Category Archives: In evidenza

Garibaldi: alfiere della disabilità

Garibaldi: alfiere della disabilità

di Alessandro Mella 23/09/2017

Di Garibaldi pur ingenuo in politica, fu un combattente brillante, magnificamente onesto nel suo idealismo in cui bontà e buona fede s’intrecciavano in un equilibrio ammirevole e al contempo fragile davanti ai machiavellismi del mondo d’allora. Nondimeno, lo dimostrò, era coraggiosissimo. Ma nemmeno di questo, oggi, vorremmo parlarvi. Quando io seppi che l’attrice Anna Marchesini lottava contro l’artrite reumatoide ne lessi qualche informazione e mi dissi che doveva essere faccenda assai terribile. Non potevo immaginare che, pochi mesi dopo, avrei dovuto affrontare lo stesso ingrato destino scoprendomi in preda alla stessa invalidante e dolorosissima malattia. Nel leggerne nuovamente, e con maggiore attenzione, venni a scoprire che oltre ai postumi della ferita dovuta alla fucilata presa in Aspromonte nel 1862, sfortunata impresa su cui molto si potrebbe dibattere, il generale Giuseppe Garibaldi soffrì, negli ultimi anni di vita, di questo male.

Il tramonto a Caprera ed il magnifico busto del generale Garibaldi. Si ringrazia il Compendio Garibaldino di Caprera – Foto di Mary Cabras.

Un male infimo, che procura dolori senza fine, soffoca la libertà, distrugge l’autonomia e con esse l’autostima, la speranza e l’indipendenza dell’individuo. Il prode nizzardo dovette vivere a lungo con il peso di questa sfortunata patologia e, come sempre nella sua vita avventurosa, non s’arrese combattendo con costanza anche questa battaglia. Seduto sulle sue carrozzelle a triciclo, appoggiato al bastone od alle stampelle, disteso sui suoi letti ortopedici oppure accomodato sulla magnifica e modernissima poltrona, reclinabile e multi-accessoriata, che gli fu donata dalla regina Margherita di Savoia addolorata nell’apprendere delle grandi fatiche dell’eroe.
Da anni ritiratosi nel paradiso che era, ed è, l’isola di Caprera, vi costruì la nota fazenda, la quale oggi è il compendio garibaldino caro ai turisti che vi transitano e si perdono tra memorie, cimeli, documenti e reperti. Turisti cui alle volte possono sfuggire dettagli di non poco conto. I sentieri lungamente e magistralmente lastricati, le scale per lo più sostituite da rampe comodamente percorribili, accessi (che come le porte ed i locali) sono ampi e spaziosi così da facilitare i meccanici e difficoltosi movimenti di chi si confronta con articolazioni gonfie, doloranti e semi-bloccate come fossero “legnose”. Un breve studio di Franco Bomprezzi mi ha permesso di scoprire come Giuseppe Garibaldi abbia letteralmente inventato la prima forma italiana di architettura solidale e finalizzata al miglioramento della qualità della vita dei disabili. Tra i grandi primati del generale vi è, quindi, anche questa magnifica attenzione ai dettagli che per lui, e per me e molti altri, non sono di poco conto tanto più che a quel tempo i farmaci erano ancor meno efficaci di quanto possono limitatamente far oggi.

A sinistra: la poltrona che la regina Margherita di Savoia donò a Garibaldi per alleviarne le sofferenze. Si ringrazia il Compendio Garibaldino di Caprera – Foto di Danila Cuneo. A destra: Garibaldi già costretto all’uso del bastone.

Oltre ad aver abbattuto le barriere che dividevano popoli figli d’una stessa patria, Garibaldi abbatté anche, e per primo, le barriere architettoniche. La sua malattia lo perseguitò per anni e statisti, pubbliche amministrazioni e privati fecero a gara per donargli strumenti e dispositivi che potessero in qualche modo essergli d’aiuto. Lui, pur sofferente, condusse perfino la sua partecipazione alla guerra franco-prussiana del 1870 in carrozzina. Con il passare degli anni la situazione andò via via peggiorando fino alla scomparsa nel 1882.
Con il generale se ne andava, insieme all’eroe dei due mondi, uno dei primi grandi alfieri italiani della lotta contro le disabilità motorie. E sono certo che se oggi scoprisse un automobilista abusare dei parcheggi per i detentori di disabilità saprebbe ben lui rimproverarli con “garibaldina energia”!

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

I ricordi di Umberto II: gli errori che portarono alla guerra

I ricordi di Umberto II: gli errori che portarono alla guerra

scritto da Giuseppe Baiocchi

Dalla intervista operata negli anni di esilio a Re Umberto II, il giornalista Silvio Maurano riporta la dissertazione con il quarto sovrano italiano di Casa Savoia. Nell’esaminare la situazione europea alla vigilia della guerra, il Re rilascia a ciascuna controparte la sua porzione di colpa e parallelamente ne esamina le ragioni. Passate in secondo piano le questioni geopolitiche dell’Africa Orientale, a livello europeo, la situazione alla fine degli anni trenta era in una fase di stallo. Nessuno degli Stati Nazione aveva l’intenzione di rivedere le proprie posizioni, limando talune asperità e rinunziando a qualcuno dei passi preliminari di stampo bellico. Umberto II afferma come in tali circostanze, quando si rilascia il comando a Stati Maggiori autoritari, il meccanismo guerrafondaio non può essere arrestato.

Anonimo, Ritratto di Umberto in uniforme da generale di divisione. Appartamenti reali ad Altacomba, nella Savoia francese.

Dove fu l’errore iniziale che portò alla guerra? Domanda Maurano. In risposta il sovrano asserisce come: “Per quel che riguarda noi, l’errore iniziale lo commise l’Inghilterra quando, dopo gli accordi intercorsi fra Mussolini e Ras Tafari nel 1924, intervenne a turbare i nostri interessi in Etiopia. Non vale dire – come dicono gli anglofili a oltranza – che l’Italia avrebbe dovuto rinunziare all’impresa del 1935: la nostra rinuncia sarebbe stata deleteria per il prestigio dell’Italia; mentre una rinuncia inglese a disturbare la nostra penetrazione in Etiopia, come era largamente prevista dall’accordo italo-franco-inglese del 1906, non avrebbe arrecato alcun danno all’economia imperiale britannica, che era, impostata su ben altre basi. L’Italia cercava una via pacifica, ma i britannici spinsero il nostro paese verso una conquista armata, per distrarre i nostri interessi dal vecchio continente europeo. Ora, l’averci costretti nel 1935 a fare uno sforzo tre volte più grande del prevedibilem ci allontanava dagli affari europei proprio nel momento in cui la nostra presenza sarebbe stata utilissima. Non si poteva dimenticare che soltanto un anno prima, Mussolini aveva mandato le nostre divisioni al Brennero, facendo così fallire il tentativo violento di “Anchluss” che costò la vita, al povero Dollfuss».

Invece, la politica inglese inchiodò l’Italia in Africa orientale, esattamente nel momento in cui era pronta alla prima mossa tedesca: l’occupazione della Renania, operazione che violò l’accordo – veramente ingenuo – che l’Inghilterra aveva fatto con Hitler in merito alle costruzioni navali, dando il via all’edificazione in serie di quella flotta sottomarina che diede poi tanto filo da torcere agli Alleati.

Era una catena di ripicche, con risentimenti profondi in campo internazionale. Così dal torto ed errore commesso ai danni del Regno d’Italia, si arrivò al vero danno: la rinascita delle forze della Germania hitleriana, la quale già alla fine del 1935 sapeva che non avrebbe dovuto più temere le divisioni italiane al Brennero. Ancora Umberto aggiunge: «Con la rinunzia al gentlemen’s agreement gli Alleati fecero dono alla Germania della sicura neutralità italiana in caso di conflitto, e con la loro azione successiva, garantirono a Hitler il pieno appoggio dell’Italia. Le sanzioni ebbero il valore esatto di tanti Corpi d’armata, quanti Hitler avrebbe dovuto schierare sul temuto “fronte Sud”. E gli inglesi lo sapevano benissimo: senta che cosa scriveva il Times, già nell’estate del 1933: “E’ interesse dell’Europa di incoraggiare lo sviluppo dell’Italia verso l’Africa, altrimenti si verificherebbe la situazione del 1882, quando la certezza di avere nella Francia e nell’Inghilterra una coalizione ostile nel Mediterraneo, cosa dimostratale dall’affare tunisino le fece contrarre la triplice alleanza”. Dunque – conclude Umberto riponendo il foglietto su cui aveva trascritto quelle parole del Times – il fatto del nostro avvicinamento alla Germania era scontato, anzi calcolato, e quindi voluto!».

Nella foto, il ministro degli esteri Galeazzo Ciano, con il Re Vittorio Emanuele III e il Principe di Piemonte Umberto di Savoia. ©Maurizio Lodi

Dunque nel 1939 sarebbe stato molto difficile trovare un compromesso fra le parti. Nella sua spiegazione il Re Umberto precisa: «nemmeno oggi, a cose viste, si potrebbe indicare un compromesso valido per quella ch’era la situazione nel 1939. L’iniziativa per un chiarimento non poteva più spettare a noi, dopo la faccenda del “gentlemen’s agreement”, è evidente: poteva semmai essere la Francia a fare da mediatrice, e si ebbe sentore che qualcosa si tentava, dal Quai d’Orsay. Ma era la Gran Bretagna che preferiva qualsiasi disastro alla pacificazione con l’Italia: ne chieda qualcosa al conte Grandi che fu ambasciatore a Londra proprio nel periodo cruciale, quando ancora le cose potevano prendere un altro giro. Si volle, proprio si volle, che l’Italia si mettesse al fianco della Germania. Sicché la decisione della rottura dell’equilibrio veniva rimessa alla “saggezza” di Hitler, che saggezza non aveva. Peggio ancora, fu la volpina abilità di Stalin a decidere l’inizio della guerra: se si fossero fatte offerte concrete a Stalin da parte degli Alleati, egli non avrebbe firmato l’accordo per la spartizione della Polonia, probabilmente, e Hitler non si sarebbe mosso se, pur essendo ormai assicurato al Sud, avesse corso dei pericoli all’Est. D’altra parte non si può certo dire che, a guerra, cominciata e con l’Italia “non belligerante”, il contegno dell’Inghilterra nei nostri riguardi fosse migliorato: pareva anzi che a Londra si avesse fretta di realizzare la minaccia che Lord Palmerston adombrava nel 1859 al nostro ambasciatore d’Azeglio: “Quanto maggiore sarà il numero dei porti del costituendo Stato italiano, tanto maggiore sarà la sua vulnerabilità per opera dell’Inghilterra”. Insomma, se per scongiurare l’intervento dell’Italia in guerra fosse stato fatto un decimo dello sforzo che si fece per tentare di impedirci di andare in Etiopia, noi saremmo rimasti in disparte e la guerra europea forse non sarebbe stata combattuta».
Lo stesso Mussolini esita, bleffa sulla potenza militare del paese e ottiene tempo. Forse attuò anche un abile doppio gioco, per ottenere le maggiori e migliori condizioni possibili. Il sovrano insiste su questa tematica: «Nei primi giorni di maggio del 1940, mi pare il 10 o l’11, mentre stavo compiendo un giro d’ispezione nella zona di operazioni prevista per il Gruppo d’Armate al cui comando io ero designato, in Piemonte, seppi che un ministro, l’on. Cianetti, che era ministro delle Corporazioni, stava visitando i cantieri di lavori di fortificazioni delle valli piemontesi. Per l’on. Cianetti avevo molta stima, perché era uno dei ministri più seri e appassionati del suo ramo, per cui ebbi desiderio di vederlo, e mandai un ufficiale a cercarlo. Ma non fu possibile rintracciarlo, poiché l’ufficiale arrivava sempre un’ora, dopo che l’on. Cianetti era partito. Proprio il giorno che dovevo tornare a Roma, l’ufficiale trovò il ministro e gli disse che io avrei avuto piacere di incontrarlo: ma ormai non poteva che trovarmi a Roma. Pochi giorni dopo, l’on. Cianetti venne da me al Quirinale e gli chiesi che cosa pensasse della situazione. Rispose che aveva visitato alla fine di aprile i cantieri militari della zona del Brennero, e poi ai primi di maggio i cantieri militari del Piemonte, nella sua qualità di ministro delle Corporazioni, e non a scopi militari. Lo aveva colpito il fatto che nella zona del Brennero lavoravano circa cinquantamila operai, che avevano fatto un lavoro formidabile, quasi ultimato; mentre nelle valli piemontesi vi erano appena cinquemila operai, il cui lavoro era ancora all’inizio in fondo valle. Non capiva perché le cose stessero a tal punto, né che cosa se ne dovesse dedurre. Poi tacque, e mi parve imbarazzato, come se gli sembrasse di aver detto troppo, né io gli posi altre domande ». Quale significato poteva avere quella ostentata fortificazione al Brennero?

1940: Umberto tra i reparti della sezione sanità del gruppo armata ovest.  ©Maurizio Lodi

Umberto II ritiene che il Capo del Governo Benito Mussolini, non avendo ancora preso una decisione, calcolava la impossibilità per l’Italia di dichiarare la guerra, ma parallelamente temeva un colpo di mano di Hitler contro il paese.
Ancora si evince dall’intervista come il sovrano italiano ricorda lucidamente le folgoranti vittorie alemanno-tedesche sul continente: «Tenga presenti le date delle vittorie tedesche in Francia e nei Paesi Bassi: l’11 maggio Hitler attacca l’Olanda; il 25 maggio è ad Abbeville, ma rimane Dunkerque con una larga zona in mano inglese; il 4 giugno cade Dunkerque; soltanto il 14 giugno cade Parigi, e il 20 è presa Lione e colonne tedesche si avviano verso Grénoble. Fino all’11 maggio era in atto la famosa guerra statica in Occidente, e Mussolini poteva anche avere l’impressione che Hitler potesse tentare un accordo con l’Inghilterra e lasciarci a terra. Era pertanto utile mantenere una posizione di osservazione, forte sul Brennero perché si sapeva che già due divisioni di “SS” al completo ed elementi di una terza si stavano allestendo nella zona di Innsbruck: divisioni che potevano essere il nucleo di un potente esercito germanico, che ci avrebbe inflitto un duro castigo se nel momento più favorevole per la Germania noi non avessimo tenuto fede allo sciagurato patto d’acciaio. Quando Mussolini prese una decisione, cioè il 26 maggio nella riunione delle supreme autorità militari, la catastrofe francese si delinea già grandiosa, ed egli può dire avendo apparentemente ragione per il settembre tutto sarà finito ed ho bisogno di alcune migliaia di morti per sedere al tavolo della pace quale belligerante vittorioso. Naturalmente, le fortificazioni alla frontiera francese non avevano alcuno scopo serio: la Francia aveva ben altro cui pensare. Le fortificazioni alla frontiera tedesca avevano invece uno scopo prudenziale che, purtroppo, divenne superfluo».

Ecco una foto scattata sul finire del giugno 1940 che ritrae il Re Vittorio Emanuele III nell’entroterra di Ventimiglia sul confine della linea italo-francese. ©Maurizio Lodi

Nell’aprile del 1939 il Governo italiano aveva comunicato alla Germania nazionalsocialista, che l’Italia non sarebbe entrata nel conflitto. Successivamente dopo appena un anno, maturò il crollo francese e Re Umberto racconta come: «quel che molti pensavano, sperando che la Francia sapesse tener testa alla Germania meglio di quanto non avesse potuto fare la povera Polonia. La Francia, aveva un armamento poderoso, non eccessivamente inferiore a quello tedesco, e si poteva sperare che riuscisse a stabilizzare la guerra verso la frontiera. Nel gioco italiano era già un forte vantaggio che Germania, Inghilterra e Francia si logorassero in una guerra senza decisione. Viceversa, il. crollo inopinato della Francia lasciò l’Italia allo scoperto: e allora, o marciare accanto alla Germania, o disporci a subire a nostra volta l’invasione tedesca. Si ha un bel dire oggi che potevamo restare neutrali: in quel momento la, macchina tedesca pareva davvero irresistibile, e si doveva scegliere fra lo starle accanto o farsene stritolare. Non è nemmeno pensabile che l’Italia potesse, nel 1940, fare il bel gesto di opporsi a Hitler! Occorreva avere uno spirito altamente profetico, prevedere gli errori commessi poi da Hitler e che gli valsero la perdita della guerra. Il crollo francese del 1940 segnò anche il nostro destino, esattamente come una valida resistenza della Francia avrebbe dato all’Italia infinite possibilità per l’avvenire».

4

1941, Napoli. Il principe di Piemonte Umberto di Savoia, si reca in visita ufficiale dopo la vittoria come comandante sul fronte occidentale. Nonostante il secondo anno di guerra, la folla lo accoglie festante.  ©Maurizio Lodi

Lo stesso Mussolini, prima della Grande Guerra del 1914/1918 asserirà convinto: «In caso di guerra si deve lasciare la più ampia libertà allo Stato Maggiore; gli avvocati che fanno la politica dovranno tacere, perché si perdono tutte le guerre durante le quali esiste una rivalità fra l’autorità Politica e l’autorità militare». Umberto osserva: «Era un ottimo proposito: peccato che non se ne sia poi ricordato. Fu un modo abbastanza ingenuo quello di risolvere il possibile dualismo trasformandosi in militare. Bastava lasciare che il Re svolgesse la sua naturale funzione: dopotutto un Re di Casa Savoia aveva precedenti piuttosto notevoli in famiglia».

La nomina di Mussolini a comandante supremo per delega del Re, non è un argomento piacevole per Umberto di Savoia, poiché tutta la famiglia reale fu colpita da quel provvedimento che, all’inizio della guerra, toglieva per la prima volta nella storia, il comando degli eserciti a un Re di Casa Savoia. Il Sovrano resistette dapprima alle pressioni di Mussolini, ma infine dovette cedere dinanzi alle obiezioni che il Capo del Governo operava e che vertevano quasi esclusivamente sulla necessità di non esporre la persona di Vittorio Emanuele III a contatti spiacevoli con un alleato tutt’altro che rispettoso delle forme. Il realtà il “Duce” assunse il comando supremo diretto, per la scarsa fiducia riposta in Badoglio – di forte fede monarchica e fedele servitore reale fino alla fine del conflitto, il quale ancora oggi porta i segni di una ingrata infamia del tutto inesistente. L’accentramento delle decisioni a Roma annullava le migliori qualità dei comandanti, specialmente quelli della Regia-Marina di cui – per tradizione – sarebbe spettata la più assoluta autonomia. Lo Stato Maggiore dell’Esercito, che poteva avere anche delle manchevolezze, tuttavia non poté dare prova delle sue capacità per il fatto che il Governo fascista avocava a sé tutte le decisioni: il che, a lungo andare, generò negli alti comandanti sottoposti a simile sistema una specie di atonia. Ciò, rileva Umberto, non appartiene più all’arte militare, appartiene, alla psicologia. Egli ritiene d’altra parte che i maggiori danni siano venuti alla nostra condotta di guerra dal conformismo esagerato di molti, che pur di non cadere in disgrazia presso Mussolini gli davano sempre ragione.

1941: ancora un’ispezione del principe Umberto di Savoia presso alcuni reparti militari. Sulla sinistra della foto è presente anche Adalberto Luitpoldo di Savoia-Genova. ©Maurizio Lodi

A proposito dell’iniziale condotta di guerra, il sovrano aggiunge: «Talvolta si trattò di errori, ma in quel momento sembravano provvedimenti saggi e opportuni. Se si dà per ammesso che tutto in quel momento faceva prevedere una guerra che da parte nostra si limitava ad essere una azione dimostrativa, si comprende subito, anche, che essendo mancato il gran colpo ne venne fuori un guazzabuglio di azioni e controazioni spesso illogiche. Mussolini temeva che, lasciando vincere da sola la Germania, sarebbe rimasto in stato di eccessiva inferiorità riguardo all’Alleato Alemanno-tedesco, il quale non era troppo amato e dal quale aveva in certo senso timore: non bisogna dimenticare che, pur essendo cordiali e quasi amichevoli i rapporti fra i due capi di Stato, non altrettanto cordiali erano i rapporti con gli alti gerarchi nazisti, in special modo con Goering, Goebbels, Ribbentrop e, in genere con gli esponenti militari tedeschi. Scomparso Hitler, la Germania ci avrebbe mostrato una faccia ben altrimenti ostile». Queste considerazioni, nel parere di Umberto, avrebbero influito decisamente sull’azione di Mussolini.
Altra domanda che sorge spontanea è la motivazione dell’azione risolutiva, del capo del Governo, di entrare in guerra senza consultare il Gran Consiglio, quando per l’analoga impresa etiopica l’organo politico era stato consultato, venendo più volte riunito in seguito, per tenerlo al corrente della situazione. Secondo Benito Mussolini, il Gran Consiglio era un organo consultivo che per problemi di carattere costituzionale non aveva competenza su questioni riguardanti l’attività del governo; inoltre riteneva che la decisione fosse urgente e nel tempo stesso chiaramente indicata da tutte le precedenti decisioni del Gran Consiglio sugli avvenimenti che avevano portato a quella conclusione: una diversa politica avrebbe dovuto essere impostata fin dal 1936, o al massimo sin dal 1938, dopo Monaco, quando eventualmente il Gran Consiglio avrebbe potuto stabilire una linea di neutralità indefettibile. Ormai le cose erano al punto che all’Italia si presentava una occasione «unica nella storia» – sono parole di Mussolini – per allinearsi con la Germania.

1940: il principe di Piemonte passa in rassegna alcuni soldati del Regio esercito dell’Armata del Fronte Occidentale. ©Maurizio Lodi

D’altra parte – osserva Umberto – se Vittorio Emanuele III avesse proprio in quel momento tentato di togliere l’iniziativa a Mussolini, a parte che tutta l’opinione pubblica era ormai presa nell’euforia della facile sicura vittoria, quale sarebbe stata la nostra posizione rispetto alla Germania? Peggiore che dopo l’8 settembre: in poche settimane l’Italia sarebbe stata invasa e devastata.
Il Gran Consiglio avrebbe potuto modificare le decisioni di Mussolini, anticipando il 25 luglio 1943? Umberto lo esclude decisamente. E’ vero che nel Gran Consiglio le figure più eminenti erano avverse alla guerra, ma a un tipo di guerra quale poi effettivamente fu, non a quel tipo di guerra che pareva dovessimo fare nel giugno 1940. Il Re capisce benissimo che specialmente Balbo, Ciano, Grandi, Da Vecchi, Bottai e altri erano contrari ad una guerra a tu per tu con l’Inghilterra e la Francia, per ovvie ragioni; ma in quel momento anch’essi dovevano essere persuasi che più che entrare in guerra noi andavamo a prender parte ad un finale di guerra. Se fosse stato appena possibile immaginare che le cose in seguito sarebbero cosi radicalmente mutate, non solo il sovrano, almeno così ritiene Umberto, non solo il Gran Consiglio, ma lo stesso Mussolini avrebbe escogitato un mezzo per evitare la trappola mortale d’una guerra di distruzione. Così come stavano le cose, l’acqua doveva continuare a scendere per quella valle.
Prosegue il quarto Re d’Italia: «Guidare una nazione non è la stessa cosa che guidar un’automobile, che si può fermare quando si vuole e da cui si può scendere quando si vuole. Un complesso di circostanze, in cui prevalse più la volontà ostile di altri che la volontà attiva del governo italiano, ci aveva portati su quella macchina sulla quale si doveva restare volenti o nolenti. (…) Altri tempi e altra situazione. In queste cose non possono valere le considerazioni moralistiche dei rapporti privati: non vi è nulla al di sopra degli interessi della nazione, e del resto non si può parlare da nessuno di machiavellismo più o meno deteriore, poiché pressappoco tutti i Re e tutti i governi di qualsiasi paese hanno obbedito al precetto ciceroniano: “Salus populi suprema lex esto”. I mutamenti di fronte non sono una specialità italiana, e ben lo seppe il mio glorioso antenato principe Eugenio, che si vide abbandonare sul campo da Marlborough avendo improvvisamente il governo di Londra mutato alleanza. La stessa Polonia, per la cui difesa l’Inghilterra diede l’inizio alla guerra, fu poi abbandonata dall’Inghilterra. Non si governa facendo del romanticismo, ma sfruttando le opportunità migliori per giovare alla propria nazione. Nel 1940 dovevamo entrare in guerra per giovare all’avvenire della nazione; nel 1943 dovevamo uscire per lo stesso motivo dalla guerra e dall’alleanza. Il problema che si presenta a chi ha responsabilità della guida d’una nazione è esclusivamente un problema di scelta di tempo e di utilità: chi facesse diversamente finirebbe per nuocere alla propria nazione».

1943: il principe Umberto dialoga con alcuni residenti di una zona colpita dai bombardamenti alleati. Il paese era allo stremo ed il cambio di rotto inevitabile. L’Istituto monarchico si preparava a salvare il salvabile, arrendendosi agli anglo-americani e trattando una segreta cobelligeranza, elemento che permise al paese un dopo-guerra diverso dai paesi sconfitti. ©Maurizio Lodi

Anche se era evidente che il Regio Esercito non era in grado di svolgere funzioni di rottura, erano tuttavia truppe preziose, le quali avevano il compito di tenere occupati i sempre più vasti territori che si andava conquistando, ed erano preziosissime le basi mediterranee italiane, nonché quelle africane. Inoltre l’entrata in azione della Marina italiana, di poderosa efficienza, facilitava il progettato sbarco in Inghilterra, che altrimenti se fosse stata presente tutta la flotta britannica, Hitler non avrebbe nemmeno osato architettare. Le parole sprezzanti di Hitler, pronunziate «ab-irato», non hanno quindi che un valore di ritorsione, in quanto il peso effettivo dell’intervento italiano fu considerevole direttamente e indirettamente. Umberto è del parere che quando il progettato sbarco in Inghilterra venne rinviato «sine die», anche Mussolini dovette comprendere che la guerra sarebbe stata lunga e penosa. Con questo Umberto spiega lo strano congedamento di classi (1914, 1915 e 1916) ordinato da Mussolini il 2 ottobre 1940: egli aveva compreso che stava per chiedere gravi sacrifici alla nazione, e con quel provvedimento mirava a dare un po’ d’ossigeno all’opinione pubblica, che iniziava ad allarmarsi. Può darsi, anche, che con quel congedo di circa mezzo milione di uomini Mussolini volesse mostrare agli avversari che non aveva altro da chiedere, come per una larvata avance di pace, che nessuno finse di rilevare. Per Mussolini, l’esitazione di Hitler al momento cruciale fu un colpo gravissimo: egli si era mosso per bagnarsi i piedi, e si trovava invece in pieno mare e con l’acqua al collo. Intanto, quel provvedimento, che lo Stato Maggiore aveva ostacolato più che aveva potuto, complicò i già asfittici servizi di Intendenza e tutte le Unità interessate: il che fu danno molto maggiore del modesto risultato psicologico che Mussolini si riprometteva.

Prendendo lo spunto da questa domanda, Umberto nega che si possano giudicare gli avvenimenti presi uno a uno, a meno che non si voglia fare dell’analisi storica a fini didattici. Tutto il periodo storico va preso nel suo insieme, poiché  quel che avvenne il giorno della fine, era già in germe il primo giorno, si può dire, del Ventennio. Umberto giunge persino a una conclusione che può stupire, e cioè che – a parte il regime speciale esistente – gli avvenimenti del periodo avrebbero preso una piega simile anche con un governo tipo Giolitti o come Crispi. La base di tutto quel che avvenne si trova nella nostra politica per l’Etiopia, e quel primo passo che compì Mussolini nel 1924, riallacciando l’azione del governo italiano a quella del tempo del trattato di Uccialli, sarebbe stato fatto con la stessa intenzione da qualsiasi altro governo italiano democratico. Un solo «se» Umberto accetta come base di discussione (la storia fatta di «se» gli riesce particolarmente spiacevole, la giudica un inutile esercizio dialettico) ed è questo: «se» la Gran Bretagna avesse rispettato fin dal 1925 lo spirito e la lettera dell’accordo del 1906, non ci sarebbe stato bisogno della guerra del 1935 e non si sarebbe verificata la catena di guerre marginali, che condusse alla guerra mondiale. L’unico «se » riguarda la condotta inglese. «Che la guerra potesse diventare molto lunga si poteva temere», non «pensare». L’impensabile che determinò un diverso indirizzo della guerra, fu la volubilità e l’imperizia di Hitler. Umberto a questo punto torna alla frase citata all’inizio, scritta da Mussolini nel 1915 a proposito di interferenze politiche nella condotta militare della guerra: non v’è dubbio che la maggior parte degli errori commessi nell’economia della guerra italiana sia stata dovuta a decisioni avventate di Benito Mussolini, che vedeva le pratiche militari con occhio da dilettante, sia pure molto spirito d’intelligenza.

1944: Umberto principe di Piemonte, già luogotenente del Regno a Roma liberata, con l’ufficiale onorario di ordinanza: il marchese Gaetano.

Lo stesso avveniva in Germania, con l’aggravante che Hitler aveva meno intelligenza di Mussolini e un carattere ancor più insofferente di altra volontà che non fosse la sua. Non ci si improvvisa strateghi a cinquant’anni, e non si può pensare di guidare eserciti immensi con la stessa disinvoltura con cui si comanda una squadra di fanti. Quasi tutte le operazioni che non ebbero successo furono ordinate a scopo politico da Mussolini, che nel tempo stesso era capo del governo e comandante supremo delegato, al quale perciò era ben difficile muovere appunti. Mussolini dava ordini come capo militare assoluto commettendo lo stesso errore che aveva rimproverato a Cadorna nel 1916 «spezzare i reticolati con i denti». Infatti, la stessa cosa era chiedere che la fede sostituisse la potenza materiale, quando gli avversari disponevano di carri armati pesanti, invulnerabili per i nostri cannoni anticarro. Le truppe italiane, questo non lo negarono né gli astiosi avversari né il difficile alleato, seppero combattere con un valore inaudito, supplendo in limiti superiori alle possibilità umane alla mancanza o alla scarsezza di armamento.

Umberto II commenta: «Sarebbe niente altro che una esercitazione infantile il voler dire oggi, a tavolino, mentre tutto il mondo sta sotto l’incubo d’una nuova guerra (siamo in piena guerra fredda, all’epoca dell’intervista), come si doveva combattere la seconda guerra mondiale. Sono esercitazioni che possono essere utili forse, in una accademia militare: benché l’esame più utile sia quello che prende in considerazione gli errori che non si dovevano commettere, anziché quel che si sarebbe dovuto fare. Quel che si sarebbe dovuto compiere lo si sa oggi troppo facilmente: invece, purtroppo, quel che non si doveva fare lo si sapeva già da prima».

L’esame cade adesso sulla prima azione di guerra, di cui il principe ereditario fu protagonista sul fronte delle Alpi occidentali, quale comandante del Gruppo Armate Ovest. Secondo i calcoli di un colonnello dello Stato Maggiore, nel caso si fosse riusciti a varcare la cortina difensiva alpina e a penetrare profondamente nel versante francese, non più di 40.000 uomini avrebbero potuto essere alimentati di viveri e munizioni, secondo le esigenze della guerra del tempo e secondo la portata delle strade esistenti; ma il Gruppo di Amate Ovest disponeva di 300 mila uomini, quando non esistevano le munizioni sufficienti per una seria azione. In verità non vi era alcuna seria probabilità di riuscire a perforare la cortina difensiva francese e il vero scopo italiano era quello di tenere impegnate le truppe francesi e nel prendere possesso di qualche lembo di terra. Il piano originale, d’altronde, non prevedeva l’offensiva, ma un’attenta e operosa difensiva che tenesse bloccate quante più forze francesi fosse possibile. Di fronte a questo programma, anche la scarsità di munizioni disponibili specialmente nella 1° Armata (schierata tra Monte Granero e il mare) aveva un’importanza molto relativa.

Né la situazione divenne peggiore quando, il 14 giugno, giunse inopinata da Roma la disposizione di procedere a piccole azioni offensive, «allo scopo di agganciare truppe avversarie e mantenere alto lo spirito aggressivo delle nostre»; inoltre si ordinava al Gruppo di Armate di osservare attivamente la situazione, tenendosi pronto a sfruttare eventuali cedimenti improvvisi del fronte francese (in dipendenza di quanto avveniva sul fronte principale nella Francia centro-settentrionale). Fu direttiva originale del Comando del Gruppo di Armate la disposizione, emanata la notte del 16 giugno, di trasformare nel miglior modo possibile lo schieramento da difensivo a offensivo, predisponendo operazioni offensive sulle direttrici del Col della Maddalena, del Piccolo San Bernardo e sul litorale: disposizioni consigliate dalle notizie che pervenivano circa lo sviluppo dell’offensiva tedesca in Francia, che facevano logicamente ritenere imminente il crollo della Francia stessa, come difatti avvenne. Nel pomeriggio del 17 giugno l’Alto Comando si faceva vivo ordinando che «si mantenesse viva sull’avversario la pressione, per evitare che potesse ripiegare a nostra insaputa».

9

Il che era già stato disposto dal Comando del Gruppo di Amate Ovest da almeno dodici ore. Il colpo di scena avvenne il 20 giugno, ad esercito francese polverizzato dai tedeschi: l’Alto Comando, cioè Mussolini, ordinava al Gruppo di Amate Ovest di passare addirittura all’attacco in massa su tutto il fronte alpino! Secondo i calcoli degli uffici competenti dello Stato Maggiore, una operazione del genere avrebbe richiesto non meno di 25 giorni per essere eseguita, ma lo stesso Mussolini, successivamente, dovette riconoscere che gli uffici non avevano torto: infatti, nella notte del 20 una nuova disposizione ordinava che l’attacco in forze avvenisse soltanto in direzione del Piccolo San Bernardo, dove già le truppe avevano serrato sotto e i servizi d’Intendenza, al coperto della catena alpina, avevano potuto predisporre buone riserve di munizioni e di viveri.
Destino volle che proprio fra il 20 e il 24 giugno imperversasse sul Piccolo San Bernardo una vera e propria tormenta, il che spiega in parte perché vi furono tanti congelati fra le  truppe che in fretta e furia erano state portate dalla calura di fondo valle al sottozero del passo. Non è il caso di esaminare quelle operazioni sotto il profilo di operazioni normali: si trattò unicamente il fattore tempo. Naturalmente non tutta la macchina funzionò alla perfezione, si direbbe «per mancanza di pezzi del meccanismo»: il servizio sanitario non aveva potuto essere predisposto che al 75% del previsto fabbisogno, e le ambulanze erano soltanto il 50% del richiesto, e in verità si fecero autentiche acrobazie per riuscire ad ottenere un servizio al 100% dove si presumeva che ve ne fosse urgente necessità. Il Re conferma tale pensiero: «Ogni tentativo di critica si spunta contro la premessa: noi non dovevamo tentare lo sfondamento della barriera alpina francese, ma soltanto tenere impegnate le truppe colà dislocate e facilitare le operazioni che gli alleati tedeschi stavano svolgendo sul fronte principale, nel cuore stesso della Francia».

Si ringrazia il sito reumberto.it per la gentile concessione della documentazione relativa all’intervista.

 

©Italia Sabauda – Riproduzione riservata
Continue reading

La Grande Guerra: elemento definitivo dell’Unità nazionale sabauda

La Grande Guerra: elemento definitivo dell’Unità nazionale sabauda

di Michele D’Elia 23/08/2017

Aspre sono le guerre. Aspra è la Prima Guerra Mondiale. Questa nasce da un groviglio di interessi economici e coloniali, di errori diplomatici e di egoismi politici, di pesi e contrappesi nazionali ed internazionali e di guerre locali. Concetti dei quali non aveva idea Gravilo Princip, l’assassino di Francesco Ferdinando e della sua consorte Sofia Chotek il 28 giugno 1914, dopo il fallito primo tentativo nella stessa mattinata. L’Attentatore pensava che la morte dell’Arciduca, peraltro aperto alle richieste degli slavi, avrebbe liberato la Serbia e gli slavi meridionali dal dominio austriaco. Ne nacque, invece, un infernale domino, con la seguente scansione temporale: 23 luglio, ultimatum dell’Austria-Ungheria al Regno di Serbia; 28 luglio, l’Impero Austro-Ungarico dichiara guerra al Regno di Serbia; 30 luglio, lo zar Nicola II, “protettore degli slavi meridionali”, ordina la mobilitazione generale; 31, Guglielmo II – kaiser tedesco – intima alla Russia e alla Francia di interrompere la mobilitazione entro 12 ore; 1 agosto, dichiara guerra l’Impero russo zarista e il 2 invade il Lussemburgo; il 3 dichiara guerra alla Francia; nella notte tra il 3 e il 4 invade il Regno belga, il 7 la Germania guglielmina entra a Liegi. Lo stesso 3 agosto, il Regno d’Italia dichiara la propria neutralità, in forza dell’art. VII del Trattato della Triplice Alleanza. 4 agosto, la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania; il 6 anche gli austro-ungarici dichiarano guerra alla Russia; il 9 e il 13 rispettivamente Francia e Regno Unito dichiarano guerra all’Impero dell’Austria-Ungheria. Il 27, l’Impero del Giappone interviene a fianco dell’Intesa; il 5 ottobre, il Regno di Bulgaria dichiara la propria alleanza con gli Imperi Centrali; il 31, la l’Impero Ottomano si schiera con la monarchia duale asburgica e la Germania guglielmina.

Hugo Pratt, il Corto Maltese e il Barone rosso , 1977.

Secondo la tesi del Premio Nobel Thomas Mann, la Germania aggredisce per non essere aggredita, come Federico II ai tempi della Grande Coalizione: l’esercito tedesco il 20 agosto occupa Bruxelles, il 3 settembre giunge Senlis a 35 Km da Parigi. Nel frattempo, il Governo francese si era già trasferito a Bordeaux. Anche la sconosciuta velocità delle armate tedesche prelude e simboleggia le profonde trasformazioni dell’assetto tecnico, geopolitico, sociale ed economico, e soprattutto mentale, del vecchio continente e delle sue colonie: la Grande Guerra sarà anche un conflitto coloniale; o, secondo Lenin, l’ultima frontiera del capitalismo.
Per tutti i Paesi europei la dichiarazione di guerra è quasi un automatismo; non così per il Regno d’Italia, il quale vincolato agli Imperi Centrali dalla alleanza firmata nel 1882 e confermata nel 1902, dovrebbe intervenire, ma non opera in tale direzione: la motivazione ufficiale, consiste nel patto di difesa e non di offesa. Nella realtà i fatti sono diversi: l’Italia è un Paese di recente fondazione, ancora geograficamente incompleto, perché privo di alcune sue vaste regioni, sintetizzate, nella memoria collettiva, nei nomi di Trento e Trieste, perle dell’Impero. Le popolazioni della Penisola non sono amalgamate; milioni di cittadini, nonostante l’impegno della Monarchia, sono analfabeti. Gli italiani sono cattolici e rifiutano lo spargimento di sangue, anche se tra i questi emergono frange interventiste, che fanno capo a don Romolo Murri. La diplomazia è delusa dall’altalenante Governo Salandra. Questa amarezza è manifesta in molta corrispondenza tra i vari ambasciatori. L’ambasciatore italiano a Vienna, Avarna il 5 ottobre 1914 rispondendo al collega di Berlino, Bollati – che gli aveva scritto il 25 settembre – lamenta che il Corpo Diplomatico: “sia tenuto interamente all’oscuro del vero pensiero del Governo” – e preannuncia l’intenzione di voler lasciare l’incarico – “(…) non volendo rendermi complice dell’atto di slealtà che sta maturando”, ovviamente verso l’Austria-Ungheria (Documenti Diplomatici Italiani).
Violente fibrillazioni scuotono il mondo politico: i socialisti e le Sinistre in generale pensano prima ad uno sciopero contro la guerra, poi si dividono in interventisti democratici e tradizionali. Benito Mussolini cambierà fulmineamente idea e campo: espulso dal P.S.I. fonda il Popolo d’Italia il 14 novembre 1914 e lancia una specie di grido di battaglia con l’articolo “Audacia!”. Il mondooperaiosi riunirà a Zimmerwald, presso Berna, tra il 5 e l’8 settembre 1915; con un proprio Manifesto, detto appunto di Zimmerwald, contesterà la scelta dei socialisti europei di partecipare alla guerra ciascuno per il proprio Paese, in nome del sacro egoismo nazionale; ma il loro grido:”Proletari di tutti i paesi unitevi!”, cadde nel vuoto.
I socialisti italiani, in tale contesto, sono rappresentati da Lazzari, Serrati e Modigliani. I Futuristi, primo fra tutti Marinetti, ma anche Papini, Curzio Malaparte, le riviste La Voce, Lacerba, i pittori Carrà, Carlo Erba, i matematici come Eugenio Elia Levi, architetti come Antonia Sant’Elia, scrittori come Serra: molti di loro cadranno in battaglia; così come gli irredenti Battisti ed i fratelli Filzi, si schierarono per l’intervento e tradirono il loro giuramento verso l’Impero di Francesco Giuseppe. Quasi superfluo ricordare Giuseppe Ungaretti e l’indigesto D’Annunzio. Tanti altri ancora come Monelli, Papini, Omodeo, Pertini, Lombardo Radice, Parri, Calamandrei, Pieri, Cecchi, Rebora, Volpe, l’anziano Bissolati, Amendola, non tutti futuristi e neanche nazionalisti – per dovere civico o libera scelta – parteciparono al conflitto, con diverse funzioni . Anche i repubblicani mazziniani sono per la guerra. Ogni nome rappresenta una storia diversa, ma un ideale comune: quello di Patria, pur diversamente declinato.
A fronte di queste minoranze più che vivaci, la classe politica liberale, che fa capo a Giovanni Giolitti, tiene un contegno molle ed incerto, segno di decadenza. Il Re tace. La Camera, contraddicendo un suo precedente e recente atto, il 20 maggio 1915 vota l’intervento contro l’Austria-Ungheria con 407 sì e 74 no; ma solo il 28 agosto 1916 il Regno d’Italia dichiarerà guerra agli Imperi centrali, segno che il secolare nemico è uno solo. Antonio Salandra, che si era dimesso il 13, viene riconfermato Presidente del Consiglio ed ottiene i pieni poteri. Il 22 maggio il Re firma il decreto di mobilitazione generale, il 23 l’ambasciatore a Vienna Avarna, consegna la dichiarazione di guerra al ministro Burian. Il 26 il Re, dal quartier generale Martignacco di Udine, lancia il suo primo Proclama ai soldati. Vittorio Emanuele III lascerà il fronte solo per risolvere le crisi di governo. Il giovane Regno ha un’occasione ed una speranza: accreditarsi tra le potenze continentali ed intercontinentali anche perché fu presto chiaro, forse non a tutti, che l’eurocentrismo stava scomparendo e che il conflitto ne avrebbe accelerato la fine.
La guerra fu luogo di scontro e d’incontro, per l’Italia, di uomini di regioni, civiltà, costumi e lingue diverse. I nostri soldati analfabeti cominciarono ad imparare a leggere e scrivere in una lingua sino ad allora sconosciuta: l’italiano.

Il terzo Re d’Italia Vittorio Emanuele III, all’osservatorio di Carnia nel 1917. Verrà denominato il “Re Soldato”, per i lunghi anni trascorsi sempre al fronte. foto di © Maurizio Lodi

La guerra è una costante del genere umano: da Socrate a Karl von Clausewitz i conflitti armati sono la continuazione della politica, quando questa e la diplomazia non hanno più niente da dire. Guerra e pace sono intimamente connesse. Solo dallo scontro cruento nascono nuove realtà socio-politiche, anche se a volte peggiori di quelle soppiantate. Aree di frizioni geopolitiche divennero, lentamente e poi sempre più rapidamente, origine di frattura ideologica e sociale.
Ozioso è chiedersi se un conflitto sia giusto o ingiusto, morale o immorale. Pungente ed equilibrata la tesi di Benedetto Croce in “L’Italia dal 1914 al 1918”: “(…) quando la guerra scoppia (e che essa scoppi o no, è tanto poco morale e immorale quanto un terremoto o altro assestamento tellurico) i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della Patria (…). Solo a questo modo l’individuo è giusto, sebbene, a questo modo, giusto sia anche l’avversario e, per questa via giusto sarà per un tempo più o meno lungo, l’assetto che si formerà dopo la guerra”.
Tra questa tesi e quella di von Clausewitz si dispiega una serie quasi infinita di livelli e di interpretazioni polemologiche. Sta di fatto che la Grande Guerra è il displuvio tra il nuovo e l’antico, processo di trasformazione al quale l’Italia non poteva sottrarsi.
I belligeranti respinsero con fastidio l’appello di Benedetto XV, dell’uno agosto 1917, concordato con l’imperatore Carlo, per porre fine all’inutile strage, tanto si erano identificati nei propri interessi e nelle proprie ragioni, e pure, proprio in agosto a Torino era scoppiata la sanguinosa ‘rivolta del pane’. Caporetto e Vittorio Veneto sono due metafore che rappresentano l’Italia, sempre caricate di significati estranei alla loro natura di fatti bellici. Mercoledì 24 ottobre 1917 alle ore 2 del mattino gli austro-tedeschi investono, con i gas, gli avamposti della conca tra Plezzo a Tolmino. Hanno in mente un’operazione di ordine tattico, condotta su tre colonne che attaccano contemporaneamente sulla destra e sulla sinistra dell’Isonzo. Il progetto divenne via via strategico, quando il nemico si rese conto che i nostri Comandi al più alto livello nelle prime ore non riuscivano ad organizzare alcun contrasto in profondità, poiché la loro filosofia era sempre stata solo di attacco e non di difesa. La 14ª Armata austro-tedesca, 15 divisioni, investì tre nostre divisioni prive di riserve. In sintesi, il nemico avanzò lungo la linea Isonzo-Tagliamento-Udine-Belluno-Piave nel vuoto, per tutta la prima giornata.
Il piano di contrasto fu preparato da Cadorna tra il 28 e il 30 ottobre. I reparti in linea, nel frattempo, si ritiravano combattendo. Pochi esempi: il 24 stesso alle ore 14 nel comune di Idersko si combatte casa per casa e solo alle 16 i battaglioni slesiani occuperanno Caporetto.  Così Guido Sironi, ne “I vinti di Caporetto” disserterà come il 25 ottobre: “(…) ufficiali della brigata Napoli, 75° reggimento, che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l’erta ripida verso la cima del Podklabuk (…). L’artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file”. Il Diario del LI Corpo d’Armata tedesco conferma: “Gli italiani difesero lo Jeza con straordinario valore”.
Il 27 ottobre il Bollettino austriaco afferma: “Gli italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo”E ancora dalle memorie del Generale Enrico Caviglia in “La dodicesima battaglia – Caporetto“: “Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un’altra sistemazione alle loro truppe”.
La travolgente avanzata dopo le prime 24 ore andò gradatamente rallentando sino a spegnersi del tutto sulle rive del Piave il 9 novembre; tra il 10 e l’11 dicembre 1917, si spensero anche le ultime spallate di Conrad. L’arretramento sulla linea del Piave era previsto sin dai tempi di Odoacre, di Napoleone e del generale Cosenz.
Cadorna il 27 ottobre giunge a Treviso e predispone il rischieramento dell’esercito sulla riva destra del Piave; il 30 il nuovo progetto è pronto. Sarà attuato da Diaz. Purtroppo, alle ore 13 del 28 il Generalissimo aveva emanato l’infelice Bollettino n.° 887, che accusava di viltà la II Armata. Cadorna avrebbe spiegato la sua accusa nel volume “Pagine polemiche” Garzanti 1951. (D. D. I.).
trincee

Vittorio Bustaffa, Trincee – Acrilico su tela, 500×200 cm – 2015

Sul fronte politico il Re, tornato a Roma il 26, risolve la crisi di governo sostituendo Boselli con Orlando e nominando, poi, il generale Diaz al posto di Cadorna. Il 5 e il 6 novembre si svolse a Rapallo la riunione preparatoria del convegno dell’8 a Peschiera. Qui Vittorio Emanuele III sostenne le ragioni del soldato italiano e la sua capacità di resistenza. Non sbagliò. Il Piave, quindi, fu un disegno netto e meditato, che riduceva la linea del fronte da 650 a 300 km, e ci consentiva un rafforzamento fondamentale nell’immediato quadro prospettico. L’altra metafora è Vittorio Veneto. Per taluni è modesta battaglia enfatizzata dalla propaganda governativa: falso. Le tre battaglie del Piave, che a Vittorio Veneto si conclusero il 31 ottobre, ci costarono 36.000 perdite, delle quali 7.000 morti accertati. Vero è, invece, che l’implosione dell’Impero asburgico non aveva intaccato la capacità di resistenza e offesa dell’ esercito, fedele all’Imperatore.
Non possiamo descrivere l’andamento degli scontri sul Piave e sul Grappa, dove già il 24 il regio-esercito partì all’attacco e dove i combattimenti saranno più sanguinosi che sulle rive del Piave e sugli Altipiani, ma la montagna non ebbe un Cantore; diremo soltanto che il nemico organizzò la propria manovra su tre momenti:  il primo nel superare il Piave, nel prendere Venezia e infine nel dilagare nella Pianura Padana.
La massima penetrazione del nemico si ferma sull’ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli. Lo storico londinese Erbert A. L. Fisher nella sua “Storia d’Europa“, scrisse: “Che, dopo simile disfacimento del morale militare,[Caporetto ndr] il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l’enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell’inverno era ancora incerto se l’esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco”.
Purtroppo l’illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l’invio, già iniziato, di altri 102 bocche di fuoco, il 19 settembre 1917, non credendo all’imminente attacco degli Imperiali. Non solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Gli Stati Uniti entrati un guerra il 6 aprile del 1917, e invieranno un solo reggimento: poca forza combattente.
Epitome della guerra italiana è il passaggio del Piave. Così il Generale Enrico Caviglia (nelle “Tre battaglie del Piave”), comandante l’VIII Armata, che condusse la manovra, scrive la sera del 26 ottobre 1918: “Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XII corpo d’armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume”
Da questo momento le truppe italiane proseguiranno in profondità riprendendo uno per uno tutti i centri occupati dal nemico. Il 3 novembre alle 15,15, i nostri primi reparti entrano a Trento. Alle 16,30 dal caccia “Audace”, i bersaglieri sbarcano a Trieste. Sempre il 3 novembre, alle 18,20, i generali Badoglio e Webenau, a Villa Giusti, firmano l’armistizio. Questo atto stroncò la nostra avanzata verso Vienna. Nessuno, amici ed alleati, voleva che l’Italia andasse oltre.
Tuttavia, l’esperienza bellica modifica le coscienze e testimonia l’esaltazione della storia di un popolo, ignaro, sino a quel momento, di quanto sapesse fare e sconosciuto a se stesso. I nostri giovani chiusero un’epoca e ne iniziarono un’altra. Diedero prova di virtù civiche prima ancora che militari. Si identificarono nello Stato Nazionale. Cianciare di “generazione perduta” significa negare noi stessi.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Gli anni torinesi di Umberto (1925-1931)

Gli anni torinesi di Umberto (1925-1931)

scritto da Maurizio Lodi

Riportiamo inedite e rare foto di archivio, riguardanti gli anni torinesi del principe di Piemonte Umberto di Savoia, dal novembre del 1925 al settembre del 1931.

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930 – Il Principe di Piemonte Umberto di Savoia al campo estivo del 92°Reggimento Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930. Il principe di Piemonte Umberto di Savoia accompagna suo padre, il Re Vittorio Emanuele III per l’ispezione al campo estivo del 92°Reggimento Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930. Il principe di Piemonte Umberto di Savoia si intrattiene dopo la colazione con gli altri ufficiali presso il campo estivo del 92°Reggimento Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

Forno Alpi Graie 13 luglio 1930. Il Principe di Piemonte Umberto di Savoia al campo estivo del 92°Rgt. Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

© Maurizio Lodi

© Maurizio Lodi

© Maurizio Lodi

© Maurizio Lodi

Chialamberto 20 agosto 1931. Il Principe di Piemonte Umberto di Savoia al Campo Estivo del 92° Rgt. Fanteria Brigata “Basilicata”. © Maurizio Lodi

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
Continue reading

1861-1866: la voglia di Unità nazionale a Venezia negli anni austriaci

1861-1866: la voglia di Unità nazionale a Venezia negli anni austriaci

di Nicola Bergamo 03/08/2017

Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli Atti del governo mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”.

Andrea Besteghi, Ritratto di Sua Maestà Vittorio Emanuele II (particolare). Olio su tela, 1861

Il 17 marzo del 1861, 150 anni fa, si dava vita alla proclamazione del Regno d’Italia. Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia fu il primo Re d’Italia, nominato “padre della patria”.
Dell’Italia fisica mancavano ancora diverse zone “italiche”, ma il risultato fu di gran lunga più roseo di quanto si potesse aspettare, lo stesso presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna, il conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella – Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, qualche anno prima.
Nacque così il primo vero stato italiano fondato e gestito da Italiani, anche se da li a poco lo stesso Massimo D’Azeglio (o forse Ferdinando Martini) dovette ammettere che “abbiamo fatto l’Italia e ora dobbiamo fare l’Italiani”.
Quello che di fatto era un’unione politica ora necessitava di coesione sociale specialmente nella lingua, gran parte mutuata da quella fiorentina, che era poco conosciuta tra le genti italiche e praticata solamente da certe élite risorgimentali.
Mentre l’Italia si avviava a quel lento e inesorabile processo di unificazione, altre regioni italiane – per etnia e per lingua -, politicamente estranee al nuovo Regno formatosi, languivano fuori dai confini patri: le tre Venezie rimanevano saldamente unite all’Austria asburgica e lo stato Pontificio manteneva ancora il possesso dell’intero Lazio.
Venezia, forse la più vilipesa dalla restaurazione, post rivoluzione francese, operata dall’Impero austriaco, rimaneva sotto lo stretto controllo degli Asburgo. La situazione era, se possibile, ancora peggiore rispetto alla prima dominazione, visto che dopo il breve periodo napoleonico gli Austriaci imposero una stretta vigilanza sull’antica Dominante. Gran parte delle famiglie aristocratiche, una tra tutte i Dandolo, appoggiavano da sempre la corona asburgica e vedevano come fumo negli occhi le iniziative borghesi come quelle che portarono ai moti del 1848 con il governo di Manin. Quell’esperienza segnò terribilmente i Veneziani che per 18 mesi avevano sperato di avere allontanato per sempre la pesante presenza degli austriaci. Ma ancora più cruenta, almeno a livello morale, fu la pace di Villafranca che sanciva il definitivo abbandono delle terre venete, friulane e trentine (nonché dalmate e istriane) al governo degli Asburgo. Il regno d’Italia era nato, certo, ma era di fatto mutilato.
La popolazione a Venezia era in fermento e vedeva l’unione con il resto dell’Italia sabauda, una possibilità di rinascita del proprio territorio. Genova infatti, grazie alla nuova politica italiana, fu l’epicentro industriale di un rigoglioso sviluppo della cantieristica navale, gran parte delle rotte commerciali, poi, furono dirottate sul capoluogo ligure a discapito proprio della città lagunare. Quegli anni rappresentavano sempre di più la decadenza di Venezia tanto che lo stesso Wilhelm Richard Wagner, giunto in laguna nel 1858, navigando sul Canal Grande registrava “impressioni malinconiche […] di grandezza, bellezza e decadimento”, ma soprattutto ricordava “Le cause di questo cambiamento risiedono in parte nel mutato carattere della civiltà mondiale. In parte nella crescente povertà della città, condizionata da quattrocento anni di decadenza commerciale, ma soprattutto nella collera implacabile nell’inconsolabile scontentezza con cui il popolo guarda alla propria politica presente”.

Vista della città di Venezia nel 1875.

Lo scrittore statunitense William Dean Howells, console americano del governo austriaco a Venezia dal 1861 al 1865, affermò che gran parte delle colpe della decadenza di Venezia erano imputabili agli austriaci tanto che il loro governo era “così illiberale nel rivolgersi a coloro che per qualsiasi ragione hanno a che fare con gli austriaci”. Tutto questo avveniva, sempre per il console, per via della mancata unione con il resto d’Italia nel 1859.
Anche la musica assunse delle connotazioni politiche, poiché “appena la musica cessa, gli austriaci spariscono e gli Italiani ritornano in Piazza”. La scelta dei caffè rappresentava una scelta di campo, tranne che per il Florian, il quale era rinomato per essere una sorta di porto franco. Il caffè Quadri invece era considerato da Howells un fortino austriaco, mentre il caffè Specchi, verso la Fabrica Nuova (l’ala napoleonica), era da considerarsi patriottico e più borghese rispetto al Florian. Le manifestazioni anti-austriache erano all’ordine del giorno e lo stesso console americano fu testimone di un’esplosione inerente un grosso petardo innescato durante la messa a San Marco, per il genetliaco dell’Imperatore.
La situazione diveniva sempre più critica e difficile da gestire.
Quello che più preoccupava era la recessione economica, specie dopo il trattato di Villafranca, che aveva scardinato il duopolio Lombardo-Veneto con la sua produttiva rete commerciale. La produzione navale era drasticamente scesa e l’Arsenale perdeva lentamente la sua funzionalità di “fabbrica” a favore dei nuovi cantieri costruiti prima a Trieste e poi a Pola. La successiva perdita dei posti di lavoro della industria navale pesava terribilmente sull’economia sociale veneziana.

Dopo diciotto anni di esilio francese, i famosi “Cavalli di San Marco”, erano stati rimossi dalla soldataglia francese il 13 dicembre del 1797. L’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena, riconsegnò alla città veneta uno dei capolavori rapinati da Napoleone. La giornata fu immortalata dal pittore vedutista Vincenzo Chilone in una delle sue opere più riuscite.

Con il riacutizzarsi della crisi tra Prussia e Austria per il controllo della confederazione tedesca e con il conseguente blocco continentale, Venezia ebbe risvolti ancora più drammatici. Nel 1863 Vienna pensò ad uno statuto speciale, specie dopo la perdita della Lombardia, annullando la Provincia di Venezia e dividendola tra le provincie circostanti, ampliando poi il territorio di competenza comunale. Il progetto però non si concretizzò visto che nel 1866 la guerra tra Austria e Prussia, portò Venezia nell’area di influenza italiana. Gli ultimi giorni del governo austriaco a Venezia trascorsero in un clima di attesa, Edmondo de Amicis, all’ora giovane ufficiale di fanteria in sede a Mestre, aveva incontrato tre donne che gli raccontarono di essere fuggite furtivamente da Venezia; era proprio il futuro autore del libro Cuore ad apparir loro come “primo italiano”. La riconoscenza delle donne si dimostrò immediatamente con lo svolazzamento delle loro gonne, mostrando, ad un sorpreso De Amicis, un tricolore con il simbolo sabaudo ricamato nel mezzo.
Venezia fu consegnata agli Italiani dall’inviato francese Edmond Leboeuf. Gli austriaci infatti, visti i pessimi risultati militari ottenuti dagli Italiani, avevano acconsentito di donare il Veneto solamente ai francesi che poi lo avrebbero, a loro volta, donato al Regno d’Italia.
Così il 19 ottobre 1866, in una stanza dell’Hotel Europa, il generale Leboeuf consegnava il Veneto agli inviati Italiani. La popolazione accolse con grande gioia la dichiarazione d’unione con l’Italia tanto da innalzare il tricolore in Piazza San Marco. Successivamente al suono delle campane a festa, apparivano migliaia di bandiere tricolori sulle finestre di ogni abitazione, mentre un ultimo saluto fu dato alle truppe austriache che lasciarono il bacino San Marco alla volta di Trieste. Il successivo e obbligatorio plebiscito non destò alcun sospetto, ma fu di fatto una presa in giro: Ricasoli lo definì una ridicolaggine, mentre Beggiato lo ha definito “la grande truffa”. L’evento era di poca importanza, visto che la cessione era già stata decisa, dunque il risultato doveva essere forzatamente positivo in vista dell’imminente annessione, con Napoleone III che aveva richiesto espressamente l’atto.
Il giubilo continuò per molti giorni: il 21 ottobre venne rinominato, in memoria dei fucilati Bandiera e Moro, il vecchio campo della Bragora, il 27 ottobre si proclamò il risultato del plebiscito, 647.246 votarono SI, 69 votarono NO.
Il 7 novembre del 1866, il Re Vittorio Emanuele arrivò alla stazione dei treni a Venezia dove lo attendevano tutti i notabili. Egli poi si imbarcò su una lancia reale vogata da 18 rematori e scortato da una miriade di gondole. La folla era entusiasta e il sovrano dovette affacciarsi per ben tre volte dal palazzo che gli era stato assegnato. Il 25 novembre e il 3 dicembre si svolsero le elezioni politiche che fecero scegliere anche due importanti superstiti del governo provvisorio del 1848. Dopo le grandi manifestazioni, però, Venezia tornò a fare i conti con il suo triste destino. L’unione con il Regno d’Italia non aveva portato i risultati sperati. Anzi, il valore politico di Venezia era, se possibile, diminuito ulteriormente. Non era più la capitale del Lombardo Veneto o della regione dei Veneti, come durante la dominazione austriaca, ma rimaneva una delle tante città del nuovo Regno Sabaudo. Di positivo si attestava l’elemento linguistico, che seppur diverso in linea generale, si avvicinava per idioma e ceppo linguistico, rispetto al tedesco.
Non bisogna dimenticare, infine, il terribile flagello dell’emigrazione contadina: dopo l’unione con l’Italia, il Veneto subì il più grande esodo di massa che la sua storia ricordi. Nei 24 anni successi emigrarono una quantità abnorme di veneti pari a 1.385.000, specialmente verso l’America del Sud dove costituirono grandi comunità.
Oggi, festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, possiamo ricordare gli illustri Veneziani che credettero, ad un progetto reale ed effettivo, basato sulla costruzione di un grande e nuovo paese governato da Italiani. Forse la loro ambizione era un’altra, magari l’indipendenza come ai tempi della Serenissima, oppure, molto più probabile, avevano capito che non avrebbero avuto alcun futuro se fossero rimasti soli.
Il dubbio è ancora vivo ai giorni nostri, ma la risposta è divenuta chiara a tutti.

 

Per approfondimenti:
_A. Zorzi, Venezia Austriaca, Gorizia 2000;
_W. D. Howells, Vita a Venezia dal 1861 al 1865 (Venetian Life), traduzione a cura di C. Nadin, Venezia 2006.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

I ricordi di Re Umberto sul ventennio fascista

I ricordi di Re Umberto sul ventennio fascista

scritto da Giuseppe Baiocchi. Servizio fotografico a cura di Maurizio Lodi

Riportiamo l’intervista effettuata dal giornalista Silvio Maurano al Re Umberto II nel suo esilio portoghese, il quale ricorda gli anni che seguirono la marcia su Roma e il comportamento dell’Istituto monarchico nei confronti del regime.
Sin dai primi tempi della “rivoluzione fascista” all’allora principe di Piemonte Umberto, gli veniva etichettata la nomea di “Principe antifascista“. Difatti egli non nascondeva affatto il fastidio verso alcuni gruppi di squadracce fasciste – le ali più estreme e radicali del partito – le quali circondavano il Capo del Governo Mussolini. Tali estremisti, bramavano perpetuare la “marcia” e fantasticavano la preparazione della “seconda ondata“.

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Il principe di Piemonte non era né fascista né antifascista; seguiva con interesse gli avvenimenti e aveva la sensazione che al Quirinale si approvassero con molta soddisfazione le opere che compiva il governo. Trovava deteriori e pericolose quelle sopravvivenze di spiriti barricadieri, quel culto di una superata illegalità, quel «marattismo» grottesco di taluni eroi del “dopo battaglia”. La riservatezza sorridente del Principe non celava alcun pensiero machiavellico: era la riservatezza naturale delle persone del suo rango. Ma ciò non garbava agli scamiciati, che avrebbero forse voluto che Umberto si mescolasse con loro, distribuisse casermesche manate sulle spalle e magari si lasciasse imporre il fez nero. Purtroppo, la diffidenza di Umberto non era senza fondamento: i fatti che seguirono ne confermarono la giustezza.

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Nel 1924, alcune squadracce fasciste – capeggiate da Amerigo Dumini – rapiscono e successivamente uccidono il leader del partito socialista Giacomo Matteotti, generando la prima crisi del Partito Nazionale Fascista.
Ancora nell’intervista Umberto afferma: «Non si comprende come mai gli uomini continuino a ricorrere al delitto politico credendo di risolvere posizioni storiche. Viceversa, da tutti i delitti politici scaturiscono, di norma, frutti contrari a quelli sperati: l’uccisione di Cesare non reintegrò la democrazia ma accelerò la sua fine, preparando l’avvento di Augusto e anche quello di Tiberio e di Nerone. Il delitto Matteotti conferma questa regola costante: non giovò all’estremismo fascista, e fece perdere a Mussolini una possibilità che, se si fosse verificata, gli avrebbe apportato una fortuna imperitura! I cattivi servitori sono più pericolosi dei dichiarati nemici. Come vede, fu proprio il “marattismo ” che diede una pugnalata alle spalle di Mussolini…»
Qual era la possibilità cui accenna Umberto? Quella a cui mirava da tempo Mussolini, il quale aveva iniziato a lavorare segretamente per attirare verso il governo alcuni capi socialisti, quelli che maggiormente stimava, quali D’Aragona e Turati. Nel suo discorso alla Camera, il 7 giugno 1924, egli d’altronde aveva rivolto un appello ai socialisti verso una possibile e gradita collaborazione.
Ancora commenta il sovrano italiano: «So di queste cose: dirò che non sarei stato affatto scandalizzato se Mussolini fosse riuscito a realizzare il suo progetto, che avrebbe dato una ben diversa svolta alla sorti dell’Italia. Né si sarebbe scandalizzato il Re mio padre, al quale la parola “socialismo” intesa sul piano costituzionale, non faceva certamente paura. L’entrata del socialisti nel governo fascista sarebbe stata di grandissimo beneficio alle masse dei lavoratori, che non sarebbero state più sfruttate sul piano politico a scopi rivoluzionari, ed avrebbero avuto invece riconosciuta la loro qualità di protagonisti della vita economica alla pari con gli imprenditori. Ritengo che Mussolini in quel periodo avesse rinunciato tranne che a scopi retorici, alla “rivoluzione” e tendesse a realizzare una riforma cauta e graduale per non mettere in crisi la nostra economia che si stava appena riprendendo. Purtroppo, come lei sa, non tutti coloro che gli erano intorno avevano la sua stessa opinione..».

16 giugno 1926, Lugo di Romagna: il principe Umberto di spalle sulla soglia del tumolo di Francesco Baracca, per l’onoranza all’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli. ©Maurizio Lodi

Dopo gli eventi del 27 giugno 1924 – dove 133 deputati socialisti, radicali, democratici e cattolici uscirono da Montecitorio, all’interno del quale rimanevano solo i liberali raggruppati intorno a Giolitti, Orlando e Salandra -, il giornalista Silvio Maurano – all’epoca dei fatti del delitto Matteotti – redattore del giornale “L’Impero”, si sforzava di aiutare lo zio, Onorevole Andrea Torre, in diverse riunioni che si svolgevano privatamente nella residenza familiare di Via Muzio Clementi.
All’interno dell’appartamento Giovanni Amendola, accompagnato a volte dall’Onorevole Ruini o dal generale Bencivenga o da altri del gruppo, tentavano invano di convincere lo zio del giornalista a passare “sull’Aventino“.
Parlavano di società segrete, di gruppi d’azione, di uomini «votati alla morte». Narra Maurano come Amendola, di ritorno dal Quirinale, affermava che il sovrano Vittorio Emanuele III «rifiutava di prendere atto della gravità della questione morale e si rendeva complice di Mussolini». In verità l’Onorevole Giovanni Amendola – riprendendo le parole di Umberto II – «Non aveva il diritto di dire ciò. Egli ebbe più d’un colloquio col Re mio padre, e si ebbe sempre la medesima risposta: agissero nel Parlamento, provocassero in una delle due Camere un moto tale da consentire l’intervento della Corona. Ma non potevano sperare che il Sovrano partecipasse alla lotta politica, sarebbe stato inconcepibile! Non dovevano uscire dal Parlamento, che è la sola sede in cui i deputati possono parlare in nome della Nazione: fuori del Parlamento essi parlano in proprio. D’altra parte, anche volendo ammettere che la Corona fosse disposta a facilitare la riscossa dell’opposizione, non comprendo perché avrebbe dovuto farlo dal momento che era ben noto che in massima parte la opposizione preparava, una vera e propria insurrezione diretta non sola contro Mussolini, ma anche contro tutte le istituzioni, ivi compresa la Monarchia. Essi fecero appello al sentimento del Re: ma nell’esercizio della funzione di regnare, i sentimenti non hanno quasi un peso, contatto esclusivamente i fatti e le possibilità. Se la Corona non intervenne fu perché sapeva con esattezza che non esisteva una responsabilità diretta di Mussolini nel tragico caso. Se vi fosse stata, il Sovrano ne sarebbe stato informato sia dall’Arma che dalla Magistratura, che anche in regime di dittatura seppe mantenere una, posizione di dignitosissima indipendenza. Se la Magistratura avesse informato il Sovrano che esisteva – e non esisteva, come si è appreso nel corso del processo rifatto nel 1945 – una responsabilità di Mussolini quale mandante, il Re mio padre avrebbe saputo trovare il modo di risolvere la situazione».

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Umberto ricorda il tragico caso del deputato napoletano Avv.Rosano. Questi nel 1903 fu nominato ministro nel gabinetto Giolitti; ma dopo soli otto giorni fu accusato dai giornali di sinistra di avere approfittato della sua posizione, di deputato prima e di ministro poi, per favorire alcuni malviventi napoletani che erano stati suoi clienti. Vittorio Emanuele III chiamò il Rosano e gli fece delicatamente comprendere che, per difendere il suo onore, gli era necessario privarsi della carica di ministro. Il Rosano si dimise andò a Napoli a raccogliere le prove della sua innocenza e poi si uccise con un colpo di pistola, seduto dinanzi alla sua scrivania. Fu un caso impressionante che destò nel Re un senso di irritazione contro certi sistemi di polemica malevola, per cui in avvenire fu molto attento a vagliare le accuse che gli uomini politici si scagliavano l’un contro l’altro. «Il Re – spiega Umberto durante l’intervista di Maurano – conobbe in anticipo il testo del discorso che Mussolini pronunciò il 3 gennaio 1925 alla Camera per annunziare le leggi che instauravano la dittatura?».

©Maurizio Lodi

©Maurizio Lodi

Umberto narra come Vittorio Emanuele III «non ebbe in visione il discorso o un abbozzo del discorso» da Benito Mussolini. Il capo del Governo di proposito si astenne dal far conoscere al Re il tono dei discorso ch’egli avrebbe pronunciato: il che, successivamente fu causa di vivo malumore e di proteste da parte del Sovrano. Altro dato di forte rilievo – ai più sconosciuto – consta del fatto che Mussolini aveva così agito per ripicca, poiché prima di affrontare la Camera per la terza volta, egli aveva chiesto – invano – al Re il decreto di scioglimento in bianco dei Parlamento. «In realtà – prosegue Umberto – in politica avviene spesso che una azione ottenga il risultato opposto a, quello che si spera di ottenere. L’opposizione voleva annullare anche quel poco di dittatura che era in atto: ma la sua azione ha prodotto invece il rincrudimento della dittatura in forma quasi assoluta. Ho l’impressione che l’opinione pubblica, nella sua maggior parte, abbia accettato la decisione di Mussolini, che parve allora ispirata a fini apprezzabili. In sostanza, quella era una dittatura che si potrebbe dire “legale”, sul tipo di quella contemplata dalle leggi romane, almeno fino al II secolo avanti Cristo. Vi era un Parlamento liberamente eletto, e questo Parlamento approvò le leggi che vincolavano la libertà dei cittadini: vi era, naturalmente, il sottinteso che tali vincoli dovevano essere temporanei e non definitivi, perché allora non si sarebbe compreso come fosse possibile la convivenza fra una Corona costituzionale e un dittatore, che per suo carattere è una forma di ‘monarchia assoluta’». «Il fatto della dittatura in sé, data la sua necessaria temporaneità, poteva essere meno grave se, nel frattempo, si fosse costituito il nuovo sistema e poi gli si fosse dato libero gioco. La dittatura secondo la tradizione romana aveva appunto il carattere di temporaneità e di limitazione negli scopi, presso a poco come i pieni poteri che un Parlamento democratico concede di tanto in tanto ai governi: ma la dittatura bene intesa può essere un bene, come un governo democratico male inteso, può essere un male! Quello che conta sono appunto i fini che si vuole raggiungere, e i mezzi che si adoperano allo scopo. Lo stato corporativo cui Mussolini diceva di mirare, oltre ad immettere effettivamente e non soltanto in apparenza tutte le classi operanti della società nella vita nazionale, aveva il vantaggio innegabile di portare i cittadini ad esprimere la loro opinione nell’ambiente ad essi meglio conosciuto; sicché il voto del cittadino diveniva un voto specifico e non più un voto generico. Naturalmente, occorreva arrivare al punto in cui i cittadini potessero votare nel nuovo ordinamento, e non più nel barocco sistema della votazione su lista unica, che aveva l’aspetto, ma solo l’aspetto, di un referendum popolare a risultato già scontato!». 

17

Ancora un frammento fotografico del 1926, dove il principe di Piemonte Umberto sfila all’uscita della tomba del Baracca. Da notare le sfumature di un’intera società: Umberto – come anche il reale carabiniere sulla sinistra della foto – saluta il pubblico festante con il saluto militare, simbolo della casata dei Savoia; di contro il pubblico civile, risponde con il saluto romano di forte orientamento fascista. Questa breve precisazione per far comprendere come durante l’unione politica della monarchia con il partito fascista, la Casa Reale ha sempre mantenuto le distanze da una ideologia, che poco aveva in comune con un’Istituzione monarchica e i fatti successivamente ne stabilirono le verità storiche. L’errore – se così può essere definito – del Re Vittorio Emanuele III, fu quello di affidarsi troppo alla politica aggressiva del Duce, che in cambio promise al Re, le ambite riforme che i Governi liberali non erano riusciti ad attuare in vent’anni di Governo.

Solo successivamente – nel 1928 – con l’istituzione, da parte di Benito Mussolini del Gran Consiglio del Fascismo, fu subito chiaro che il nuovo organismo mirava a diminuire l’autorità del Sovrano e anche, per quel che riguardava l’articolo sulla successione al Trono, a colpire la figura del Principe ereditario. I rapporti, tra la Corona e la dittatura fascista, iniziarono ad incrinarsi per l’azione stessa del partito, il quale cercava di controllare sempre di più tutti gli aspetti della vita nazionale e di annullare sempre più la personalità del cittadino. Continua Umberto, sempre rivolto al giornalista Silvio Maurano: «Il male maggiore il partito fascista lo fece nel far cadere di tono la stessa vita pubblica, con certo sanculottismo di pessimo gusto: vi sono dei toni che possono essere tollerati in talune zone di minor livello civile, ma non possono essere tollerati nei ceti medi e superiori, che viceversa li adottavano come abbellimenti nei loro salotti. Quanto alla esagerazione delle discipline di partito, penso che a questa si debba in gran parte la responsabilità dell’appiattimento della vita pubblica durante il ventennio e soprattutto quel conformismo che stona in un popolo che, come il nostro è tanto ricco di individualità, perfin troppo!».

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

16 giugno 1926, il principe di Piemonte Umberto sul palco per il ricordo – a Lugo di Romagna-, dell’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca. ©Maurizio Lodi

Umberto II osserva come: «Tutti se la prendevano con Starace, ma Bottai dice che la mania di voler “cambiare gli italiani” era proprio tutta di Mussolini, e Starace non era che il pedissequo esecutore di ordini…».
«Cambiare gli italiani – esclama Umberto – e perché mai? Gli italiani sono un grande popolo finché sono fedeli alle loro tradizioni e ai loro costumi: decadono tutte le volte che tentano di assumere modi e atteggiamenti di altri popoli. Purtroppo, anche questa è una vecchia piaga: pensi che sul finire del V secolo Teodorico doveva rimproverare agli italiani di avere adottato il barbaro costume del duello (giudizio di Dio) dicendo: “Lasciate che queste barbare usanze restino fra i miei rustici soldati, e non adottatele voi che avete le leggi più perfette che siano al mondo!”. Che idea! Cambiare gli italiani, che sono il popolo più vivo, più agile che vi sia sulla terra…»

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Fino al 1935, la dittatura era più del partito che del governo, in quanto Mussolini continuava a rispettare le formalità costituzionali. La dittatura personale era un fatto non contemplato, era frutto più di ascendente personale che di leggi che lo prescrivessero, con Vittorio Emanuele III che come garante dello Stato, cercava di “mediare” le continue pretese del suo Capo del Governo. 
Vittorio Emanuele III “moderava” Mussolini giornalmente, e ciò gli era possibile poiché il Duce, ebbe sempre estrema deferenza per il Sovrano e soltanto dopo il 1935 fece più volte il cattivo scherzo di mettere il Sovrano dinanzi a fatti compiuti difficilmente riparabili. D’altra parte, una dittatura larvata era ancora necessaria, mentre si preparavano le leggi che avrebbero dovuto modificare la struttura non soltanto statale, ma anche sociale ed economica.
Molti avevano ritenuto che dopo l’approvazione delle leggi sullo Stato Corporativo, si avrebbe avuto la fine del regime con pieni poteri.
Il generale e politico italiano Cesare Maria De Vecchi, conte di Val Cismon, afferma come la mancata concessione del “libero voto” all’interno delle corporazioni, fu dovuta al conflitto etiopico del 1935. Mussolini, difatti, voleva prima liquidare la faccenda etiopica, non solo perché un’impresa di quel genere richiedeva una disciplina completa dall’interno del sistema, ma soprattutto per avere successivamente un tale prestigio da poter contare con certezza sulla fedeltà degli italiani. Quanti allora in seno al fascismo vaneggiavano di maggior libertà di stampa, di libertà nella corporazione, guardavano tanto a Bottai quanto a Italo Balbo.

La fotografia – degli anni trenta – ritrae il Governatore della Libia, Italo Balbo in compagnia del principe Umberto, prima della partenza da Tobruk, per un volo dimostrativo.

Umberto aveva grande stima per Bottai, come ne ebbe per Balbo, che considerava persone di ricca capacità politica oltre che di grandissimo coraggio «non soltanto militare». Tuttavia, Mussolini accampando il pretesto dell’imminente impresa coloniale e della conseguente attenuazione della dittatura, non acconsentì al libero voto. Starace continuò a imperversare e i federali continuarono ad infierire sui fascisti che giocavano a “brigde“, e davano del “lei” o peggio baciavano la mano alle signore. In sostanza nel giudizio di Umberto, il regime funzionava saggiamente quanto a ordinamenti e a provvedimenti politici e sociali, ma irritava gli italiani con le ridicole fisime dello “stile“, con i controlli telefonici e postali, e con la rigida disciplina imposta alla stampa, che era diventata asfissiante.

Nella foto del 16 giugno 1926, a Lugo di Romagna, si svolge l’onoranza per l’ottavo anniversario della morte dell’Asso dei cieli Francesco Baracca alla presenza del Principe di Piemonte. ©Maurizio Lodi

Si ringrazia per le fonti il sito: reumberto.it

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
Continue reading

Infanzia e fidanzamento della regina Maria José del Belgio

Infanzia e fidanzamento della regina Maria José del Belgio

scritto da Giorgio Lazzarini. Servizio fotografico a cura di Maurizio Lodi

Il 18 marzo 1983, Umberto di Savoia moriva all’ospedale cantonale di Ginevra. Un tumore alle ossa lo aveva costretto a una lunga degenza, prima alla London Clinic, una delle più lussuose della capitale britannica, poi in Svizzera.
Con lui se ne andava l’ultimo Re d’Italia, lasciando agli storici l’arduo compito di rispondere alla domanda che lo ha accompagnato per tutta la vita: che re sarebbe stato se avesse potuto regnare? A dodici mesi dalla sua scomparsa, e pochi giorni dopo che i Savoia si sono ritrovati nell’Abbazia di Hautecombe a pregare sulla sua tomba: Oggi proponiamo un ritratto della coppia reale ricostruito attraverso i ricordi dell’allora vedova, Maria José, l’ultima regina d’Italia.
Una visione, la quale è anche uno spaccato di vita italiana.

Era figlia di Alberto I di Sassonia-Coburgo-Gotha, divenuto re dei belgi dal 1909, e di Elisabetta di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera. I suoi nonni paterni erano il conte Filippo di Fiandra e la principessa Maria di Hohenzollern-Sigmaringen; quelli materni il duca in Baviera Carlo Teodoro e la sua seconda moglie Maria José di Braganza, nata infanta di Portogallo. Crebbe con i due fratelli maggiori Leopoldo e Carlo Teodoro in un ambiente famigliare aperto, intriso di cultura, dove, grazie ai vasti interessi dei genitori, sviluppò sia le sue doti artistiche studiando il pianoforte e il violino, sia le sue doti sportive e apprese, guidata dal padre, il quale era tra l’altro incline alle idee socialiste, sia la cultura classica sia quella contemporanea.

 

Durante la sua infanzia dovette affrontare il tragico periodo della prima guerra mondiale, durante il quale venne mandata con i fratelli a vivere in Inghilterra, mentre il padre in patria comandava personalmente l’esercito belga, guadagnandosi il soprannome di “Re cavaliere”, e la madre svolgeva attività di assistenza presso i feriti. Venne educata per un matrimonio reale e destinata dai genitori, fin da piccola, a sposare Umberto di Savoia, erede al trono d’Italia[8], figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Per questo motivo frequentò il collegio della Santissima Annunziata a Villa di Poggio Imperiale, dove apprese la lingua italiana. Il primo incontro dei due futuri sposi avvenne nel 1916, al castello di Lispida a Monselice. Terminati gli studi in Italia nel 1919, si iscrisse al collegio delle suore del Sacro Cuore di Linthout, in Belgio; in precedenza, nel 1915 (mentre era rifugiata in Inghilterra), aveva studiato presso il convento delle Orsoline di Brentwood. ©Maurizio Lodi

«Durante la sua permanenza in Belgio per i festeggiamenti ufficiali, il mio promesso sposo subì un attentato da parte di un fuoruscito italiano, rimanendo per fortuna incolume», racconta l’ex regina. «A me non venne detto nulla» – «Al successivo ricevimento, tutti si congratulavano per lo scampato pericolo. lo, naturalmente, tacevo. Lui mi giudicò indifferente e mi tenne il broncio finché l’equivoco non fu chiarito» – «Ci incontrammo per la prima volta vicino a Padova. Avevo 11 anni» – «Alla vigilia del matrimonio ricevetti centinaia di lettere anonime, molte delle quali minacciose, che dipingevano a tinte fosche mio futuro. Qualcuna preannunciava che avrei fatto la fine di Maria Antonietta» – «Quando andai da Bruxelles a Roma per le nozze, salì sul treno una stazione prima di Termini per offrirmi un mazzo di lillà» – «La cerimonia nella cappella Paolina del Quirinale, in un’atmosfera da favola, mi sembrò la sequenza di un film»
«Fin dall’adolescenza sapevo che un giorno avrei sposato Umberto. Questa prospettiva aveva assunto per me la forma di un sogno meraviglioso. Un sogno che d’altra parte mia madre incoraggiava: mi parlava di un principe affascinante in termini così entusiastici che ai miei occhi Umberto era arrivato a rappresentare l’apice della perfezione». Con queste parole Maria José spiegherà, quarantadue anni dopo il «», per quali motivi un giorno del 1930 sposò Umberto di Savoia. Un matrimonio di convenienza, deciso dalle famiglie più che dagli sposi. Perché Umberto e Maria José, a detta dei loro biografi, avevano ben poco in comune, erano diversi di carattere, appartenevano a due mondi lontani, coltivavano interessi opposti. E, soprattutto, tra loro non scoppiò mai la scintilla del grande amore. Anche se il destino li aveva fatti incontrare molto presto, addirittura bambini.
Firenze, Poggio Imperiale, febbraio del 1918. Da circa un anno Maria José è in collegio all’Istituto della Santissima Annunziata. I suoi genitori, Alberto ed Elisabetta, sovrani del Belgio, l’hanno mandata a studiare nel nostro paese per realizzare un sogno . Alla ragazza da sempre innamoratissima dell’Italia, ma forse anche per altre ragioni. Nel suo Umberto, edito da Bompiani, Silvio Bertoldi scrive: «Un,accordo preciso esisteva fin da quegli anni tra i Savoia e i Sassonia Coburgo, tale da facilitare più avanti la decisione, già presa dai due re, di unire attraverso le nozze dei figlioli gli interessi delle reciproche dinastie. Non per nulla Maria José era stata mandata ad educarsi a Firenze, perché crescesse “all’italiana” e cominciasse subito a conoscere il paese su cui un giorno avrebbe regnato».
maria-jose2

Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001), nata principessa del Belgio, fu l’ultima regina d’Italia come consorte di re Umberto II. Poiché il suo regno durò solamente dal 9 maggio al 18 giugno 1946, venne soprannominata dagli italiani Regina di maggio. Il suo nome italianizzato era Maria Giuseppina di Savoia, ma ella non lo volle mai usare, nemmeno nei documenti ufficiali come l’atto di matrimonio. È l’unica regina italiana la cui effigie appare su una serie di francobolli regolarmente emessi: le Nozze del Principe Umberto II.

Il primo passo – per l’incontro – avviene dalla parte della famiglia sabauda. Ricorda Maria José: «Un giorno si presentò al Poggio un gentiluomo della Corte d’Italia, il conte Solaro del Borgo, per annunciarmi che il re e la regina d’Italia mi avevano invitata a Battaglia, presso Padova. Prima della partenza il conte corse in un negozio per comprarmi gli abiti più adatti della mia uniforme collegiale e ritornò con un mantello e un cappello blu con i quali mi sentivo un po’ goffa». E forse, insinuano i biografi più pettegoli, sente il cuore battere un po’ forte: perché ha capito che se conoscerà il Re e la Regina, di sicuro incontrerà anche l’erede al trono. Sì, proprio quel giovanissimo principe che tante volte ha ammirato sull’Illustrazione italiana, ritratto sempre in divisa grigioverde da marinaretto, come quella dei fanti di marina del battaglione San Marco. Un ragazzo molto bello, slanciato, dai lineamenti fini, occhi castani e pensosi come quelli della madre montenegrina, bocca carnosa e dentatura perfetta, sempre sorridente, elegante e aggraziato nei gesti. Quanto a lei, poi, è una bambina bionda, dai capelli ricci ricci, gli occhi azzurrissimi e le gambe lunghe. I capelli ricci la fanno disperare, dal momento che a lei piacciono ‘ lisci e quindi è costretta a passare ore e ore davanti allo specchio.
«Prendemmo il diretto che andava a Padova», continua Maria José, «da dove proseguimmo in aut, verso la stazione termale di Battaglia. Ci fermammo davanti alla villa reale, non appena giù dall’auto, una signora alta e forte, vestita di pesante lana blu, mi diede un bacio era la regina. Mi sorprese la sua tenuta un po’ troppo campagnola: accanto ; lei vidi la sua copia perfetta, ma più giovane e più snella, la sorella Jolanda. E un ragazzino di tredici anni in costume da marinaretto: era Umberto… Ne giorni successivi, ìn auto scoperta nonostante il rigore della stagione, esplorammo i dintorni. Seduti sugli strapuntini, Umberto ed io non ci scambiavamo nemmeno una parola. Non scendevamo mai dal l’auto se non per dei pic nic, mentre la regina Elena non faceva altro che scattare fotografie…». Un giorno la comitiva reale si reca a Venezia, dove Maria José prende posto sulla gondola accanto a Umberto. La principessa Jolanda, che ha da poco compiuto diciassette anni li osserva attentamente l’uno vicino all’altra e commenta: «Ma come sta te bene insieme, voi due» Di quella vacanza spensierata alla principessina belga rimane una foto a lei molto cara: «Quando ritornai al Poggio, a poco a poco i miei ricordi d Battaglia si offuscarono. Ma conservai preziosamente nel mio banco la foto di Umberto».

©Maurizio Lodi

Foto di edizione belga della Principessa Maria Josè in patria con la Famiglia Reale. Da sinistra a destra è osservabile il Re Alberto I, la Regina Elisabetta e il fratello Leopoldo. ©Maurizio Lodi

Foto di edizione belga della Principessa Maria Josè in patria con la Famiglia Reale. Nella foto in compagnia del principe Edoardo, duca di Windsor (al centro). A destra Re Alberto I, mentre sulla sinistra Maria José e la Regina Elisabetta. In terzo piano i fratelli Leopoldo e Carlo Teodoro. ©Maurizio Lodi

Arrivano le vacanze dell’estate 1918 e Maria José torna in Belgio, nella residenza di La Panne, vicino alla mamma infermiera e al papà soldato. Trova il maggiore dei fratelli, il futuro Re Leopoldo, in divisa da fante e l’altro fratello Carlo in divisa da cadetto della marina britannica. Sogna l’Italia e a un’amica di collegio scrive: «Pensa che gioia, i miei genitori mi hanno finalmente dato il permesso di stare con voi nel dormitorio. Mi farò dare un letto accanto a te, sarò come tutte le altre». Una gioia, quella accarezzata dalla principessina incline a non far pesare il proprio rango sulle pur aristocratiche compagne, che rimarrà un sogno. Perché la guerra finisce e i sovrani del Belgio non ritengono più necessario rimandare la loro figliola a Firenze. Maria José e Umberto si rivedono per la seconda volta nel 1922, quando lui, sottotenente di fresca nomina imbarcato per la crociera sulla nave Ferruccio, tocca il porto di Anversa e compie la visita di rito alla famiglia reale belga. Poi nel 1923, lei è invitata per qualche giorno a Racconigi, ma si vedono poco. Umberto non ha molto tempo per pensare all’amore con la “A” maiuscola, troppo preso da una vita gaia, fatta di feste da ballo per le quali è felicissimo, poiché è un ballerino infaticabile, suona il pianoforte, canticchia le canzoni alla moda. E la fama di ardente amatore lo segue ovunque. Annota Silvio Bertoldi: «Era di sicuro largamente popolare. Ma quali fossero i suoi pensieri, che desideri, che temperamento e che grado di autentica spregiudicatezza avesse, nessuno potrebbe dire. L’animo del principe mostrava mille facce. Un uomo su cui è difficile dare un giudizio. E arrivato ad apparire, ad un tempo, confidente e riservato, sensuale e casto, intraprendente e timido, stravagante e abitudinario, aggressivo e prudente, bizzarro e formalista, parrocchiale e libertino».
Il terzo incontro avviene in occasione delle nozze del duca Amedeo delle Puglie (poi duca d’Aosta, eroe dell’Amba Alagi) con Anna d’Orléans, celebrate a Napoli nel 1927. Nel corteo nuziale il cavaliere che dà il braccio a Maria José è proprio Umberto di Savoia. E al passaggio di questa giovane coppia, la folla applaude per la simpatia istintiva che i due suscitano. Nel settembre del ’29 il fidanzamento ufficiale. Umberto va in Belgio in automobile, accompagnato dal conte Santorre di Santarosa. Ma se la prende comoda, prima soggiorna un po’ in Germania, poi fa tappa ad Amburgo. Incontra Maria José, con la quale deve sancire l’accordo per l’annuncio del fidanzamento, nel castello di Losanges, vicìno a Bastogne. Arriva guidando personalmente l’auto e in abito sportivo. Il suo charme incanta tutti e la contessa Van den Steen, una madama di compagnia, rapita, confesserà di «aver avuto l’impressione che tutto fosse stato con amore predisposto dalla Provvidenza per la gioia di queste due creature di Dio».
Da Losanges i due principi si trasferiscono poi al castello reale di Laeken dove li attendono i sovrani belgi. Tenendo il principe per mano, Maria José dice semplicemente ai genitori: «Papa, maman, nous sommes fiancés». L’annuncio ufficiale avviene il mese dopo. «Sono felice», confida la principessina alla sua prima istitutrice, «io bionda, lui bruno, saremo una coppia perfetta. Andrò a vivere per sempre in Italia. Mi pare un racconto di fate» – «Quanto mi sembrano lontani quei giorni», spiega Maria José. «Quando durante i festeggiamenti ufficiali Umberto si recò a deporre una corona al monumento del Milite Ignoto e un fuoruscito italiano, Ferdinando De Rosa, sparò contro di lui, a me non venne detto nulla. Soltanto dopo seppi quel che era accaduto e riuscii a capire perché alla colazione all’ambasciata d’Italia tutti si congratulavano con lui per il suo comportamento coraggioso. Anzi, io mi domandavo: “Si complimenta un fidanzato per il suo coraggio?”. – «Udito lo sparo il principe nemmeno si era voltato. Tra le personalità che lo accompagnavano vi fu uno sbandamento, ma egli rimase impassibile, calmissimo. I belgi erano ammirati per il suo contegno».

©Maurizio Lodi

Maria José e la Regina Elisabetta. ©Maurizio Lodi

©Maurizio Lodi

«Alla colazione dell’ambasciatore Durazzo, eravamo seduti vicini e Umberto si aspettava naturalmente che anch’io gli dicessi qualcosa, che mi felicitassi con lui per lo scampato pericolo, che gli manifestassi il mio rincrescimento per l’attentato. Invece non gli dissi nulla poiché ignoravo completamente i fatti. Umberto si imbronciò per questo e più tardi non mi nascose di essere rimasto sorpreso per la mia indifferenza. Era così che l’amavo? Ridiventò di buonumore quando il malinteso poté essere chiarito». – «L’attentato di De Rosa fu l’incidente più clamoroso; ma in quel periodo i tentativi di fuorusciti, autorevoli o sconosciuti, che tentavano di dissuadermi da quel matrimonio, furono molti: dicevano che, diventando la moglie di un principe italiano sotto il fascismo, sarei andata incontro alle peggiori catastrofi. Mi giunsero centinaia di lettere anonime, moltissime dall’America del Sud. Alcune erano minacciosissime e mi avvertivano che avrei fatto la fine di Maria Antonietta, che in Italia sarebbe scoppiata la rivoluzione e che a me avrebbero tagliato la testa. Dicevano che la monarchia non sarebbe durata in Italia, e mi dipingevano l’avvenire a tinte fosche». – «Però io ero così entusiasta di diventare la moglie di Umberto che nulla mi spaventava. Facevo vedere le lettere a Umberto e lui rimaneva impassibile, non spiegava niente. Mi diceva soltanto: “Devi capire che in Italia non si può fare quello che si vuole”. Tutto questo mi incuriosiva, rendeva ancora più interessante la mia prospettiva di andare in Italia. Umberto ha una posizione difficile, pensavo. Questo me lo renderà più simpatico».
Il treno reale mandato da Roma per la sposa, parte da Bruxelles il 3 gennaio 1930. Lascia la stazione della capitale belga fra applausi, inni e fiori: i belgi acclamano in massa la loro principessa che va a sposare l’erede al trono. Alla stazione di Trastevere, ultima sosta prima dell’arrivo a Termini dove attendevano i reali d’Italia, sale sul treno Umberto, accompagnato dal suo aiutante di campo. Una gentile improvvisata non prevista dal protocollo. In divisa da colonnello dei granatieri, l’erede al trono d’Italia fa un compito baciamano alla sposa, poi la bacia sulla guancia, le offre un mazzo di lillà e un altro mazzo di fiori lo offre alla futura suocera. Maria José indossa un abito bianco, gli occhi azzurrissimi le luccicano di commozione. Alle 10 del 5 gennaio il convoglio entra alla stazione Termini: i binari sono stati ricoperti da una pedana rossa, anche la pensilina è addobbata di rosso, con bandiere e stemmi. Vittorio Emanuele III e la regina Elena aspettano il treno raggianti. L’8 gennaio del 1930 le nozze, celebrate a Roma nella cappella Paolina del Quirinale, dall’arcivescovo di Pisa cardinale Maffi. Testimoni per Umberto, i duchi d’Aosta e di Genova; per Maria José i fratelli Leopoldo e Carlo. Il presidente del Senato, Luigi Federzoni, funge da ufficiale di stato civile. Ovunque, nella capitale in festa, lo scudo di Casa Savoia appare accanto al fascio del regime fascista.
«Il mio abito di velours bianco panna», continua Maria José rievocando quel giorno, «era stato disegnato da Umberto personalmente, come anche il mantello ricamato d’oro lungo cinque metri, che, per quanto portato da quattro gentiluomini di corte, mi pesava incredibilmente sulle spalle. Mio padre mi condusse all’altare situato in fondo a una lunga serie di saloni pieni di regine e di re, per lo più detronizzati. La cappella offriva una visione incantevole. Gli scintillanti diademi delle dame di corte e gli abiti ricchi di decorazioni dei dignitari attribuivano all’ambiente un aspetto particolarmente mondano. Al momento dello scambio degli anelli centinaia di colombi bianchi spiccarono il volo dalla piazza del Quirinale. Il cielo era nuvoloso e la pioggia si alternava a qualche breve schiarita. Il popolo vi riconobbe un felice presagio secondo il detto “sposa bagnata, sposa fortunata”. Dopo la cerimonia fummo ricevuti da Pio XI».
Poi incominciarono i festeggiamenti. «Un cinematografo», rammenta Maria José ripensandoci dopo tanti anni. Forse perché sono festeggiamenti di una eccezionale solennità: il corteo delle carrozze lungo la via Nazionale, il ricevimento intimo a Villa Savoia, il gran ballo al Quirinale, i saloni della reggia gremiti di invitati. Ammette con una punta di nostalgia: «Se ripenso a quel giorno, a quei giorni, mi sfilano davanti agli occhi un’infinità di immagini, i fatti mi paiono così labili, così inconsistenti. Come le immagini di un film, appunto».

©Maurizio Lodi

©Maurizio Lodi

©Maurizio Lodi

Si ringrazia per il testo il sito: reumberto.it

© Maurizio Lodi – Riproduzione riservata
Continue reading

Il lungo regno di Vittorio Amedeo II di Savoia, primo Re di Sardegna

Il lungo regno di Vittorio Amedeo II di Savoia, primo Re di Sardegna

di Gianluigi Chiaserotti 18/07/2017

Vittorio Amedeo II di Savoia, decimoquinto duca di Savoia, nacque in Torino il 14 maggio 1666. Figlio di Carlo Emanuele II (1634-1675), decimoquarto duca di Savoia, e di Giovanna Battista di Savoia-Nemours (deceduta nel 1724).
Costei era l’ultima rappresentante dei conti del Genevese e duchi di Nemours, discendenti da quel Filippo detto “Senza Terra” (1443-1497), settimo duca di Savoia.
Vittorio Amedeo ascese al trono ducale, all’età di nove anni (1675), sotto la reggenza della madre, che mantenne anche quando il figlio ebbe raggiunto la maggiore età (1680), e cioè, secondo le consuetudini del Casato, a quattordici anni.

Vittorio Amedeo II infante tra Carlo Emanuele II e Maria Giovanna Battista.

Ma la reggenza fu un continuo contrasto che si palesava tra l’indirizzo politico della reggente e dei di lei consiglieri francesi, troppo proclivi alla volontà di Luigi XIV (1638-1715), il “Re Sole”, e per nulla capaci di tutelare lo stato sabaudo dalle mire politiche del Re di Francia stesso, e le aspirazioni del giovane Duca che rispecchiavano le tendenze più sane del paese e le tradizioni della Dinastia. Infatti il dissidio tra madre e figlio non era solo politico, ma anche psicologico e morale. Tra madre e figlio non esistevano affetto e confidenze. Vittorio Amedeo era moralmente isolato. Di salute malferma che il tempo, e solo il tempo unito all’esercizio delle armi gioveranno a sanare.
In questo aspetto egli ci ricorda un suo antenato. E’ Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580): gracile e macilento, salendo al trono ducale dello Stato Sabaudo per la prematura scomparsa del fratello maggiore Ludovico (1523-1536), e regnò a lungo e con grande gloria. Vittorio Amedeo, come vedremo più avanti, era di carattere “impétueux et sensibile” (“impetuoso e sensibile”) e, più spesso, “caché et secrèt” (“nascosto e segreto”).
Di indole scontrosa e riservata, nascondeva una viva intelligenza, una notevole capacità di osservazione ed una forza di volontà contenuta od abilmente dissimulata. Codesta personalità iniziò ad imporsi nel 1683, in una serie di atteggiamenti più risoluti verso la madre ed i suoi favoriti. Il duca di Savoia fece sua – il 14 marzo 1684 – la reggenza, con il proclama di Rivoli ed assunse “in toto” i pieni poteri ed il 9 aprile 1684, sposando Anna d’Orléans (deceduta nel 1728), nipote del Re Luigi XIV. I vincoli con la Francia venivano così ribaditi e rinsaldati, ma era solo il mezzo per il duca di esautorare l’influenza ed i poteri materni. Ma per rompere definitivamente con la Francia, occorreva riorganizzare lo Stato economicamente e militarmente. Lavoratore instancabile, creò intorno a sé schiere di collaboratori fedeli ed intelligenti, scegliendoli tra i nobili, tra i borghesi, ma il potere fu solo e soltanto assoluto.
Assolutismo, però, che già rilevava, nei concetti e nei disegni audacemente riformatori, quasi un’anticipazione illuminista.
Costituita (1686) la Lega d’Augusta, Vittorio Amedeo II vide approssimarsi il momento della riscossa contro l’egemonia francese. Nel corso del carnevale del 1687, si recò – sotto falso nome – in Venezia al fine di incontrare Massimiliano II di Baviera (1662-1726) ed un agente imperiale. Il viaggio forse non ebbe tutta l’importanza politica che gli storici volevano attribuirgli, ma certamente fu il primo gesto d’indipendenza e di ribellione agli ordini di Versailles.
Le vere trattative si svolsero nel 1688-1689 tra Vittorio Amedeo II e Guglielmo III d’Orange (1650-1702). Infatti il duca di Savoia guardava, e con particolare simpatia, alle potenze marittime, e maggiori alla Gran Bretagna. E quindi nel 1690 lo Stato Sabaudo entrò nella Grande Alleanza.
Respinto quindi un “ultimatum” di Nicolas de Catinat (1637-1712), il quale voleva porre un presidio francese anche a Torino, Vittorio Amedeo si pose alla testa dell’esercito sabaudo. Ma, purtroppo, le vicende della guerra gli furono contrarie.
Fu infatti sconfitto (18 agosto 1690) a Staffarda, fallendo quindi in un tentativo di invasione del Delfinato (1692), e definitivamente a Marsiglia (4 ottobre 1693). Le operazioni militari languono, anche per gli stessi aiuti che il duca riceve dalla Spagna e dall’Imperatore. D’altra parte, Vittorio Amedeo considera la guerra come un fatto politico; è sempre pronto a combattere, ma anche a trattare.

Nella R. Chiesa di S. Cristina l’affresco con il voto di Vittorio Amedeo II ed Eugenio di Savoia.

Nel 1693 si dichiara disposto a sostenere sacrifici; ma chiede in compenso il governo dello Stato di Milano. L’Europa rifiuta, ed egli riprende e porta a termine i negoziati con Luigi XIV che gli aveva offerto una pace separata.
Con il trattato segreto di Pinerolo del 29 giugno 1696, divenuto poi ufficiale e definitivo a Torino il 29 agosto 1696, il duca di Savoia ottiene dalla Francia la liberazione delle terre invase, la restituzione di Pinerolo, il ritorno di Casale, smantellate al duca di Mantova, e quindi il matrimonio della figlia Maria Adelaide (1685-1712) con il nipote del “Re Sole”, Luigi, Delfino e duca di Borgogna (deceduto nel 1712).
Sconfitto militarmente, Vittorio Amedeo trionfò diplomaticamente. Lo Stato Sabaudo riacquistò l’effettiva indipendenza compromessa dopo la Pace di Cherasco del 1631 ed accresceva il proprio prestigio; la via verso l’Italia è sbarrata ai francesi e l’Austria è esclusa da Casale.
Come aveva previsto Luigi XIV il ritiro di Vittorio Amedeo II provocò le sgretolazioni della Coalizione; la guerra cessò in Italia il 7 ottobre 1696, e l’anno seguente fu conclusa la pace generale a Ryswyk.
Se la guerra della Grande Alleanza permise al duca di rientrare in possesso di ciò che i suoi predecessori avevano perduto, la lotta per la Successione in Spagna, lo pose in primo piano nella politica europea, consentendogli di ampliare il proprio Stato, di ottenere il titolo regio, di emergere risolutamente tra i principi italiani, deboli, incerti e neutrali, come il solo che realmente contasse nella vita della Penisola.
Nel corso della prima fase del conflitto per la successione spagnola, Vittorio Amedeo fu al fianco della Francia sicuramente non per maturata convinzione, ma semplicemente perché stretto tra due fuochi, dal momento che il Vaudemont, governatore del Milanese, aveva riconosciuto il testamento di Carlo II d’Absburgo (1665-1700). In virtù dell’alleanza franco-sabauda (6 aprile 1701), il duca di Savoia ottenne il comando supremo delle forze gallo-ispaniche e diede in sposa a Filippo V (1683-1746) la sua secondogenita Maria Luisa Gabriella (1688-1713). Ma nonostante le prove di lealtà e di ardimento da lui offerte nella battaglia di Chiari (1 settembre 1701), era visibile la diffidenza dei generali ed il desiderio di umiliarlo. Vittorio Amedeo II comprese che se la causa borbonica avesse trionfato, in Piemonte avrebbe perduto ogni fase morale ed ogni libertà politica di movimento. Fu per questo che il duca cominciò a trattare con l’Imperatore – le prime proposte concrete sono del luglio 1702 -, con i Paesi Bassi, e soprattutto con la Gran Bretagna, le cui assicurazioni scaturivano da una affinità di interessi politici mediterranei.
Vittorio Amedeo II voleva entrare saldamente in codesto cerchio più ampio di relazioni internazionali, assicurare al proprio stato non solo accrescimento territoriale, ma un più vasto respiro, inserendolo nel quadro delle forze vive ed operanti in Europa.
Luigi XIV ricorse prima alle lusinghe, poi alle violenze – disarmo del corpo piemontese a San Benedetto il 29 settembre 1703 -. Ma ormai era tardi: concluso il trattato con l’imperatore (7 e 30 ottobre 1703), Vittorio Amedeo iniziò le ostilità.
Per la superiorità delle forze francesi, comandate da Luigi Giuseppe Vendŏme, duca di Peuthiène (1654-1712), dal Feuillade e da Renè de Froulay (o Froullay), conte di Tessé (1648-1725), dovette limitarsi a difendere, palmo a palmo, il territorio, le città, le fortezze, in attesa che giunsero i rinforzi imperiali. Caduta Verrua (9 aprile 1705), Mommeliano (17 dicembre 1705), Nizza (6 gennaio 1706), anche Torino venne investita ed assediata. La città si difese, con accanimento e con episodi di valore singolo [Pietro Micca (1677-1706)] nonché collettivo, fino all’arrivo del principe Eugenio di Savoia (1663-1736) alla testa di oltre trentamila uomini. La battaglia del 7 settembre 1706 segnò la sconfitta piena e decisiva dei francesi, i quali lasciarono oltre duemila morti sul campo e dovettero passare nuovamente le Alpi.
Negli anni successivi, il “Re Sole” cercò di rinnovare la manovra diplomatica, come abbiamo visto, felicemente riuscita nel 1696, staccando il duca di Savoia dall’Alleanza. Ma nemmeno l’offerta del Milanese, poté indurre Vittorio Amedeo ad una pace separata, nonostante che egli si trovava in netto contrasto con l’imperatore per le cessioni di territorio pattuite nel trattato del 1703, e per la minaccia crescente di un predominio asburgico in Italia. D’altra parte una vittoria finale dei francesi rappresentava annullare il valore politico della battaglia di Torino, che doveva invece significare, nel pensiero del Nostro, la fine di ogni egemonia d’oltralpe in Italia.
Ne egli poteva aderire alle varie proposte di leghe italiane (1705-1708-1712), così come erano vagheggiate da Venezia o da Firenze, da Versailles o da Londra, con mire sostanzialmente difensive e conservatrici; Vittorio Amedeo non voleva, oseremo dire, ipotecare l’avvenire, immobilizzando il Piemonte, sacrificare la politica sabauda in difesa dello “status quo” della Penisola. La “Italiae libertas” era “sulla punta della spada”, non nei compromessi con principi deboli e discordi.
Ma seppure il duca di Savoia si lasciò lusingare dal progetto di una permuta dei suoi stati con il Regno di Napoli e Sicilia, o addirittura con la Spagna: «[…] allons au solide ed au présent» (“andiamo al sodo e al presente”) diceva «et puis je vous écouteray sur les chimères agréables et futures» (“eppoi Vi ascolterò sulle chimere piacevoli e future”).
Finalmente con le paci di Utrecht (11 aprile 1713) (il Duca di Savoia la stipulò il 13 agosto 1713) e di Rastatt (7 marzo 1714), Vittorio Amedeo ottenne, con l’elevazione al titolo regio, la Sicilia, la Lombardia del trattato del 25 ottobre 1703 ed il Monferrato; i porti di Exilles e di Fenestrelles, con le valli di Oulx e di Pragellato, cedendo alla Francia la vallata di Barcellonette. Inoltre con il trattato particolare tra la Spagna e la Savoia si riconobbe, all’art. 3, la successione al trono di Spagna al Re di Sicilia, nel caso in cui venisse meno la discendenza al Re Filippo V, peraltro genero del Nostro.
Certamente il Re Vittorio Amedeo II di Savoia avrebbe preferito il Ducato di Milano alla Sicilia, ma Pietro Mellarede (1659-1730) lo confortava: «[…] col Piemonte piglierà il milanese, con la Sicilia piglierà Napoli».
Invece la situazione europea tornò ad aggravarsi, e, di fronte alle richieste imperiali, le potenze furono concordi nel sacrificare le aspirazioni sabaude. Del resto Vittorio Amedeo nel corso del suo soggiorno palermitano (dal 21 dicembre 1713 al 5 settembre 1714) si era nettamente convinto delle difficoltà opposte dal particolarismo siciliano e di quelle insite nella lontananza dell’isola dal potere centrale. Il Re era quindi disposto ad un’intesa con l’Austria mediante lo scambio della Sicilia con la Sardegna, ma voleva anche una parte del milanese. Ne ebbe un rifiuto, ed allora tentò una via opposta: l’accordo con Giulio Alberoni (1664-1752), il cardinale, il fine diplomatico, lo statista spagnolo di origine italiana.
Fallita anche codesta trattativa e dopo gli sbarchi spagnoli a Cagliari ed a Palermo, al Re di Sicilia non restò che aderire alla Quadruplice Alleanza (8 novembre 1718); se avesse rifiutato correva il rischio di essere assalito contemporaneamente dalla Francia e dall’Austria. Il Re propose, ma invano, all’imperatore la permuta della Sicilia con gli stati di Parma e con la Toscana; poi, non avendo forze per difendere l’isola lontana, si impegnò a liberarla, aiutando Carlo VI (1685-1740) a riprendere la Sardegna al fine recondito di assicurarsi lo scambio (convenzione del 29 dicembre 1718). Quindi Vittorio Amedeo II assunse il nuovo e definitivo titolo di Re di Sardegna. Ma dovette effettivamente attendere fino al 1720 per la consegna materiale dell’Isola. Ma alla fine delle guerre non seguì la fine delle lotte politiche.

A sinistra: nel 1713, col trattato di Utrecht la Sardegna fu assegnata all’Austria la quale, in virtù del trattato di Londra del 2 agosto 1718 e del successivo trattato dell’Aia del 1720, consegnò l’isola, il 4 agosto 1720, al nuovo re Vittorio Amedeo II di Savoia. Il nuovo regno diventò da imperfetto a perfetto attribuendogli la summa potestas, cioè la facoltà di stipulare trattati internazionali. A destra: Vittorio Amedeo Francesco di Savoia, detto la Volpe Savoiarda (Torino, 14 maggio 1666 – Moncalieri, 31 ottobre 1732), è stato duca di Savoia, marchese di Saluzzo e duca del Monferrato, principe di Piemonte e conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1675 al 1720.

Particolarmente vivo ed acuto rimaneva il conflitto con la Santa Sede, iniziatosi nel 1694 per la questione dei valdesi, successivamente ampliatosi con il sopraggiungere di nuovi e più gravi motivi di contrasto.
Strenuo difensore del diritto dello Stato di fronte alla Chiesa, il Re di Sardegna lottò a sostegno delle proprie leggi sui valdesi, senza curarsi del decreto del Papa di condanna; combatté aspramente i pretesi diritti del Romano Pontefice sulla Sicilia; volle sottoporre il clero a tributi; svuotò di ogni efficacia il pontificio Tribunale dell’Inquisizione, e giunse ad espellere da Torino l’internunzio del Papa.
Solo nel 1727, quando il papa Benedetto XIII [Pietro Francesco Orsini (nato nel 1650), 1724-1730] riconobbe Vittorio Amedeo II di Savoia quale Re di Sardegna, la lotta diminuì di intensità in quanto fu sottoscritto un concordato con la Santa Sede, ma non si placò mai del tutto e fu, per il vetusto sovrano, una fonte di preoccupazione anche negli ultimi anni di vita.
Artefice di codesto accordo fu quel Carlo Vincenzo Ferrero di Roasio, al secolo Marchese d’Ormea, (1680-1745), il fine diplomatico e uomo di Stato apprezzato, quando era un giudice a Carmagnola, dal Re medesimo.
La riconoscenza però che ebbe Vittorio Amedeo nei confronti del d’Ormea non fu la medesima di quest’ultimo nei confronti del Re in quanto, da suo uomo di fiducia, divenne l’oscuro avversario, da trasformista che era, al servizio del successore, Carlo Emanuele. Scrive lo storico Francesco Cognasso (1886-1986): «[…] Carlo Emanuele e l’Ormea avevano scritto nella storia della dinastia una pagina che ancora rattrista».
Il 3 settembre 1730, Vittorio Amedeo II rinunciò al trono in favore del figlio Carlo Emanuele III (1701-1773), in quanto il suo fratello maggiore ed erede al trono Vittorio Amedeo era deceduto nel 1715.
L’idea dell’abdicazione era maturata l’anno prima, forse per stanchezza, forse per il desiderio di una più intima vita familiare. Perduta la consorte (1728), Vittorio Amedeo II aveva sposato (12 agosto 1730) la contessa Anna Teresa Canalis di Cumiana, vedova del conte di San Sebastian (poi Marchesa di Spino e deceduta nel nel 1769). Ritiratosi il Re in quel di Chambery, l’antica capitale del Ducato, volle essere informato settimanalmente degli affari di Stato.
Ma quando gli parve che il figlio non fosse all’altezza del compito, ritornò (1731) a Torino al fine di cercar di ascendere nuovamente al trono. Vittorio Amedeo si stabilì quindi a Moncalieri, pur continuando a chiedere la revoca dell’abdicazione. Di fronte al suo contegno ed al periodo di sollevazioni interne, Carlo Emanuele III lo fece arrestare e confinare nel castello di Rivoli (28 settembre 1731). La prigionia, prima severa, venne poi mitigata, ma ormai la salute del Re era senza rimedio e molto scossa. Il 31 ottobre 1732, all’età di 66 anni, il Re di Sardegna Vittorio Amedeo II di Savoia si spense.
Ed ora passiamo ad analizzare alcune caratteristiche del lungo regno del primo Re di Sardegna. Di carattere vigoroso, difficile, talvolta violento. Il Re dava risposte “mordaci e piene di aculei” oppure si rinchiudeva in un “minaccioso silenzio”.
Diceva di lui il Tessè : «[…] le prince est un fagot d’epines, ceux qui l’approchent de plus prés ne savent pas aù le prendre» [“(…) il principe è un fascio di spine, coloro che lo avvicinano non sanno come prenderlo”] .
Il Re era di un’astuzia politica proverbiale: non enunciava tesi e soluzioni a priori; intorno ad un piano, ad un progetto di massima, lavorava, e per lungo tempo, per tirarne fuori l’esito più vantaggioso possibile.
Vittorio Amedeo rinvigorì, ed al meglio, la diplomazia sabauda, riuscendo a plasmare, oseremo dire, una classe politica in gran parte nuova, circondandosi di ambasciatori, ministri ed agenti abili ma soprattutto devoti alla sua persona [il Mellarede, il Vernone, Alessando Maffei (1662-1730) e il del Borgo], cresciuti in una scuola severa ed in anni di durissime prove.
Terminate le lotte, con l’ascesa al trono di Sardegna, come abbiamo poc’anzi visto, Vittorio Amedeo dedicò gli ultimi dieci anni del di lui regno ad un sostanziale, strutturale, radicale miglioramento dello stato, e ciò con una visione organica e coerente dei maggiori problemi. Nel 1717 il Re emanò l’editto che organizzava il Consiglio di Stato in cui si dovevano discutere tutti i problemi politici. Esso era composto di otto consiglieri. Poscia creò i ministeri degli Affari Esteri e degli Affari Interni, poi quello della Guerra. Quindi i ministeri (aziende) delle Finanze, del Soldo, delle Artiglierie e, naturalmente, della Real Casa.
Attuò un radicale risanamento finanziario, dopo le spese ed i danni di guerre, provvedendo con mezzi necessari, cioè con un nuovo Catasto (riforma dal 1698 al 1730), con l’avocazione al Demanio, e quindi la successiva vendita di molti feudi abbandonati con le coraggiose limitazioni delle immunità ecclesiastiche. Il Re propose ed attuò opere di giustizia tributaria che mirava a ristabilire l’equilibrio del bilancio senza ricorrere ad alcun aumento di pressione fiscale.
Fu lo stesso Re che impegnò i gioielli della Corona ed adottò per sé, ed impose alla corte, un tenore di vita semplice e sobrio.
Si arrivò quindi ad un riordinamento legislativo e Vittorio Amedeo II affidò allo Zoppi, nuovo suddito alessandrino e giurista dell’Ateneo di Pavia, e ad altri giuristi l’incarico di compilare una nuova e più attuale raccolta di editti sabaudi.
Ma nel 1722 il Re cambiò parere e volle che si procedesse alla creazione di un codice nuovo in cui fosse rifusa organicamente tutta la legislazione vigente. L’opera, in cinque libri, venne solennemente promulgata nel 1723. Ma il Re la riprese, la corresse e la modificò. L’opera definitiva poté quindi uscire nel 1729. Il c. d. “Codice Vittorino” non ebbe carattere innovatore, ma seguiva un temperamento dei diritti feudali ed una limitazione dell’istituto del fedecommesso, cioè una speciale disposizione di ultima volontà con la quale il “de cuius” impone ad una persona (istituito) l’obbligo di conservare i beni ricevuti per poi trasmetterli, alla sua morte, alla persona indicata nel testamento come sostituto.

Tra i contributi dati dal Re alla città di Torino, si ricordano la riforma dell’università, affidata al siciliano Francesco d’Aguirre e la costruzione di nuovi monumenti e chiese, affidati agli architetti Juvarra e Bertola, i cui interventi lanciarono il barocco in città. In quegli anni il capoluogo sabaudo si ingrandì diventando il maggiore centro del territorio alpino. Nonostante il massacrante assedio del 1706 e le guerre precedenti e successive avessero ridotto la già esigua popolazione piemontese, sotto il governo del primo Re di Casa Savoia il Piemonte seppe assurgere al rango di maggiore degli stati italiani. Ciò, bisogna dire, anche grazie all’intervento e alle volontà di stati stranieri come l’Inghilterra, che vedevano come evento assai favorevole la creazione di una potente e salda monarchia in Italia, meglio ancora se questa nazione fosse stata ai piedi delle Alpi, in modo da frenare qualsiasi altro tentativo espansionistico della Francia. I governanti inglesi videro in Vittorio Amedeo II il personaggio adatto a realizzare questo loro progetto. Iniziava quel lento processo di modernizzazione che avrebbe portato, un secolo e mezzo dopo, all’unità d’Italia.

Nella cultura, pur adottando misure restrittive della libertà di stampa e di pensiero, Vittorio Amedeo II di Savoia non esitò a combattere il monopolio ecclesiastico nell’insegnamento, promovendo l’apertura di scuole laiche e restringendo i privilegi di quelle religiose, massime se tenute dai gesuiti. E’ certamente un accenno di cultura liberale che ebbe il suo sviluppo nel ben noto “Secolo dei Lumi”, nell’Enciclopedia (1751) e fu il prologo ideologico della Rivoluzione Francese.
Sotto il regno vittorino, si riorganizzò, ma su nuove basi, con l’aiuto di due giuristi siciliani (Niccolò Pensabene e Francesco d’Aguirre), l’Università di Torino inviandovi maestri insigni dall’Italia e dall’estero, riservando alle quattro facoltà l’esclusivo diritto di conferire lauree, e fondando un collegio delle province per gli studenti poco abbienti.
In questo ambito, il Re di Sardegna fondò un’apposita biblioteca per sussidiare lo studio dell’Università e vi diede, quale primo fondo, la biblioteca di corte con circa diecimila volumi. Fu così che sorse la grande biblioteca universitaria di Torino ricca di manoscritti, la quale bruciò nel tristissimo incendio del 1904, eppoi nuovamente in quello del 1943.
Ma oltre tutte le riforme che abbiamo poc’anzi, e sommariamente analizzato, il regno di Vittorio Amedeo II è da ricordare anche dal punto di vista del suo mecenatismo per le arti. In particolare per l’architettura. Infatti il Re di Sardegna fece venire a Torino, l’architetto messinese Filippo Juvara (o Juvarra) (1678-1736), il quale progettò ed edificò numerosi monumenti piemontesi, e cioè: a Venaria il castello della Venaria Reale (1714-1726); a Torino la Chiesa di San Filippo Neri (1715), la facciata della Chiesa di Santa Cristina (1715-1718), il palazzo Birago di Borgaro (1716), il quartieri militari (1716-1728), la facciata di Palazzo Madama (1718-1721), la Chiesa del Carmine (1732-1736); a Rivoli il Castello (1715-21); a Stupinigi la Palazzina di Caccia (1729-1731). Ma sicuramente il suo capolavoro è la Basilica di Superga (1717-1731), in cui svolse il tema prediletto dell’impianto centrico. 
La Basilica di Superga fu edificata per un voto che fece Vittorio Amedeo II alla Madonna. Vediamo come ci si arrivò. Sul colle di Superga, esisteva, sin dal secolo decimoquinto, una piccola chiesa dedicata alla Beata Vergine o Nostra Signora di Superga. La sua fama deriva dall’intercessione della Madonna in un momento drammatico per la storia di Torino, e cioè, come abbiamo visto, il 1706. Le sorti di Torino, assediata dai francesi, non erano delle migliori.
Il 28 agosto 1706 avvenne l’incontro tra il Principe Eugenio e Vittorio Amedeo. I due strateghi ascesero al colle di Superga al fine di esaminare al meglio, da quell’altura, il campo di battaglia. Constatarono che lo schieramento nemico presentava diversi punti deboli nella zona tra la Dora e la Stura. Giunsero alla conclusione che convogliando gli attacchi in quella zona poteva esserci una possibilità di successo. Alcuni storici asseriscono che Vittorio Amedeo ed Eugenio si recarono sul colle di Superga una seconda volta, e cioè il 2 settembre, e fu l’occasione in cui entrarono nella chiesetta. Celebrata la S. Messa, i due principi si accostarono ai sacramenti; si cantò solennemente “l’Ave Maris Stella”. Giunti al versetto “[…] monstra Te esse matrem”, il duca di Savoia si prostrò ai piedi della statua (quella tutt’oggi venerata nella cappella c. d. “del voto”) e fece voto che se la Madonna gli avesse fatto ottenere la vittoria avrebbe costruito sul colle un magnifico Tempio a Lei dedicato. Fu vittoria!! La popolazione, venuta a sapere del voto del Duca, attribuì la vittoria all’intercessione della Madonna. Ancora una volta, l’intercessione divina fu determinante per una vittoria. Un’intercessione che più volte la storia ci ha abituato a porre in evidenza dalla battaglia di Lepanto in poi. Il 7 settembre 1706, data gloriosa per Torino, è anche la vigilia del giorno 8 settembre, che la Chiesa dedica alla Natività di Maria e non a caso diversi Papi, da Pio IX [Giovanni Battista Mastai Ferretti (nato nel 1792), 1846-1878] in poi si sono dedicati alla Madonna.
Il voto di Vittorio Amedeo ci fu sicuramente. Infatti nella parte interna della Cappella c. d. “del voto”, c’è la seguente epigrafe:
«Virgini Genitrici – Victorius Amedeus, Sardiniae Rex – Bello Gallico, vovit – Et pulsis hostibus fecit, dedicavitque». (“alla Vergine Madre di Dio – Vittorio Amedeo, Re di Sardegna – nella guerra contro i francesi fece voto – e cacciati i nemici costruì e dedicò questo tempio”).
La Basilica di Superga è anche l’attuale sepolcreto di alcuni personaggi di Casa Savoia, tra l’altro, i Re di Sardegna, i duchi di Genova, Maria Pia, Regina del Portogallo (1847-1911), figlia del Re Vittorio Emanuele II (1820-1878), Maria Vittoria, Regina di Spagna, (1847-1876), prima moglie di Amedeo (1845-1890), primo duca d’Aosta e Re di Spagna, ed una lapide in perpetuo ricordo di Mafalda di Savoia, Langravia d’Assia, (1902-1944), tragicamente morta a Buchenwald.
juvarra

Filippo Juvarra (Messina, 27 marzo 1678 – Madrid, 31 gennaio 1736) è stato un architetto e scenografo italiano, uno dei principali esponenti del Barocco, che operò per lunghi anni a Torino come architetto di casa Savoia. Formatosi inizialmente in Sicilia, parzialmente da autodidatta, la sua prima opera architettonica fu il completamento, nel 1703, della Chiesa di San Gregorio, oggi scomparsa, per la quale progettò la sistemazione interna comprendente la realizzazione del coro e dell’altare maggiore. La basilica di Superga, nota anche come Real basilica di Superga, sorge sull’omonimo colle a nord-est di Torino. Il progetto è del messinese Filippo Juvarra e risale al 1715. Alla cappella, posta alla sommità dell’omonima collina, si può giungere attraverso strada o servendosi della tranvia Sassi-Superga. La storia della basilica è da far risalire al 2 settembre 1706, quando il duca di Savoia Vittorio Amedeo II e il principe di Carignano Eugenio di Savoia salirono sul colle per osservare Torino assediata dai franco-spagnoli. Vittorio Amedeo, inginocchiatosi dinanzi ad un vecchio pilone, giurò che, in caso di vittoria, avrebbe edificato un monumento alla Madonna.

Sicuramente il lungo regno di Vittorio Amedeo II di Savoia è da ricordare soprattutto per questa vigorosa, anche se duramente autoritaria, opera riformatrice. Infatti, come abbiamo poc’anzi visto, nel giro di pochi decenni, l’eccezionale abilità politico-militare del Re gli permise di passare dalla condizione di vassallo del “Re Sole” a quella di un sovrano fra i più potenti della Penisola e guadagnare, e sul campo, il titolo regio. Non minore abilità ed energia egli portò nel riordinamento interno dello Stato, imponendo la propria autorità contro i privilegi della nobiltà e del clero, e precorrendo in tal modo le riforme illuministiche della seconda metà del ‘700.
Il ‘700 fu, come sappiamo, un secolo innovativo. Vi fu, anche in Italia, un risveglio intellettuale. Particolare importanza ebbe in questo senso la città di Napoli, i cui influenti e colti suoi figli si aprirono alla nuova cultura europea. Ricordiamo lo storico Pietro Giannone (1676-1748), il filosofo Giovan Battista Vico (1668-1744) e il letterato Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), i quali rappresentano tutti e tre una tappa fondamentale nell’avvento, anche in Italia, di una cultura moderna. E ciò fu dovuto anche a Vittorio Amedeo il quale, dalla lontana Torino, si affacciò sulle tradizioni e sulla cultura siciliana. Le sue idee, la sua “forma mentis”, comune ai personaggi sabaudi, risvegliarono animi e spiriti sopiti nella profonda tradizione appunto della cultura meridionale.
A Vittorio Amedeo succedette, come abbiamo visto, Carlo Emanuele III. A lui Vittorio Amedeo III (1725-1796), eppoi Carlo Emanuele IV (1751-1819), Vittorio Emanuele I (1759-1824), Carlo Felice (1765-1831) e Carlo Alberto (1798-1849).
Sovrani tutti non inclini, anzi contrari, a quella visione liberale del Regno, la quale, per ritrovarla, dovranno trascorrere oltre cento anni dalla morte di Vittorio Amedeo II, e che si personificò nell’ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II. Il Regno di Vittorio Amedeo II, fu un’anticipazione di quello che sarà il Regno d’Italia, sotto l’illuminata guida sabauda.
Prima, però, di concludere, ecco una curiosità. Centinaia sono le interpretazioni del motto del Casato “F. E. R. T.”. Ed una di queste è “Foemina erit ruina Tua”. E’ l’ammonizione con la quale il Beato Sebastiano Valfrè (1629-1710), confessore del Re, richiamava il suo real penitente, noto amatore. Voglio concludere questo mio breve ed incompleto saggio sul primo Re di Sardegna, Vittorio Amedeo II, ricordando a tutti quei versi con i quali il poeta “repubblicano” Giosuè Carducci (1835-1907) conclude la sua “Alla Croce di Savoia”:
“[…] E tu, Croce di Savoia, – tu fra l’armi e su le mura – spargerai fuga e paura – in tra i barbari signor. Noi, progenie non indegna – di magnanimi Maggiori, – noi con l’armi e con i cuori – ci aduniamo intorno a te. Dio ti salvi, o cara insegna, – nostro amore e nostra gioia! – Bianca Croce di Savoia, – Dio ti salvi e salvi il Re!”.

 

Per approfondimenti:
_Maria Enrica Magnani Bosio, “Vittorio Amedeo II di Savoia. L’ultimo duca” – Edizioni La Venaria Reale;
_Geoffrey Symcox, Vittorio Amedeo II. L’assolutismo sabaudo 1675-1730 – Edizioni Saggi Sei;
_Filippo Juvarra, “1678-1736, architetto dei Savoia” – Edizioni Campisano Editore.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Vittorio Emanuele II: numeri da Re

Vittorio Emanuele II: numeri da Re

di Alessandro Mella 12/07/2017

Nel 2016, ricorse il centocinquantesimo anniversario della Terza Guerra d’Indipendenza italiana. La guerra all’Austria, mossa dal giovane stato italiano per restituire le Venezie ai confini naturali e nazionali, conflitto lungamente atteso e sospirato dal prode Giuseppe Garibaldi. Poche le celebrazioni, per lo più sotto tono per interessi politici contrastanti e miopi, pochi i prodotti della storiografia più o meno ufficiale. I pochi cenni e riferimenti sono stati quasi solo quelli degli storici maggiormente illuminati e non avvelenati da redditizi revisionismi. Fu un conflitto sfortunato con esiti e vicende contrastanti ma, malgrado le sfortune e qualche errore noti, con un profondo significato.
Gli Italiani seguitavano a costruire il proprio futuro ed il proprio destino sotto le insegne tricolori innalzate tanti anni prima dal Carlo Alberto, re di Sardegna. Vittorio Emanuele II, che non aveva grande acume strategico ma un coraggio da leone da tutti riconosciuto e spinto quasi all’incoscienza, volle i suoi figli con sé in quella lotta.

Gerolamo Induno: “Vittorio Emanuele II a cavallo” (particolare) – Olio su Tela, Museo del Risorgimento, Milano – 1861

Il principe Umberto (il futuro re buono) ed il principe Amedeo (duca d’Aosta e poi, per un breve periodo, re di Spagna) si esposero al fuoco ed alle sciabolate nemiche con non meno ardimento. Generali e politici fecero notare al re quanto fosse imprudente lasciarli andare avanti in modo così pericoloso, ma il sovrano non volle sentir ragioni. La sua Casa doveva contribuire attivamente al percorso unificante della nazione italiana ed i principi dovevano fare la propria parte e, se la storia l’avesse chiesto, non mancare di versare il proprio sangue al pari dell’ultimo fantaccino. Da anni il Piemonte ospitava i patrioti che fuggivano dagli stati preunitari ove venivano perseguitati dalle polizie asburgiche, borboniche o papaline. Casa Savoia aveva scelto, ormai da tempo, di rischiare tutto per una causa cui ormai l’Europa guardava con interesse e malcelato sospetto. E ciò avveniva già nel 1859, ai tempi della precedente guerra d’indipendenza, quando il re non aveva perso un’ulteriore occasione per dimostrare il proprio carattere, tutt’altro che imbelle: Io desidero rimanere vostro amico, ma non accetto imposizioni da nessuno. Del mio onore rispondo solo a Dio e al mio popolo. Nessuno farà mai abbassare la testa a un Savoia abituato a portarla alta da ottocentocinquant’anni” .
Oggi si dimentica, troppo spesso, quel ruolo che permise, unitamente all’apostolato di Giuseppe Mazzini, alla sciabola di Garibaldi ed alla lungimiranza di Cavour, di portare l’Italia ad un’unità sospirata da decenni.
Tale unità, purtroppo, pur condotta con serietà d’intenti non risolse tutti i mali dei molti popoli che vivevano sulla penisola e la costruzione dello stato risentì della prematura scomparsa dello stesso conte di Cavour. Tra le accuse mosse al Risorgimento, unico grande collante nazionale che ciecamente è oggetto di sciocche ricostruzioni o meglio demolizioni, è proprio di aver piemontesizzato lo stato. Cavour guardava più lontano: Cavour, (…) aveva già elaborato un vasto progetto di decentramento, ma la morte repentina che l’aveva colto di sorpresa nel pieno della sua attività gli aveva impedito di sottoporre all’approvazione della Camera questo suo fondamentale disegno riformatore. (…) Ma, a questo punto, vale tuttavia la pena di riassumere il progetto federalista di ispirazione cavouriana che il bolognese Marco Minghetti cercò invano di fare approvare dal Parlamento, perché merita una riflessione. Esso prevedeva quanto segue: Eliminazione del sistema centralizzato e concessione ampi poteri agli enti locali. Creazione di un ordinamento nazionale su base elettiva che consenta di conservare le tradizioni e i costumi delle popolazioni locali. A ogni Grande Provincia (leggi Regione) dovrà spettare il potere legislativo e l’autonomia finanziaria per quanto riguarda i lavori pubblici, l’istruzione, la sanità, le opere pie e l’agricoltura. Le Grandi Provincie e i Comuni dovranno ampliare le loro competenze e le rispettive basi elettorali estendendo il diritto di voto a tutti i cittadini iscritti da almeno sei anni nei ruoli delle imposte senza escludere gli analfabeti. I Sindaci non saranno più di nomina regia, ma dovranno essere nominati dal consiglio comunale eletto. Allo Stato spetteranno soltanto la politica estera, la difesa, i grandi servizi di unità nazionale (ferrovie, poste, telegrafi e porti), nonché un’azione di vigilanza e di controllo sull’operato degli enti locali. Considerato il tempo in cui questo progetto venne presentato, si deve ammettere che si trattava di un programma indiscutibilmente moderno e persino avveniristico, il che conferma la lucida preveggenza del conte di Cavour”.
03

Pittore Anonimo: “L’entrata di Vittorio Emanuele II a Venezia” (il 7 novembre 1866) – Olio su Tela

Gli eventi della grande storia offuscarono la memoria di molti e la cesa operata nel 1946 non giovò. La svolta repubblicana, infatti, invece di garantire continuità storica con il lungo percorso unificante volle rifondarsi una memoria propria recidendo le radici nazionali e, soprattutto, conducendo per decenni politiche fallimentari che furono terreno fertile per malcontenti al nord ma soprattutto in quel sud in cui il fiume carsico di denaro inviato fu mal investito e spesso oggetto di ruberie. Il malcontento sfocia, oggi, nei revisionismi. Argomento tipico di chi vuol male alla storia italiana è la scelta fatta da Vittorio Emanuele II al momento della sua proclamazione, nel marzo 1861, a re d’Italia. Scelse di mantenere il “II” e questo, per alcuni, è il peccato originale. Spesso gli si paragona le scelte fatte dai Borbone di Napoli, in particolare da Ferdinando IV di Borbone il quale, dopo il Congresso di Vienna, unite le corone di Napoli e Sicilia in quella delle Due Sicilie, mutò nome in Ferdinando I. Scelta legittima per sancire la nascita di un nuovo corso, più grandioso e glorioso ma anche desideroso di relegare al passato la memoria degli intellettuali impiccati nel 1799, delle figure e fughe non proprio eroiche nel periodo napoleonico e via discorrendo. Scelta di comunicazione, incensare il nuovo corso per annebbiare il vecchio agli occhi dei propri sudditi. A quel tempo la comunicazione politica passava anche da questi machiavellismi. Ma nel 1734 Carlo III di Borbone, sconfitti gli Asburgo a Bitonto, non mantenne il “III” in continuità con Carlo II d’Angiò? Così fu, la storia ma soprattutto chi la scrive, son spesso animati da grandi contraddizioni e vuoti di memoria (nota1).
Dunque il re di Sardegna, diventando re d’Italia, non si fece fautore a sua volta di un taglio netto con il passato dei suoi predecessori. Le ragioni furono molteplici ma alla fine molto semplici e del tutto palesi.
Qualcuno sostenne che non volesse essere confuso, proclamandosi “I”, con il suo avo omonimo. Ne aveva ragione? L’antenato non era per nulla deprecabile. Vittorio Emanuele I era asceso al trono sardo mentre i Savoia si trovavano in esilio coatto a Cagliari essendo Torino annessa al Primo Impero di Napoleone I. Aveva contribuito alla sconfitta del grande corso con le sue modeste forze, aveva ottenuto l’annessione al Piemonte dell’ambito sbocco sul mediterraneo con la Liguria e, messo al muro dalla rivoluzione piemontese del 1821, non volendo sparare sui suoi sudditi ma nemmeno tradire la parola data al Congresso del 1815, scelse di abdicare: “Era stato, come quasi tutti i Savoia, un re malinconico ma, che si era onestamente proposto il bene dei suoi sudditi, o per meglio dire quello ch’egli riteneva fosse il loro bene, e ora se n’andava appunto per non fargli del male o scatenando contro una repressione violenta o ingannandoli con una Costituzione che non avrebbe voluto mantenere. Alla bassezza cui era sceso Ferdinando di fingere di largirla per poi affidarne la revoca all’Austria, si rifiutò di arrivare”.
Vittorio Emanuele I, poi, aveva pur sempre anche la grande gloria d’aver fondato la benemerita arma dei Reali Carabinieri. Non vi era, dunque, ragione alcuna per rinnegarlo, per prenderne le distanze. Nemmeno il timore di essere confuso con lui nei testi di storia percorse il “padre della patria”. Aveva tanti difetti, ma non era certamente un vanesio e per sobrietà primeggiava. Tutte le sue biografie documentate, concordano su queste sue sfumature di carattere.
La ragione, dunque, è la più semplice e proprio per questo ai più sfugge. Suo padre aveva iniziato le guerre risorgimentali, aveva perduto tutto ed era andato a morire di dolore in Portogallo spegnendosi ad Oporto.
I suoi figli avevano conosciuto le palle di moschetto austriache, facendosi onore, ed Amedeo era rimasto perfino ferito. La sua Casa si era messa in gioco nel nome d’Italia e per l’Italia. Poteva aver commesso errori ed ingenuità? Forse sì ma certo i Savoia erano stati il collante, avevano mediato tra le diverse anime del Risorgimento e Vittorio Emanuele con tutte dialogava, cercava la concordia anche tra anime così inconciliabili come Cavour e Garibaldi. Proprio quest’ultimo, repubblicano e mazziniano financo socialista, non esitò a combattere alle parole “Italia e Vittorio Emanuele” riconoscendo nel Regno Sardo l’unico che potesse sostenere il percorso risorgimentale, avendo avuto l’interesse politico di unità nazionale. L’unico che la Costituzione l’aveva concessa, con Carlo Alberto lo Statuto Albertino, e non l’aveva revocata nemmeno nei momenti peggiori. L’unico regno i cui sovrani si erano esposti al fuoco nemico a differenza di tutti gli altri che, per inclinazione alla pigrizia o disinteresse o cecità, si erano ben guardati dal mettersi in gioco, destandosi tardivamente dal proprio torpore solo quando i propri troni erano ormai irrimediabilmente perduti e spazzati via dalla storia e dal cammino dei popoli. Vittorio Emanuele, quindi, aveva pieno diritto a riaffermare di fronte all’Italia ed alla storia che il grande passo di quel 1861 era stato compiuto grazie anche al contributo della propria corona. Era il compito, il ruolo e il traguardo raggiunto da una dinastia millenaria che, proprio con i fatti del ’66, pur dopo l’alloro non fermò il proprio ardore. Ecco perché le polemiche sui “numeri da Re” sono inutili e pretestuose in un’Italia che invece di cercare concordia ed unità si perde, ancora, in devastanti campanilismi secolari. Consumati con una birra in mano allo stadio o farneticando sulla rete e sui sociali. Lo diceva Umberto Eco con altre parole ma la sostanza, disgraziatamente, resta.

 

Note:
1) Del resto, anche Vittorio Amedeo II quando fu proclamato re di Sicilia prima e Sardegna poi, primo Savoia a cingere la corona regia dopo quella ducale, mantenne la propria originale numerazione. Legittima prosecuzione, poiché nuovi regni e nuovi titoli erano pur sempre conquiste in continuità con il proprio percorso in molte dinastie dalla storia consolidata.

 

Per approfondimenti:
_Arrigo Petacco, Vittorio Emanuele II a Napoleone III – Edizioni Il Regno del Nord, 2001;
_Arrigo Petacco, Roma o morte, 2011;
_Indro Montanelli, L’Italia Giacobina e Carbonara.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

1867: Stato e Chiesa, uniti contro il brigantaggio

1867: Stato e Chiesa, uniti contro il brigantaggio

di Aldo Alessandro Mola 04/07/2017

Centocinquant’anni orsono Regno d’Italia e Stato Pontificio concordarono nella lotta contro il brigantaggio. Il 24 febbraio 1867 Leopoldo Lauri, comandante dei papalini per la zona di Frosinone, e il maggior generale Luigi Fontana dell’Esercito italiano siglarono a Cassino la “convenzione” che autorizzò i propri militari a inseguire i briganti oltre i confini dei rispettivi Stati. Scese la spada di Dàmocle su tutti quegli individui, che non si sentivano rappresentati dai due stati, i quali sfruttavano il terreno favorevole per le loro azioni di disturbo. Senza enfasi e in tono sommesso il governo di Pio IX riconobbe il diritto dell’Italia ad annientare il banditismo, dal 1860 spacciato come opposizione legittimista all’annessione del Mezzogiorno alla corona sabauda. L’accordo fu preceduto dai bandi del delegato apostolico, monsignor Luigi Pericoli, per “la più efficace e pronta repressione del flagello brigantaggio che infesta le province di Velletri e Frosinone”.
Esso maturò in un contesto preciso: in forza della Convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 (che comportò anche il trasferimento della capitale da Torino a Firenze), Vittorio Emanuele II garantiva l’incolumità dello Stato pontificio, dal quale Napoleone III ritirò le sue truppe, ma Pio IX era tenuto a mantenere l’ordine al proprio interno. Il via-vai di “bande” (fossero briganti, fossero insorgenti politici, magari anche mazziniani, protocialisti e anarchici) sul confine tra i due Stati avrebbe legittimato l’intervento italiano. Il papa non aveva riconosciuto il re d’Italia, ai suoi occhi usurpatore, anzi aveva scomunicato lui, il suo governo e parlamentari e tutti gli “agenti” del sovrano, ma non aveva mai “benedetto” il “grande brigantaggio”, ormai privo di supporti internazionali mentre l’Italia si accingeva a sedere per la prima volta nella Comunità internazionale (Londra, aprile 1867). Neppure Pio IX aveva mai pensato di classificare il banditismo come “guerra civile”.

Horace Vernet: “Briganti italiani sorpresi dalle truppe Pontificie”, 1831 – Walters Art Museum, Baltimora

In effetti, per sua fortuna, l’Italia non ha mai vissuto una vera guerra civile. Meno che meno nel Mezzogiorno, che, con il plebiscito del 21 ottobre 1860, dichiarò anzi di volere “l’Italia una e indivisibile, con Vittorio Emanuele II re costituzionale e suoi legittimi discendenti”: una scelta senza alternative, una prima grande “festa nazionale”. Il Paese è stato ed è teatro di lotte tra bande (e tante banderuole), ma neppure nell’antichità conobbe guerre civili.
Le parole hanno un significato preciso: “guerra civile” è quella combattuta tra cittadini di uno stesso Stato per l’avvento di un regime diverso. Fu Teodoro Mommsen a classificare “guerre civili” quelle dell’antica Roma, tra Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, tra Cesare e Pompeo: una formula generica, posticcia e anacronistica. La successiva contrapposizione tra Caio Ottaviano Augusto e Marco Antonio fu tra due modelli di Impero: fra l’Egitto di Cleopatra e Roma, tra Potere Sacro e potere elettivo, tra Oriente e Occidente. A suo modo “guerra di religione”, semmai.
Crollato l’Impero Romano, dopo secoli durante i quali fu ridotta a preda di vari potentati e di diverse etnie e dopo la greve età franco-napoleonica (1796-1815), l’Italia risorse con due generazioni di patrioti e di guerre per l’indipendenza, l’unità e la libertà. Ora Fabio Andriola, saggista autorevole, afferma che “il tema del Risorgimento e del Regno delle Due Sicilie è dettata (sic) anche da una semplice constatazione: fu una guerra civile perché combattuta da italiani (…)”. Avvalora questa interpretazione aggiungendo che nelle vene dei Borbone di Napoli “scorreva sangue italiano (…) come sono italiani quanti guardano oggi a quel regno con nostalgia e rimpianto”.
Lasciati dove sono gli alberi genealogici delle varie dinastie europee – solo da Carlo Alberto, i Savoia predilessero la propria “italianità” rispetto a precedenti opzioni: tutt’uno con la sostituzione “dell’azzurra coccarda sabauda” col “tricolore italiano” ideato da Luigi Zamboni e Gianbattista De Rolandis -, occorrono alcune precisazioni di metodo e di merito per evitare che dilaghino nuove fiabe nella “narrazione” della storia d’Italia.
Richiederebbe molto spazio ma basta un rigo per ricordare la separazione logico-cronologica fra “italici” (abitanti del luogo geografico detto Italia) e“italiani” (cittadini del regno d’Italia dal marzo 1861). Persino i fautori delle leggi razziali proposero di considerare “italiani” quanti documentassero di avere antenati residenti in Italia dall’inizio dell’Ottocento. Per secoli gli abitanti dello “spazio Italia” si scannarono a vicenda, sia per conto dei dominatori di turno sia per appetiti propri. Ma le loro erano lotte di fazioni, non “guerre civili”. Certo, anche Alighieri e Petrarca invocarono l’“’Italia”. Ma Dante se l’aspettava dall’imperatore Arrigo VII; Petrarca la sognava mentre era ad Avignone, alla corte del papa “captivo”. Come detto, seguirono secoli di dominazioni straniere e di umiliazioni. Gli “italiani” servirono i potenti di passo. Succubi.
Tra il 1859 e il 1860, grazie alla sequenza di eventi, parte preparati da tempo parte fortuiti, ed anche con patenti violazioni del diritto internazionale (che del resto era agli albori ed è tuttora un cerotto sulle ferite aperte dal braccio di ferro tra potenze grandi e/o piccole, basta che siano armate e temibili), Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, acquisì gran parte dell’Italia Centro-settentrionale e le Due Sicilie.
Fu una guerra “tra italiani”? Fu una “guerra civile?” No.
Anche se è ben noto, va ricordato che nel 1859 l’Italia era frantumata in sette diversi Stati. Il “Lombardo-Veneto” era parte dell’Impero d’Austria. Il ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana avevano sovrani due Asburgo. Il ducato di Parma e Piacenza, “a noleggio”, era tornato a un Borbone, la stessa Casa che ancora regnava sulle Due Sicilie: regnanti che usavano promulgare e successivamente revocare costituzioni. Loro unica sponda era rimasta Isabella II di Borbone, regina di una Spagna da decenni insanguinata dalla lotta dei fautori di don Carlos contro cristianisti e isabellini: non guerra civile, ma dinastica. Altrettanto era avvenuto in Portogallo. L’intera Europa era un groviglio di lotte di potere spacciate per “nazionali”, sulle cui pulsioni vennero catapultati, per imbrigliarle, sovrani eterodiretti: Saxe-Coburgo, Hohenzollern.
Nel 1870 Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, fu eletto re di Spagna dalle Cortes di Madrid, per meditata pressione del generale Prim, vittima di un attentato mortale proprio mentre il nuovo sovrano vi metteva piede.
Il “riassetto” dell’Europa orientale andò avanti per secoli nelle terre già soggette ai turco-ottomani. Meglio un qualunque euro-occidentale che un “governatore” del Sultano. Lì non ci furono “guerre civili” ma d’indipendenza, con il sostegno estero e pattuizioni internazionali, pilotate dalle Grandi Potenze – Francia, Russia, Prussia – e infine accettate obtorto collo dalla Sublime Porta di Istanbul.
L’unione del Mezzogiorno alla corona di Vittorio Emanuele II nel 1860 fu tutt’altra cosa, anche se coeva. Ricordiamo i fatti, fondamento di ogni valutazione. Il 6 settembre Francesco II di Borbone, abbandonato da gran parte dei sudditi (a cominciare da molti ufficiali) lasciò Napoli e si asserragliò tra Capua e Gaeta per organizzare l’offensiva contro Giuseppe Garibaldi, che l’indomani arrivò in treno nella capitale con appena sei persone al seguito e ne prese possesso, come ricorda Aldo G. Ricci in “Obbedisco” (Ed. Palombi). L’autorità del re era evaporata da quando, assunto il controllo della Sicilia, passato in Calabria e spezzata l’ultima resistenza borbonica a Soveria Mannelli, Garibaldi mostrò di rappresentare l’Ordine Nuovo. La sua impresa non era “guerra civile” ma detonatore dell’insorgenza della Sicilia contro il Borbone, come nel 1820 e nel 1848, quando l’Assemblea dell’Isola del Sole conferì la corona a Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto. memore che Vittorio Amedeo II ne era stato Re dal 1713.
Il 2 ottobre Garibaldi sconfisse i borbonici al Volturno: una battaglia vera, campale e di manovra. Il Borbone rimase assediato in attesa di aiuti dall’estero: Napoleone III? La Spagna? Un Congresso europeo?

Museo Torre di San Martino della Battaglia. Particolare dell’affresco raffigurante i combattimenti nei pressi dell’arco di Adriano a Santa Maria Capua Vetere, durante la Battaglia del Volturno del 1860.

In settembre, previa dichiarazione di guerra, l’esercito di Vittorio Emanuele II avanzò nell’Umbria e nelle Marche e travolse l’esercito pontificio a Castelfidardo, col viatico di Napoleone III che aveva raccomandato “fate, ma fate in fretta”. Fra Terra del Lavoro, Molise e Abruzzi bande di borbonici e di popolani aggredirono i “liberali”. Il 30 settembre ne massacrarono molti a Isernia. Il 3 ottobre Vittorio Emanuele assunse il comando dell’Esercito ad Ancona e avanzò verso Sulmona-Isernia. Con aspri combattimenti, il 20 ottobre un corpo dell’Armata sarda agli ordini di Enrico Cialdini sbaragliò i borbonici comandati da Luigi Scotti-Douglas e sorretti da “bande” contadine, forzò il passo del Macerone e irruppe verso Gaeta. Il 26 Garibaldi, a Vairano Catena, presso Teano, salutò “il primo re d’Italia” e gli “passò le consegne”. Giunto a cavallo, Vittorio Emanuele II, proseguì verso Napoli per assicurare ordine e stabilità. L’Eroe si ritirò a Caprera. La sua “missione” era conclusa.

Pietro Aldi: L’incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Affresco del 1886 nella sala del Palazzo Pubblico di Siena.

Francesco II di Borbone ordinò la resistenza. Quel conflitto può essere classificato nella modalità di un re contro un altro re. Nessuno, però, né allora né poi, parlò di “guerra civile”. Arroccato a Gaeta, Francesco II non si arrese. Dopo un lungo assedio e il pesante bombardamento della città fortificata, il 15 febbraio ne partì con la consorte, Maria Sofia di Wittelsbach, sorella dell’imperatrice d’Austria, Elisabetta (“Sisi”, erroneamente detta Sissi), sul vascello inviato da Napoleone III: alla volta di Terracina, donde proseguì per Roma, accolto dal papa come sovrano. Non abdicò mai. In suo nome ufficiali e volontari accorsi da vari paesi europei (Spagna, Francia, Austria, Svizzera…) organizzarono l’opposizione armata contro il regime avallato dal plebiscito, proclamato dal Parlamento nazionale il 14 marzo 1861 e via via riconosciuto da potenze estere.
Dunque l’insorgenza armata, presto degenerata nel “grande brigantaggio“, non fu “guerra civile”: semmai fu la coda del conflitto iniziato con lo sbarco di Garibaldi a Marsala l’11 maggio e proseguito con l’irruzione di Cialdini. Il rifiuto di Francesco II di accettare la debellatio ebbe due conseguenze: anzitutto i militari borbonici catturati e refrattari alla nuova legittimità rimasero prigionieri di guerra, nelle condizioni dell’epoca; in secondo luogo, l’opposizione fu alimentata da tre componenti: nuclei di militari sguinzagliati e finanziati dal sovrano sconfitto in vista di possibile riscossa; antico malessere socio-economico di vaste plaghe oggettivamente arretrate (non certo per colpa dei Savoia), aggravato dal collasso del regime borbonico; clero terrorizzato dalla statizzazione dei beni ecclesiastici e forte di vasto seguito popolano, oscurantista e illiberale, in terre ove persino la Costituzione del 1848 aveva “vietato” qualunque culto diverso dal cattolico, ai danni di ortodossi, evangelici, riformati e israeliti. Nel Mezzogiorno accorsero inoltre volontari, parte idealisti parte venturieri, taluni fanatici, con le spalle volte alla modernità, per alzare insieme la bandiera del Borbone e quella del papa.
Messo alle strette, il regno d’Italia dovette cauterizzare la piaga del brigantaggio mentre la maggior parte degli Stati stava a guardare, dubbioso che reggesse alla prova. A tutti faceva comodo che l’Italia rimanesse lacerata e sanguinante. Sarebbe stata condannata per sempre al rango di ultima potenza, perpetuamente debole. Tanto valeva sconfessare Risorgimento e unità nazionale. Alcuni, delusi, lo scrissero. Il governo seguì invece la linea dettata dal generale Manfredo Fanti sin dal bando di Isernia del 23 ottobre 1860: applicazione del codice penale militare contro quanti si opponessero alle autorità legalmente costituite.

Bartolomeo Pinelli: Viaggiatori assaliti dai briganti, dipinto, 1817 – Dorotheum, Vienna

Il 15 agosto 1863 il Parlamento approvò la legge proposta del deputato abruzzese Giuseppe Pica: più attento accertamento della colpevolezza di ribelli e malavitosi, assegnazione dei sospetti a domicilio coatto e mano tesa a quanti volessero rientrare nei ranghi. Pur riconosciuto da importanti Stati (ma non ancora dalla borbonica Spagna), il regno rimaneva in ansia. Non aveva ancora né codici unitari, né una sola banca di emissione della moneta (questa per decenni rimase un sogno). Però dal 1866, dopo l’annessione di Venezia e la fallita insurrezione repubblicana di Palermo, fu chiaro che lo Stato avrebbe retto. Perciò anche Pio IX concluse che i monasteri non dovessero più fare da base o rifugio di criminali e che bisognava trovare un modus vivendi con lo “scomunicato” Monsù Savoia.
Nel 1869 il brigantaggio meridionale risultò praticamente estinto: proprio mentre iniziavano rivolte nell’Italia settentrionale contro la tassa sulla macinazione delle farine e, per una delle tante svolte della Storia (che procede a zig-zag, anziché secondo linee rette), grazie alla sconfitta di Napoleone III a Sedan il governo italiano decise di irrompere nel Lazio e annettere Roma (previo plebiscito) prima che qualcuno vi proclamasse una terza repubblica. Era il Venti Settembre 1870: una data da festeggiare. Neppure Porta Pia fu un capitolo di “guerra civile”: quel giorno venne realizzato il sogno di Camillo Cavour e di due generazioni di patrioti. Vide il coronamento del “miracolo” del Risorgimento, ricostruito da Domenico Fisichella, politologo e storico designato Premio alla Carriera nel 50° del Premio Acqui Storia.
Molto più che di presunte “guerre civili” tempo è venuto di scrivere la storia della cosiddetta“zona grigia”, cioè di quella stragrande maggioranza di Italiani che rimasero spettatori delle tenzoni ideologiche e partitiche e che allo Stato chiesero sicurezza e servizi in cambio dell’esosa fiscalità che li opprime. E’ quanto chiedono anche oggi al di là del baccano di tanti “movimentisti” e “marciatori” senza meta. Occorre fare: in direzione dell’Italia. Anche la chiesa è chiamata a fare la sua parte, come al tempo del resipiscente Pio IX.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading