qualità di Umberto sul finire dell’adolescenza non piacevano a Bonaldi, poiché il principe era gentile, cortese, allegro, elegante e obiettivamente bellissimo. 
La Marcia su Roma il 28 ottobre del 1922 porterà, come è noto, il fascismo al potere. Un potere dovuto ai 306 deputati (di cui 35 del partito nazionale fascista) che votarono la fiducia al Governo di ampia coalizione presieduto dall’onorevole Benito Mussolini . Casa Savoia, stanca della mancanza di riforme e figuracce internazionali come la sconfitta di Adua del 1896, lascia agire Mussolini e gli accorda la fiducia. Comincia così quella tempesta, che porterà alla distruzione il vecchio ordine delle cose.
Oltre a quella fascista, c’era ancora un’altra destra in Italia e in Europa che si plasma intorno alle antiche famiglie reali con le loro coorti, i loro gentiluomini e le loro gentildonne con il loro seguito di aristocratici: principi, duchi, marchesi, conti. Questo mondo si darà convegno a Napoli il cinque novembre del 1927 per le nozze di Amedeo, figlio del duca d’Aosta (in abito meharista) con Anna, figlia del duca di Guisa della famiglia reale francese. I gioielli di Anna appartenevano alla regina francese Maria Antonietta ghigliottinata durante la rivoluzione. Scrive il Corriere della Sera il giorno dopo il matrimonio: “a voler rifare la genealogia della nuova principessa sabauda, una stirpe così pura e antica, bisognerebbe ripercorrere mille anni di storia” e segue un elenco di antenati celebri: “San Luigi, tre imperatori di Bisanzio, tutti i Re di Francia, di Navarra, di Spagna, quelli di Napoli, delle Due Sicilie, d’Ungheria, di Polonia”.

Napoli 5 novembre 1927 – Nozze delle altezze reali Amedeo di Savoia Duca delle Puglie con la Principessa Anna di Francia. ©collezioni MauryFert

Tornando sul principe di Piemonte Umberto, quasi un attore del cinema americano, egli commosse milioni di donne facendosi vero e proprio mito per l’universo femminile. Molte donne confessarono il loro amore per il principe come per Tancredi o Rinaldo. In fondo al cuore di tutte, era il figlio del Re: un mito irraggiungibile. Se aggiungiamo la grande cortesia, la disponibilità, la mitezza con un fondo di riservatezza e di tristezza, sarà sempre molto stimato dal popolo.
Nel 1928 Vittorio Emanuele III, chiese ad Umberto (all’epoca aveva 24 anni) di intraprendere un lungo viaggio: andrà in Egitto, in Eritrea, in Somalia italiana e in Palestina. Per la sua formazione doveva assolutamente lasciare l’Italia. Tornato in patria, a Torino, il Principe del Piemonte era diventato amico di una attrice di spettacolo Carolina Mignone con la quale era stato visto spesso. Molti millantano un amore, altri una semplice avventura, ma il Re non voleva scandali e “Milly”, così veniva chiamata da Umberto, doveva uscire dalla vita del Principe ereditario. Umberto si congedò da Mignone con gentilezza, le regalò un anello e le disse: “si ricordi che le persone che mi sono care lo saranno per sempre. La mia amicizia per lei non finirà mai”.

Nella foto di sinistra, il Principe di Piemonte Umberto di Savoia sbarca ad Alula (22 marzo 1928), in Migiurtinia, nella Somalia italiana, accompagnato dal Governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon. Nella foto di destra l’attrice Carolina Mignone.

Non si conoscono molti altri grandi amori del Principe, che inizia ad essere controllato  dall’OVRA (la polizia segreta del regime, ufficializzata con le leggi fascistissime del 1925) che aveva un intero dossier (mai ritrovato) su di lui.
Nel 1929 Vittorio Emanuele III, inaugura la XXVIII legislatura. Questo sarà un anno di grandi mutazioni sia in Italia, che nel mondo. Il Re affronta i tempestosi tempi nuovi, rimanendo legato alle tradizioni e al cerimoniale monarchico. “Coloro che non hanno conosciuto l’Ancien régime non potranno mai sapere cos’era la dolcezza della vita” asseriva il principe di Benevento Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord. Le guardie con i cappelli impennacchiati, le vesti multicolori, gli ornamenti dorati, i paramenti scarlatti, le guardie del Re, gli ufficiali, i trombettieri e i musici sono uno spettacolo abbagliante durante tutta la cerimonia. 
Il Re aveva accettato la dittatura fascista senza entusiasmo, come il minore dei mali: “i governi  erano destinati a durare qualche anno, le dinastie secoli”.
Ma Vittorio Emanuele III aveva sottovalutato la manovra politica di Benito Mussolini che nel 1925 con le leggi definite “fascistissime” aveva inserito una modifica allo Statuto Albertino dove si ratificava che il principe ereditario di Vittorio Emanuele III (Umberto, appunto) sarebbe stato eletto direttamente dal Gran Consiglio del fascismo. Dunque un gravissimo “scacco al Re” – un tradimento alla fiducia accordata in quel 1922. Una manovra di ricatto, che Mussolini userà per controllare abilmente la monarchia italiana e tenerla sotto controllo. Per il maestro di Predappio la monarchia doveva essere sottoposta al fascismo.
Sempre nel 1929, ci fu la conciliazione tra stato italiano e vaticano. Umberto con le sorelle visiterà quello stesso anno il Papa e per il principe piemontese fu un evento di particolare gioia, essendo di grande fede cattolica. Della corte papale facevano parte, per diritto ereditario, le grandi famiglie dei principi romani: i Colonna, gli Orsini, i Borghese, gli Odescalchi, i Patrizi, i Ruspoli con i loro castelli nell’agro-romano e i loro splendidi palazzi rinascimentali, barocchi o settecenteschi. Umberto sarà lieto di frequentare quel mondo, prima separato dai Savoia e di essere riconosciuto, con la benedizione del Papa, come principe ereditario.
Ma il 1929 è ricordato per la catastrofe economica che colpisce la finanza statunitense che sconvolgerà l’Europa. Una serie di fallimenti industriali colpiranno il vecchio continente nel quale avviene un crollo dei consumi e si presenta un forte stato di disoccupazione dalle conseguenze gravissime.
Questa crisi sarà la premessa al secondo conflitto mondiale.
Nel frattempo Umberto, sempre nel 1929, è a Bruxelles dove annuncia il fidanzamento con quella che poi sarà sua moglie Marie José di Sassonia Coburgo-Gotha – figlia del Re del Belgio. Sempre a Bruxelles un giovane studente anti-fascista Ferdinando De Rosa, si fece largo tra la gente e gli sparò un colpo di rivoltella: Umberto rimase impassibile, tanto da far impressione ai belgi presenti. Alla corte del Belgio, si poteva incontrare il meglio della cultura Europea: da Einstein a Claudel, da Pau Casals a George Bernard Shaw.
Il matrimonio sarà celebrato a Roma il 28 Gennaio del 1930. Per Maria José sarà indubbiamente un matrimonio d’amore, con Umberto che aveva ventisei anni e lei ventiquattro. Da anni lei era destinata a lui, fantasticando spesso sul momento delle nozze, mentre per Umberto il matrimonio era un altro dei suoi doveri, che da futuro Re, doveva ottemperare dovendo consegnare un erede maschio al trono. Non sarà un matrimonio semplice.

Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001), nata principessa del Belgio, fu l’ultima regina d’Italia come consorte di Re Umberto II.

La principessa indossava un vestito confezionato dalla sartoria Ventura di Milano con uno strascico lungo ben sette metri con in capo un antico velo di merletto bianco sormontato da un diadema di casa Savoia, ornato di pietre preziose; il tutto disegnato dalla mano dello stesso principe ereditario. Dopo le nozze avvenne la visita in vaticano. La prima residenza dei principi di Piemonte sarà nella vecchia capitale sabauda Torino, dove Umberto si trovava benissimo. Ha molti amici nell’alta società torinese, tra cui Edoardo Agnelli il quale, se non fosse morto troppo presto, avrebbe ereditato il grande impero economico della FIAT.
Sotto la superficie della cortesia mondana Umberto è attento alle realtà del potere, ancora presenti in Europa, legate al mondo delle dinastie.
Il “mestiere di moglie” di José comprende la presenza alle cerimonie, alle inaugurazioni, ma soprattutto mai occuparsi delle questioni statali. Maria José poteva andare continuamente in vacanza, ma questa pratica annoiava la principessa, che preferiva impegnarsi in prima persona nelle questioni culturali e sociali.
La figlia del Re belga era interessata all’arte, alla filosofia, alla letteratura: non era certamente antifascista, ma frequentava intellettuali molto lontani dal regime, tra i quali Benedetto Croce o Umberto Zanotti Bianco. Più tardi nel 1946 confesso all’amico Zanotti Bianco “sento in qualche modo di dover espiare la fede che ho avuto in Mussolini. La sua vitalità allora mi aveva affascinato”.
I coniugi lasceranno Torino per trasferirsi a Napoli: lo spirito poco assoggettabile al regime, rendeva la cultura partenopea affine ad entrambi, i quali avevano ormai una forte diffidenza verso la politica estera di Mussolini, sempre più aggressiva contro le potenze europee con le quali i Savoia avevano relazioni centenarie.
Ma gli anni scorrono veloci e ci portano al discorso di Benito Mussolini a Piazza Venezia il due ottobre del 1935: il Duce della oramai passata “rivoluzione fascista” annuncia la guerra contro l’Etiopia e agli italiani promette l’impero. “Un ora solenne sta per scoccare nella storia della patria. Durante tredici anni abbiamo pazientato mentre si stringeva, attorno di noi, sempre più rigido il cerchio che vuole soffocare la nostra irrompente vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni! Ora basta!”.
Maria José parte infermiera della Croce Rossa per la guerra, il marito Umberto resta in Italia: per lei è la grande avventura. La guerra in Etiopia è un successo, il regime arriverà all’apice dei consensi storici. Pietro Badoglio, capo delle forze armate coloniali in Abissinia entra a Roma da trionfatore, ma nonostante il successo anche il maresciallo è sfavorevole all’alleanza con la Germania nazista di Hitler, che si andava prospettando.
Anche la principessa belga torna in Italia ed è convinta, come la maggior parte degli italiani, che l’Impero assicurerà agli italiani grandezza e prosperità. Gli eventi, come tristemente noto, precipitarono nel giro di pochi anni. La politica agricola completamente errata del Regime che basò tutto sulla agricoltura auspicando uno stato rurale, dopo tre rivoluzioni industriali, fa entrare l’Italia in crisi economica – crisi che può essere superata solo con una guerra, dove come detto lo spazio etiope si presentava come spazio di interesse per lo slancio della “vitalità italiana”. L’Italia, garante della sovranità austriaca contro le pretese tedesche, si accorda con Francia e Inghilterra per operare in Etiopia senza ricevere sanzioni, ma le speranze di Mussolini vengono disattese dalla Gran Bretagna. Giorgio V vedeva l’anacronistica espansione coloniale italiana con preoccupazione in chiave coloniale, nello specifico nel Sudan e nel Somaliland, possedimenti britannici.
L’embargo contro l’Italia, spinto dagli inglesi, fa mutare la politica estera del governo fascista che si avvicina definitivamente all’unica nazione, tra l’altro potentissima, del continente: la Germania nazionalsocialista.
Nell’agosto del 1936 si tengono a Berlino le olimpiadi, che per Hitler sono l’occasione di far ammirare al mondo la grandezza della Germania nazista. Gli italiani e i tedeschi si preparano a riavvicinarsi: ospite delle Olimpiadi sarà il principe di Piemonte, notoriamente anti-tedesco, Umberto. E’ un gesto dimostrativo che precede trattati di amicizia e poi di alleanza.
Intanto la prima figlia, Maria Pia nascerà nel settembre del 1934 e il secondo figlio Vittorio Emanuele nasce a Napoli il 12 febbraio del 1937: è una grande festa popolare, poiché assicurare la continuità della dinastia era cosa di primaria importanza. Il lieto evento smentisce le voci che il regime fascista faceva circolare intorno al Principe, accostandogli il reato della pederastia: accuse false e infamanti. Per deridere l’erede al trono si usava l’appellativo di “stellassa” in dialetto milanese: stellina. Alla festa per l’erede maschio partecipa anche Galeazzo Ciano, ministro degli esteri. Ciano ha sposato la figlia di Mussolini Edda e sono in molti a pensare che quando il tempo verrà sarà lui il successore di Mussolini. I due delfini si conoscono con un misto di amicizia e di diffidenza.
Continua, nel frattempo, la grande mondanità internazionale di Umberto. Deve presenziare al festival del cinema di Venezia o al cafè society. Intorno a lui aristocratici, artisti, giornalisti, architetti, cinematografi, intellettuali – insomma la crema della società. Questa è una realtà che Umberto, a differenza di Maria José, ama moltissimo. In questi ambienti è sempre allegro e di buono umore, non dimostra mai quella alterigia che una altezza reale, per di più erede ad un trono oramai imperiale potrebbe dimostrare.
Nel dicembre del 1937 Amedeo di Savoia duca d’Aosta (cugino del principe di Piemonte Umberto) parte per l’Africa orientale italiana di cui è diventato Vice-Re per stabilizzare la difficile situazione degli indigeni etiopi che imperversavano con bande armate a cavallo, rendendo il neonato impero poco sicuro per i proletari italiani. Secondo disegno del regime, infatti, emigravano per avere gratuitamente appezzamenti di terreno e proprietà a discapito degli africani. Scrive il duca d’Aosta nel suo diario: “sto navigando su un superbo incrociatore che mi porta verso la grande avventura della mia vita”. Sarà avventura, ma anche morte per il Duca. La nomina di un Vice-Re monarchico e non fascista verrà presa con grande orgoglio e grande responsabilità dalla monarchia italiana che dal punto di vista politico-amministrativo, rende la situazione meno instabile abolendo le vessazioni di Graziani verso il popolo indigeno.

Amedeo Savoia, Duca D’Aosta – eroe dell’Amba Alagi in Etiopia.

Il terzo duca d’Aosta segue la costruzione di acquedotti e strade, controlla i lavori delle abitazione dei coloni ai quali non doveva mancare nulla. Amedeo Di Savoia nella sua tesi di laurea auspicava una integrazione totale tra italiani e popolazione dell’impero dove, in accordo con Italo Balbo, auspicava una parità di diritti tra le due parti per riavvicinarsi a quella integrazione creata già dall’Impero Romano. Solo un anno più tardi in italia venivano invece promulgate le leggi razziali per l’indignazione di molti italiani e della monarchia stessa. 
Nel maggio del 1938 Vittorio Emanuele III riceve Adolf Hitler in Italia: si parla già di asse Roma-Berlino. Perfetto amore? Niente affatto. Il Re non si vuole impegnare e tra casa Savoia e i nazisti non corre buon sangue. Da anti-tedesco non nutre stima per Hitler, ma la pressione di Mussolini è insostenibile. Così non si firma un patto di alleanza con impegni precisi. Hitler dirà successivamente: “al quirinale si respira aria da tomba” chiedendo al Duce quando potrà congedare il Re. Quest’ultimo a sua volta accuserà Hitler di essere un pazzo, un degenerato e di prendere droghe.
Il due marzo del 1939 viene incoronato Papa con il nome di Pio XII il cardinale Eugenio Pacelli. Questi non vuole la guerra e cerca una intesa con Vittorio Emanuele III e la trova. Non sarà in grado di influire sul corso degli eventi, ma si crea un’intesa per tenere a freno Mussolini: ne fanno parte sicuramente la principessa Maria Josè, con più prudenza Umberto, con infinita prudenza Re Vittorio Emanuele III. In questo movimento sono simpatizzanti anche una parte della fronda fascista, capeggiata da Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai. C’è anche Badoglio, ma di tutta questa corrente rimangono poche tracce – quasi che qualcuno abbia voluto cancellarne la memoria.

da sinistra a destra: Eugenio Pacelli (Pio XII), Maria José, Umberto Savoia, Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai.

Il Re in quel momento avrebbe avuto la forza di fermare Mussolini? Casa Savoia era popolare, Umberto e Maria José erano molto amati, i nazisti venivano guardati con diffidenza. Il Re, forse, avrebbe potuto osare.
La situazione fra monarchia e regime si incrina ancora alle nozze del principe Aimone di Savoia Aosta, principe di Spoleto (fratello del duca di Aosta, Amedeo). Il primo luglio a Firenze avviene il matrimonio con Irene, figlia del Re di Grecia. L’evento può essere visto come una piccola prova di forza della antica Europa tradizionale delle dinastie che fa apparire di nuovo la gloria e lo splendore del mondo di ieri. Quel mondo che in fondo al cuore, sia Hitler che Mussolini detestavano. Umberto, fa parte a pieno titolo di questa alta società, che non è ancora del tutto esautorata e vive a pieno titolo tutto con entusiasmo. Tutte le famiglie monarchiche sono presenti al matrimonio, ma un ombra velata è intrisa nell’aria: l’assenza di Benito Mussolini. La Grecia e l’Italia avevano già avuto un momento di attrito, voluto dal Duce il quale iniziava già ad aguzzare, dall’Albania, il suo sguardo sulla penisola ellenica.
Si arriva alla guerra: il secondo conflitto mondiale era iniziato nel settembre del 1939 con l’invasione nazista alla Polonia. Le truppe di Hitler sbaraglieranno nel giro di pochi giorni i polacchi e Stalin darà loro una mano attaccando anche lui la Polonia da est. L’Italia non interverrà nei primi mesi di guerra.
Il 24 febbraio del 1940 nasce la terza figlia di Umberto: Maria Gabriella. Nel frattempo Mussolini non ha ancora deciso quando entrare in guerra al fianco dell’alleato tedesco. Il Amedeo Savoia e Italo Balbo, in questo periodo, si avvicinano ancor più al principe di Piemonte. Ancora dal diario di Amedeo Savoia si evince come poco prima dell’entrata in guerra, in un aspro confronto con Mussolini, il Duca disserta come l’esercito non sia preparato ad una guerra di medio-breve durata, di come i soldati del regio-esercito non erano né per numero, né per mezzi sufficientemente pronti. Il suo comando sconsiglia l’entrata in guerra al Duce, ma un Mussolini stizzito lo ascolta e lo congeda. Amedeo per senso del dovere ubbidisce agli ordine rimanendo in africa orientale, nonostante i consigli di Vittorio Emanuele, circa un suo rientro in Italia insieme a Italo Balbo. Ancora dal suo diario, Amedeo scrive: “ho preferito rimanere a Massaua dove ci sono ben 250.000 italiani che non posso abbandonare”.
Nel diario di Ciano il 22 febbraio del 1940, egli annota: “il principe di Piemonte è molto anti-tedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. E’ preoccupato per l’orientamento sempre più favorevole ai tedeschi della nostra politica (…) la Germania per noi è un terreno di manovra”.
Il migliore amico del duca d’Aosta, dott. Edoardo Borra scrive che ai primi di Aprile del 1940, Amedeo Savoia si trovava a Roma (confermato nel diario stesso del duca). Il progetto, scrive Borra, prevedeva di sostituire alla presidenza del consiglio Mussolini con Galeazzo Ciano per tenere l’Italia fuori dalla guerra. Nell’idea erano coinvolti il principe Umberto, Aimone di Savoia duca di Spoleto, Adalberto di Savoia duca di Bergamo, Italo Balbo ed altri sopra citati. Il Re, del resto, nei giorni precedenti aveva riferito a Ciano che la monarchia era pronta ad intervenire, militarmente se necessario, per dare un corso diverso agli eventi. Un operazione difficile, che porterà Aimone segretamente ad incontrare gli inglesi in Svizzera nel 1941. Nelle fasi concitanti dell’otto settembre 1943 questo carteggio è andato perso o distrutto.
La principessa Maria José, ispettrice della Croce Rossa è profondamente ostile ai nazisti. Dal diario di Ciano, questi scriverà su di lei: “è soprattutto inquieta per la minaccia di invasione del Belgio. Le ho lasciato capire che secondo le nostre informazioni la cosa sembra assai probabile”. Maria José avvertirà il fratello, Re Leopoldo del Belgio ed ai primi del 1940 sarà proprio lei a chiedere a Aimone e a Balbo di venire a Roma per cercare di impedire la guerra.
Per Umberto, arriva l’avvicinarsi del conflitto: avrà lo sgradito compito di “comandante in capo delle truppe della Armata Nord“, attestata sul confine delle Alpi francesi. E’ tuttavia sempre meno convinto della guerra.
La domanda che sorge spontanea è chiedersi il perché dopo tanto complottare, nessuno si è mosso? La risposta giace all’interno degli eventi militari: il 10 maggio del 1940 l’esercito tedesco passa all’offensiva contro la Francia e Mussolini viene tirato giù dal letto dall’ambasciatore tedesco a Roma che gli consegna il dispaccio. Anche in Francia come prima in Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, la wehrmacht si dimostra completamente superiore e in poche ore l’equilibrio europeo è capovolto. Nessuno sembra in grado di competere con Hitler: chi in Italia non era d’accordo è ridotto al silenzio. Un silenzio che Umberto manterrà per sempre. Da fonti certe e autorevoli l’ex Re, prima di lasciare Cascais per la malattia che lo porterà alla morte nel 1983 passerà molte serate al caminetto a bruciare documenti.
10 Giugno 1940, l’Italia dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra. L’ambasciatore francese a Roma Andre Francois Ponsè asserirà a Ciano: “non scavate fossati troppo profondi, ve ne accorgerete, i tedeschi saranno duri padroni”. L’offensiva italiana voluta da Mussolini dette risultati molto modesti: qualche chilometro quadrato di terreno occupato sulle Alpi e a Mentone sul mare Ligure. Intanto i tedeschi avevano conquistato 2/3 della Francia, Parigi compresa.
Le testimonianze degli ufficiali della Armata Nord Occidentale su Umberto sono di un individuo cortese, serio, onesto. Perché, dunque, si è lasciato coinvolgere da quella offensiva che Roosevelt definirà “il colpo di pugnale nella schiena”? Ancora una volta Umberto, da soldato, esegue gli ordini. Oramai non c’era più nulla da fare: il bastone del comando era saldamente nelle mani del Duce. A contrastarlo c’è il rischio di vedere nel giro di 48 ore i tedeschi a Roma.
E’ il momento, questo, dove Mussolini per l’opinione pubblica italiana ha ancora una volta ragione sugli eventi che accadono. Un celebre aforisma di Longanesi asseriva: “Mussolini ha sempre ragione”.
Dopo l’armistizio (separato da quello tedesco) della Francia con l’Italia – inizia per Umberto una situazione che si avvicina ad un esilio anticipato: fino ad allora l’istituto Luce, con molta parsimonia, lo aveva diverse volte ripreso, ma dalla battaglia sulle Alpi in poi non lo farà più. Del principe di Piemonte e della sua popolarità il Duce ne ha avuto evidentemente abbastanza. Forse era stato informato sulla partecipazione di Umberto a quella che possiamo chiamare “partito anti-guerra”? E’ lecito supporlo. Di certo Umberto nelle pellicole dell’Istituto Luce dal giugno del 1940 al luglio del 1943 in tutto comparirà sugli schermi dei cinema italiani poco più di un minuto. Maria Josè è sempre seguita dalla polizia e i telefoni di casa Savoia sono sotto stretta sorveglianza da parte dell’OVRA. Furono travati microfoni al Quirinale.
Contrariamente alle previsioni di Mussolini la guerra sta andando male: nel marzo del 1941 l’Africa orientale è perduta. Scrive sul suo diario il duca d’Aosta: “perdere un Impero non succede tutti i giorni. Vedere la mia opera, alla quale ho dedicato tre anni della mia vita andare a pezzi sotto la bufera è cosa non comune. Affogo nel lavoro l’amarezza dell’ora, mantengo la mia serenità. Anche se scrivo l’ultima pagina di questo grande dramma voglio scriverla bene”. Il 18 Maggio avverrà la resa agli inglesi che gli renderanno un antica pratica miliare “l’onore delle armi”. Sarà internato nel Kenya britannico dove morirà di tubercolosi nel marzo del 1942.
Maria Josè prende atto degli eventi catastrofici che hanno portato la Monarchia italiana a perdere l’Impero e si convince sempre più che sia importante giungere ad una pace di compromesso il prima possibile. Si rivolge al vaticano: la morte di Amedeo di Savoia l’ha profondamente commossa. Si informa con il pontefice su come poter aiutare alcuni amici ebrei tormentati dalle leggi razziali, sempre più aspre e severe. Con il pontefice dialoga anche su una possibilità di contattare gli anglo-americani. Pacelli rassicura Maria José, asserendo come egli avesse la possibilità di poter entrare in comunicazione con gli anglo-americani in via segretissima. Nel frattempo, il Re inizia a operare un carteggio con i britannici: gli alleati riconoscendo l’Italia come nazione sovrana imponevano a questa, di non richiedere rivendicazioni territoriali e di dover sul campo meritare di essere alleato. Gli inglesi promettevano anche di aiutare con armamenti il regio esercito a patto di sbarcare senza problematiche in Sicilia. Questa idea presupponeva che la monarchia si liberasse del fascismo tramite un colpo di Stato e affidasse le forze armate a Badoglio. Lo stesso Maresciallo affermava che arrestare Mussolini era semplicissimo: bastavano due divisioni dei Granatieri i quali dovevano nella notte circuire Villa Torlonia e arrestare Mussolini imprigionandolo.
Il giorno seguente, il Re avrebbe dovuto proclamare il fascismo come esautorato, ma la guerra sarebbe continuata. Altre idee riguardavano invece il bisogno di concordare con gli anglo-americani quando fare il colpo di Stato e quando operare l’armistizio delle forze armate. Bisognava evitare, se possibile, di trasformare l’Italia in un campo di battaglia e salvaguardare le popolazioni civili, già profondamente segnate dalla guerra. Maria José non rinuncia al grande gioco politico con la complicità del marito Umberto. Questa complicità non è vista bene da Re Vittorio Emanuele III che voleva le donne di casa Savoia fuori dalla vita politica. Il rapporto tra Umberto e suo padre si fa sempre più tormentoso. Vittorio Emanuele era un uomo intelligente, che gli anni lo avevano reso cinico e sfiduciato: manca di fiducia anche nei confronti del figlio e la nuora gli sembra una “esaltata irresponsabile”. E’ convinto anche lui che la guerra sia perduta, ma non si decide ad intervenire e senza il Re l’esercito non si muove. Ancora Umberto Zanotti Bianco (fondatore e primo presidente di Italia Nostra) aiuterà la principessa nei movimenti per arrivare al colpo di Stato.
Ha scritto un diario inedito, dal quale rimangono ancora pochi volumi custoditi dalla associazione nazionale per il Mezzogiorno d’Italia (ente di studio, di cui Zanotti Bianco è stato il fondatore). Per liberare l’Italia dal fascismo si punta sul colpo di Stato militare. Il 7 febbraio del 1943 scrive di essersi incontrato con Maria José.
Zanotti Bianco ha interpellato i comunisti clandestini che gli hanno negato l’appoggio militare verso la monarchia in caso di golpe. Invierà alla Regina, dopo la guerra una foto con scritto: “a sua maestà la Regina, amica fedele nel tempo delle persecuzioni”.
Il bombardamento del 19 luglio 1943 a Roma convincerà Vittorio Emanuele III sulla necessità di agire. Maria José aiutata da Zanotti Bianco, da Giuliana Benzoni e da dame di corte come Ninì Pallavicino, Sofia Iaccarino e Guendalina Spalletti ha ottenuto una rete di appoggi: Il maresciallo Caviglia, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, preziosissimo il cattolico Guido Gonella, artefice del contatto con il Vaticano. Sia pure con grande ritardo il Re si muove nella direzione da lei suggerita.

Da sinistra a destra: Zanotti Bianco, Giuliana Benzoni, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, Guido Gonella, Enrico Caviglia.

Il 25 luglio del 1943 il Re fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Badoglio presidente del Consiglio. Dopo tante sconfitte e tante sofferenze la gente è stanca del fascismo. Si legge dal diario di Zanotti Bianco che Maria José ricevette l’ordine dal ministro della real casa duca di Acquarone di partire subito da Roma, per andare in esilio ed isolamento nelle montagne piemontesi a Sant’Anna di Valdieri. Il Re, spiegò Maria José: “non ha osato parlarmi direttamente, perché avrebbe dovuto dirmi cose troppo amare. Mi rimproverò di aver complottato contro di lui tenendo contatti con elementi liberali e socialisti. In casa Savoia, aggiunse, le donne non si sono mai occupate di politica”. Maria José si rifugiò invece, in Svizzera luogo che non gli permetteva più di intervenire in nessun ambito.
Corre l’otto settembre del 1943, l’Italia alleata della Germania nazista e in guerra contro Inghilterra, Stati Uniti e Unione Sovietica chiede la resa: è la sconfitta.
Gli Alleati sbarcano a Salerno con i tedeschi che si impadroniscono di tutto il resto del territorio italiano. La famiglia reale con il primo ministro Badoglio lascia Roma e si rifugerà a Brindisi. In quelle ore drammatiche, grazie agli scritti del conte Francesco di Campello (ufficiale d’ordinanza del Principe dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944), possiamo capire come Umberto II non era d’accordo con la scelta paterna di lasciare la capitale. Campello in data otto settembre scrive: “butto la mia poca roba nella valigetta e scendo con il Principe di Piemonte. Non posso trattenermi dal dirgli francamente che questa fuga precipitosa mi sembra una vera pazzia. Condivide quanto vado dicendo. Non credo di esagerare, scrivendo di averlo veduto disperato per la fuga e per questa confusione generale. Il principe, ad ogni modo, è pienamente d’accordo con me: è nero. Non gli ho sentito dire una parola, tranne ripetere tra sé e sé – Dio, ma che figura! Che figura! – Lo supplico, con quella libertà che mi prendo essendo stato suo compagno di giochi da bambino di riflettere se per il bene della causa, della dinastia, del paese non sarebbe stato molto meglio per lui tornare a Roma. Arrivo financo a dirgli che avrebbe potuto rientrare a Roma come Re Umberto II”.
In un intervista Rai del 1979 fatta ad Umberto II a Cascais (/kɐʃ’kaiʃ/) in Portogallo, il sovrano ci descrive quei momenti: “l’aver lasciato, in quel modo, Roma può essere stato uno sbaglio. Senza avvisare i ministri, i quali non hanno avuto la possibilità di raggiungere il Re e prendere le loro disposizioni. Il mio rammarico è che queste persone sono state dimenticate negli attimi più concitati”.
Sulla mancata difesa di Roma, sotto un certo profilo, ha ragione Umberto: le truppe italiane erano certamente superiori per numero, ma erano inferiori in armamento e soprattutto erano inferiori anche da un punto di vista psicologico per la mancanza di ordini, poichè non vi era un piano di difesa organizzato.
Spesso la storiografia contemporanea tende a svalutare l’ex-Re, osservando in lui un uomo vittima di personaggi molto più forti di lui: Vittorio Emanuele III (Re e suo padre), lo stesso Mussolini (Capo del Governo), la moglie Maria José del Belgio. Umberto avrebbe voluto intervenire, ma era costretto ad attenersi alle norme che l’educazione monarchica gli aveva insegnato, relegandolo spesso ai margini. La vera essenza di Umberto verrà fuori solo troppo tardi, quando finalmente il padre gli consegnerà le chiavi del regno e in pochi mesi farà vedere a tutti il suo spessore politico e morale, troppo spesso non ricordato dalla storia.
Dopo l’armistizio si instaura il regno del sud e Umberto entra in contatto con gli alleati e sembra non aver altro pensiero quello di combattere per risollevare l’onore della casata dei Savoia.
Nel dicembre 1943 gli americani risalgono lentamente la penisola contrastati dalla accanita difesa tedesca. Al governo Badoglio e al Re Vittorio Emanuele III viene riconosciuta pochissima autonomia. Il capo della missione alleata anglo-americana, generale britannico Noel Mason MacFarlane in un rapporto scriverà sul Re: “il Re appare patetico, vecchio e alquanto rimbambito”. I partiti anti-fascisti vorrebbero che lui abdicasse. Accetterebbero, se pure di mala voglia e provvisoriamente, che Umberto diventasse Re, ma Vittorio Emanuele III non se ne vuole andare: “a casa Savoia, si regna uno alla volta” asseriva spesso.
Umberto sbarca a Brindisi con la frustrazione di un militare che non ha potuto combattere: decide di mettersi in contatto personalmente con gli anglo-americani chiedendo di poter costituire una armata italiana per combattere le truppe tedesche al fianco degli alleati. Gli Anglo-americani sono sospettosi, vorrebbero addirittura che il Principe vestisse in borghese senza divisa. Gli americani sono fortemente prevenuti nei confronti della monarchia italiana che considerano collusa con il fascismo. Gli inglesi hanno un atteggiamento assai più aperto, ma nessuno degli Alleati si fida dell’esercito Regio. Il governo Badoglio e la corona hanno bisogno di una forza militare: combattere al fianco degli alleati vuol dire il riconoscimento della cobelligeranza, uno status quo fondamentale per il futuro politico del paese.
A Nord, Mussolini ha fondato con l’ausilio dei tedeschi la Repubblica Sociale Italiana: uno stato senza l’approvazione degli italiani, controllato dai nazisti con Roma occupata da quest’ultimi.
Dunque la situazione presenta tre forze su suolo italiano: al Sud il governo di Brindisi e il Re (coadiuvato dagli anglo-americani), La repubblica fascista di Salò a Nord (coadiuvata dai tedeschi) e i partigiani di derivazione comunista, socialista e reduci dell’esercito regio stanchi di farsi comandare da comandi inadeguati: è la guerra civile.
Umberto risoluto dalla sua azione, organizza il primo reparto militare italiano inquadrato delle truppe alleate. E’ il primo raggruppamento italiano motorizzato: 5000 uomini e Umberto ricorda come “gli americani accettavano che noi si combattesse accanto a loro, ma con molte esitazioni politiche e ricordandoci spesso che eravamo stati loro avversari”. Il reparto italiano a dicembre si distingue per la battaglia di Montelungo sul fronte di Cassino. Umberto si impegna nelle azioni militari tanto che gli americani lo propongono per una medaglia al valore.

Foto su pellicola Kodak che ritraggono il Principe Umberto in operazioni militari a Tavernelle (Appenino Tosco – Emiliano) al Comando della 210^ Divisione.

Il generale Clark, comandante delle forze alleate in Italia, dichiarerà nelle sue memorie: “il Principe si comporta con grande coraggio: più di una volta mi attraversò l’idea, che come rappresentante di Casa Savoia non solo egli fosse pronto a morire in battaglia, ma che si esponesse volontariamente alla morte”.
E’ il 1944 e Umberto lavora alla costituzione del corpo italiano di liberazione. Gli alleati gli impediscono di assumerne il comando per timore di rinvigorire troppo l’ascendente di Casa Savoia sugli italiani, spingendo Vittorio Emanuele III ad abdicare in favore del figlio. Chiedono che la monarchia si rinnovi, che salga sulla scena il Principe, mai direttamente colluso con le scelte del regime. L’insistenza degli alleati è pressante, quasi umiliante per l’anziano Re il quale coinvolgerà il figlio nella delicata questione. Finalmente Umberto dopo aver dimostrato le sue doti militari si avvicina a pieno diritto alla gestione delle scelte politiche ed è il vero punto di svolta nella vita pubblica e privata del principe di Piemonte.
Vittorio Emanuele III non vuole abdicare, gli viene prospettata una reggenza, ma è contrario per un carattere meramente giuridico: l’istituto della reggenza in termini statutari (Statuto Albertino), implicava che il reggente sarebbe dovuto essere approvato dalle camere e queste in quel dato momento non esistevano più. Si impegnerà una volta liberata la capitale ad affidare la luogotenenza al figlio.
Il governo è a Salerno e il 4 Giugno gli alleati entrano a Roma. Il giorno successivo il Re, nomina Umberto “Luogotenente generale del Regno” una tenenza temporanea, dove tutti i poteri passano in mano ad Umberto. Vittorio Emanuele III si auto-sospende e si trasferisce a Napoli in Villa Maria Pia, rilegando le sue attività alla pesca.
Nella Roma liberata, Umberto si trasferisce al Quirinale, formalmente è il rappresentante del Re, ma in realtà agisce di sua spontanea volontà. Il luogotenente garantisce il riassestamento della vita democratica. Dopo lo scioglimento del Governo Badoglio affida il Governo all’anziano Ivanoe Bonomi che rappresenta una forma politica completamente anti-fascista. Umberto si ritaglia un ruolo super partes, ponendosi a garanzia di una legalità costituzionale ancora incerta, manifestando la propria idea di monarchia moderna. Questa idea si basa su un concetto di attualità, dove la monarchia diventa collante e elemento di moderazione fra diverse etnie, diversi dialetti, diversi costumi e usi del popolo italiano.
Con la fine della guerra, l’Italia inizia a rinascere dalle sue macerie, ma la parabola dei Savoia giunge al tramonto: 2 giugno 1946 si svolge il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica. Un Referendum imposto dalle forze di occupazione anglo-americane rimaste sulla penisola.
Umberto facendo fede agli impegni presi, indice le elezioni per l’assemblea costituente e apre il referendum popolare sulla questione istituzionale fondamentale per l’assetto del paese. L’Italia si trasforma in una immensa arena elettorale. Le sinistre avrebbero preferito che ha decidere su monarchia o repubblica fosse stata l’assemblea costituente (di stampo repubblicano e filo-atlantista), temendo la fedeltà del sud Italia alla monarchia. La data stabilita per le due consultazioni è il due giugno. Umberto chiede al padre di abdicare, comprendendo che l’unica possibilità di vittoria si trova nelle sue mani, comprende che l’istituto monarchico può salvarsi solo attraverso il rinnovamento. Vittorio Emanuele III ancora non vuole abbandonare il potere nelle mani del figlio, abdicando solo il 9 maggio a ventisette giorni dalla data del referendum. Abdica a Napoli alla presenza del notaio e parte alla volta di Alessandria D’Egitto: non vedrà più l’Italia. Il nuovo Re d’Italia diviene il Principe Umberto II – denominato successivamente “il Re di Maggio” poiché il suo regno durò solo 33 giorni, nel mese di Maggio. Acclamato, in taluni casi fischiato, in altri ignorato, Umberto II annuncia che in caso di vittoria la Monarchia farà indire un nuovo referendum di conferma per accreditarsi come “Re democratico”, ma il tempo è poco e in molte regioni italiane il governo repubblicano, imposto al Re, vietò anche di poter fare propaganda per parte monarchica.
Vota l’89% degli aventi diritto. Si contano i voti e il 4 giugno la monarchia ha un notevole vantaggio, ma in una sola notte la situazione si rovescia! La Monarchia è sconfitta con il 54% degli italiani votante repubblica.
Il 10 giugno il presidente della Corte di Cassazione Pagano comunica che mancano ancora i dati di alcune sezioni, riservandosi di dare il risultato definitivo il 18 Giugno, tre giorni dopo, come data ultima per sciogliere i dubbi sul referendum. Il 13 mattino il Governo assegna le funzioni di capo dello stato al presidente del consiglio Alcide De Gasperi, in accordo con il partito comunista di Togliatti, con il partito socialista e quello repubblicano, pur in assenza del risultato definitivo. La domanda che sorge è se la nostra repubblica ha avuto la maggioranza dei voti degli italiani.
Solo più tardi in molte città verranno a galla situazioni equivoche, brogli e subito dopo pochi giorni, come detto, le schede del primo scrutinio saranno bruciate così da rendere impossibile la veridicità delle votazione, richiesta dal Re per un riesame dopo il rovescio avvenuto in una notte. Vengono presentati i ricorsi. Umberto ordina alla famiglia di partire per l’estero e decide di rimanere in Italia fino alla sentenza della corte di cassazione. La corte si limita a dare il quadro dei risultati, ma non proclama la repubblica. Il governo sostiene che i risultati sono scontati e proclama la repubblica, senza aspettare il 18 giugno. Nella notte del 12 giugno si riunisce il consiglio dei ministri e definisce come il capo del governo sia anche capo provvisorio dello stato. Umberto II è messo davanti alla decisione della sua vita: sciogliere il governo, fare arrestare i ministri, incitare gli italiani alla rivolta, chiedere l’aiuto dell’esercito fermamente monarchico; oppure partire, lasciare il suo paese. In un clima da guerra civile, sceglierà la seconda ipotesi anteponendo prima il bene degli italiani al suo legittimo diritto a governare. Andrà in maniera volontaria a Cascais in Portogallo per 34 anni. Maria José andrà a vivere in Svizzera con i figli.
In un messaggio del 13 Giugno del 1946 con la chiara contestazione dei risultati fraudolenti del referendum, Umberto II si rivolge al popolo italiano: “Nell’assumere la luogotenenza generale del regno prima e la corona poi io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo liberamente espresso sulla forma istituzionale dello stato e uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 Giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della coorte suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del Referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatti dalla corte suprema, di fronte alla sua riserva di pronunziare il 18 Giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli, di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancora ieri ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re, attendere che la Coorte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle Leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con un atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nella alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Italiani! Mentre il paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua libertà in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me, perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola. Ma non volendo porre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il governo ha commesso lascio il suolo del mio paese nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio, nel supremo interesse della patria sento il dovere come italiano e come Re di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta. Protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto. A tutti coloro, che ancora conservano fedeltà alla monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia io ricordo il mio esempio e rivolgo le esortazioni a volere evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di avere compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome dell’Italia e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia!”.
Con questo messaggio Umberto II non riconosce la Repubblica e si avvia all’estero (non esilio) nella convinzione che si tratti di un gesto pacificatore. Continua ad essere considerato Re, da tutte le Monarchie europee (anche da Papa Pio XII – Pacelli) e non cessa mai di esserlo, fino alla morte.
Giovedì 24 Marzo 1983, nella abbazia di Hautecombe (risalente al XII secolo) su suolo francese, si è celebrato l’ultimo saluto al Re di Maggio Umberto II.

A sinistra l’abbazia di Hautecombe in Francia. A destra una foto che ritrae i moltissimi manifestanti accorsi ai funerali del Re Umberto II.

L’abbazia che ospitava già il riposo di Carlo Felice e della regina Maria Cristina ha visto presenti moltissimi italiani accorsi per l’ultimo saluto. Pesanti le assenze della repubblica italiana che dimostra una totale mancanza di coraggio civile, non inviando nemmeno una corona di fiori, perché in questa Italia, i morti hanno un colore politico e questo è francamente molto triste. Ancora una volta le monarchie europee si riuniscono per congedare un uomo che ha detta di molti era considerato un vero gentiluomo. Sulla sua bara, spoglia, richiese soltanto la bandiera italiana sabauda e segui il rito “more nobilium” con la bara posata in terra, sul pavimento della chiesa, anziché sul catafalco. E’ stato un addio difficile, quasi proibito e tutti hanno avvertito che l’epilogo è stato ingiusto.
 
Per concludere riprendo le parole espresse da Re Umberto II riguardanti  l’istituto monarchico: “La repubblica si può reggere col 51%, la monarchia no. La monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”. 
 

 

Per approfondimenti:
_Falcone Lucifero, L’ultimo Re, i diari del Ministro della Real Casa 1944/1946 – edizioni Mondadori 2002
_Francesco di Campello, Un principe nella bufera. Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944, Le Lettere
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo Duca D’Aosta e Viceré di Etiopia – edizioni Mursia
_Maria José di Savoia, Giovinezza di una Regina – edizioni Mondadori
_Lucio Lami, Umberto II il re di maggio. Dalla monarchia alla repubblica, Edizioni Mursia
_Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943 – Edizioni Castelvecchi
_Aldo Alessandro Mola, declino e crollo della monarchia in Italia. I Savoia al referendum del 2 giugno 1946 – Editore Mondadori 2006

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Storia partitocratica monarchica dal 1944 ad oggi

Storia partitocratica monarchica dal 1944 ad oggi

di Domenico Giglio 08/02/2018

Durante il periodo del Regno e quindi della Monarchia, non aveva alcuna logica l’esistenza di un partito o di un movimento monarchico, aderendo alla istituzione monarchica la grande maggioranza dei parlamentari dalla destra al centro-sinistra, con l’eccezione spiegabile del partito repubblicano mazziniano, e quella meno spiegabile del partito socialista, nei suoi vari tronconi, incapace di imboccare la strada del riformismo, salvo casi sporadici seguiti da espulsione, per cui, al massimo esistevano delle associazioni, per lo più locali, che riaffermavano la fedeltà alla Casa Savoia, e tutto questo oltre tutto, fino al consolidarsi del fascismo, come regime a partito unico, che già mal tollerava, anche dopo la Conciliazione del 1929, l’esistenza e l’attività delle organizzazioni cattoliche, tenacemente difese dalla Chiesa, tra cui quelle universitarie, che servirono infatti dopo il 25 luglio 1943, a costituire, insieme con i vecchi quadri del Partito Popolare, l’ossatura della Democrazia Cristiana, il nuovo nome assunto al posto del “popolare”.

Locandine referendarie del 1946 pro-monarchia e bagno di folla al Quirinale, Roma, all’affaccio del Re Umberto II.

Perciò dopo l’otto Settembre 1943, di fronte all’attacco concentrico alla Monarchia dal Nord, repubblica-sociale, e dal Centro-Sud, comitato di liberazione nazionale, composto da partiti liberale, democratico-cristiano, democratico del lavoro, socialista, comunista e d’azione, particolarmente accanito contro il Re Vittorio Emanuele III, il principe Umberto, con fantomatici dossier, e tutta Casa Savoia, si pensò di riunire nel Meridione, senza coinvolgere il Sovrano, i sostenitori del mantenimento dell’istituzione monarchica, con iniziative varie, alcune combattentistiche ed altre politiche come il Partito Democratico Liberale, dell’onorevole prefascista (1919 -1926), ed antifascista, Raffaele De Caro, dove fece le sue prime esperienze il trentenne professore Alfredo Covelli, ma è dopo la liberazione di Roma, nel Giugno 1944, che nascono sia il Partito Democratico italiano, ad opera di Enzo Selvaggi, anche lui giovane di trentuno anni ed all’inizio della carriera diplomatica, con un giornale battagliero “Italia Nuova”, dove scrivevano il marchese Roberto Lucifero, il giornalista e scrittore napoletano Alberto Consiglio, insieme con numerosi giovani, sia una associazione apartitica, l’Unione Monarchica Italiana, (agosto 1944), anche qui ad opera di un giovane ufficiale, il conte Luigi Filippo Benedettini e di un altro ex-ufficiale Augusto De Pignier.
E dal Sud approdava a Roma, dandone la Presidenza al senatore Alberto Bergamini, figura prestigiosa di liberale antifascista, già direttore del “Giornale d’Italia”, la Concentrazione Democratica Liberale, con Segretario Emilio Patrissi e Vice Segretario Alfredo Covelli.
Questa presenza giovanile era senza dubbio significativa ed apprezzabile, ma logicamente mancava di esperienze, con nomi praticamente poco conosciuti, mentre i “grandi vecchi”, ad eccezione di Bergamini, ovvero Ivanoe Bonomi, Benedetto Croce, Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, si erano tutti piuttosto defilati di fronte al problema istituzionale, anche se successivamente, prima del Referendum, fecero esplicite dichiarazioni a favore del mantenimento della Monarchia dei Savoia, avendo abdicato il 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele, ed essendo divenuto Re, il principe di Piemonte Umberto, che aveva bene operato nei due anni di Luogotenenza.
Vi erano quindi politicamente dei giovani “generali”, ma mancavano i “quadri”, né questi esistevano nel Partito Liberale, l’unico dei sei partiti del CLN, che, a maggioranza si fosse pronunciato a favore della Monarchia, essendo sorto come partito, proprio quando si stava affermando il fascismo, e quindi non aveva potuto costituire quella struttura organizzativa che avevano i “popolari” ed i socialisti, e che, rimasta “dormiente” nel ventennio, permise agli stessi, ed al Partito Comunista di riprendere l’attività dopo il 1944, in tutto il territorio nazionale, via via che lo stesso venisse “liberato” dalle forze anglo-americane, alle quali si erano aggiunti anche reparti del Regio Esercito, e nelle regioni ancora occupate dai tedeschi di operare clandestinamente con la Resistenza.
La situazione non cambiò molto nei due anni dal 1944 al 1946, per cui la campagna elettorale del Referendum Istituzionale, e per la Costituente, fu condotta in ordine sparso. Per la Costituente vi era una sola lista nazionale dichiaratamente monarchica, il Blocco Nazionale della Libertà, con simbolo una “Stella a Cinque Punte”, che non aveva però qualcosa che richiamasse la Monarchia, e che non era presente in tutte le circoscrizioni, ed alcune liste altrettanto dichiaratamente monarchiche anche nei simboli, ma su scala locale, che nel complesso presero 75.000 voti, ma nessun seggio, disperdendo perciò il voto che con i 680.000, pari al 2,8%, del Blocco, avrebbe fatto eleggere più di 16 Costituenti.
In ogni caso la propaganda per la Monarchia ricadde quasi esclusivamente sui candidati del Blocco nazionale della libertà, che vide eletti i giovani Alfredo Covelli, Enzo Selvaggi, Falcone Lucifero, Luigi Filippo Benedettini, e tra quelli più anziani il generale Roberto Bencivenga, tra i più attivi patrioti a Roma, nei nove mesi della occupazione tedesca, l’industriale Tullio Benedetti, presidente dell’UMI, l’avvocato Francesco Caroleo (padre dell’avv. Nunzio Caroleo, eletto al Parlamento per il PNM, nel 1953), l’avvocato Gustavo Fabbri, il senatore Bergamini ed il professore Orazio Condorelli, dell’Università di Catania figura storica dei monarchici siciliani, e che fu successivamente eletto senatore per il PNM, nel 1953, al quale si deve una amara frase pronunciata già nel marzo 1947 e che spiega tante cose del mondo monarchico da allora ad oggi: “Le mie speranze per la Monarchia si attenuano quando partecipo alle riunioni politiche monarchiche!”
1

Da sinistra a destra: Roberto Bencivenga (1872-1949), Alfredo Covelli (1914-1998), Vincenzo Selvaggi (1913-1957), Falcone Lucifero dei marchesi di Aprigliano (1898-1997), Tullio Benedetti (1884-1973).

Ritornando alla campagna per il Referendum, nella quale specie al Nord fu anche in molti casi impossibile riuscire a tenere comizi monarchici per l’azione violenta ed intimidatoria della sinistra social-comunista, dobbiamo ricordare in Piemonte l’opera del “Gruppo Cavour”, dotatosi di un battagliero settimanale, il “Cavour”, ed i comizi di un avvocato milanese, Cesare Degli Occhi, di una famiglia di antica tradizione politica cattolica, che dopo aver militato da giovane nel Partito Popolare e dopo la caduta del fascismo nella Democrazia Cristiana, ne era uscito dopo la scelta congressuale repubblicana che lui aveva combattuto con tutte le sue forze.
Anche Degli Occhi, dopo essere stato eletto consigliere comunale di Milano, fu successivamente mandato nel 1953 in Parlamento, dai monarchici della circoscrizione Milano-Pavia, ed attorno a Lui, a Milano, crebbero dei giovani monarchici tra i più qualificati intellettualmente e di indirizzo cattolico e liberale, quali Mario Foresio, Angelo Domenico Lo Faso, Achille Aguzzi, tutti oggi scomparsi, alcuni prematuramente, e l’avvocato Lodovico Isolabella, ed in epoca successiva Massimo De Leonardis, senza dimenticare Guido Aghina e due esponenti della sinistra monarchica, Mario Artali, poi deputato del PSI, e Tebaldo Zirulia, divenuto importante esponente sindacale, e Pier Giulio Sodano, che vinse un concorso indetto dall’U.M.I., sul tema “La Monarchia di domani”. 
La propaganda monarchica si legò a livello giornalistico alla “Italia Nuova”, del “Giornale della Sera”, di qualche altro di minore diffusione nel Centro-Sud, ed al Nord del “Mattino d’Italia”, diretto da Massimo Mercurio, di estrazione Partito Democratico, e fu conclusa il 30 maggio, alla radio, dal Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, con un messaggio di grande apertura democratica e sociale, che delineava le linee di una rinnovata Monarchia ed interpretava il pensiero di Umberto II, come  possiamo vedere dai  messaggi  che il Re  inviò dall’esilio agli italiani, sintetizzati “Autogoverno di popolo e giustizia sociale”, che il PNM, riportò sulla sua tessera d’iscrizione.
La sconfitta della Monarchia, portò logicamente ad una diversa impostazione della battaglia politica, mirante a riproporre il problema istituzionale, con la nascita di vari partiti monarchici, in primo luogo, il 22 luglio 1946, a Roma, il Partito Nazionale Monarchico, simbolo “Stella e Corona”, ma non vide, ad esempio , la confluenza nello stesso, del Partito Democratico Italiano, che preferì , entrare nel PLI, rafforzandone la componente monarchica, tanto che l’onorevole Roberto Lucifero, ne divenne Segretario nazionale, sia pure per un breve periodo.
Nel nuovo partito, PNM, di cui divenne Segretario Nazionale l’onorevole Alfredo Covelli, che conservò ininterrottamente tale carica, anche nel successivo PDI e PDIUM, (Partito Democratco Italiano di Unità Monarchica ), fino al 1972, data della scomparsa del partito stesso , confluito nel Movimento Sociale Italiano , eccettuato un numeroso gruppo, particolarmente giovani, con un Vice Segretario del PDIUM, dr. Alfredo Lisi, entrarono subito diversi ex-militari, che avevano lasciato il servizio attivo, per non riconoscere la repubblica, ma che certo non avevano preparazione politica . E questa fu prima forma di monachismo, cioè la fedeltà al giuramento prestato a suo tempo al Re, malgrado che Umberto II, nel messaggio lasciato alla partenza per l’ esilio, li avesse nobilmente sciolti dallo stesso, insieme con lo sdegno per come si era svolto il referendum, ed i ragionevoli dubbi sul suo risultato, che per anni furono tra i principali motivi, più che giustificati, della propaganda monarchica.
In ogni caso vi erano, tra gli ex-militari, persone dotate di capacità organizzative, come ad esempio il colonnello De Carli, che resse per anni l’ ufficio organizzazione del PNM. Fondato il PNM, bisognava coprire il territorio nazionale con Federazioni Provinciali e con le Sezioni Comunali, molteplici nel caso delle grandi città, aprendo sedi dignitose, così da poter effettuare un regolare tesseramento e poter presentare liste alle varie elezioni amministrative che si tennero dopo il referendum, particolarmente nel Centro-Sud, volutamente escluso da Romita, Ministro dell’ Interno, nel primo turno elettorale svoltosi volutamente al Nord, prima del fatidico 2 giugno 1946, ed alle famose elezioni politiche del 18 aprile 1948.
In questo primo banco di prova il giovane partito ottenne il 2,8% dei voti e 14 deputati, tutti concentrati tra Campania, Puglie e Sicilia, tra i quali, riconfermato Covelli, entrarono i siciliani Alliata e Marchesano ed il napoletano Gaetano Fiorentino, del gruppo del “comandante” Lauro, che si era avvicinato al PNM, di cui poi divenne Presidente e finanziatore moderato, per cui ,nei movimenti monarchici, non vi è stata mai ricchezza di mezzi finanziari, malgrado le accuse, le dicerie ed altre insinuazioni dei nostri avversari di centro e di sinistra.
Il consolidamento elettorale del PNM negli anni successivi al 1948, iniziato con le elezioni regionali sarde del 1949, con oltre l’11% di voti, e con quelle siciliane, dove entrò nel governo dell’isola con importantissimi assessorati, l’industria con l’on. Bianco e l’ istruzione con l’on.Castiglia, e con alcune importanti elezioni amministrative, culminato con i risultati del 7 giugno 1953, ed i 40 deputati e 16 senatori, fu accompagnato logicamente dal rafforzamento della struttura organizzativa, con un Movimento Giovanile, la cui importanza non fu mai apprezzata a sufficienza, ma che oggi in una visione storica costituisce il maggiore titolo di vanto del partito monarchico.
Infatti nel decennio 1948 – 1958 si costituirono in numerose città, oltre ai gruppi universitari dove esistevano Atenei, dei nuclei di giovani validi, oltre al già citato gruppo milanese, i cui esponenti, se in vita, perché molti sono mancati prematuramente, partecipano ancora oggi alla battaglia monarchica.
A titolo indicativo e non esaustivo, ricordiamo a Torino, i fratelli Giancarlo e Roberto Vittucci, e Mario e Vincenzo Pich, a Biella, Gustavo Buratti e Mario Coda, a Padova, Giulio De Renoche, Paolo Cadrobbi e Carlo Crepas, a Pisa, Bruno Brunori, Ettore Mencacci e Nino Bergamini, a Firenze Enrico Bosi, Guido Adami Lami, Roma, oltre al gruppo più anziano dei Nicola Torcia, Giovanni Semerano, Renato Ambrosi de Magistris, Enrico Boscardi, Michele Pazienza, Vito Andriola, Enzo Mauro, Riccardo Papa, Edoardo Albertario, Gabriella Cro, i più giovani Domenico Giglio, Antonello Delcroix, Gianvittorio Pallottino, Amedeo De Giovanni, Mario Pucci, Manuel Miraglia, Camilla Sibilia, Marzio di Strassoldo.
A Napoli, Gustavo Pansini, Luca Carrano, Mario Miale, Carlo Antonio del Papa, a Bari, Waldimaro Fiorentino (oggi a Bolzano) e Carlo Alberto Dringoli, a Foggia Giuseppe Traversi, a Genova, Domenico Fisichella, Arduino Repetto, Luciano Garibaldi, Giulio Vignoli e Pippo Tarò , a Catania, Enzo Trantino, Nello Pogliese, Michele D’Agata ed Antonio Paternò di Roccaromana, e poi alcuni singoli come Sergio Boschiero a Vicenza, Enzo Barbarino a Trieste, Edilberto Ricciardi a Salerno, Bruno Melis a Cagliari ed a Pescara, Vincenzo Vaccarella.
Ritornando al PNM, a rafforzarne la base storico-poiltica, sempre dopo il 1948, entrarono, forse su segnalazione superiore, un nutrito gruppo di ambasciatori da Roberto Cantalupo, che pubblicava un periodico “Governo” di notevole spessore culturale, a Raffaele Guariglia, Guido Rocco, Armando Koch, Emanuele Grazzi, che se rafforzarono i vertici, non coprirono il fabbisogno di quadri operativi, dove si stavano avvicinando diversi professionisti e funzionari dello stato, ma rimanevano numerosi gli ex-militari, fra cui molti carabinieri, nella sezioni comunali e periferiche.
I quadri invece, lo si constatò nelle elezioni del 1958, si stavano costituendo proprio con i giovani, mancanti ancora di adeguata istruzione politica ed elettorale, in quanto non era mai esistita una “scuola di partito”, ed il primo ed unico “Manuale dell’ attivista” , scritto da Angelo Domenico Lo Faso, uscì solo nel 1957, ben undici anni dopo la fondazione del partito. Malgrado quanto affermato dagli antimonarchici e dalla stampa di “regime”, nel PNM la presenza della nobiltà era limitata, basti guardare i vertici del partito e gli stessi gruppi parlamentari, per cui si può serenamente affermare il suo carattere interclassista, maggiormente riscontrabile tra i giovani.
Un notevole contributo storico-politico-culturale, a Roma, fu dato dalla fondazione nel 1947, da parte di monarchici dichiarati, di un “Circolo di Cultura ed Educazione Politica”, denominato “REX”, indipendente da partiti ed associazioni, aperto a tutti , ma non legato a nessuno, ancora oggi operante e giunto al suo 67° ciclo, che inizialmente riuniva per venti domeniche all’anno, monarchici e simpatizzanti, con conferenze affidate a relatori ed oratori di grande prestigio e cultura, dato che, allora, il mondo monarchico in genere, dal PNM, all’UMI, ed altri gruppi, era ricco di personalità, dai Rettori d’Università, quale Allara a Torino, Menotti De Francesco a Milano, Origone a Trieste, Papi a Roma, al grande latinista Ettore Paratore, agli storici Ghisalberti, Levi e Volpe, che ne fu anche Presidente Onorario, elenco anche questo indicativo, ma non esaustivo.

Logo del 1947, del Circolo di Cultura ed Educazione Politica, denominato “REX”. Nella foto di destra, l’ultima conferenza del Circolo a Roma dell’ingegnere Domenico Giglio.

Quanto poi agli esponenti nei comuni e nelle provincie, vi furono personalità locali che occupavano tutti gli spazi, dal caso più clamoroso di Achille Lauro, eletto Sindaco trionfalmente a Napoli nel 1952, e nel 1956 con la maggioranza assoluta dei voti, ad un Oronzo Massari, che conquistò il Comune di Lecce, con “Stella e Corona”, senza bisogno di alleanze, per non dimenticare che il primo segnale della affermazione del PNM, nei comuni, fu nel 1949, la conquista del Municipio di Fasano, da parte di Maria Chieco Bianchi, che, successivamente nel 1953 sarebbe stata eletta alla Camera.
Il volere “tutti i monarchici in un solo partito”, slogan iniziale del PNM, se fece affluire subito numerosi iscritti, guadagnando nel numero, non facilitò la realizzazione di una omogenea linea storico culturale, che incominciando dal Risorgimento, ne attualizzasse i suoi valori di libertà e di democrazia, e proseguisse fino alla Guerra di Liberazione, ricordando e rivendicando la fedeltà al Re, dell’Esercito, della Marina e dell’ Aviazione, e la presenza numerosa e qualificata di monarchici nella Resistenza, forse per la necessità degli “apparentamenti”, imposti dalla legge elettorale per le elezioni amministrative, dal 1952, con il Movimento Sociale Italiano, ma che videro la conquista dei Comuni di Bari, Foggia, Avellino, Benevento, Salerno e Napoli, con sindaci tutti del PNM, risultato il partito maggioritario dell’alleanza.
Il successivo evolversi della situazione partitica dopo il 1954, con scissioni dolorose e riunificazioni tardive, se non influì sull’organizzazione, che vide defezioni, ma anche il raddoppio del numero di sedi e dirigenza, acquisendo qualche nuovo interessante esponente, fu però negativa per i giovani che non affluirono più numerosi dopo il 1961, ma, fortunatamente, trovarono nuovi spazi nel Fronte Monarchico Giovanile dell’ UMI, dove alla dirigenza del professore Ernesto Frattini, giovane ricco di una grande cultura, successivamente prematuramente scomparso, al quale si deve la pubblicazione di una serie di quaderni, oggi introvabili, di argomenti storici e politici, ma meno ricco di doti organizzative, era seguita la dirigenza dinamica di Sergio Boschiero, con la quale abbiamo una ulteriore qualificata generazione di giovani , da Antonio Tajani, a Domenico De Napoli, Antonio Galano, Francesco Caroleo Grimaldi, Luigi Marucci, Massimo Mazzetti, Pier Franco Quaglieni, Michele D’ Elia , Antonio Parisi , Antonio Ratti , Salvatore Sfrecola, Antonio Maulu, Argenio Ferrari, Pier Carlo De Fabritiis, Fabio Torriero, Marco Grandi ed il caro, sfortunato amico Gian Nicola Amoretti, recentemente scomparso dopo una lunga malattia.

Nelle foto Antonio Tajani (Roma, 4 agosto 1953), politico e giornalista italiano, presidente del Parlamento europeo dal 17 gennaio 2017. A sinistra in età giovanile insieme a Sergio Boschiero (sulla destra) e nella foto di sinistra ad un convegno dell’UMI nel 2005.

La diaspora del partito monarchico degli anni ‘60 di cui si avvantaggiarono democristiani e maggiormente i liberali portò alla infelice decisione del 1972, di cui abbiamo fatto precedente cenno, e la residua organizzazione, malgrado i nobili tentativi della “Alleanza Monarchica”, per coloro che avevano rifiutato la confluenza nel MSI di mantenerla regolarmente in vita, grazie al valoroso periodico mensile di Roberto Vittucci, e del C.A.M. (Centri Azione Monarchica), per coloro che invece avevano aderito al MSI, per non esserne schiacciati, si andò assottigliando di anno in anno, anche se vi sono state alcune interessanti adesioni, ed una successiva fioritura spontanea di giovani monarchici e di persone che non avevano potuto vivere la vita del partito e che hanno saputo creare, con le sole loro forze, dei siti di estremo interesse storico e politico, quali “Monarchici in rete”, “ Re Umberto”, ed “Archivio storico”.
Nella diaspora sopra citata ed in altre vicende di separazioni e scissioni qualcuno vede la causa anche in un deficit di democrazia interna e nell’assenza di un dibattito politico ed ideologico, che non ha consentito di fidelizzare l’elettorato, razionalizzandone le convinzioni monarchico sabaude, lasciando spazi solo ad encomiabili sentimenti, che l’andare dei tempi e l’evolversi generazionale non hanno più la presa emotiva che pure aveva costituito la base dell’iniziale discorso politico.

 

Per approfondimenti:
_Cesare Degli Occhi – Piero Operti : “Il Partito Nazionale Monarchico” poi cambiato in “Il Movimento Monarchico” – editrice Nuova Accademia – Milano ( senza data-1955?);
_Domenico De Napoli : “Il Movimento Monarchico in Italia dal 1946 al 1954” – Editore Loffredo –Napoli – 1980;
_Grande Enciclopedia della Politica – I Monarchici – volume 1 – settembre 1993 ; volume 2 –marzo 1994 – edizioni Ebe s.r.l.- Roma;
_Andrea Ungari: “In nome del Re – i monarchici italiani dal 1943 al 1948” – edizioni “Le Lettere” – Firenze -2004 – Biblioteca di Nuova storia Contemporanea- Collana diretta da Francesco Perfetti;
_Andrea Ungari – Luciano Monzali: “I monarchici e la politica estera italiana nel Secondo dopoguerra” – editore Rubbettino – 2012;
_Falcone Lucifero – “L’ultimo Re – diari 1944-1946” con introduzione del prof. Perfetti – Editore Mondadori. Collana Le Scie – 2002;
_Aldo A.Mola – “Declino e crollo della Monarchia in Italia” –editore Mondadori – Le Scie- 2006;
_Domenico Fisichella – “Dittatura e Monarchia” – editore Carocci – 2014;
_Giovanni Semerano – “I partiti monarchici dopo il 13 giugno 1946 “ .ed. Monarchia Nuova – 2005 – Roma.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Riflessione sul rientro in Italia di Vittorio Emanuele III

Riflessione sul rientro in Italia di Vittorio Emanuele III

scritto da Giuseppe Baiocchi

Il 17 dicembre la salma del terzo re d’Italia, torna in patria dall’Egitto immersa nelle polemiche. In un misto di modestia storica e insulti, l’aria che si respira nel Paese non è delle migliori anche per via dell’uso di un volo di Stato militare per il trasporto della salma. La prima domanda di riflessione che sorge spontanea è la seguente: chi se non il re d’Italia, Capo di Stato e Comandante delle forze armate avrebbe dovuto usufruire di un volo statale per tornare in patria? Forse si sarebbe dovuto prenotare un volo low cost?

Il santuario di Vicoforte, noto anche come santuario basilica della Natività di Maria Santissima o santuario-basilica Regina Montis Regalis è un edificio religioso situato nel territorio del comune di Vicoforte. Si tratta di una chiesa monumentale, tra le più importanti del Piemonte, la cui cupola con sezione orizzontale ellittica risulta essere la più grande di tale forma al mondo. Ha la dignità di basilica minore.

Al di là delle battute S.M. Vittorio Emanuele III (1869 – 1947) e la regina Elena del Montenegro (nata Jelena Petrović-Njegoš 1871 – 1952), sono tornati in Italia – presso il santuario di Vicoforte, vicino Mondovì nel Cuneese – grazie all’incessante lavoro diplomatico di Maria Gabriella di Savoia.
Ancora una volta lo Stato della Repubblica italiana dimostra modeste competenze istituzionali nell’assolvere il compito storico. Ancora una volta, in forma antropologica, lo Stato (così come in passato l’Istituzione monarchica) sceglie una via di mezzo: far tornare la salma, senza funerali di Stato e senza una presenza istituzionale, ma come detto, utilizzando un volo di Stato.
Inoltre la sede del Pantheon – dove sono sepolti il primo re d’Italia Vittorio Emanuele II (1822 – 1878) e il suo successore Umberto I (1844 – 1900) – non viene minimamente presa in considerazione, nonostante la storia parli chiaro. A chiudere a livello istituzionale la questione (per ora) è anche il ministro della Cultura Dario Franceschini: «La sepoltura a Vicoforte – sostiene l’esponente Partito democratico – è la chiusura definitiva della vicenda, non ne apre una nuova. Del resto sono la storia e la memoria a impedire anche solo di prendere in considerazione l’ipotesi di una sepoltura al Pantheon».
La vicenda ha risaltato ancora una volta una famiglia reale – quella dei Savoia – divisa e disorganizzata, anche grazie alla stessa principessa Maria Gabriella che non avverte il fratello Vittorio Emanuele dell’intera vicenda.
L’evento se da una parte oscura l’Unione Monarchica italiana (che predilige la linea di successione dei Savoia-Aosta), che come obiettivo primario non ha il rientro delle salme dei reali in Italia, ma l’abrogazione – improbabile – dell’art.139 della Costituzione, ancora una volta da risalto alla famiglia diretta, che per le Regie lettere patenti non può più ambire al trono dinastico – con i sigilli reali che si trovano tumulati presso l’Abbazia reale d’Altacomba, in Francia, insieme a Umberto II, quarto e ultimo re d’Italia. Gli unici che sembrano mantenere una situazione di decoro, sono i familiari reali del ramo dei Savoia-Aosta, che mantengono una assoluta riservatezza e un giusto silenzio in tutta la vicenda.
Il poco rispetto della politica nei confronti di un atto storico, che dovrebbe legittimare e non indebolire l’unità repubblicana del Paese è lampante, dimostrando – ancora una volta – scarso senso di responsabilità civica e istituzionale. Se da un lato Massimo D’Alema, considera «il rientro con volo di Stato come un episodio sgradevole da chiarire in Parlamento»; la sua collega dei Cinque Stelle (la quale ricoprendo un ruolo istituzionale commette un errore assai più grave, poiché rappresenta l’intera cittadinanza) Virginia Raggi, utilizzando errori grammaticali e di forma si esprime “contraria” alla tumulazione presso il Pantheon, manufatto edilizio neanche di sua diretta competenza.
Uno dei familiari Savoia, Emanuele Filiberto, afferma in un’intervista al Giornale: «Adesso basta. La politica si occupi di pensare ai problemi dell’Italia. Tra tre mesi ci saranno le elezioni. La smettano, dunque, di prendere la scusa di Vittorio Emanuele III per avere dei consensi politici e parlino dopo aver studiato, perché senza storia non c’è futuro […] c’è una scarsa conoscenza della storia. Sappiamo benissimo che dal ’46, quando la Repubblica fu proclamata, dopo il broglio, hanno dovuto demonizzare i Savoia, mettendo sui libri la storia che volevano scrivere loro. Quando fa comodo non parlano di casa Savoia, quando fa comodo, come adesso, ci vanno giù duri. Ma i politici di oggi hanno vita breve, visto l’avvicinarsi del voto. Noi abbiamo mille anni di storia alle spalle e altrettanti ne avremo. Se non tratteremo con questo governo lo faremo col prossimo».
ff

Emanuele Filiberto di Savoia (Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria; Ginevra, 22 giugno 1972) è un membro di Casa Savoia e un personaggio televisivo, nato e vissuto in Svizzera a causa del regime di esilio previsto dalla Costituzione repubblicana per i discendenti maschi degli ex re d’Italia. Ha fatto il suo primo ingresso in Italia[2] soltanto alla fine del 2002. È figlio di Vittorio Emanuele e di Marina Ricolfi Doria e nipote dell’ultimo re d’Italia, Umberto II di Savoia. La sua posizione nella linea di successione della Casa di Savoia, comunque non riconosciuta dalla Repubblica Italiana, è al centro della questione dinastica, emersa in seguito al matrimonio dei genitori.

Sicuramente la vicenda apre il precedente per Umberto II e sua moglie Maria José, mai direttamente collusi con il fascismo e che negli ultimi dieci anni, hanno ricevuto più di un plauso da eminenti storici per il loro comportamento durante i difficili anni della convivenza con il regime fascista.
Difatti una della accuse che dimostrano poca conoscenza istituzionale dei fatti storici, risiede nel dichiarare l’accettazione delle leggi razziali da parte del Sovrano. Nonostante Vittorio Emanuele III regnava fin dal 1900, del suo operato riformatore e del soprannome di “Re soldato” l’Italia sembra essersene dimenticata. La memoria viene sporcata unicamente da tre fattori principali: la Marcia su Roma (1922), Le Leggi Razziali (1938) e la “fuga” da Roma (1943).
Facendo ordine con la storia, il re ha commesso certamente dei pesanti errori, che ha pagato direttamente prima con l’abdicazione (per un sovrano, nato alla fine dell’Ottocento, si trattava di una gravissima onta) e successivamente con l’esilio, durato settant’anni. Queste due motivazioni possono indurre a smentita, la minoranza della popolazione italiana che non riteneva giusto un rientro della salma sul suolo nazionale.
La cosiddetta “Marcia su Roma” il 28 ottobre del 1922 porterà, come è noto, il fascismo al potere. Un potere sanzionato ai 306 deputati (di cui solo 35 del partito nazionale fascista) che votarono la fiducia al Governo di ampia coalizione presieduto dall’onorevole Benito Mussolini. Casa Savoia, stanca della mancanza di riforme e instabilità parlamentare, lascia agire Mussolini e gli accorda la fiducia. La violenza politica veniva utilizzata da tutti i partiti, anche da quello socialista che rimediò a Gramsci, alla spaccatura del primo partito d’Italia, una manganellata in pieno volto, regalando al filosofo 5 mesi d’ospedale per trauma cranico. Mussolini promise quelle riforme necessarie al paese, che i governi liberali avevano puntualmente fallito: non si poteva certo prevedere il futuro, che avrebbe visto l’istituzione monarchica subordinata alla dittatura nelle leggi fascistissime del 1925.
Tutti criticano il re per le Leggi razziali, che furono una cosa ignobile e insensata. La cronologia storica della Camera dei Deputati riporta: giovedì, 17 novembre 1938, sono emanati i provvedimenti per la difesa della razza italiana (regio decreto legge 17 novembre 1938, n. 1728). Il decreto legge sarà convertito dalla legge 5 gennaio 1939, n. 274 ; mercoledì, 14 dicembre 1938: la Camera approva il disegno di legge di conversione del regio decreto legge 5 settembre 1938, n. 1390, provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (n. 2509), approvato dal Senato il 20 dicembre (legge 5 gennaio 1939, n. 14). E’ uno degli ultimi atti della Camera che pochi giorni dopo diventerà “camera dei fasci e delle corporazioni”. Quindi il decreto diventa legge con approvazione parlamentare il 5 gennaio 1939. Il re aveva già firmato il decreto del 17 novembre. Non solo non c’è stato quindi alcun “rinvio alle camere”, ma anzi le leggi razziali erano già firmate dal re prima di passare alle camere, che come d’uso nel periodo fascista si limitavano a interinare decisioni del governo. Un comportamento ambiguo che cozza con i documenti privati, nei quali il re si dimostrava dissociato e contrario alla legge. Se fosse stato così, gli rimanevano due possibilità: un colpo di Stato per mettere Mussolini e il fascismo alla porta o abdicare. In entrambi i casi avrebbe aperto i cancelli alla Germania nazista, che poi uccise sua figlia. Scelse il male minore.
Effettuando una breve analisi storica, di rilievo è anche la riflessione sulla data del 25 luglio del 1943, quando Vittorio Emanuele III – incontratosi con Benito Mussolini – esautorava il fascismo, avviando l’Italia sicuramente in anni burrascosi, ma con la lungimiranza di salvare la nazione da una sicura spartizione militare in zone di influenza, come avvenne per la Germania nazista.
Traditori e opportunisti: queste sono le parole che spesso si sentono velatamente provenire da ambienti di estrazione sociale di destra. Il quesito che dobbiamo porci, invece, è un altro: in una situazione militare gestita personalmente da Benito Mussolini – capo del Governo – che aveva visto il paese soccombere militarmente ed impoverirsi socialmente e culturalmente, solo un sovrano senza spina dorsale avrebbe consentito il proseguo di tale condotta. Il governo fascista semplicemente aveva perso il conflitto e Mussolini avrebbe – senza dubbio – dovuto dimettersi di sua spontanea volontà.

Arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©Maurizio Lodi

Infine, il problema istituzionale della “fuga romana” è meramente un altro falso storico poiché la capitale si presentava indifendibile e Vittorio Emanuele III non fuggì dal paese – come fecero altre monarchie europee del Nord Europa e altri capi di Stato – ma si spostò in una regione più sicura (Puglia, Brindisi) per riorganizzare l’esercito e fare gli interessi supremi della nazione, operando il passaggio dell’Italia da paese vinto a paese cobelligerante. Grave di contro fu l’errore di non lasciare i comandi alle forze armate, che provocò lo sbando del Regio Esercito in tutti i territori di occupazione militare.
Dunque, in conclusione, nessuna difesa per Vittorio Emanuele III, che ha già pagato ampiamente i suoi errori, ma unicamente una verità storica, la quale diviene oggi l’unico elemento per effettuare quel lavaggio della coscienza storica che può permetterci di divenire un paese repubblicano più forte, proprio perché consapevole della propria storia con tutti i propri pregi e i propri difetti. Viva l’Italia.

 

©Italia Sabauda – Riproduzione riservata
Continue reading

L’Ordine supremo della Santissima Annunziata: tradizione e progresso

L’Ordine supremo della Santissima Annunziata: tradizione e progresso

di Gianluigi Chiaserotti 27/10/2017

L’origine dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, riconosciuto per il più antico tra i suoi consimili, ci viene tramandato dagli storici sotto il nome della “Collana d’Oro” o “dell’Anello”, con il qual i re insignivano i loro vassalli.
Si parla di questi simboli – collana ed anello – di già dai tempi dei faraoni in Egitto; scrive Giuseppe, storico delle antichità giudaiche: “[…] e Faraone si trasse il suo anello di mano, e lo mise a Giuseppe, e lo fece vestir di vesti di bisso, e gli mise una collana d’oro al collo”. Ciò dimostra che gli ordini cavallereschi ascendono ad epoca alquanto remota. Al sorgere dei primi legislatori, furono distribuite insegne di ordini in premio a coloro che avessero compiuto alte azioni morali e materiali. Con la venuta di Gesù Cristo, e dopo l’era volgare, il primo fondatore di ordini equestri fu l’imperatore Costantino (285-337).

Piero della Francesca, Vittoria di Costantino su Massenzio – affresco 1458-1466, 322×764 cm – Basilica di San Francesco, Arezzo.

Narra la leggenda che, prima della battaglia combattuta con Massenzio, Costantino udisse, nella notte, una voce misteriosa consigliarlo di ornare gli stendardi imperiali con la croce del Redentore. La notte seguente Gesù Cristo apparve agli occhi dell’Imperatore stesso, ancora dubbioso sulla scelta di una religione: il Messia lo esortava a marciare con fede sotto il segno celeste della Croce. Svegliatosi, all’alba, Costantino, senza alcun indugio, ordinò che i labari venissero sormontati dal monogramma di Cristo con le tradizionali parole: In hoc signo vinces”.
Affrontate, quindi, le milizie nemiche, le respinse vittoriosamente e le disperse, e entrò in Roma, ove, in punto di morte e molti anni dopo, fu battezzato dal Papa San Silvestro (Silvestro, romano, 314-335).
Questo episodio storico denominato “Il Sogno di Costantino” è brillantemente raffigurato nell’affresco, facente parte delle “Storie della vera Croce” (1458-1466) di Piero della Francesca (Piero di Benedetto de’ Franceschi detto Piero della Francesca, Borgo Sansepolcro 1415/20 ca.-1492), conservato nella Cappella Maggiore della Chiesa di San Francesco in Arezzo e recentemente restaurato.
Altri fatti vittoriosi e gloriosi si ebbero in quel tempo, anche perché apparve, quale incitamento, la figura di San Giorgio, il mitico cavaliere della Cappadocia che sconfisse il drago, e in suo onore sorse l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio, composto di cinquanta cavalieri valorosi. L’imperatore Costantino ne fu il Gran Maestro: dignità che trasmise a tutti i di lui discendenti.
Nel Medio-Evo, con il flusso di un gran numero di pellegrini verso Gerusalemme, vennero istituiti ordini religioso-cavallereschi al fine di assistere ed eventualmente proteggere quanti si recavano nei luoghi santi. Alcuni di essi acquisirono grande prestigio e potenza divenendo dei veri e propri Stati sovrani, e sappiamo quali sono: l’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Rodi e Malta, l’Ordine di San Lazzaro – unificatosi successivamente con quello sabaudo di San Maurizio -, l’Ordine Teutonico. Ebbero quindi una funzione importantissima specie nel corso delle Crociate in Palestina, nella Penisola Iberica e nell’Est Europeo.
Successivamente divenne abbastanza frequente che all’interno del proprio castello un cavaliere, a volte conte o duca sovrano, riunisse amici costituendo una “compagnia” con intenti religiosi, cavallereschi o anche solo galanti. Spesso ne scaturiva l’impegno di recarsi, quali crociati, a combattere gli infedeli. Il più delle volte tutto finiva lì e, tornati alle proprie case, agli impegni di ogni giorno, la “compagnia” si scioglieva senza lasciar traccia di sé.
La corte dei conti di Savoia era una delle più eloquenti quanto a nobiltà e spirito di cavalleria. Nel secolo XII dichiarare guerra al proprio vicino era un facile diritto e quindi le terre della nostra Penisola erano continuamente percorse di soldati e di suoni di battaglia. Durante i periodi di pace quei principi agguerriti non cessavano mai di prepararsi ad affrontare nuove guerre e periodicamente essi trovavano svago in gare cavalleresche o nelle partite di caccia. Erano le c.d. “giostre” o “tornei”. I cavalieri ardenti di sentimento e d’amore verso la dama preferita, si guadagnavano il di lei affetto, non sospirando mollemente a’ suoi piedi, ma affrontando coraggiosamente un’impresa di sangue e di morte.
Ma codeste gare furono messe al bando dalla Santa Sede, perché pericolose.
Quindi, nel secolo XIV, “la giostra, il passo d’armi, la quintana, la corsa all’anello” divennero spettacoli praticamente di galanteria. In Chambéry, in Rumilly, in Bourg-en-Bresse, ed in Portt d’Ain, le gare si succedevano affermando sempre di più il nome dei Savoia e dei conti di Ginevra. Regnava sulla Contea, Amedeo VI (1334-1383), principe generoso e cavalleresco, più volte vincitore delle compagnie di ventura, famoso per il di lui coraggio e per aver aggiunto ai suoi domini il Fossigny ed acquistato nuovamente il paese di Vaud, il quale, nel 1350, in occasione delle nozze di Bianca di Savoia (1336-1387), sorella del Conte, con Galeazzo II Visconti (1320-1378), conte di Ginevra, inaugurò una giostra dove i competitori presero il nome di “cavalieri del Cigno Nero”. Tale torneo originò la credenza di un ordine sabaudo detto della “compagnia del Cigno Nero”, ma in realtà questo non è mai esistito.
Più tardi, Amedeo VI partecipò, unitamente ad altri cavalieri, ad un torneo a Bourg-en-Bresse; essi si dissero “Cavalieri Verdi” – in quanto indossavano costumi in prevalenza verdi – e da ciò ne è scaturito il soprannome, tramandato sino ai giorni nostri, di Amedeo “Il Conte Verde”.
Anche l’impresa del “Collier de Savoie”, trova la sua origine da una giostra celebrata da Amedeo VI a Chambéry, nell’anno 1361, al fine di festeggiare il ricordo della vittoria riportata contro Federico II, Marchese di Saluzzo (1332-1396).
Questo nuovo torneo risulta essenzialmente un’impresa d’amore.
Il Conte sabaudo, nel 1362, dispose quindi che venissero eseguiti, in Avignone, quindici collari d’argento dorati, intrecciati di nodi d’amore e di rose, con inciso il motto “F. E. R. T.”. Il “Conte Verde” distribuì personalmente le insegne tra i cavalieri che componevano la giostra e si proclamò primo cavaliere del Collare. Amedeo, quel giorno portava i lacci d’amore e dedicava l’impresa ai begli occhi di una dama della sua corte, rivolgendo all’amata le seguenti parole: “io, il vincitore in campo aperto del Marchese di Saluzzo, sono stato vinto dalla vostra beltà e sono pronto a fare quanto volete purché ciò possa piacervi”.
I lacci d’amore, il collare di nostra dama, la parola “F. E. R. T.” formavano un’unica divisa dei cavalieri partecipanti all’impresa ed ognuno veniva incatenato alla sua dama per mezzo dei nodi d’amore, ed il fedele cavaliere per essa era disposto a sopportare ogni dolore ed ogni pena.

Amedeo VI di Savoia detto il Conte Verde (Chambéry, 4 gennaio 1334 – Campobasso, 1º marzo 1383) fu Conte di Savoia e Conte d’Aosta e Moriana dal 1343 al 1383. A destra: Statua di Amedeo VI in Piazza Palazzo di Città a Torino. Si tratta di un monumento eretto in memoria della spedizione in Oriente del Conte Verde.

Ma i primi statuti dell’Ordine, lasciati dal “Conte Verde”, andarono smarriti. Si conobbero, invece, quelli istituiti da Amedeo VIII (1383-1451) nel 1409. Ecco perché, da parte di alcuni storici, sorse la credenza che l’Ordine, creato e fondato da Amedeo VI, avesse avuto un carattere religioso e politico, conforme all’interpretazione data dagli statuti del mistico Amedeo VIII, detto “il Pacifico”.
Secondo codesto Duca, “Notre Dame”, non fu la dama prescelta dal cavaliere, ma bensì la Santa Vergine ed i quindici cavalieri, i quindici misteri del Santo Rosario (o allegrezze di Maria). Fu quindi un lavoro di adattamento per spogliare, oseremo dire, l’Ordine della primitiva profanità.
Nel testamento del “Conte Verde”, si disse di edificare la Certosa di Pierre-Chatel, destinata ad essere la chiesa dell’Ordine. Codesta la si ultimò il 23 settembre 1393, e fu retta da quindici frati certosini, i quali celebravano quindici messe al giorno in onore dei quindici cavalieri, delle allegrezze della Madonna e per onorare la pace dei cavalieri defunti. Questo fu un fatto fondamentale per l’attribuzione delle origini dell’Ordine, e su ciò si basò Amedeo VIII per darne gli statuti, “dati” in Chatillon en Dombes il 30 maggio 1409. Essi erano composti di quindici capitoli, nei quali il duca sabaudo elenca i doveri, le finalità, lo spirito religioso dell’Ordine. E’ lo storico piemontese, Luigi Cibrario (1802-1870), che riesce a dare una data notarile, cioè certa, a codesti Statuti.
Sin d’ora abbiamo visto le origini storiche dell’Ordine, il quale, quanto ad importanza, è pari all’Ordine della Giarrettiera inglese, fondato (1355) da Edoardo III (1312-1377), e all’Ordine austro-spagnolo del Toson d’Oro, fondato (1431) dal Duca di Borgogna Filippo il Buono (1396-1467).
Lo stesso Amedeo VIII, con gli statuti concessi il 13 gennaio 1434, aggiunse altri cinque nuovi capitoli.
Il Duca Carlo III detto “Il Buono” (1486-1553), nel 1518, fece varie modifiche: aumentò di cinque il numero dei cavalieri, in memoria, sembra, delle cinque piaghe di Gesù Cristo. Poi, nel vuoto pendente formato dai nodi d’amore, vi fece introdurre l’immagine dell’Annunciazione, e quindi l’Ordine fu definitivamente chiamato “Ordine Supremo della Santissima Annunziata”. Fu stabilito anche il cerimoniale dell’Ordine, e ciò ad imitazione di quello della corte di Borgogna per quello del Toson d’Oro. Fu altresì istituito un Cancelliere, un Segretario, un Cerimoniere ed un Tesoriere. Si deputò all’Ordine un Araldo il quale prese l’appellativo di “Bonnes Nouvelles”.
Fu quindi prescritto per i cavalieri un manto di velluto chermisino.
Il Duca Emanuele Filiberto (1528-1580), figlio del precedente, comprendendo l’importanza dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, si prodigò al fine di promulgare nuove riforme, anche perché riconobbe l’utilità di quella compagnia cavalleresca (riforme promulgate tra il 1570 ed il 1577).
Innanzitutto il duca di Savoia cambiò il colore del mantello da chermisino in azzurro, colore, tra l’altro, del sacro vessillo che il “Conte Verde” portava in battaglia, bandiera della devozione che recava l’immagine di Maria disegnata su un campo disseminato di stelle. Colore, come sappiamo, il quale divenne dei Savoia e quindi dell’Italia – ripreso ancora oggi dalla nazionale italiana di calcio. E’ il colore anche della sciarpa che portano tuttora a tracolla gli ufficiali in alta uniforme. Sciarpa che, anni or sono, han cercato di far abolire poiché “poteva” ricordare il regno, la monarchia sabauda, ma senza minimamente pensare alle sue origini, cioè al colore, e da sempre della Madonna!
Sotto il regno di Carlo Emanuele II (1634-1675), il manto dei cavalieri cambiò colore: divenne amaranto. Esso era orlato intorno con ricami aurei e fiamme, portava i soliti simbolici nodi ed il motto “F. E. R. T.”. I cavalieri della Santissima Annunziata erano quasi sempre insigniti dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, per cui fu introdotta la consuetudine di vestire la clamide color sangue di detto Ordine, e su quella veste veniva posto il collare dell’Annunziata.
E’ di regola tutt’oggi che quando un candidato non ha nessuna decorazione di un ordine cavalleresco, il Sovrano Gran Maestro, prima di conferirgli il supremo Collare, lo crea cavaliere toccandolo con la spada di San Maurizio, e fa seguire all’atto le parole: “Io vi creo Cavaliere in nome di San Maurizio”. Infatti i cavalieri dell’Annunziata sono anche “de jure” cavalieri di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Tutte le volte che il Re convocava i cavalieri dell’Annunziata, essi si adunavano in consiglio, che prendeva il nome di capitolo. Si dicevano riuniti in Cappella in occasione di Sante Messe, e delle ricorrenze del Santo Sudario, di San Maurizio, dei Santi Martiri e dell’Annunciazione. In occasione del battesimo dei Principi Reali, si riunivano in Cappella straordinaria. Chiesa dell’ordine non era più la Certosa di Pierre-Chatel. Divenne, quindi, l’eremo dei Camaldolesi sulle colline torinesi. Successivamente la Rivoluzione Francese soppresse quest’Ordine e solo con la Carta Reale del 15 marzo 1840, il Re Carlo Alberto (1798-1849) dichiarò cappella dell’Ordine la Certosa di Collegno, sepolcreto anche dei cavalieri. Quando, poscia, la detta Certosa divenne un manicomio, l’Ordine ebbe quale sua cappella la Palatina di Torino.
Per cinque secoli codesta suprema onorificenza venne conferita esclusivamente ad uomini di provata nobiltà e veniva attribuito loro il titolo di “Cugino del Re”. Fu il medesimo Re, Carlo Alberto, a spezzare le rigide tradizioni dell’Ordine, concedendo la collana anche a coloro che avessero prestato dei particolari servigi allo Stato, senza tener conto della loro discendenza.
Disse il Re: “In verità, non sarà colpa mia se il collare dell’Annunziata e le altre cariche saranno date ai borghesi, poiché al merito e non all’ambizione è dovuta la ricompensa”. Da notare come, il Sovrano scriva: “al merito”.
Il primo, senza ascendenze nobiliari a meritarsi il Collare dell’Annunziata fu Luigi Carlo Farini (1812-1866), dittatore dell’Emilia Romagna ed insignito, unitamente a Bettino Ricasoli (1809-1880), il 22 marzo 1860 quale nomina n. 513.

L’Ordine Supremo della Santissima Annunziata è la massima onorificenza di Casa Savoia. Precedentemente è stata la massima onorificenza dei Conti e dei Duchi di Savoia, del Regno di Sardegna e del Regno d’Italia. Trattandosi di un ordine di origine familiare antecedente l’unità nazionale, esso continua ad essere conferito in maniera privata da parte di Casa Savoia. Nel XVI secolo era uno dei quattro Ordini illustri “di collana” esistenti insieme a quelli della Giarrettiera, del Toson d’Oro e di San Michele. Con la Legge del 3 marzo 1951, n. 178, la Repubblica Italiana non lo riconosce.

Questo fatto dimostra chiaramente il profondo distacco delle nuove idee dalle vecchie: erano mutate le condizioni dei tempi ed il Re Vittorio Emanuele II (1820-1878), dopo l’avvenuta costituzione del Regno d’Italia, riconobbe come degni della suprema onorificenza i titolari delle alte cariche militari e civili ed introdusse la riforma degli statuti con Carta Reale 3 giugno 1869.
Con questo decreto, gli Ufficiali dell’Ordine furono ridotti a due: Segretario e Maestro delle Cerimonie; l’uno per il Ministro degli Esteri e l’altro per il Primo Elemosiniere del Re. Ma con Decreto 7 aprile 1889 n. 6050, il Re Umberto I (1844-1900) conferì al Presidente del Consiglio dei Ministri la carica di Segretario dell’Ordine, fermo restando che esso rimaneva e rimane ordine dinastico.
Il Re Vittorio Emanuele III (1869-1947), con Regio Decreto 14 marzo 1924, modificava l’articolo 1 della Carta Reale 3 giugno 1869, disponendo che, nel novero dei venti cavalieri, non si contassero: oltre al Capo e Sovrano, il Principe Ereditario, i principi parenti del Re in linea paterna fino al quarto grado incluso, e come prima, gli ecclesiastici e gli stranieri.
Poco dopo, con Regio Decreto 4 maggio 1924 n. 899, veniva istituito ed autorizzato l’uso di uno speciale nastrino di riconoscimento per i cavalieri della Santissima Annunziata, quando essi non facevano uso delle collane. La legge 30 marzo 1951, n. 178, della Repubblica Italiana, all’articolo 9 ha dichiarato: “L’Ordine della SS. Annunziata e le relative onorificenze sono soppressi”.
In precedenza, numerosi ed illustri giuristi ed esperti di materie cavalleresche avevano fatto pervenire alla Commissione Affari della Presidenza del Consiglio (che studiava il disegno di legge) esaurienti memoriali storico-giuridici, dimostranti in modo limpido ed inequivocabile che l’Ordine Supremo della Santissima Annunziata era “dinastico” e non “statuale” (anche se, come abbiamo visto, dal 1860 al 1946 la dignità di Gran Maestro era stata concentrata nella persona del Re) e quindi non poteva essere oggetto di decisione da parte della Repubblica Italiana, per difetto di giurisdizione.
Ma la Commissione non diede alcun peso ai memoriali, né alle documentate pubblicazioni di eminenti professori universitari (Cansacchi, Nasalli Rocca ed altri). E portò al Parlamento la proposta di legge, che fu approvata. Il Gorino Causa, professore incaricato di Diritto Canonico nella Università di Torino, scrisse che la Repubblica Italiana “non poteva sopprimere né modificare gli Ordini della SS. Annunziata e Mauriziano per carenza di poteri sovrani nella materia”. D’altronde il parere dei più illustri esperti, non mai contestato, è che le Ccase già sovrane (Hohenzollern, Romanoff, Absburgo, Borbone di Francia e Borbone delle Due Sicilie) conservino il magistero dei loro Ordini dinastici anche in esilio.
Nel merito infine, l’Enciclopedia Forense diretta da Gaetano Azzariti, Ernesto Battaglini e Francesco Santoro Passatelli, scrive che l’Ordine “fu soppresso dalla Repubblica […] con errore storico, non essendo mai stato abrogato l’art. 1 dello Statuto del 1570 che ne fa Ordine di famiglia e gentilizio della Casa di Savoia”.
Vittorio Emanuele di Savoia (1937- ), attuale Gran Maestro dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, con Decreto Magistrale “Motu Proprio” in data 11 giugno 1985, ha rivisto gli statuti relativamente art. 3.
Gli Statuti sono stati ulteriormente modificati in data 10 ottobre 1997, relativamente all’art. 1 inserendo quali categorie da escludere nel novero dei venti cavalieri anche i Capi di Stato, i membri delle Case Regnanti o già regnanti, e nuovamente all’art. 3.
Le collane sono così distribuite: quelle storiche, cioè le venti (precisamente sono diciannove) dei cavalieri italiani, sono grandi e devono essere restituite al Gran Maestro, che ne è solo il depositario. Agli eredi resta una collana piccola che ciascun insignito puo’ farsi creare per proprio conto. Alle altre categorie di insigniti, viene consegnata una collana piccola che resta di loro proprietà e dei loro eredi.

Amedeo di Savoia Aosta (1943) con indosso il collare dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata. Nella foto il duca sposa Claudia di Francia (1943), figlia del conte di Parigi, nel 1964, a Sintra, in Portogallo.

E’ interessante rilevare che l’insignito italiano puo’ scegliere la collana tra quelle disponibili, che sono numerate. La n. 1 la scelse il conte Dino Grandi (1895-1988), che a sua volta fu di Luigi Carlo Farini e di Giovanni Giolitti (1842-1928); Ivanoe Bonomi (1873-1951) scelse la n. 12, che fu di Agostino Depretis (1813-1887); Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952) scelse la n. 14, che fu di Antonio Starabba, marchese di Rudinì (1839-1908) e che poi sarebbe stata di Falcone Lucifero (1898-1997). Il Principe di Piemonte e di Venezia, Emanuele Filiberto di Savoia (1972- ) ha la collana che fu di un suo grande omonimo, il Duca Emanuele Filiberto di Savoia “Testa di Ferro”.
Più volte si è accennato al motto dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata e della Real Casa di Savoia, cioè “F. E. R. T.”.
Vediamo alcune delle sue svariate interpretazioni. Per nostra comodità abbiamo operato una scelta, tra le centinaia, e precisamente quella più consona all’araldica ed alla storiografia del Casato, ma, indubbiamente, l’interpretazione del motto resta un vero e proprio enigma insoluto.
La prima è quella più tradizionale, e cioè: “Fortitudo eius Rhodum tenuit”, “il suo valore conservò Rodi”. Con essa si fa riferimento all’impresa del conte Amedeo V di Savoia (1249-1323), recatosi nell’isola di Rodi in aiuto dei cavalieri gerosolimitani contro i Turchi. Abbiamo visto che Amedeo VI, suo nipote, creò l’Ordine e non è da sottovalutare che lo creò anche per l’ispirazione mariana che illuminò le Crociate. La presente interpretazione del motto “F. E. R. T.” la ritroviamo anche nello stendardo delle c.d. “Guardie del corpo” (gli antenati dei corazzieri) del re Carlo Felice (1765-1831) e cioè al centro vi era ricamata l’Annunciazione entro il Collare dell’Annunziata e sopra la fascia svolazzante la scritta “Fortitudo eius Rhodum tenuit”, il tutto in campo azzurro. L’interpretazione “Foedere et religione tenemur”, “siamo vincolati da un patto e da una fede” è dovuta al ritrovamento di codesta frase su di un doppione aureo coniato sotto il regno di Vittorio Amedeo I (1557-1637), e potrebbe significare l’unione (vincolo) vigente tra i cavalieri dell’Annunziata, i quali giuravano (ecco il patto e la fede) all’atto in cui ne venivano creati. Filibertus Emmanuel Rex Taurinorum”, anche questo trovato su di una moneta relativo al regno del “Testa di Ferro”. Si pensa anche a “Foemina erit ruina Tua”, “la donna sarà la tua rovina”, riferendosi all’ammonimento con il quale il beato Sebastiano Valfrè (1629-1710), confessore del Re Vittorio Amedeo II (1666-1632), richiamava il suo real penitente, noto amatore.
Finora abbiam visto delle interpretazioni che considerano il motto quale un acronimo, vediamo quelle che lo considerano nel suo complesso lessicale. Innanzitutto come abbreviazione di “ferté” o “ferto”: la prima come voce lessicale dell’antico francese per “fermezza”; la seconda dal latino mediovale “ferto- onis” o “fertum”, od anche “ferdonum”.
Il “ferto” sarebbe quell’unità ponderale che corrispondeva alla quarta parte del marco, o moneta di conto del valore medesimo; interpretazioni, però, che non si rifanno alle origini cavalleresche dell’Ordine del Collare. E’ quindi più attendibile, ma ancora non dimostrabile, invece, che “F. E. R. T.” sia l’imperativo presente del verbo latino “fero”, inteso come “sopporta”. Infatti, essendo il Collare adornato di nodi, ciò puo’ significare l’impegno, per il carattere cavalleresco-amoroso che ebbe l’Ordine, del cavaliere che deve “sopportare” sia i nodi d’amore per la di lui dama, sia, quando assume carattere religioso-militare, “sopportare” ogni cosa per devozione ed in onore della Madonna (“fert crucem”).
Infine citiamo il Cibrario, il quale scrive: “[…] è l’abbreviazione dialettica di “fortitudo”, “saint fert”, la “Fertè”, nomi di luoghi voltatisi in latino per “fortitudo”. Dunque “F. E. R. T.” del Collare dell’Annunziata ad interpretarlo da solo, potrebbe significare “fortitudo”, cioè “valore”.

 

Per approfondimenti:
_Luigi Cibrario,“Notice historique du trés noble Ordre de l’Annonciade“ – Edizioni Torino 1840;
_Francesco Cognasso, “I Savoia” – dall’Oglio, Editore, Milano 1971;
_Gioacchino Volpe, “Casa Savoia” – Luni Editrice, Milano 2000;
_Vittorio Prunus Tola,“L’Ordine Supremo della SS.Annunziata“, Milano 1962;
_Falcone Lucifero,“Il Re dall’esilio“ – Edizioni Mursia, Milano 1978;
_Giacomo C. Bascape’, “Gli ordini cavallereschi in Italia – Storia e Diritto” – Casa Editrice Eraclea, Milano 1992;
_Gian Luigi Chiaserotti, articolo “F.E.R.T. – Un enigma insoluto?” – Edizioni Il Pungolo, Milano 1989;
_Ordres Dynastique de la Maison Royal de Savoie,”Ordine Supremo della Santissima Annunziata” – Edizioni Statuti, Ginevra 1998.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

La “testa di ferro” sabauda: Emanuele Filiberto di Savoia

La “testa di ferro” sabauda: Emanuele Filiberto di Savoia

di Gianluigi Chiaserotti 10/10/2017

Nei fondamentali mutamenti europei del periodo rinascimentale, la famiglia dei Savoia giocò un ruolo fondamentale, grazie ad uno dei suoi membri di maggior carisma: Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), detto “Testa di Ferro”, di cui nel 2018 cadranno i quattrocentonovanta anni dalla sua nascita. Il XIV secolo è, indubbiamente, un periodo storico che presenta svariate riforme  civili, militari e religiose.

Emanuele Filiberto di Savoia, (Chambéry, 8 luglio 1528 – Torino, 30 agosto 1580), è stato conte di Asti (dal 1538), duca di Savoia, principe di Piemonte e conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1553 al 1580, nonché re titolare di Cipro e Gerusalemme. Era il figlio secondogenito maschio di Carlo II di Savoia (1486 – 1553) e di Beatrice del Portogallo (1504 – 1538).

La riforma protestante di Martin Lutero (1483-1546); così come lo scisma c. d. “d’Occidente” provocato dall’allora Re d’Inghilterra Enrico VIII Tudor (1491-1547) per sposare Anna Bolena (1507-1536) – lo scisma si ebbe in quanto il Papa non volle concedere l’annullamento al matrimonio tra il Re e Caterina d’Aragona (1485-1530); matrimonio per il quale c’era di già dovuto l’intervento papale in quanto costoro erano cognati -; la controriforma cattolica, artefici della quale furono i gesuiti con il loro fondatore: Sant’Ignazio de Loyola (1491-1556); la nascita del pontificio Tribunale dell’Inquisizione; il Concilio di Trento; la controriforma in Italia ed in Spagna; l’ascesa al trono di un “astro illuminato” come Filippo II d’Absburgo (1527-1598); e la Battaglia di Lepanto.
In questo quadro sommario perché vasto, si deve anche inserire il fattore principale e portante di tutto il secolo: e cioè la lotta per il dominio sull’Italia delle maggiori potenze europee. Lotta che possiamo dividere in tre ampie fasi:
_dal 1494 al 1516, vi sono gli sforzi della Francia per imporre la propria egemonia sulla penisola italica, in conflitto con l’Impero, la Spagna, la Confederazione Elvetica e Venezia. Fase che si chiude lasciando insediate la Francia a Milano e la Spagna a Napoli;
_ dal 1516 al 1530, inizia l’ascesa di Carlo V (1500-1558) ai troni di Spagna e del Sacro Romano Impero. La Francia reagire all’accerchiamento politico da parte degli Absburgo e termina con la vittoria dello stesso Carlo V e lo stabilirsi dell’egemonia asburgica sull’Italia;
_dal 1530 al 1559, sono gli anni in cui il conflitto si espande dall’Italia all’Europa, con l’ingresso nella lotta di nuovi fattori, come l’impero Ottomano ed i principi luterani della Germania. Il tutto si conclude con la riaffermazione del predominio spagnolo sull’Italia e la divisione delle due corone della Spagna e dell’Impero. Culmine e quindi definitiva fu la pace di Cateau-Cambresis (1559) tra i francesi e gli spagnoli, dalla quale – per quello che ci interessa – venne restituito, come vedremo in dettaglio, il Ducato di Savoia ad Emanuele Filiberto.
Padre di quest’ultimo, seppur non sprovvisto di intelligenza e desideroso di affermare la sua volontà, Carlo III (1486-1553) ebbe la sfortuna di guidare lo Stato nel periodo più calamitoso delle lotte tra Francia e Spagna. Il duca cercò di appoggiarsi al cognato Carlo V  – in quanto suo fratello Filiberto II di Savoia (1480-1504) aveva sposato, in seconde nozze, Margherita d’Austria (1480-1530) -, dal quale ebbe in dono la contea di Asti (1530), regalo destinato a plasmare una rottura irreparabile fra la Savoia e la Francia. Quindi Francesco I (1494-1547), re di Francia, per rappresaglia (1536), iniziò l’occupazione degli stati sabaudi, i quali divennero d’ora in poi campo di lotta degli eserciti spagnolo e francese, mentre il Duca Carlo III rimase con Nizza e qualche altra terra piemontese.
1000px-locationlaos

Due cartine politiche della penisola italica. A sinistra carta politica della fine del 1400. A destra carta politica del 1600.

Dalla consorte Beatrice del Portogallo (+1538), il duca ebbe nove figli, dei quali il terzogenito fu Emanuele Filiberto. Egli, decimo Duca di Savoia – il primo fu Amedeo VIII (1383-1451), al quale l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo (1368-1437), re di Ungheria e di Boemia, imperatore del Sacro Romano Impero, (1416) elevò la contea in Ducato -, nacque in quel di Chambéry il giorno 8 luglio 1528. Da bambino ebbe uno scarso vigore fisico: debole e delicato come era fu destinato alla carriera ecclesiastica. Della prima giovinezza del duca si sa ben poco: nel 1530 fu portato a Bologna e presentato al papa Clemente VII – Giulio Zanobi di Giuliano de’Medici (nato nel 1478), 1523-1534. Emanuele Filiberto di Savoia ebbe un’educazione di spirito italico. Per cinque anni soggiornò a Torino e successivamente tra Vercelli e Milano (1536), infine per sette anni, con la madre a Nizza.
Ma ecco la svolta della vita di Emanuele Filiberto. Nel 1535 morì il fratello maggiore Ludovico (1523-1536) ed Emanuele divenne principe ereditario e la sua educazione, nella quale ebbe parte rilevante la madre, fu affidata ad Aimone di Ginevra, Barone di Lullin e per le lettere a Giacomo Bosio (1544-1627), storiografo dell’Ordine di Malta. Gli esercizi ginnici e la vita militare valsero ad irrobustirne il corpo debole, mentre lo studio ne rinvigorì lo spirito con una buona cultura storica, matematica e scientifica.
Gli avvenimenti della sua giovinezza, con la lotta tra Francia e Spagna che tormentò il debole Stato sabaudo retto dal governo paterno, rafforzarono il suo animo. Morta la madre (1538) egli vide ancor di più il padre ridotto in miseria e privato dei suoi domini. Riuscite alquanto vane le proteste, il duca di Savoia, cresciuto nella sventura e nutrito di tante vane speranze nonché esperienze, prese la drastica risoluzione di mettersi dalla parte imperiale. Appena diciassettenne, assunto quale sua divisa il motto “spoliatis arma supersunt”, si recò a Worms per essere preso al servizio di Carlo V, dove svolse la sua brillante carriera militare nel corso di dodici anni, dal 1547 al 1559.
Emanuele Filiberto partecipò alla guerra dell’Imperatore asburgico contro i protestanti tedeschi e combatté per la presa di Ingolstadt (1546); eseguì gli ordini di Maurizio di Sassonia (1521-1553) e di Carlo V con tale rapidità e precisione nella battaglia di Mühlberg (1547) che allo stesso si attribuì una piccola parte del merito della vittoria che distrusse i protestanti della Lega Smalcadica.
Dopo un periodo di tregua, dal 1547 al 1551 Emanuele Filiberto accompagnò in Spagna l’Infante Filippo II, con il quale strinse sincera amicizia, per quanto lo consentiva l’indole chiusa del re e partecipò alla difesa di Barcellona contro un attacco marittimo francese (1551) tentato di sorpresa dall’ammiraglio Leone Strozzi (1515-1574). Nel 1552 il duca di Savoia prestò servizio per qualche mese sotto Ferrante Gonzaga (1507-1557) nella guerriglia tra spagnoli e francesi di Carlo de Cossé, conte di Brissac (ca. 1505-1563) in Dronero, in Bra, in Verzuolo ed in Saluzzo. Ma Emanuele non andava per nulla d’accordo con il Gonzaga, invidioso – sembra – del suo giovane collega, e, colta la prima occasione, il duca di Savoia ritornò in Germania. Tuttavia, questa decisione non fu presa solo per ragioni personali; il duca comprese che le sorti dell’Europa si sarebbero decise fuori dell’Italia e difatti i campi di battaglia principali furono la Lorena e le Fiandre.
Egli aveva una precisa idea di quella che doveva essere l’Europa tradizionale, sovranazionale e cattolica. Così prese parte all’assedio di Metz e, nell’aprile 1553 ed in tutto l’anno seguente, fu nominato capitano generale dell’esercito imperiale nella guerra di Fiandra; anche nel 1557 e nel 1558 ebbe nuovamente il medesimo incarico.
Quindi lo studio, la preparazione militare, il contatto con grandi generali ed uomini di stato affinarono le sue concezioni politiche e militari e lo portarono ai successi che abbiamo appena visto.
Il piano strategico studiato ed ideato da Emanuele Filiberto contro la Francia fu semplicissimo: poiché il duca di Guisa aveva portato in Italia il maggior sforzo francese, si doveva approfittarne per raccogliere rapidamente un forte esercito, con il quale il Savoia condusse fino in fondo la guerra in Fiandra ed in Francia. Costrinse, per di più, Enrico II (1519-1559) a dividere le sue scarse forze tenendolo nell’incertezza sugli obiettivi bellici, con una dimostrazione nella regione della Champagne. Gettatosi allora su San Quintino, che dominava il principale nodo stradale fra la Fiandra, lo Hainaut e Parigi e, impadronitosi della fortezza (2-27 agosto 1557), nella omonima battaglia (10 agosto 1557), rifulsero e brillarono tutte le recondite doti militari del Duca di Savoia, il quale – dopo la brillante vittoria – propose, ma invano, di muovere, con parte dell’esercito, su Lione e, con il grosso delle soldatesche, su Parigi, sicuro che nessuno avrebbe potuto impedirgli l’occupazione della capitale nemica.

La battaglia di San Quintino, basamento del monumento a Emanuele Filiberto di Savoia in piazza San Carlo a Torino.

La ricordata vittoria fu possibile in quanto il duca abbandonò i criteri militari tradizionali per l’arte della guerra moderna. Il fattore nuovo consiste nell’aver saputo costringere il nemico a combattere contro la sua volontà, nell’aver concepito l’azione come diretta all’annientamento anziché alla vigilanza ed all’allontanamento dell’avversario secondo le usanze e le tecniche temporeggiatrici dell’arte della guerra del Rinascimento.
Quando si concluse tra Francia e Spagna la pace di Cateau-Cambresis, lo sforzo del “Testa di Ferro” fu teso a persuadere Filippo II ed i suoi consiglieri che solo e soltanto con la ricostituzione dello Stato sabaudo potevano giungere ad una pace duratura e quindi equilibri duraturi, i quali avrebbero assicurato i domini ispano-imperiali nella penisola italica, ponendo in evidenza la coincidenza degli interessi spagnoli con quelli sabaudi. Durante le trattative di pace sulla questione appunto della restituzione del Piemonte e su quella di Calais, la lotta diplomatica fu aspra e le trattative corsero più volte di naufragare. Conclusa la pace (3 giugno 1559), ad Emanuele Filiberto venivano restituiti quasi tutti i suoi territori, dei quali egli veniva riconosciuto, da ambo le parti, signore amico, ma indipendente e neutrale: fatto importante questa neutralità, che fu la base di tutta la politica posteriore del duca.
Venivano meno, tuttavia, sette località importanti alla restituzione, di cui cinque tenute ancora dai francesi: Chieri, Pinerolo, Villanova d’Asti, e soprattutto, Torino in attesa che fossero esaminati i pretesi diritti del re di Francia sui domini sabaudi; e due spagnoli: Asti e Vercelli, che avrebbero dovuto essere lasciate entro tre anni. Se il trattato ridava le terre di già occupate dai due contendenti, non restituiva, però, quelle che durante la contesa o si erano staccate dal dominio dei Savoia come Ginevra, o erano state occupate dagli svizzeri di Berna, di Friburgo e del Vallese. Inoltre al duca era restituito un paese disorganizzato, immiserito, spopolato, diviso da lotte religiose (valdesi), da varietà di ordinamenti e di ambizioni di signorotti e città. Un paese bisognoso di assoluta tranquillità e di ordine. Stretto tra Francia e Spagna, le due maggiori potenze europee e da tutte e due agonato, insidiato, senza fortificazioni e per di più spezzato in due parti dalla barriera delle Alpi. Perduta Ginevra e data la nuova potenza alla Francia, la capitale non poteva più essere Chambéry e la si trasferì in Torino.
Ma tutto era da rifare in quello Stato rovinato da tanti anni di guerra, con le città diroccate, scomparse le industrie, rovinati i commerci, la popolazione ridotta a 900.000 abitanti in Piemonte ed a 500.000 nella Savoia.
La neutralità proclamata nel trattato di pace era condizione necessaria di vita ed Emanuele Filiberto fece un continuo sforzo per evitare che tra Spagna e Francia scoppiasse una nuova guerra, persuaso che se doveva scoppiare era interesse savoiardo che essa riprendesse il più tardi possibile. Gli obiettivi che la realtà pose innanzi al Duca furono codesti: recupero delle terre ribelli od occupate dagli svizzeri; abbandono delle terre presidiate dai Francesi e dagli Spagnoli; riorganizzazione dello Stato.
Emanuele Filiberto tentò di riavere Ginevra per volontaria dedizione degli abitanti (1560); ma nulla avendo ottenuto, pensò di costituire una lega sabaudo-franco-ispano-papale al fine di sottomettere nuovamente, e con la forza, quelle terre; ma egli vide subito sia Francia che Spagna ostili ad un ingrandimento territoriale e venne meno, quindi, la possibilità dell’impresa. Parimenti difficili furono le trattative all’avvicinarsi dello scadere del triennio stabilito nella pace per la liberazione del territorio dall’occupazione straniera.
In tutte queste delicate trattative il duca ebbe l’efficace ausilio della consorte Margherita (1523-1574), sorella del Re di Francia, da lui sposata secondo gli accordi stabiliti dal trattato medesimo. Donna di eccezionali doti intellettuali e morali che gli assicurò anche la continuazione della Dinastia con la nascita, il 12 gennaio 1562, di Carlo Emanuele (1562-1630). Ma la controversia ebbe rapida soluzione per via dello scoppio delle guerre di religione in Francia.
Il “Testa di Ferro” riuscì, quindi, a staccare dai francesi Torino, Chivasso, Chieri e Villanova d’Asti, lasciandogli ancora Pinerolo con Savigliano e Perosa, con la speranza che, ridotta l’occupazione francese, Filippo II restituisse Asti e Santhià, che gli spagnoli tenevano anziché di Vercelli, ma ne ebbe un rifiuto. Solamente nel 1574 il Duca di Savoia riuscì a farsi restituire dal Enrico III (1551-1589) anche quelle terre, il che costrinse gli spagnoli ad andarsene, benché a malincuore.
In codesta situazione Emanuele pensò di rafforzarsi cercando degli alleati; poiché poco vi era da sperare sugli stati italiani, entrò quindi in successive trattative con gli svizzeri. Forte di questo appoggio svolse un’azione più ferma di fronte alle due potenze rivali e per ottenere l’abbandono completo delle milizie straniere ingrandì lo Stato con acquisti e cessioni come Oneglia acquistata dai Doria e la Contea di Tenda. Riaffermò i suoi diritti su Saluzzo e sul Monferrato, dando maggiore unità allo Stato. In questo periodo fu creato un nuovo motto: “pugnando restituit rem”!
Internamente il ducato fu dal Filiberto ricostituito sui seguenti punti: armi nazionali, severa politica finanziaria, e giustizia imparziale. Ma per attuare importanti e radicali riforme era necessario un forte potere accentrato e quindi Emanuele Filiberto mise da parte la medievale istituzione degli “Stati e Congregazioni Generali”, la quale – più che di aiuto – serviva ad inceppare – per via dei privilegi di casta -, il potere centrale. Si ebbe così un potere assoluto che fu esercitato al fine di rendere rispettata la giustizia da ogni ordine di cittadini, per le consizioni sociali del”epoca. Ordinata l’amministrazione, egli si occupò di promuovere l’agricoltura, risvegliando le industrie e dando nuovo incremento agli studi.
Cure particolari furono rivolte dal duca alla difesa dei suoi domini, restaurando vecchie fortezze e provvedendo ad opere fortificate nuove, impiantando fabbriche d’armi, ma soprattutto dotando lo Stato di un saldo esercito nazionale, rompendo risolutamente e drasticamente con la tradizione mercenaria e con gli usi delle monarchie del tempo, quando gli eserciti erano composti di individui pagati, senza distinzione di nazione e di età.
L’esercito sabaudo era composto di circa 36.000 uomini dai 18 ai 50 anni, e di milizie cittadine, valligiane ed alpine:
_quattro squadre di località (c. d. parrocchie) formavano una centuria;
_quattro centurie contigue erano una compagnia, la quale si radunava almeno una volta al mese;
_sei compagnie formavano un colonnellato con un raduno almeno quattro volte all’anno.
La cavalleria, invece, era strettamente della nobiltà, la quale conservò – con qualche restrizione – i suoi privilegi ma non l’obbligo del servizio militare.
Emanuele Filiberto riordinò sia l’Ordine di San Maurizio, unendovi quello di San Lazzaro contro gli infedeli (con l’ipotesi, poi declinata, di trasformarlo in una milizia marinara), così come fece Cosimo I (1519-1574) in Toscana con quello di Santo Stefano, sia che quello della Santissima Annunziata.

Il monumento equestre a Emanuele Filiberto in piazza San Carlo a Torino, opera dello scultore Carlo Marochetti.

Possedendo Nizza, Villafranca ed Oneglia, il duca si interessò, per via marina, contro i pirati che infestavano il Mediterraneo: non voleva restar fuori dalle grandi potenze. Tra i suoi collaboratori emerge Andrea Provana di Leynì (1511-1590) – primo cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata di Casa Provana ed antenato del Segretario per l’Araldica del Re Umberto II (1904-1983) Umberto Provana di Collegno (1906-1991) a sua volta insignito del Supremo Ordine – primo Ammiraglio di Casa Savoia, il quale partecipò, rimanendo ferito, alla gloria di Lepanto (dal greco “Ναύπακτος”) e di cui scrisse una dettagliata relazione che è tra le più importanti che si conoscono.
Emanuele Filiberto si adoperò per una completa e sistematica revisione degli statuti della sua casa non più impedito dalle opposizioni dei comuni, dei feudatari delle Congregazioni Generali. Rinnovò il diritto penale; istituì due Senati: uno in Savoia e l’altro in Piemonte; riordinò il Consiglio di Stato e la Camera dei Conti; riorganizzò la finanza in Piemonte e questo risanamento finanziario lo si cercò di conseguire tanto col severo controllo dell’amministrazione dello Stato, quanto con i rimaneggiamenti diretti a ripartire i pesi fiscali con minore sperequazione (una parola molto di attualità) di quella che era generalmente in uso nel tempo.
Vennero costruiti nuovi canali; si abolì, seppur gradualmente, la servitù della gleba; si aprirono filande di seta in Vercelli, Torino e Chambéry ed il relativo sviluppo della lana, dei tessuti, della tintura della seta, del filo, del sapone, della carta e dell’arte dei fustagni (Biella). Vissuto Emanuele Filiberto, in tempi di gravi lotte religiose, quando Piemonte ed Alta Savoia erano pervasi dall’eresia, ebbe tra i suoi scopi quello di ricostituire l’unità cattolica del suo dominio, sia per convinzione religiosa, sia che per ragione di Stato.
Nell’aspirare a ristabilire il dominio sabaudo su Ginevra, Emanuele pensò ad un accordo con Roma ed alla formazione di una lega cattolica, inducendosi a perseguitare i riformati. Sostenne una lunga azione contro i valdesi, trovando valida resistenza (1560-1561); poscia, persuaso anche dalla consorte più incline a tolleranza religiosa, concesse loro (accordo di Cavour del giugno 1561) libertà di culto entro le valli e di coscienza fuori le valli.
Vennero quindi prese severe misure contro altri protestanti, ma poi per questi, il Savoia concesse liberà di coscienza con, naturalmente, la proibizione del culto. Al medesimo tempo si occupò molto del miglioramento del clero cattolico e favorì l’applicazione dei decreti di riforma del Concilio di Trento, tenendosi in relazione con San Francesco di Sales (1567-1622) e San Carlo Borromeo (1538-1584), appoggiando anche la Compagnia di San Paolo e quella di Gesù.
Ma il Duca tutelò gli interessi e la sovranità dello Stato anche sul terreno ecclesiastico. Ottenne dal Papa Gregorio XIII – Ugo Boncompagni (nato nel 1502), 1572-1585 – la conferma dell’indulto del 1471 del Papa Nicolò V – Tommaso Parentucelli (nato nel 1397), 1447-1455 – che era stato uno dei compensi per la rinuncia da parte del Duca Amedeo VIII di Savoia al pontificato quale XXXII ed ultimo anti-papa della storia con il nome di Felice V.
Tale indulto consisteva che il Papa doveva consultarsi con il duca per la nomina dei vescovi e degli abati; mentre per entrare in possesso dei benefici occorreva il “placet” ducale. Inoltre spettava al fisco l’amministrazione dei benefici vacanti e fu controllata, come in Toscana, l’attività dell’Inquisizione Romana.
Emanuele Filiberto di Savoia morì quando non aveva ancora compiuto la sua complessa opera; era il 30 agosto 1580. La sua fibra debole nell’infanzia e nell’adolescenza, rafforzata poi nella vita militare, si affievolì in venti anni di intensa attività pubblica. E’ sepolto nella Cappella della Santa Sindone in Torino. Dalla consorte, abbiamo visto che ebbe Carlo Emanuele, suo successore. Ma ebbe anche sette figli da unioni morganatiche, e precisamente: uno ciascuna da Lucrezia Proba, da una certa di cognome Doria e da un’ignota; due figli rispettivamente da Laura Crevola e Beatrice Langosco.
Il grande storico piemontese Francesco Cognasso (1886-1986) nella sua monumentale opera “I Savoia” ci riporta alcuni illuminati giudizi sul nostro personaggio: “(…) E’ agile, destro della persona e tanto che in ogni esercizio del corpo sì a piedi che a cavallo riesce mirabilmente. E’ nemico mortale dell’ozio e quasi del continuo negozia passeggiando (…)”. Dopo cena “(…) se ne va’ in casa d’ un architetto (…)” ove “stilla acque ed ogli, disegna, fa modelli di fortezze e di altri strumenti di guerra”. Ne viene tentata anche una fisionomia morale: “E’ principe altrettanto giusto che religioso come lo manifestano le azioni sue tutte e seppure nella giustizia piega a ciascuno estremo, è verso quello che è proprio il principe, la pietà e la clemenza. E’ di animo forte, temperato, liberale, magnifico, e non inclinato alla collera, affabile, sommamente veridico, della parola osservatore (…) Parla poco, massime di cose di importanza, dove puo’ entrare interessi di principi, ma dei consumi dei paesi, delle guerre fatte e delle cose del tempo suo, che gli passano per mano, ragiona volentieri e con diletto. Ha grandissima cognizione delle cose del mondo, degli umori delle corti, degli affetti e passioni dei principi”.
Di codesta sua rettitudine e buon senso è importante riportare un documento del duca datato 1566. Scriveva sulla sua figura, il rappresentante a Roma, quando il Santo Padre lo voleva costringere ad inviare al rogo un tal Giorgio Olivetta, già condannato dall’Inquisizione di Vercelli: “Non basta né conviene in questi tempi bruciare un uomo la cui morte non farà li buoni esser migliori, si bei mali esser peggiori (…) So bene che tollerare gli eretici puo’ essere pericolosissimo, ma non bisogna ingannarsi. Castigarli tutti a me è impossibile; abbriciarne alcuni infiamma crudelmente gli altri alla vendetta. Sicchè (…) il mio parere è (…) che si abbia da usare della modestia tanto necessaria in questi tempi (…)”.
Il Papa non comprese tanto spirito di tolleranza. 
Contrariamente il Doge di Venezia Francesco Morosini (1619-1694) detto il “Peloponnesiaco” ci descrive il duca di Savoia come un uomo alquanto colto: “Ha gran piacere di parlare con uomini letterati e dotti, li ascolta molto volentieri a discorrere in ogni professione, dimostrando bellissimo giudizio a metter dubbi in campo ed anco in dirvi sopra l’opinione sua, la quale sta fondata sul suo natural giudizio, non avendo mai forse veduto alcun libro di Aristotile o Platone. Legge con piacere tutti i libri di storia, ma molto più volentieri quelli che sono in lingua spagnola, la quale parla e scrive eccellentemente come se fosse nato in Spagna (…) Parla anco eccellentemente francese, essendo si puo’ dire quella la sua lingua naturale, poiché tutti i duchi passati parlarono sempre francese così come ora parla Sua Eccellenza quasi di continuo l’italiano (…) Usa parlare spagnolo con gli spagnoli, con i francesi francese, italiano con gli italiani (…)”.
Ed in realtà la corrispondenza del duca di Savoia mostra limpidamente come egli scriva in francese, in spagnolo, in italiano con provata facilità.
Egli fu anche cultore delle arti. Ebbe attorno letterati e poeti, che erano anche consiglieri e segretari. Ebbe una fitta ed interessante corrispondenza con qualche poeta come Bernardo Tasso (1493-1569), ed ospitò, in Torino, anche Torquato Tasso (1544-1595) vagabondo in cerca di quiete. Emanuele elesse suo storiografo Uberto Foglietta (1518-1581), ma questi poi non venne mai a Torino.
Un progetto di Emanuele Filiberto fu quello di pubblicare il “Teatro universale di tutte le scienze”, e chiamò a sé numerosi scienziati che avrebbero dovuto mettere insieme l’opera, la quale discendeva, forse, da sue consimili del secolo XIII e che era il preludio di quello che sarebbe stato l’enciclopedia del ‘700. In breve tempo il duca creò nel suo palazzo una biblioteca e un museo scientifico-artistico. Al fine di realizzare codesti progressi in Piemonte occorrevano tipografi moderni. Furono fatti venire Niccolò Torrentino da Firenze e Niccolò Bevilacqua da Venezia. Sia con l’uno che con l’altro Filiberto volle creare società munite di privilegi che parvero costituire quasi un monopolio.
Siamo certi di affermare che con il duca di Savoia, la cultura del Piemonte era stata non rinnovata, ma creata del tutto. E questa feconda opera fu completata dal Re Vittorio Amedeo II (1666-1732), il quale, terminata la parte bellica e diplomatica del suo Regno, si dedicò a ricostruire lo Stato sabaudo.
Ed ora, richiamando i versi di Virgilio (70 a. C.- 19 a. C.) (Georg. III, 284), nella loro perenne e duratura validità: “fugit interea, fugit inreparabile tempus (…)”, senza dubbio, doveroso omaggio alla memoria delle nostre tradizioni, che ci hanno concesso illuminati esempi di vita, di civiltà, di libertà, di prosperità, un’Europa unita che le istituzioni monarchiche europee – nella continuità dei secoli – rappresentano ancora oggi sul vecchio continente.

 

Per approfondimenti:
_Fernand Hayward “Storia della Casa di Savoia”, [traduzione di Amedeo Tosti del francese “Histoire de la Maison de Savoie” (Ed. Denoël Parigi)], Vol. I, Arti Grafiche “F. Cappelli”, Rocca San Casciano, gennaio 1955, passim;
_Francesco Cognasso “I Savoia”, dall’Oglio, editore, Milano 1971, passim;
_Gioacchino Volpe, “Scritti su Casa Savoia”, Giovanni Volpe Editore, Roma 1983.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading