Category Archives: homines

Le abilità diplomatiche del torinese Costantino Nigra

Le abilità diplomatiche del torinese Costantino Nigra

di Gianluigi Chiaserotti 07/06/2018

Costantino Nigra (1828 – 1907) è stato un filologo, poeta, diplomatico e politico italiano. Nacque il giorno 11 giugno del 1828 presso Villa Castelnuovo, in provincia di Torino, da Ludovico Nigra e Anna Caterina Revello.
Il padre lavorò come cerusico locale e partecipò dapprima come soldato dell’armata di Napoleone Bonaparte e quindi ai moti insurrezionali monarchico-liberali del 1821. La madre Anna Caterina era imparentata a Gian Bernardo De Rossi, un orientalista molto apprezzato a livello internazionale.

Nigra fu Inviato a Parigi da Cavour per ingraziarsi Napoleone III, fu amante della contessa di Castiglione che utilizzò per sedurre l’imperatore.

Costantino fu molto legato ai suoi genitori e ai suoi fratelli, in particolar modo al fratello minore Michelangelo che a causa di uno spericolato gioco di Costantino perse un occhio in tenera età.
Compì i primi studi a Bairo ed in seguito ad Ivrea, dove concluse il secondo ciclo scolastico. Nel 1845, grazie ad una borsa di studio, poté iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, nonostante il grande interesse per la poesia e la letteratura. Nel corso degli studi universitari non nascose (1848) il sostegno al conflitto bellico del Piemonte con la potenza imperiale austriaca, tanto che decise di arruolarsi nel corpo dei bersaglieri studenti, come volontario. Partecipò alle battaglie di Peschiera del Garda, Santa Lucia e Rivoli, dove fu ferito ad un braccio.
Già l’anno seguente rientrò a combattere, assistendo alla sconfitta di Novara. Ripresi gli studi dopo la parentesi bellica, il Nostro riuscì a laurearsi in giurisprudenza nell’università torinese. Nigra portò all’attenzione degli italiani una nuova forma di poesia, l’epico narrativa.
Prestò servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D’Azeglio ed in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto.
Due anni dopo, nel 1858, il Nigra fu inviato in missione segreta a Parigi per concretizzare l’ipotesi di alleanza decisa a Plombières tra Napoleone III e Cavour e progettare la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco.
Ministro, poi ambasciatore a Parigi dal 1860 al 1876, e nel 1864-1866 non esitò ad insistere sul generale Alfonso Ferrero La Marmora per indurlo alla guerra all’Austria, facendo propria l’idea di un’azione anfibia garibaldina oltre Adriatico, in appoggio ad un’insurrezione che avrebbe dovuto divampare dalla Dalmazia sino all’Ungheria. Profondamente inserito il Nigra nella società francese del Secondo Impero, le di lui simpatie per Napoleone III e per la Francia non fecero mai velo ad una precisa visione degli interessi italiani, inducendolo ad appoggiare interamente la politica del Ministro degli Esteri Emilio Visconti-Venosta contro un’alleanza con la Francia. Svolse così un ruolo determinante nella politica estera italiana per il completamento del processo di unificazione dell’Italia dopo la morte di Cavour avvenuta nel 1861.
Divenne in seguito, come di già detto, ambasciatore italiano a Parigi (1860), San Pietroburgo (1876), Londra (1882) ed infine a Vienna (1885), dove tenne una linea di leale osservanza della Triplice Alleanza. Durante il suo mandato a Parigi, Costantino Nigra contribuì ai negoziati che portarono, grazie al consenso di Napoleone III, alla conclusione dell’Alleanza italo-prussiana del 1866.
Nel 1870, quale ambasciatore a Parigi, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, nella quale l’imperatore stesso venne fatto prigioniero, il Nostro rimase quindi l’unico amico dell’imperatrice Eugenia de Montijo, nominata reggente e poiché il popolo era insorto proclamando la Repubblica, Nigra l’aiutò a fuggire ed a mettersi in salvo. Nel 1887 rifiutò la carica di Ministro degli Esteri, offertagli dal re Umberto I di Savoia.
Costantino Nigra fu creato conte di Villa Castelnuovo con R. D. 21 dicembre 1882 e con RR. LL. PP. del 4 marzo 1896, e quindi il 4 dicembre 1892 Senatore del Regno [ai sensi dell’art. 33, Categoria 6 (gli Ambasciatori), dello Statuto Albertino], nonché Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata il 5 giugno 1892 quale creazione numero 632 dall’istituzione dell’Ordine. Nel 1896 socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, Nigra collaborò con accademie italiane e francesi, oltre che con riviste filologiche italiane, francesi e tedesche.

La Villa Castelnuovo (To), sede di Costantino Nigra, oggi in stato di completo abbandono.

Fu esponente della Massoneria, regolarizzato presso la loggia Ausonia di Torino nel febbraio 1860. Venne eletto gran maestro del Grande Oriente d’Italia il 3 ottobre 1861 pochi mesi dopo la morte di Cavour, ma, nel novembre dell’anno successivo, rinunciò all’incarico.
Fra le ragioni che possono aver spinto a lasciare la gran maestranza, vi è il fatto che Nigra rimaneva ambasciatore d’Italia in Francia in un momento in cui la massoneria italiana, repubblicana e garibaldina, aumentava la propria distanza dal Secondo Impero.
Nella propria lettera di rinuncia, Nigra faceva comunque diplomaticamente cenno alla propria disponibilità a rappresentare il G. O. I. presso il Grande Oriente di Francia (G. O. D. F.). Tra le altre ragioni, vi era forse anche l’imbarazzo per un sincero monarchico di guidare un’istituzione che negli anni Sessanta era divenuta vieppiù repubblicana. Nel 1894 Nigra fu protagonista di un caso piuttosto discusso, ovvero della distruzione di un pacco di lettere, scritte di pugno da Cavour all’amante Bianca Ronzani, che il senatore aveva rinvenuto presso un collezionista viennese, disposto a cederle per la somma di mille lire e la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia. Avuto il preventivo assenso alla concessione dell’onorificenza da parte di Umberto I, Nigra concluse la transazione e, alla presenza di testimoni, bruciò le 24 lettere che componevano questo epistolario cavouriano.

Nella foto: Nuora Teresa col Duca Genova e amici a Villa Castelnuovo.

Il contenuto delle missive, ritenuto piccante e disdicevole, fu la motivazione ufficiale per quell’atto distruttivo del patrimonio storico, che avrebbe potuto chiarire alcuni aspetti degli ultimi mesi di vita del grande statista italiano.
Il conte Costantino Nigra morì a Rapallo il giorno 1 luglio 1907 e fu sepolto nel suo paese natale, attualmente denominato Villa Castelnuovo Nigra.
Tra le sue opere ricordiamo: “La rassegna di Novara del 1861” (1875); “La gondola Veneziana (barcarola)” (1863); “Le reliquie Celtiche” (1872); “Canti popolari del Piemonte” (1888); “La chioma di Berenice” (elegia di Callimaco con testo in lingua latina di Catullo, 1891); “Inni di Callimaco su Diana e sui lavacri di Pallade” (traduzione, recensione e commento da Callimaco, 1892), e “Idillii” (1903).
Postumo (1926-29) fu pubblicato il carteggio Cavour-Nigra.

 

Per approfondimenti:
_Fernand Hayward “Storia della Casa di Savoia”, [traduzione di Amedeo Tosti del francese “Histoire de la Maison de Savoie” (Ed. Denoël Parigi)], Vol. I, Arti Grafiche “F. Cappelli”, Rocca San Casciano, gennaio 1955, passim;
_Francesco Cognasso “I Savoia”, dall’Oglio, editore, Milano 1971, passim;
_Gioacchino Volpe, “Scritti su Casa Savoia”, Giovanni Volpe Editore, Roma 1983.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Umberto II, il Re gentiluomo

Umberto II, il Re gentiluomo

di Giuseppe Baiocchi del 18/03/2018

Sua altezza reale Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia, abbreviato Umberto II è stato l’ultimo Re di Italia. Spesso gli italiani si sono interrogati sull’eventuale colpa della monarchia: guerra, fascismo, sconfitta. Questa che sto per raccontarvi è una tragedia che rimane, ancora oggi, al centro di una delle tante coscienze nazionali irrisolte del nostro paese.
La casa reale sabauda ha avuto un disegno politico lungo mille anni che, per noi contemporanei, si traduce in uno straordinario patrimonio in opere architettoniche, pittoriche, ambientali, e di istituzioni culturali.

Umberto II, nato Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia (1904 – 1983), ultimo Re d’Italia. ©collezioni MauryFert.

Nella grande muraglia del passato, quale è stato il ruolo di Umberto negli eventi che videro la fine della casata dei Savoia? Raramente se ne parla, quasi questo argomento per la Repubblica sia veramente un tabù. Il tempo passa e la storia si dimentica.
Attraverso lo studio di saggi storici di comprovata veridicità e fonti di archivio ho cercato di ricostruire gli eventi seguendo meramente i documenti storici, senza scendere nella soggettività. Questo articolo vuole essere un’inchiesta, ma è soprattutto una tragedia umana, una favola triste sullo sfondo di un secolo tremendo.
Nato nel 1904 dal matrimonio di Elena (principessa del Montenegro) e Vittorio Emanuele III (Re di Italia) è il terzogenito di quattro figli, unico erede maschio. Cresciuto nell’affetto e nella deferenza di gentiluomini e gentildonne all’interno di meravigliose ville e giardini, Umberto riceve una rigida educazione, vivendo la sua infanzia molto lontano dalle tragedie e dalle catastrofi della successiva storia italiana e Europea.
Nell’immensa e sanguinosa strage della prima guerra mondiale, la pace Europea significherà una serie di tanti irreparabili eventi, ma per le monarchie è un vero terremoto. Molte di queste vengono abbattute e solo l’imperialismo inglese di Re Giorgio V si rafforza. L’Italia, uscita vincitrice dal conflitto, diventa la seconda monarchia Europea dopo la scomparsa dell’impero zarista russo nel 1917 con l’omicidio dello Zar Nicola II (trucidato nel 1918) da parte delle forze bolsceviche (nel 2008 l’esecuzione reale è stata condannata, come omicidio sommario, dal tribunale russo) e dopo la caduta dell’Impero Austro-Ungarico che viene soppiantato da un potere borghese-massonico tutto francese e anglo-americano.
Per Umberto, questo periodo coincide con la fine della propria infanzia che vede l’allontanarsi del padre il quale passerà la guerra al fronte. La guerra è stata l’uovo del drago, dal quale sono nati mostri assetati di sangue: fascismo, bolscevismo, nazismo. Il precettore di Umberto è l’ammiraglio Conte Attilio Bonaldi che lo allevò con incredibile severità: Umberto doveva essere ubbidiente, non doveva mai discutere un ordine, mai permettersi una opinione. Nel 1921 a soli diciasette anni è già un personaggio pubblico. I Savoia erano una dinastia militare e il principe ereditario doveva essere un militare anche lui. Le qualità di Umberto sul finire dell’adolescenza non piacevano a Bonaldi, poiché il principe era gentile, cortese, allegro, elegante e obiettivamente bellissimo. 
La Marcia su Roma il 28 ottobre del 1922 porterà, come è noto, il fascismo al potere. Un potere dovuto ai 306 deputati (di cui 35 del partito nazionale fascista) che votarono la fiducia al Governo di ampia coalizione presieduto dall’onorevole Benito Mussolini . Casa Savoia, stanca della mancanza di riforme e figuracce internazionali come la sconfitta di Adua del 1896, lascia agire Mussolini e gli accorda la fiducia. Comincia così quella tempesta, che porterà alla distruzione il vecchio ordine delle cose.
Oltre a quella fascista, c’era ancora un’altra destra in Italia e in Europa che si plasma intorno alle antiche famiglie reali con le loro coorti, i loro gentiluomini e le loro gentildonne con il loro seguito di aristocratici: principi, duchi, marchesi, conti. Questo mondo si darà convegno a Napoli il cinque novembre del 1927 per le nozze di Amedeo, figlio del duca d’Aosta (in abito meharista) con Anna, figlia del duca di Guisa della famiglia reale francese. I gioielli di Anna appartenevano alla regina francese Maria Antonietta ghigliottinata durante la rivoluzione. Scrive il Corriere della Sera il giorno dopo il matrimonio: “a voler rifare la genealogia della nuova principessa sabauda, una stirpe così pura e antica, bisognerebbe ripercorrere mille anni di storia” e segue un elenco di antenati celebri: “San Luigi, tre imperatori di Bisanzio, tutti i Re di Francia, di Navarra, di Spagna, quelli di Napoli, delle Due Sicilie, d’Ungheria, di Polonia”.

Napoli 5 novembre 1927 – Nozze delle altezze reali Amedeo di Savoia Duca delle Puglie con la Principessa Anna di Francia. ©collezioni MauryFert

Tornando sul principe di Piemonte Umberto, quasi un attore del cinema americano, egli commosse milioni di donne facendosi vero e proprio mito per l’universo femminile. Molte donne confessarono il loro amore per il principe come per Tancredi o Rinaldo. In fondo al cuore di tutte, era il figlio del Re: un mito irraggiungibile. Se aggiungiamo la grande cortesia, la disponibilità, la mitezza con un fondo di riservatezza e di tristezza, sarà sempre molto stimato dal popolo.
Nel 1928 Vittorio Emanuele III, chiese ad Umberto (all’epoca aveva 24 anni) di intraprendere un lungo viaggio: andrà in Egitto, in Eritrea, in Somalia italiana e in Palestina. Per la sua formazione doveva assolutamente lasciare l’Italia. Tornato in patria, a Torino, il Principe del Piemonte era diventato amico di una attrice di spettacolo Carolina Mignone con la quale era stato visto spesso. Molti millantano un amore, altri una semplice avventura, ma il Re non voleva scandali e “Milly”, così veniva chiamata da Umberto, doveva uscire dalla vita del Principe ereditario. Umberto si congedò da Mignone con gentilezza, le regalò un anello e le disse: “si ricordi che le persone che mi sono care lo saranno per sempre. La mia amicizia per lei non finirà mai”.

Nella foto di sinistra, il Principe di Piemonte Umberto di Savoia sbarca ad Alula (22 marzo 1928), in Migiurtinia, nella Somalia italiana, accompagnato dal Governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon. Nella foto di destra l’attrice Carolina Mignone.

Non si conoscono molti altri grandi amori del Principe, che inizia ad essere controllato  dall’OVRA (la polizia segreta del regime, ufficializzata con le leggi fascistissime del 1925) che aveva un intero dossier (mai ritrovato) su di lui.
Nel 1929 Vittorio Emanuele III, inaugura la XXVIII legislatura. Questo sarà un anno di grandi mutazioni sia in Italia, che nel mondo. Il Re affronta i tempestosi tempi nuovi, rimanendo legato alle tradizioni e al cerimoniale monarchico. “Coloro che non hanno conosciuto l’Ancien régime non potranno mai sapere cos’era la dolcezza della vita” asseriva il principe di Benevento Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord. Le guardie con i cappelli impennacchiati, le vesti multicolori, gli ornamenti dorati, i paramenti scarlatti, le guardie del Re, gli ufficiali, i trombettieri e i musici sono uno spettacolo abbagliante durante tutta la cerimonia. 
Il Re aveva accettato la dittatura fascista senza entusiasmo, come il minore dei mali: “i governi  erano destinati a durare qualche anno, le dinastie secoli”.
Ma Vittorio Emanuele III aveva sottovalutato la manovra politica di Benito Mussolini che nel 1925 con le leggi definite “fascistissime” aveva inserito una modifica allo Statuto Albertino dove si ratificava che il principe ereditario di Vittorio Emanuele III (Umberto, appunto) sarebbe stato eletto direttamente dal Gran Consiglio del fascismo. Dunque un gravissimo “scacco al Re” – un tradimento alla fiducia accordata in quel 1922. Una manovra di ricatto, che Mussolini userà per controllare abilmente la monarchia italiana e tenerla sotto controllo. Per il maestro di Predappio la monarchia doveva essere sottoposta al fascismo.
Sempre nel 1929, ci fu la conciliazione tra stato italiano e vaticano. Umberto con le sorelle visiterà quello stesso anno il Papa e per il principe piemontese fu un evento di particolare gioia, essendo di grande fede cattolica. Della corte papale facevano parte, per diritto ereditario, le grandi famiglie dei principi romani: i Colonna, gli Orsini, i Borghese, gli Odescalchi, i Patrizi, i Ruspoli con i loro castelli nell’agro-romano e i loro splendidi palazzi rinascimentali, barocchi o settecenteschi. Umberto sarà lieto di frequentare quel mondo, prima separato dai Savoia e di essere riconosciuto, con la benedizione del Papa, come principe ereditario.
Ma il 1929 è ricordato per la catastrofe economica che colpisce la finanza statunitense che sconvolgerà l’Europa. Una serie di fallimenti industriali colpiranno il vecchio continente nel quale avviene un crollo dei consumi e si presenta un forte stato di disoccupazione dalle conseguenze gravissime.
Questa crisi sarà la premessa al secondo conflitto mondiale.
Nel frattempo Umberto, sempre nel 1929, è a Bruxelles dove annuncia il fidanzamento con quella che poi sarà sua moglie Marie José di Sassonia Coburgo-Gotha – figlia del Re del Belgio. Sempre a Bruxelles un giovane studente anti-fascista Ferdinando De Rosa, si fece largo tra la gente e gli sparò un colpo di rivoltella: Umberto rimase impassibile, tanto da far impressione ai belgi presenti. Alla corte del Belgio, si poteva incontrare il meglio della cultura Europea: da Einstein a Claudel, da Pau Casals a George Bernard Shaw.
Il matrimonio sarà celebrato a Roma il 28 Gennaio del 1930. Per Maria José sarà indubbiamente un matrimonio d’amore, con Umberto che aveva ventisei anni e lei ventiquattro. Da anni lei era destinata a lui, fantasticando spesso sul momento delle nozze, mentre per Umberto il matrimonio era un altro dei suoi doveri, che da futuro Re, doveva ottemperare dovendo consegnare un erede maschio al trono. Non sarà un matrimonio semplice.

Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001), nata principessa del Belgio, fu l’ultima regina d’Italia come consorte di Re Umberto II.

La principessa indossava un vestito confezionato dalla sartoria Ventura di Milano con uno strascico lungo ben sette metri con in capo un antico velo di merletto bianco sormontato da un diadema di casa Savoia, ornato di pietre preziose; il tutto disegnato dalla mano dello stesso principe ereditario. Dopo le nozze avvenne la visita in vaticano. La prima residenza dei principi di Piemonte sarà nella vecchia capitale sabauda Torino, dove Umberto si trovava benissimo. Ha molti amici nell’alta società torinese, tra cui Edoardo Agnelli il quale, se non fosse morto troppo presto, avrebbe ereditato il grande impero economico della FIAT.
Sotto la superficie della cortesia mondana Umberto è attento alle realtà del potere, ancora presenti in Europa, legate al mondo delle dinastie.
Il “mestiere di moglie” di José comprende la presenza alle cerimonie, alle inaugurazioni, ma soprattutto mai occuparsi delle questioni statali. Maria José poteva andare continuamente in vacanza, ma questa pratica annoiava la principessa, che preferiva impegnarsi in prima persona nelle questioni culturali e sociali.
La figlia del Re belga era interessata all’arte, alla filosofia, alla letteratura: non era certamente antifascista, ma frequentava intellettuali molto lontani dal regime, tra i quali Benedetto Croce o Umberto Zanotti Bianco. Più tardi nel 1946 confesso all’amico Zanotti Bianco “sento in qualche modo di dover espiare la fede che ho avuto in Mussolini. La sua vitalità allora mi aveva affascinato”.
I coniugi lasceranno Torino per trasferirsi a Napoli: lo spirito poco assoggettabile al regime, rendeva la cultura partenopea affine ad entrambi, i quali avevano ormai una forte diffidenza verso la politica estera di Mussolini, sempre più aggressiva contro le potenze europee con le quali i Savoia avevano relazioni centenarie.
Ma gli anni scorrono veloci e ci portano al discorso di Benito Mussolini a Piazza Venezia il due ottobre del 1935: il Duce della oramai passata “rivoluzione fascista” annuncia la guerra contro l’Etiopia e agli italiani promette l’impero. “Un ora solenne sta per scoccare nella storia della patria. Durante tredici anni abbiamo pazientato mentre si stringeva, attorno di noi, sempre più rigido il cerchio che vuole soffocare la nostra irrompente vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni! Ora basta!”.
Maria José parte infermiera della Croce Rossa per la guerra, il marito Umberto resta in Italia: per lei è la grande avventura. La guerra in Etiopia è un successo, il regime arriverà all’apice dei consensi storici. Pietro Badoglio, capo delle forze armate coloniali in Abissinia entra a Roma da trionfatore, ma nonostante il successo anche il maresciallo è sfavorevole all’alleanza con la Germania nazista di Hitler, che si andava prospettando.
Anche la principessa belga torna in Italia ed è convinta, come la maggior parte degli italiani, che l’Impero assicurerà agli italiani grandezza e prosperità. Gli eventi, come tristemente noto, precipitarono nel giro di pochi anni. La politica agricola completamente errata del Regime che basò tutto sulla agricoltura auspicando uno stato rurale, dopo tre rivoluzioni industriali, fa entrare l’Italia in crisi economica – crisi che può essere superata solo con una guerra, dove come detto lo spazio etiope si presentava come spazio di interesse per lo slancio della “vitalità italiana”. L’Italia, garante della sovranità austriaca contro le pretese tedesche, si accorda con Francia e Inghilterra per operare in Etiopia senza ricevere sanzioni, ma le speranze di Mussolini vengono disattese dalla Gran Bretagna. Giorgio V vedeva l’anacronistica espansione coloniale italiana con preoccupazione in chiave coloniale, nello specifico nel Sudan e nel Somaliland, possedimenti britannici.
L’embargo contro l’Italia, spinto dagli inglesi, fa mutare la politica estera del governo fascista che si avvicina definitivamente all’unica nazione, tra l’altro potentissima, del continente: la Germania nazionalsocialista.
Nell’agosto del 1936 si tengono a Berlino le olimpiadi, che per Hitler sono l’occasione di far ammirare al mondo la grandezza della Germania nazista. Gli italiani e i tedeschi si preparano a riavvicinarsi: ospite delle Olimpiadi sarà il principe di Piemonte, notoriamente anti-tedesco, Umberto. E’ un gesto dimostrativo che precede trattati di amicizia e poi di alleanza.
Intanto la prima figlia, Maria Pia nascerà nel settembre del 1934 e il secondo figlio Vittorio Emanuele nasce a Napoli il 12 febbraio del 1937: è una grande festa popolare, poiché assicurare la continuità della dinastia era cosa di primaria importanza. Il lieto evento smentisce le voci che il regime fascista faceva circolare intorno al Principe, accostandogli il reato della pederastia: accuse false e infamanti. Per deridere l’erede al trono si usava l’appellativo di “stellassa” in dialetto milanese: stellina. Alla festa per l’erede maschio partecipa anche Galeazzo Ciano, ministro degli esteri. Ciano ha sposato la figlia di Mussolini Edda e sono in molti a pensare che quando il tempo verrà sarà lui il successore di Mussolini. I due delfini si conoscono con un misto di amicizia e di diffidenza.
Continua, nel frattempo, la grande mondanità internazionale di Umberto. Deve presenziare al festival del cinema di Venezia o al cafè society. Intorno a lui aristocratici, artisti, giornalisti, architetti, cinematografi, intellettuali – insomma la crema della società. Questa è una realtà che Umberto, a differenza di Maria José, ama moltissimo. In questi ambienti è sempre allegro e di buono umore, non dimostra mai quella alterigia che una altezza reale, per di più erede ad un trono oramai imperiale potrebbe dimostrare.
Nel dicembre del 1937 Amedeo di Savoia duca d’Aosta (cugino del principe di Piemonte Umberto) parte per l’Africa orientale italiana di cui è diventato Vice-Re per stabilizzare la difficile situazione degli indigeni etiopi che imperversavano con bande armate a cavallo, rendendo il neonato impero poco sicuro per i proletari italiani. Secondo disegno del regime, infatti, emigravano per avere gratuitamente appezzamenti di terreno e proprietà a discapito degli africani. Scrive il duca d’Aosta nel suo diario: “sto navigando su un superbo incrociatore che mi porta verso la grande avventura della mia vita”. Sarà avventura, ma anche morte per il Duca. La nomina di un Vice-Re monarchico e non fascista verrà presa con grande orgoglio e grande responsabilità dalla monarchia italiana che dal punto di vista politico-amministrativo, rende la situazione meno instabile abolendo le vessazioni di Graziani verso il popolo indigeno.

Amedeo Savoia, Duca D’Aosta – eroe dell’Amba Alagi in Etiopia.

Il terzo duca d’Aosta segue la costruzione di acquedotti e strade, controlla i lavori delle abitazione dei coloni ai quali non doveva mancare nulla. Amedeo Di Savoia nella sua tesi di laurea auspicava una integrazione totale tra italiani e popolazione dell’impero dove, in accordo con Italo Balbo, auspicava una parità di diritti tra le due parti per riavvicinarsi a quella integrazione creata già dall’Impero Romano. Solo un anno più tardi in italia venivano invece promulgate le leggi razziali per l’indignazione di molti italiani e della monarchia stessa. 
Nel maggio del 1938 Vittorio Emanuele III riceve Adolf Hitler in Italia: si parla già di asse Roma-Berlino. Perfetto amore? Niente affatto. Il Re non si vuole impegnare e tra casa Savoia e i nazisti non corre buon sangue. Da anti-tedesco non nutre stima per Hitler, ma la pressione di Mussolini è insostenibile. Così non si firma un patto di alleanza con impegni precisi. Hitler dirà successivamente: “al quirinale si respira aria da tomba” chiedendo al Duce quando potrà congedare il Re. Quest’ultimo a sua volta accuserà Hitler di essere un pazzo, un degenerato e di prendere droghe.
Il due marzo del 1939 viene incoronato Papa con il nome di Pio XII il cardinale Eugenio Pacelli. Questi non vuole la guerra e cerca una intesa con Vittorio Emanuele III e la trova. Non sarà in grado di influire sul corso degli eventi, ma si crea un’intesa per tenere a freno Mussolini: ne fanno parte sicuramente la principessa Maria Josè, con più prudenza Umberto, con infinita prudenza Re Vittorio Emanuele III. In questo movimento sono simpatizzanti anche una parte della fronda fascista, capeggiata da Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai. C’è anche Badoglio, ma di tutta questa corrente rimangono poche tracce – quasi che qualcuno abbia voluto cancellarne la memoria.

da sinistra a destra: Eugenio Pacelli (Pio XII), Maria José, Umberto Savoia, Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai.

Il Re in quel momento avrebbe avuto la forza di fermare Mussolini? Casa Savoia era popolare, Umberto e Maria José erano molto amati, i nazisti venivano guardati con diffidenza. Il Re, forse, avrebbe potuto osare.
La situazione fra monarchia e regime si incrina ancora alle nozze del principe Aimone di Savoia Aosta, principe di Spoleto (fratello del duca di Aosta, Amedeo). Il primo luglio a Firenze avviene il matrimonio con Irene, figlia del Re di Grecia. L’evento può essere visto come una piccola prova di forza della antica Europa tradizionale delle dinastie che fa apparire di nuovo la gloria e lo splendore del mondo di ieri. Quel mondo che in fondo al cuore, sia Hitler che Mussolini detestavano. Umberto, fa parte a pieno titolo di questa alta società, che non è ancora del tutto esautorata e vive a pieno titolo tutto con entusiasmo. Tutte le famiglie monarchiche sono presenti al matrimonio, ma un ombra velata è intrisa nell’aria: l’assenza di Benito Mussolini. La Grecia e l’Italia avevano già avuto un momento di attrito, voluto dal Duce il quale iniziava già ad aguzzare, dall’Albania, il suo sguardo sulla penisola ellenica.
Si arriva alla guerra: il secondo conflitto mondiale era iniziato nel settembre del 1939 con l’invasione nazista alla Polonia. Le truppe di Hitler sbaraglieranno nel giro di pochi giorni i polacchi e Stalin darà loro una mano attaccando anche lui la Polonia da est. L’Italia non interverrà nei primi mesi di guerra.
Il 24 febbraio del 1940 nasce la terza figlia di Umberto: Maria Gabriella. Nel frattempo Mussolini non ha ancora deciso quando entrare in guerra al fianco dell’alleato tedesco. Il Amedeo Savoia e Italo Balbo, in questo periodo, si avvicinano ancor più al principe di Piemonte. Ancora dal diario di Amedeo Savoia si evince come poco prima dell’entrata in guerra, in un aspro confronto con Mussolini, il Duca disserta come l’esercito non sia preparato ad una guerra di medio-breve durata, di come i soldati del regio-esercito non erano né per numero, né per mezzi sufficientemente pronti. Il suo comando sconsiglia l’entrata in guerra al Duce, ma un Mussolini stizzito lo ascolta e lo congeda. Amedeo per senso del dovere ubbidisce agli ordine rimanendo in africa orientale, nonostante i consigli di Vittorio Emanuele, circa un suo rientro in Italia insieme a Italo Balbo. Ancora dal suo diario, Amedeo scrive: “ho preferito rimanere a Massaua dove ci sono ben 250.000 italiani che non posso abbandonare”.
Nel diario di Ciano il 22 febbraio del 1940, egli annota: “il principe di Piemonte è molto anti-tedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. E’ preoccupato per l’orientamento sempre più favorevole ai tedeschi della nostra politica (…) la Germania per noi è un terreno di manovra”.
Il migliore amico del duca d’Aosta, dott. Edoardo Borra scrive che ai primi di Aprile del 1940, Amedeo Savoia si trovava a Roma (confermato nel diario stesso del duca). Il progetto, scrive Borra, prevedeva di sostituire alla presidenza del consiglio Mussolini con Galeazzo Ciano per tenere l’Italia fuori dalla guerra. Nell’idea erano coinvolti il principe Umberto, Aimone di Savoia duca di Spoleto, Adalberto di Savoia duca di Bergamo, Italo Balbo ed altri sopra citati. Il Re, del resto, nei giorni precedenti aveva riferito a Ciano che la monarchia era pronta ad intervenire, militarmente se necessario, per dare un corso diverso agli eventi. Un operazione difficile, che porterà Aimone segretamente ad incontrare gli inglesi in Svizzera nel 1941. Nelle fasi concitanti dell’otto settembre 1943 questo carteggio è andato perso o distrutto.
La principessa Maria José, ispettrice della Croce Rossa è profondamente ostile ai nazisti. Dal diario di Ciano, questi scriverà su di lei: “è soprattutto inquieta per la minaccia di invasione del Belgio. Le ho lasciato capire che secondo le nostre informazioni la cosa sembra assai probabile”. Maria José avvertirà il fratello, Re Leopoldo del Belgio ed ai primi del 1940 sarà proprio lei a chiedere a Aimone e a Balbo di venire a Roma per cercare di impedire la guerra.
Per Umberto, arriva l’avvicinarsi del conflitto: avrà lo sgradito compito di “comandante in capo delle truppe della Armata Nord“, attestata sul confine delle Alpi francesi. E’ tuttavia sempre meno convinto della guerra.
La domanda che sorge spontanea è chiedersi il perché dopo tanto complottare, nessuno si è mosso? La risposta giace all’interno degli eventi militari: il 10 maggio del 1940 l’esercito tedesco passa all’offensiva contro la Francia e Mussolini viene tirato giù dal letto dall’ambasciatore tedesco a Roma che gli consegna il dispaccio. Anche in Francia come prima in Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, la wehrmacht si dimostra completamente superiore e in poche ore l’equilibrio europeo è capovolto. Nessuno sembra in grado di competere con Hitler: chi in Italia non era d’accordo è ridotto al silenzio. Un silenzio che Umberto manterrà per sempre. Da fonti certe e autorevoli l’ex Re, prima di lasciare Cascais per la malattia che lo porterà alla morte nel 1983 passerà molte serate al caminetto a bruciare documenti.
10 Giugno 1940, l’Italia dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra. L’ambasciatore francese a Roma Andre Francois Ponsè asserirà a Ciano: “non scavate fossati troppo profondi, ve ne accorgerete, i tedeschi saranno duri padroni”. L’offensiva italiana voluta da Mussolini dette risultati molto modesti: qualche chilometro quadrato di terreno occupato sulle Alpi e a Mentone sul mare Ligure. Intanto i tedeschi avevano conquistato 2/3 della Francia, Parigi compresa.
Le testimonianze degli ufficiali della Armata Nord Occidentale su Umberto sono di un individuo cortese, serio, onesto. Perché, dunque, si è lasciato coinvolgere da quella offensiva che Roosevelt definirà “il colpo di pugnale nella schiena”? Ancora una volta Umberto, da soldato, esegue gli ordini. Oramai non c’era più nulla da fare: il bastone del comando era saldamente nelle mani del Duce. A contrastarlo c’è il rischio di vedere nel giro di 48 ore i tedeschi a Roma.
E’ il momento, questo, dove Mussolini per l’opinione pubblica italiana ha ancora una volta ragione sugli eventi che accadono. Un celebre aforisma di Longanesi asseriva: “Mussolini ha sempre ragione”.
Dopo l’armistizio (separato da quello tedesco) della Francia con l’Italia – inizia per Umberto una situazione che si avvicina ad un esilio anticipato: fino ad allora l’istituto Luce, con molta parsimonia, lo aveva diverse volte ripreso, ma dalla battaglia sulle Alpi in poi non lo farà più. Del principe di Piemonte e della sua popolarità il Duce ne ha avuto evidentemente abbastanza. Forse era stato informato sulla partecipazione di Umberto a quella che possiamo chiamare “partito anti-guerra”? E’ lecito supporlo. Di certo Umberto nelle pellicole dell’Istituto Luce dal giugno del 1940 al luglio del 1943 in tutto comparirà sugli schermi dei cinema italiani poco più di un minuto. Maria Josè è sempre seguita dalla polizia e i telefoni di casa Savoia sono sotto stretta sorveglianza da parte dell’OVRA. Furono travati microfoni al Quirinale.
Contrariamente alle previsioni di Mussolini la guerra sta andando male: nel marzo del 1941 l’Africa orientale è perduta. Scrive sul suo diario il duca d’Aosta: “perdere un Impero non succede tutti i giorni. Vedere la mia opera, alla quale ho dedicato tre anni della mia vita andare a pezzi sotto la bufera è cosa non comune. Affogo nel lavoro l’amarezza dell’ora, mantengo la mia serenità. Anche se scrivo l’ultima pagina di questo grande dramma voglio scriverla bene”. Il 18 Maggio avverrà la resa agli inglesi che gli renderanno un antica pratica miliare “l’onore delle armi”. Sarà internato nel Kenya britannico dove morirà di tubercolosi nel marzo del 1942.
Maria Josè prende atto degli eventi catastrofici che hanno portato la Monarchia italiana a perdere l’Impero e si convince sempre più che sia importante giungere ad una pace di compromesso il prima possibile. Si rivolge al vaticano: la morte di Amedeo di Savoia l’ha profondamente commossa. Si informa con il pontefice su come poter aiutare alcuni amici ebrei tormentati dalle leggi razziali, sempre più aspre e severe. Con il pontefice dialoga anche su una possibilità di contattare gli anglo-americani. Pacelli rassicura Maria José, asserendo come egli avesse la possibilità di poter entrare in comunicazione con gli anglo-americani in via segretissima. Nel frattempo, il Re inizia a operare un carteggio con i britannici: gli alleati riconoscendo l’Italia come nazione sovrana imponevano a questa, di non richiedere rivendicazioni territoriali e di dover sul campo meritare di essere alleato. Gli inglesi promettevano anche di aiutare con armamenti il regio esercito a patto di sbarcare senza problematiche in Sicilia. Questa idea presupponeva che la monarchia si liberasse del fascismo tramite un colpo di Stato e affidasse le forze armate a Badoglio. Lo stesso Maresciallo affermava che arrestare Mussolini era semplicissimo: bastavano due divisioni dei Granatieri i quali dovevano nella notte circuire Villa Torlonia e arrestare Mussolini imprigionandolo.
Il giorno seguente, il Re avrebbe dovuto proclamare il fascismo come esautorato, ma la guerra sarebbe continuata. Altre idee riguardavano invece il bisogno di concordare con gli anglo-americani quando fare il colpo di Stato e quando operare l’armistizio delle forze armate. Bisognava evitare, se possibile, di trasformare l’Italia in un campo di battaglia e salvaguardare le popolazioni civili, già profondamente segnate dalla guerra. Maria José non rinuncia al grande gioco politico con la complicità del marito Umberto. Questa complicità non è vista bene da Re Vittorio Emanuele III che voleva le donne di casa Savoia fuori dalla vita politica. Il rapporto tra Umberto e suo padre si fa sempre più tormentoso. Vittorio Emanuele era un uomo intelligente, che gli anni lo avevano reso cinico e sfiduciato: manca di fiducia anche nei confronti del figlio e la nuora gli sembra una “esaltata irresponsabile”. E’ convinto anche lui che la guerra sia perduta, ma non si decide ad intervenire e senza il Re l’esercito non si muove. Ancora Umberto Zanotti Bianco (fondatore e primo presidente di Italia Nostra) aiuterà la principessa nei movimenti per arrivare al colpo di Stato.
Ha scritto un diario inedito, dal quale rimangono ancora pochi volumi custoditi dalla associazione nazionale per il Mezzogiorno d’Italia (ente di studio, di cui Zanotti Bianco è stato il fondatore). Per liberare l’Italia dal fascismo si punta sul colpo di Stato militare. Il 7 febbraio del 1943 scrive di essersi incontrato con Maria José.
Zanotti Bianco ha interpellato i comunisti clandestini che gli hanno negato l’appoggio militare verso la monarchia in caso di golpe. Invierà alla Regina, dopo la guerra una foto con scritto: “a sua maestà la Regina, amica fedele nel tempo delle persecuzioni”.
Il bombardamento del 19 luglio 1943 a Roma convincerà Vittorio Emanuele III sulla necessità di agire. Maria José aiutata da Zanotti Bianco, da Giuliana Benzoni e da dame di corte come Ninì Pallavicino, Sofia Iaccarino e Guendalina Spalletti ha ottenuto una rete di appoggi: Il maresciallo Caviglia, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, preziosissimo il cattolico Guido Gonella, artefice del contatto con il Vaticano. Sia pure con grande ritardo il Re si muove nella direzione da lei suggerita.

Da sinistra a destra: Zanotti Bianco, Giuliana Benzoni, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, Guido Gonella, Enrico Caviglia.

Il 25 luglio del 1943 il Re fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Badoglio presidente del Consiglio. Dopo tante sconfitte e tante sofferenze la gente è stanca del fascismo. Si legge dal diario di Zanotti Bianco che Maria José ricevette l’ordine dal ministro della real casa duca di Acquarone di partire subito da Roma, per andare in esilio ed isolamento nelle montagne piemontesi a Sant’Anna di Valdieri. Il Re, spiegò Maria José: “non ha osato parlarmi direttamente, perché avrebbe dovuto dirmi cose troppo amare. Mi rimproverò di aver complottato contro di lui tenendo contatti con elementi liberali e socialisti. In casa Savoia, aggiunse, le donne non si sono mai occupate di politica”. Maria José si rifugiò invece, in Svizzera luogo che non gli permetteva più di intervenire in nessun ambito.
Corre l’otto settembre del 1943, l’Italia alleata della Germania nazista e in guerra contro Inghilterra, Stati Uniti e Unione Sovietica chiede la resa: è la sconfitta.
Gli Alleati sbarcano a Salerno con i tedeschi che si impadroniscono di tutto il resto del territorio italiano. La famiglia reale con il primo ministro Badoglio lascia Roma e si rifugerà a Brindisi. In quelle ore drammatiche, grazie agli scritti del conte Francesco di Campello (ufficiale d’ordinanza del Principe dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944), possiamo capire come Umberto II non era d’accordo con la scelta paterna di lasciare la capitale. Campello in data otto settembre scrive: “butto la mia poca roba nella valigetta e scendo con il Principe di Piemonte. Non posso trattenermi dal dirgli francamente che questa fuga precipitosa mi sembra una vera pazzia. Condivide quanto vado dicendo. Non credo di esagerare, scrivendo di averlo veduto disperato per la fuga e per questa confusione generale. Il principe, ad ogni modo, è pienamente d’accordo con me: è nero. Non gli ho sentito dire una parola, tranne ripetere tra sé e sé – Dio, ma che figura! Che figura! – Lo supplico, con quella libertà che mi prendo essendo stato suo compagno di giochi da bambino di riflettere se per il bene della causa, della dinastia, del paese non sarebbe stato molto meglio per lui tornare a Roma. Arrivo financo a dirgli che avrebbe potuto rientrare a Roma come Re Umberto II”.
In un intervista Rai del 1979 fatta ad Umberto II a Cascais (/kɐʃ’kaiʃ/) in Portogallo, il sovrano ci descrive quei momenti: “l’aver lasciato, in quel modo, Roma può essere stato uno sbaglio. Senza avvisare i ministri, i quali non hanno avuto la possibilità di raggiungere il Re e prendere le loro disposizioni. Il mio rammarico è che queste persone sono state dimenticate negli attimi più concitati”.
Sulla mancata difesa di Roma, sotto un certo profilo, ha ragione Umberto: le truppe italiane erano certamente superiori per numero, ma erano inferiori in armamento e soprattutto erano inferiori anche da un punto di vista psicologico per la mancanza di ordini, poichè non vi era un piano di difesa organizzato.
Spesso la storiografia contemporanea tende a svalutare l’ex-Re, osservando in lui un uomo vittima di personaggi molto più forti di lui: Vittorio Emanuele III (Re e suo padre), lo stesso Mussolini (Capo del Governo), la moglie Maria José del Belgio. Umberto avrebbe voluto intervenire, ma era costretto ad attenersi alle norme che l’educazione monarchica gli aveva insegnato, relegandolo spesso ai margini. La vera essenza di Umberto verrà fuori solo troppo tardi, quando finalmente il padre gli consegnerà le chiavi del regno e in pochi mesi farà vedere a tutti il suo spessore politico e morale, troppo spesso non ricordato dalla storia.
Dopo l’armistizio si instaura il regno del sud e Umberto entra in contatto con gli alleati e sembra non aver altro pensiero quello di combattere per risollevare l’onore della casata dei Savoia.
Nel dicembre 1943 gli americani risalgono lentamente la penisola contrastati dalla accanita difesa tedesca. Al governo Badoglio e al Re Vittorio Emanuele III viene riconosciuta pochissima autonomia. Il capo della missione alleata anglo-americana, generale britannico Noel Mason MacFarlane in un rapporto scriverà sul Re: “il Re appare patetico, vecchio e alquanto rimbambito”. I partiti anti-fascisti vorrebbero che lui abdicasse. Accetterebbero, se pure di mala voglia e provvisoriamente, che Umberto diventasse Re, ma Vittorio Emanuele III non se ne vuole andare: “a casa Savoia, si regna uno alla volta” asseriva spesso.
Umberto sbarca a Brindisi con la frustrazione di un militare che non ha potuto combattere: decide di mettersi in contatto personalmente con gli anglo-americani chiedendo di poter costituire una armata italiana per combattere le truppe tedesche al fianco degli alleati. Gli Anglo-americani sono sospettosi, vorrebbero addirittura che il Principe vestisse in borghese senza divisa. Gli americani sono fortemente prevenuti nei confronti della monarchia italiana che considerano collusa con il fascismo. Gli inglesi hanno un atteggiamento assai più aperto, ma nessuno degli Alleati si fida dell’esercito Regio. Il governo Badoglio e la corona hanno bisogno di una forza militare: combattere al fianco degli alleati vuol dire il riconoscimento della cobelligeranza, uno status quo fondamentale per il futuro politico del paese.
A Nord, Mussolini ha fondato con l’ausilio dei tedeschi la Repubblica Sociale Italiana: uno stato senza l’approvazione degli italiani, controllato dai nazisti con Roma occupata da quest’ultimi.
Dunque la situazione presenta tre forze su suolo italiano: al Sud il governo di Brindisi e il Re (coadiuvato dagli anglo-americani), La repubblica fascista di Salò a Nord (coadiuvata dai tedeschi) e i partigiani di derivazione comunista, socialista e reduci dell’esercito regio stanchi di farsi comandare da comandi inadeguati: è la guerra civile.
Umberto risoluto dalla sua azione, organizza il primo reparto militare italiano inquadrato delle truppe alleate. E’ il primo raggruppamento italiano motorizzato: 5000 uomini e Umberto ricorda come “gli americani accettavano che noi si combattesse accanto a loro, ma con molte esitazioni politiche e ricordandoci spesso che eravamo stati loro avversari”. Il reparto italiano a dicembre si distingue per la battaglia di Montelungo sul fronte di Cassino. Umberto si impegna nelle azioni militari tanto che gli americani lo propongono per una medaglia al valore.

Foto su pellicola Kodak che ritraggono il Principe Umberto in operazioni militari a Tavernelle (Appenino Tosco – Emiliano) al Comando della 210^ Divisione.

Il generale Clark, comandante delle forze alleate in Italia, dichiarerà nelle sue memorie: “il Principe si comporta con grande coraggio: più di una volta mi attraversò l’idea, che come rappresentante di Casa Savoia non solo egli fosse pronto a morire in battaglia, ma che si esponesse volontariamente alla morte”.
E’ il 1944 e Umberto lavora alla costituzione del corpo italiano di liberazione. Gli alleati gli impediscono di assumerne il comando per timore di rinvigorire troppo l’ascendente di Casa Savoia sugli italiani, spingendo Vittorio Emanuele III ad abdicare in favore del figlio. Chiedono che la monarchia si rinnovi, che salga sulla scena il Principe, mai direttamente colluso con le scelte del regime. L’insistenza degli alleati è pressante, quasi umiliante per l’anziano Re il quale coinvolgerà il figlio nella delicata questione. Finalmente Umberto dopo aver dimostrato le sue doti militari si avvicina a pieno diritto alla gestione delle scelte politiche ed è il vero punto di svolta nella vita pubblica e privata del principe di Piemonte.
Vittorio Emanuele III non vuole abdicare, gli viene prospettata una reggenza, ma è contrario per un carattere meramente giuridico: l’istituto della reggenza in termini statutari (Statuto Albertino), implicava che il reggente sarebbe dovuto essere approvato dalle camere e queste in quel dato momento non esistevano più. Si impegnerà una volta liberata la capitale ad affidare la luogotenenza al figlio.
Il governo è a Salerno e il 4 Giugno gli alleati entrano a Roma. Il giorno successivo il Re, nomina Umberto “Luogotenente generale del Regno” una tenenza temporanea, dove tutti i poteri passano in mano ad Umberto. Vittorio Emanuele III si auto-sospende e si trasferisce a Napoli in Villa Maria Pia, rilegando le sue attività alla pesca.
Nella Roma liberata, Umberto si trasferisce al Quirinale, formalmente è il rappresentante del Re, ma in realtà agisce di sua spontanea volontà. Il luogotenente garantisce il riassestamento della vita democratica. Dopo lo scioglimento del Governo Badoglio affida il Governo all’anziano Ivanoe Bonomi che rappresenta una forma politica completamente anti-fascista. Umberto si ritaglia un ruolo super partes, ponendosi a garanzia di una legalità costituzionale ancora incerta, manifestando la propria idea di monarchia moderna. Questa idea si basa su un concetto di attualità, dove la monarchia diventa collante e elemento di moderazione fra diverse etnie, diversi dialetti, diversi costumi e usi del popolo italiano.
Con la fine della guerra, l’Italia inizia a rinascere dalle sue macerie, ma la parabola dei Savoia giunge al tramonto: 2 giugno 1946 si svolge il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica. Un Referendum imposto dalle forze di occupazione anglo-americane rimaste sulla penisola.
Umberto facendo fede agli impegni presi, indice le elezioni per l’assemblea costituente e apre il referendum popolare sulla questione istituzionale fondamentale per l’assetto del paese. L’Italia si trasforma in una immensa arena elettorale. Le sinistre avrebbero preferito che ha decidere su monarchia o repubblica fosse stata l’assemblea costituente (di stampo repubblicano e filo-atlantista), temendo la fedeltà del sud Italia alla monarchia. La data stabilita per le due consultazioni è il due giugno. Umberto chiede al padre di abdicare, comprendendo che l’unica possibilità di vittoria si trova nelle sue mani, comprende che l’istituto monarchico può salvarsi solo attraverso il rinnovamento. Vittorio Emanuele III ancora non vuole abbandonare il potere nelle mani del figlio, abdicando solo il 9 maggio a ventisette giorni dalla data del referendum. Abdica a Napoli alla presenza del notaio e parte alla volta di Alessandria D’Egitto: non vedrà più l’Italia. Il nuovo Re d’Italia diviene il Principe Umberto II – denominato successivamente “il Re di Maggio” poiché il suo regno durò solo 33 giorni, nel mese di Maggio. Acclamato, in taluni casi fischiato, in altri ignorato, Umberto II annuncia che in caso di vittoria la Monarchia farà indire un nuovo referendum di conferma per accreditarsi come “Re democratico”, ma il tempo è poco e in molte regioni italiane il governo repubblicano, imposto al Re, vietò anche di poter fare propaganda per parte monarchica.
Vota l’89% degli aventi diritto. Si contano i voti e il 4 giugno la monarchia ha un notevole vantaggio, ma in una sola notte la situazione si rovescia! La Monarchia è sconfitta con il 54% degli italiani votante repubblica.
Il 10 giugno il presidente della Corte di Cassazione Pagano comunica che mancano ancora i dati di alcune sezioni, riservandosi di dare il risultato definitivo il 18 Giugno, tre giorni dopo, come data ultima per sciogliere i dubbi sul referendum. Il 13 mattino il Governo assegna le funzioni di capo dello stato al presidente del consiglio Alcide De Gasperi, in accordo con il partito comunista di Togliatti, con il partito socialista e quello repubblicano, pur in assenza del risultato definitivo. La domanda che sorge è se la nostra repubblica ha avuto la maggioranza dei voti degli italiani.
Solo più tardi in molte città verranno a galla situazioni equivoche, brogli e subito dopo pochi giorni, come detto, le schede del primo scrutinio saranno bruciate così da rendere impossibile la veridicità delle votazione, richiesta dal Re per un riesame dopo il rovescio avvenuto in una notte. Vengono presentati i ricorsi. Umberto ordina alla famiglia di partire per l’estero e decide di rimanere in Italia fino alla sentenza della corte di cassazione. La corte si limita a dare il quadro dei risultati, ma non proclama la repubblica. Il governo sostiene che i risultati sono scontati e proclama la repubblica, senza aspettare il 18 giugno. Nella notte del 12 giugno si riunisce il consiglio dei ministri e definisce come il capo del governo sia anche capo provvisorio dello stato. Umberto II è messo davanti alla decisione della sua vita: sciogliere il governo, fare arrestare i ministri, incitare gli italiani alla rivolta, chiedere l’aiuto dell’esercito fermamente monarchico; oppure partire, lasciare il suo paese. In un clima da guerra civile, sceglierà la seconda ipotesi anteponendo prima il bene degli italiani al suo legittimo diritto a governare. Andrà in maniera volontaria a Cascais in Portogallo per 34 anni. Maria José andrà a vivere in Svizzera con i figli.
In un messaggio del 13 Giugno del 1946 con la chiara contestazione dei risultati fraudolenti del referendum, Umberto II si rivolge al popolo italiano: “Nell’assumere la luogotenenza generale del regno prima e la corona poi io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo liberamente espresso sulla forma istituzionale dello stato e uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 Giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della coorte suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del Referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatti dalla corte suprema, di fronte alla sua riserva di pronunziare il 18 Giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli, di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancora ieri ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re, attendere che la Coorte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle Leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con un atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nella alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Italiani! Mentre il paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua libertà in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me, perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola. Ma non volendo porre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il governo ha commesso lascio il suolo del mio paese nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio, nel supremo interesse della patria sento il dovere come italiano e come Re di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta. Protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto. A tutti coloro, che ancora conservano fedeltà alla monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia io ricordo il mio esempio e rivolgo le esortazioni a volere evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di avere compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome dell’Italia e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia!”.
Con questo messaggio Umberto II non riconosce la Repubblica e si avvia all’estero (non esilio) nella convinzione che si tratti di un gesto pacificatore. Continua ad essere considerato Re, da tutte le Monarchie europee (anche da Papa Pio XII – Pacelli) e non cessa mai di esserlo, fino alla morte.
Giovedì 24 Marzo 1983, nella abbazia di Hautecombe (risalente al XII secolo) su suolo francese, si è celebrato l’ultimo saluto al Re di Maggio Umberto II.

A sinistra l’abbazia di Hautecombe in Francia. A destra una foto che ritrae i moltissimi manifestanti accorsi ai funerali del Re Umberto II.

L’abbazia che ospitava già il riposo di Carlo Felice e della regina Maria Cristina ha visto presenti moltissimi italiani accorsi per l’ultimo saluto. Pesanti le assenze della repubblica italiana che dimostra una totale mancanza di coraggio civile, non inviando nemmeno una corona di fiori, perché in questa Italia, i morti hanno un colore politico e questo è francamente molto triste. Ancora una volta le monarchie europee si riuniscono per congedare un uomo che ha detta di molti era considerato un vero gentiluomo. Sulla sua bara, spoglia, richiese soltanto la bandiera italiana sabauda e segui il rito “more nobilium” con la bara posata in terra, sul pavimento della chiesa, anziché sul catafalco. E’ stato un addio difficile, quasi proibito e tutti hanno avvertito che l’epilogo è stato ingiusto.
 
Per concludere riprendo le parole espresse da Re Umberto II riguardanti  l’istituto monarchico: “La repubblica si può reggere col 51%, la monarchia no. La monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”. 
 

 

Per approfondimenti:
_Falcone Lucifero, L’ultimo Re, i diari del Ministro della Real Casa 1944/1946 – edizioni Mondadori 2002
_Francesco di Campello, Un principe nella bufera. Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944, Le Lettere
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo Duca D’Aosta e Viceré di Etiopia – edizioni Mursia
_Maria José di Savoia, Giovinezza di una Regina – edizioni Mondadori
_Lucio Lami, Umberto II il re di maggio. Dalla monarchia alla repubblica, Edizioni Mursia
_Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943 – Edizioni Castelvecchi
_Aldo Alessandro Mola, declino e crollo della monarchia in Italia. I Savoia al referendum del 2 giugno 1946 – Editore Mondadori 2006

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

La “testa di ferro” sabauda: Emanuele Filiberto di Savoia

La “testa di ferro” sabauda: Emanuele Filiberto di Savoia

di Gianluigi Chiaserotti 10/10/2017

Nei fondamentali mutamenti europei del periodo rinascimentale, la famiglia dei Savoia giocò un ruolo fondamentale, grazie ad uno dei suoi membri di maggior carisma: Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), detto “Testa di Ferro”, di cui nel 2018 cadranno i quattrocentonovanta anni dalla sua nascita. Il XIV secolo è, indubbiamente, un periodo storico che presenta svariate riforme  civili, militari e religiose.

Emanuele Filiberto di Savoia, (Chambéry, 8 luglio 1528 – Torino, 30 agosto 1580), è stato conte di Asti (dal 1538), duca di Savoia, principe di Piemonte e conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1553 al 1580, nonché re titolare di Cipro e Gerusalemme. Era il figlio secondogenito maschio di Carlo II di Savoia (1486 – 1553) e di Beatrice del Portogallo (1504 – 1538).

La riforma protestante di Martin Lutero (1483-1546); così come lo scisma c. d. “d’Occidente” provocato dall’allora Re d’Inghilterra Enrico VIII Tudor (1491-1547) per sposare Anna Bolena (1507-1536) – lo scisma si ebbe in quanto il Papa non volle concedere l’annullamento al matrimonio tra il Re e Caterina d’Aragona (1485-1530); matrimonio per il quale c’era di già dovuto l’intervento papale in quanto costoro erano cognati -; la controriforma cattolica, artefici della quale furono i gesuiti con il loro fondatore: Sant’Ignazio de Loyola (1491-1556); la nascita del pontificio Tribunale dell’Inquisizione; il Concilio di Trento; la controriforma in Italia ed in Spagna; l’ascesa al trono di un “astro illuminato” come Filippo II d’Absburgo (1527-1598); e la Battaglia di Lepanto.
In questo quadro sommario perché vasto, si deve anche inserire il fattore principale e portante di tutto il secolo: e cioè la lotta per il dominio sull’Italia delle maggiori potenze europee. Lotta che possiamo dividere in tre ampie fasi:
_dal 1494 al 1516, vi sono gli sforzi della Francia per imporre la propria egemonia sulla penisola italica, in conflitto con l’Impero, la Spagna, la Confederazione Elvetica e Venezia. Fase che si chiude lasciando insediate la Francia a Milano e la Spagna a Napoli;
_ dal 1516 al 1530, inizia l’ascesa di Carlo V (1500-1558) ai troni di Spagna e del Sacro Romano Impero. La Francia reagire all’accerchiamento politico da parte degli Absburgo e termina con la vittoria dello stesso Carlo V e lo stabilirsi dell’egemonia asburgica sull’Italia;
_dal 1530 al 1559, sono gli anni in cui il conflitto si espande dall’Italia all’Europa, con l’ingresso nella lotta di nuovi fattori, come l’impero Ottomano ed i principi luterani della Germania. Il tutto si conclude con la riaffermazione del predominio spagnolo sull’Italia e la divisione delle due corone della Spagna e dell’Impero. Culmine e quindi definitiva fu la pace di Cateau-Cambresis (1559) tra i francesi e gli spagnoli, dalla quale – per quello che ci interessa – venne restituito, come vedremo in dettaglio, il Ducato di Savoia ad Emanuele Filiberto.
Padre di quest’ultimo, seppur non sprovvisto di intelligenza e desideroso di affermare la sua volontà, Carlo III (1486-1553) ebbe la sfortuna di guidare lo Stato nel periodo più calamitoso delle lotte tra Francia e Spagna. Il duca cercò di appoggiarsi al cognato Carlo V  – in quanto suo fratello Filiberto II di Savoia (1480-1504) aveva sposato, in seconde nozze, Margherita d’Austria (1480-1530) -, dal quale ebbe in dono la contea di Asti (1530), regalo destinato a plasmare una rottura irreparabile fra la Savoia e la Francia. Quindi Francesco I (1494-1547), re di Francia, per rappresaglia (1536), iniziò l’occupazione degli stati sabaudi, i quali divennero d’ora in poi campo di lotta degli eserciti spagnolo e francese, mentre il Duca Carlo III rimase con Nizza e qualche altra terra piemontese.
1000px-locationlaos

Due cartine politiche della penisola italica. A sinistra carta politica della fine del 1400. A destra carta politica del 1600.

Dalla consorte Beatrice del Portogallo (+1538), il duca ebbe nove figli, dei quali il terzogenito fu Emanuele Filiberto. Egli, decimo Duca di Savoia – il primo fu Amedeo VIII (1383-1451), al quale l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo (1368-1437), re di Ungheria e di Boemia, imperatore del Sacro Romano Impero, (1416) elevò la contea in Ducato -, nacque in quel di Chambéry il giorno 8 luglio 1528. Da bambino ebbe uno scarso vigore fisico: debole e delicato come era fu destinato alla carriera ecclesiastica. Della prima giovinezza del duca si sa ben poco: nel 1530 fu portato a Bologna e presentato al papa Clemente VII – Giulio Zanobi di Giuliano de’Medici (nato nel 1478), 1523-1534. Emanuele Filiberto di Savoia ebbe un’educazione di spirito italico. Per cinque anni soggiornò a Torino e successivamente tra Vercelli e Milano (1536), infine per sette anni, con la madre a Nizza.
Ma ecco la svolta della vita di Emanuele Filiberto. Nel 1535 morì il fratello maggiore Ludovico (1523-1536) ed Emanuele divenne principe ereditario e la sua educazione, nella quale ebbe parte rilevante la madre, fu affidata ad Aimone di Ginevra, Barone di Lullin e per le lettere a Giacomo Bosio (1544-1627), storiografo dell’Ordine di Malta. Gli esercizi ginnici e la vita militare valsero ad irrobustirne il corpo debole, mentre lo studio ne rinvigorì lo spirito con una buona cultura storica, matematica e scientifica.
Gli avvenimenti della sua giovinezza, con la lotta tra Francia e Spagna che tormentò il debole Stato sabaudo retto dal governo paterno, rafforzarono il suo animo. Morta la madre (1538) egli vide ancor di più il padre ridotto in miseria e privato dei suoi domini. Riuscite alquanto vane le proteste, il duca di Savoia, cresciuto nella sventura e nutrito di tante vane speranze nonché esperienze, prese la drastica risoluzione di mettersi dalla parte imperiale. Appena diciassettenne, assunto quale sua divisa il motto “spoliatis arma supersunt”, si recò a Worms per essere preso al servizio di Carlo V, dove svolse la sua brillante carriera militare nel corso di dodici anni, dal 1547 al 1559.
Emanuele Filiberto partecipò alla guerra dell’Imperatore asburgico contro i protestanti tedeschi e combatté per la presa di Ingolstadt (1546); eseguì gli ordini di Maurizio di Sassonia (1521-1553) e di Carlo V con tale rapidità e precisione nella battaglia di Mühlberg (1547) che allo stesso si attribuì una piccola parte del merito della vittoria che distrusse i protestanti della Lega Smalcadica.
Dopo un periodo di tregua, dal 1547 al 1551 Emanuele Filiberto accompagnò in Spagna l’Infante Filippo II, con il quale strinse sincera amicizia, per quanto lo consentiva l’indole chiusa del re e partecipò alla difesa di Barcellona contro un attacco marittimo francese (1551) tentato di sorpresa dall’ammiraglio Leone Strozzi (1515-1574). Nel 1552 il duca di Savoia prestò servizio per qualche mese sotto Ferrante Gonzaga (1507-1557) nella guerriglia tra spagnoli e francesi di Carlo de Cossé, conte di Brissac (ca. 1505-1563) in Dronero, in Bra, in Verzuolo ed in Saluzzo. Ma Emanuele non andava per nulla d’accordo con il Gonzaga, invidioso – sembra – del suo giovane collega, e, colta la prima occasione, il duca di Savoia ritornò in Germania. Tuttavia, questa decisione non fu presa solo per ragioni personali; il duca comprese che le sorti dell’Europa si sarebbero decise fuori dell’Italia e difatti i campi di battaglia principali furono la Lorena e le Fiandre.
Egli aveva una precisa idea di quella che doveva essere l’Europa tradizionale, sovranazionale e cattolica. Così prese parte all’assedio di Metz e, nell’aprile 1553 ed in tutto l’anno seguente, fu nominato capitano generale dell’esercito imperiale nella guerra di Fiandra; anche nel 1557 e nel 1558 ebbe nuovamente il medesimo incarico.
Quindi lo studio, la preparazione militare, il contatto con grandi generali ed uomini di stato affinarono le sue concezioni politiche e militari e lo portarono ai successi che abbiamo appena visto.
Il piano strategico studiato ed ideato da Emanuele Filiberto contro la Francia fu semplicissimo: poiché il duca di Guisa aveva portato in Italia il maggior sforzo francese, si doveva approfittarne per raccogliere rapidamente un forte esercito, con il quale il Savoia condusse fino in fondo la guerra in Fiandra ed in Francia. Costrinse, per di più, Enrico II (1519-1559) a dividere le sue scarse forze tenendolo nell’incertezza sugli obiettivi bellici, con una dimostrazione nella regione della Champagne. Gettatosi allora su San Quintino, che dominava il principale nodo stradale fra la Fiandra, lo Hainaut e Parigi e, impadronitosi della fortezza (2-27 agosto 1557), nella omonima battaglia (10 agosto 1557), rifulsero e brillarono tutte le recondite doti militari del Duca di Savoia, il quale – dopo la brillante vittoria – propose, ma invano, di muovere, con parte dell’esercito, su Lione e, con il grosso delle soldatesche, su Parigi, sicuro che nessuno avrebbe potuto impedirgli l’occupazione della capitale nemica.

La battaglia di San Quintino, basamento del monumento a Emanuele Filiberto di Savoia in piazza San Carlo a Torino.

La ricordata vittoria fu possibile in quanto il duca abbandonò i criteri militari tradizionali per l’arte della guerra moderna. Il fattore nuovo consiste nell’aver saputo costringere il nemico a combattere contro la sua volontà, nell’aver concepito l’azione come diretta all’annientamento anziché alla vigilanza ed all’allontanamento dell’avversario secondo le usanze e le tecniche temporeggiatrici dell’arte della guerra del Rinascimento.
Quando si concluse tra Francia e Spagna la pace di Cateau-Cambresis, lo sforzo del “Testa di Ferro” fu teso a persuadere Filippo II ed i suoi consiglieri che solo e soltanto con la ricostituzione dello Stato sabaudo potevano giungere ad una pace duratura e quindi equilibri duraturi, i quali avrebbero assicurato i domini ispano-imperiali nella penisola italica, ponendo in evidenza la coincidenza degli interessi spagnoli con quelli sabaudi. Durante le trattative di pace sulla questione appunto della restituzione del Piemonte e su quella di Calais, la lotta diplomatica fu aspra e le trattative corsero più volte di naufragare. Conclusa la pace (3 giugno 1559), ad Emanuele Filiberto venivano restituiti quasi tutti i suoi territori, dei quali egli veniva riconosciuto, da ambo le parti, signore amico, ma indipendente e neutrale: fatto importante questa neutralità, che fu la base di tutta la politica posteriore del duca.
Venivano meno, tuttavia, sette località importanti alla restituzione, di cui cinque tenute ancora dai francesi: Chieri, Pinerolo, Villanova d’Asti, e soprattutto, Torino in attesa che fossero esaminati i pretesi diritti del re di Francia sui domini sabaudi; e due spagnoli: Asti e Vercelli, che avrebbero dovuto essere lasciate entro tre anni. Se il trattato ridava le terre di già occupate dai due contendenti, non restituiva, però, quelle che durante la contesa o si erano staccate dal dominio dei Savoia come Ginevra, o erano state occupate dagli svizzeri di Berna, di Friburgo e del Vallese. Inoltre al duca era restituito un paese disorganizzato, immiserito, spopolato, diviso da lotte religiose (valdesi), da varietà di ordinamenti e di ambizioni di signorotti e città. Un paese bisognoso di assoluta tranquillità e di ordine. Stretto tra Francia e Spagna, le due maggiori potenze europee e da tutte e due agonato, insidiato, senza fortificazioni e per di più spezzato in due parti dalla barriera delle Alpi. Perduta Ginevra e data la nuova potenza alla Francia, la capitale non poteva più essere Chambéry e la si trasferì in Torino.
Ma tutto era da rifare in quello Stato rovinato da tanti anni di guerra, con le città diroccate, scomparse le industrie, rovinati i commerci, la popolazione ridotta a 900.000 abitanti in Piemonte ed a 500.000 nella Savoia.
La neutralità proclamata nel trattato di pace era condizione necessaria di vita ed Emanuele Filiberto fece un continuo sforzo per evitare che tra Spagna e Francia scoppiasse una nuova guerra, persuaso che se doveva scoppiare era interesse savoiardo che essa riprendesse il più tardi possibile. Gli obiettivi che la realtà pose innanzi al Duca furono codesti: recupero delle terre ribelli od occupate dagli svizzeri; abbandono delle terre presidiate dai Francesi e dagli Spagnoli; riorganizzazione dello Stato.
Emanuele Filiberto tentò di riavere Ginevra per volontaria dedizione degli abitanti (1560); ma nulla avendo ottenuto, pensò di costituire una lega sabaudo-franco-ispano-papale al fine di sottomettere nuovamente, e con la forza, quelle terre; ma egli vide subito sia Francia che Spagna ostili ad un ingrandimento territoriale e venne meno, quindi, la possibilità dell’impresa. Parimenti difficili furono le trattative all’avvicinarsi dello scadere del triennio stabilito nella pace per la liberazione del territorio dall’occupazione straniera.
In tutte queste delicate trattative il duca ebbe l’efficace ausilio della consorte Margherita (1523-1574), sorella del Re di Francia, da lui sposata secondo gli accordi stabiliti dal trattato medesimo. Donna di eccezionali doti intellettuali e morali che gli assicurò anche la continuazione della Dinastia con la nascita, il 12 gennaio 1562, di Carlo Emanuele (1562-1630). Ma la controversia ebbe rapida soluzione per via dello scoppio delle guerre di religione in Francia.
Il “Testa di Ferro” riuscì, quindi, a staccare dai francesi Torino, Chivasso, Chieri e Villanova d’Asti, lasciandogli ancora Pinerolo con Savigliano e Perosa, con la speranza che, ridotta l’occupazione francese, Filippo II restituisse Asti e Santhià, che gli spagnoli tenevano anziché di Vercelli, ma ne ebbe un rifiuto. Solamente nel 1574 il Duca di Savoia riuscì a farsi restituire dal Enrico III (1551-1589) anche quelle terre, il che costrinse gli spagnoli ad andarsene, benché a malincuore.
In codesta situazione Emanuele pensò di rafforzarsi cercando degli alleati; poiché poco vi era da sperare sugli stati italiani, entrò quindi in successive trattative con gli svizzeri. Forte di questo appoggio svolse un’azione più ferma di fronte alle due potenze rivali e per ottenere l’abbandono completo delle milizie straniere ingrandì lo Stato con acquisti e cessioni come Oneglia acquistata dai Doria e la Contea di Tenda. Riaffermò i suoi diritti su Saluzzo e sul Monferrato, dando maggiore unità allo Stato. In questo periodo fu creato un nuovo motto: “pugnando restituit rem”!
Internamente il ducato fu dal Filiberto ricostituito sui seguenti punti: armi nazionali, severa politica finanziaria, e giustizia imparziale. Ma per attuare importanti e radicali riforme era necessario un forte potere accentrato e quindi Emanuele Filiberto mise da parte la medievale istituzione degli “Stati e Congregazioni Generali”, la quale – più che di aiuto – serviva ad inceppare – per via dei privilegi di casta -, il potere centrale. Si ebbe così un potere assoluto che fu esercitato al fine di rendere rispettata la giustizia da ogni ordine di cittadini, per le consizioni sociali del”epoca. Ordinata l’amministrazione, egli si occupò di promuovere l’agricoltura, risvegliando le industrie e dando nuovo incremento agli studi.
Cure particolari furono rivolte dal duca alla difesa dei suoi domini, restaurando vecchie fortezze e provvedendo ad opere fortificate nuove, impiantando fabbriche d’armi, ma soprattutto dotando lo Stato di un saldo esercito nazionale, rompendo risolutamente e drasticamente con la tradizione mercenaria e con gli usi delle monarchie del tempo, quando gli eserciti erano composti di individui pagati, senza distinzione di nazione e di età.
L’esercito sabaudo era composto di circa 36.000 uomini dai 18 ai 50 anni, e di milizie cittadine, valligiane ed alpine:
_quattro squadre di località (c. d. parrocchie) formavano una centuria;
_quattro centurie contigue erano una compagnia, la quale si radunava almeno una volta al mese;
_sei compagnie formavano un colonnellato con un raduno almeno quattro volte all’anno.
La cavalleria, invece, era strettamente della nobiltà, la quale conservò – con qualche restrizione – i suoi privilegi ma non l’obbligo del servizio militare.
Emanuele Filiberto riordinò sia l’Ordine di San Maurizio, unendovi quello di San Lazzaro contro gli infedeli (con l’ipotesi, poi declinata, di trasformarlo in una milizia marinara), così come fece Cosimo I (1519-1574) in Toscana con quello di Santo Stefano, sia che quello della Santissima Annunziata.

Il monumento equestre a Emanuele Filiberto in piazza San Carlo a Torino, opera dello scultore Carlo Marochetti.

Possedendo Nizza, Villafranca ed Oneglia, il duca si interessò, per via marina, contro i pirati che infestavano il Mediterraneo: non voleva restar fuori dalle grandi potenze. Tra i suoi collaboratori emerge Andrea Provana di Leynì (1511-1590) – primo cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata di Casa Provana ed antenato del Segretario per l’Araldica del Re Umberto II (1904-1983) Umberto Provana di Collegno (1906-1991) a sua volta insignito del Supremo Ordine – primo Ammiraglio di Casa Savoia, il quale partecipò, rimanendo ferito, alla gloria di Lepanto (dal greco “Ναύπακτος”) e di cui scrisse una dettagliata relazione che è tra le più importanti che si conoscono.
Emanuele Filiberto si adoperò per una completa e sistematica revisione degli statuti della sua casa non più impedito dalle opposizioni dei comuni, dei feudatari delle Congregazioni Generali. Rinnovò il diritto penale; istituì due Senati: uno in Savoia e l’altro in Piemonte; riordinò il Consiglio di Stato e la Camera dei Conti; riorganizzò la finanza in Piemonte e questo risanamento finanziario lo si cercò di conseguire tanto col severo controllo dell’amministrazione dello Stato, quanto con i rimaneggiamenti diretti a ripartire i pesi fiscali con minore sperequazione (una parola molto di attualità) di quella che era generalmente in uso nel tempo.
Vennero costruiti nuovi canali; si abolì, seppur gradualmente, la servitù della gleba; si aprirono filande di seta in Vercelli, Torino e Chambéry ed il relativo sviluppo della lana, dei tessuti, della tintura della seta, del filo, del sapone, della carta e dell’arte dei fustagni (Biella). Vissuto Emanuele Filiberto, in tempi di gravi lotte religiose, quando Piemonte ed Alta Savoia erano pervasi dall’eresia, ebbe tra i suoi scopi quello di ricostituire l’unità cattolica del suo dominio, sia per convinzione religiosa, sia che per ragione di Stato.
Nell’aspirare a ristabilire il dominio sabaudo su Ginevra, Emanuele pensò ad un accordo con Roma ed alla formazione di una lega cattolica, inducendosi a perseguitare i riformati. Sostenne una lunga azione contro i valdesi, trovando valida resistenza (1560-1561); poscia, persuaso anche dalla consorte più incline a tolleranza religiosa, concesse loro (accordo di Cavour del giugno 1561) libertà di culto entro le valli e di coscienza fuori le valli.
Vennero quindi prese severe misure contro altri protestanti, ma poi per questi, il Savoia concesse liberà di coscienza con, naturalmente, la proibizione del culto. Al medesimo tempo si occupò molto del miglioramento del clero cattolico e favorì l’applicazione dei decreti di riforma del Concilio di Trento, tenendosi in relazione con San Francesco di Sales (1567-1622) e San Carlo Borromeo (1538-1584), appoggiando anche la Compagnia di San Paolo e quella di Gesù.
Ma il Duca tutelò gli interessi e la sovranità dello Stato anche sul terreno ecclesiastico. Ottenne dal Papa Gregorio XIII – Ugo Boncompagni (nato nel 1502), 1572-1585 – la conferma dell’indulto del 1471 del Papa Nicolò V – Tommaso Parentucelli (nato nel 1397), 1447-1455 – che era stato uno dei compensi per la rinuncia da parte del Duca Amedeo VIII di Savoia al pontificato quale XXXII ed ultimo anti-papa della storia con il nome di Felice V.
Tale indulto consisteva che il Papa doveva consultarsi con il duca per la nomina dei vescovi e degli abati; mentre per entrare in possesso dei benefici occorreva il “placet” ducale. Inoltre spettava al fisco l’amministrazione dei benefici vacanti e fu controllata, come in Toscana, l’attività dell’Inquisizione Romana.
Emanuele Filiberto di Savoia morì quando non aveva ancora compiuto la sua complessa opera; era il 30 agosto 1580. La sua fibra debole nell’infanzia e nell’adolescenza, rafforzata poi nella vita militare, si affievolì in venti anni di intensa attività pubblica. E’ sepolto nella Cappella della Santa Sindone in Torino. Dalla consorte, abbiamo visto che ebbe Carlo Emanuele, suo successore. Ma ebbe anche sette figli da unioni morganatiche, e precisamente: uno ciascuna da Lucrezia Proba, da una certa di cognome Doria e da un’ignota; due figli rispettivamente da Laura Crevola e Beatrice Langosco.
Il grande storico piemontese Francesco Cognasso (1886-1986) nella sua monumentale opera “I Savoia” ci riporta alcuni illuminati giudizi sul nostro personaggio: “(…) E’ agile, destro della persona e tanto che in ogni esercizio del corpo sì a piedi che a cavallo riesce mirabilmente. E’ nemico mortale dell’ozio e quasi del continuo negozia passeggiando (…)”. Dopo cena “(…) se ne va’ in casa d’ un architetto (…)” ove “stilla acque ed ogli, disegna, fa modelli di fortezze e di altri strumenti di guerra”. Ne viene tentata anche una fisionomia morale: “E’ principe altrettanto giusto che religioso come lo manifestano le azioni sue tutte e seppure nella giustizia piega a ciascuno estremo, è verso quello che è proprio il principe, la pietà e la clemenza. E’ di animo forte, temperato, liberale, magnifico, e non inclinato alla collera, affabile, sommamente veridico, della parola osservatore (…) Parla poco, massime di cose di importanza, dove puo’ entrare interessi di principi, ma dei consumi dei paesi, delle guerre fatte e delle cose del tempo suo, che gli passano per mano, ragiona volentieri e con diletto. Ha grandissima cognizione delle cose del mondo, degli umori delle corti, degli affetti e passioni dei principi”.
Di codesta sua rettitudine e buon senso è importante riportare un documento del duca datato 1566. Scriveva sulla sua figura, il rappresentante a Roma, quando il Santo Padre lo voleva costringere ad inviare al rogo un tal Giorgio Olivetta, già condannato dall’Inquisizione di Vercelli: “Non basta né conviene in questi tempi bruciare un uomo la cui morte non farà li buoni esser migliori, si bei mali esser peggiori (…) So bene che tollerare gli eretici puo’ essere pericolosissimo, ma non bisogna ingannarsi. Castigarli tutti a me è impossibile; abbriciarne alcuni infiamma crudelmente gli altri alla vendetta. Sicchè (…) il mio parere è (…) che si abbia da usare della modestia tanto necessaria in questi tempi (…)”.
Il Papa non comprese tanto spirito di tolleranza. 
Contrariamente il Doge di Venezia Francesco Morosini (1619-1694) detto il “Peloponnesiaco” ci descrive il duca di Savoia come un uomo alquanto colto: “Ha gran piacere di parlare con uomini letterati e dotti, li ascolta molto volentieri a discorrere in ogni professione, dimostrando bellissimo giudizio a metter dubbi in campo ed anco in dirvi sopra l’opinione sua, la quale sta fondata sul suo natural giudizio, non avendo mai forse veduto alcun libro di Aristotile o Platone. Legge con piacere tutti i libri di storia, ma molto più volentieri quelli che sono in lingua spagnola, la quale parla e scrive eccellentemente come se fosse nato in Spagna (…) Parla anco eccellentemente francese, essendo si puo’ dire quella la sua lingua naturale, poiché tutti i duchi passati parlarono sempre francese così come ora parla Sua Eccellenza quasi di continuo l’italiano (…) Usa parlare spagnolo con gli spagnoli, con i francesi francese, italiano con gli italiani (…)”.
Ed in realtà la corrispondenza del duca di Savoia mostra limpidamente come egli scriva in francese, in spagnolo, in italiano con provata facilità.
Egli fu anche cultore delle arti. Ebbe attorno letterati e poeti, che erano anche consiglieri e segretari. Ebbe una fitta ed interessante corrispondenza con qualche poeta come Bernardo Tasso (1493-1569), ed ospitò, in Torino, anche Torquato Tasso (1544-1595) vagabondo in cerca di quiete. Emanuele elesse suo storiografo Uberto Foglietta (1518-1581), ma questi poi non venne mai a Torino.
Un progetto di Emanuele Filiberto fu quello di pubblicare il “Teatro universale di tutte le scienze”, e chiamò a sé numerosi scienziati che avrebbero dovuto mettere insieme l’opera, la quale discendeva, forse, da sue consimili del secolo XIII e che era il preludio di quello che sarebbe stato l’enciclopedia del ‘700. In breve tempo il duca creò nel suo palazzo una biblioteca e un museo scientifico-artistico. Al fine di realizzare codesti progressi in Piemonte occorrevano tipografi moderni. Furono fatti venire Niccolò Torrentino da Firenze e Niccolò Bevilacqua da Venezia. Sia con l’uno che con l’altro Filiberto volle creare società munite di privilegi che parvero costituire quasi un monopolio.
Siamo certi di affermare che con il duca di Savoia, la cultura del Piemonte era stata non rinnovata, ma creata del tutto. E questa feconda opera fu completata dal Re Vittorio Amedeo II (1666-1732), il quale, terminata la parte bellica e diplomatica del suo Regno, si dedicò a ricostruire lo Stato sabaudo.
Ed ora, richiamando i versi di Virgilio (70 a. C.- 19 a. C.) (Georg. III, 284), nella loro perenne e duratura validità: “fugit interea, fugit inreparabile tempus (…)”, senza dubbio, doveroso omaggio alla memoria delle nostre tradizioni, che ci hanno concesso illuminati esempi di vita, di civiltà, di libertà, di prosperità, un’Europa unita che le istituzioni monarchiche europee – nella continuità dei secoli – rappresentano ancora oggi sul vecchio continente.

 

Per approfondimenti:
_Fernand Hayward “Storia della Casa di Savoia”, [traduzione di Amedeo Tosti del francese “Histoire de la Maison de Savoie” (Ed. Denoël Parigi)], Vol. I, Arti Grafiche “F. Cappelli”, Rocca San Casciano, gennaio 1955, passim;
_Francesco Cognasso “I Savoia”, dall’Oglio, editore, Milano 1971, passim;
_Gioacchino Volpe, “Scritti su Casa Savoia”, Giovanni Volpe Editore, Roma 1983.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Garibaldi: alfiere della disabilità

Garibaldi: alfiere della disabilità

di Alessandro Mella 23/09/2017

Di Garibaldi pur ingenuo in politica, fu un combattente brillante, magnificamente onesto nel suo idealismo in cui bontà e buona fede s’intrecciavano in un equilibrio ammirevole e al contempo fragile davanti ai machiavellismi del mondo d’allora. Nondimeno, lo dimostrò, era coraggiosissimo. Ma nemmeno di questo, oggi, vorremmo parlarvi. Quando io seppi che l’attrice Anna Marchesini lottava contro l’artrite reumatoide ne lessi qualche informazione e mi dissi che doveva essere faccenda assai terribile. Non potevo immaginare che, pochi mesi dopo, avrei dovuto affrontare lo stesso ingrato destino scoprendomi in preda alla stessa invalidante e dolorosissima malattia. Nel leggerne nuovamente, e con maggiore attenzione, venni a scoprire che oltre ai postumi della ferita dovuta alla fucilata presa in Aspromonte nel 1862, sfortunata impresa su cui molto si potrebbe dibattere, il generale Giuseppe Garibaldi soffrì, negli ultimi anni di vita, di questo male.

Il tramonto a Caprera ed il magnifico busto del generale Garibaldi. Si ringrazia il Compendio Garibaldino di Caprera – Foto di Mary Cabras.

Un male infimo, che procura dolori senza fine, soffoca la libertà, distrugge l’autonomia e con esse l’autostima, la speranza e l’indipendenza dell’individuo. Il prode nizzardo dovette vivere a lungo con il peso di questa sfortunata patologia e, come sempre nella sua vita avventurosa, non s’arrese combattendo con costanza anche questa battaglia. Seduto sulle sue carrozzelle a triciclo, appoggiato al bastone od alle stampelle, disteso sui suoi letti ortopedici oppure accomodato sulla magnifica e modernissima poltrona, reclinabile e multi-accessoriata, che gli fu donata dalla regina Margherita di Savoia addolorata nell’apprendere delle grandi fatiche dell’eroe.
Da anni ritiratosi nel paradiso che era, ed è, l’isola di Caprera, vi costruì la nota fazenda, la quale oggi è il compendio garibaldino caro ai turisti che vi transitano e si perdono tra memorie, cimeli, documenti e reperti. Turisti cui alle volte possono sfuggire dettagli di non poco conto. I sentieri lungamente e magistralmente lastricati, le scale per lo più sostituite da rampe comodamente percorribili, accessi (che come le porte ed i locali) sono ampi e spaziosi così da facilitare i meccanici e difficoltosi movimenti di chi si confronta con articolazioni gonfie, doloranti e semi-bloccate come fossero “legnose”. Un breve studio di Franco Bomprezzi mi ha permesso di scoprire come Giuseppe Garibaldi abbia letteralmente inventato la prima forma italiana di architettura solidale e finalizzata al miglioramento della qualità della vita dei disabili. Tra i grandi primati del generale vi è, quindi, anche questa magnifica attenzione ai dettagli che per lui, e per me e molti altri, non sono di poco conto tanto più che a quel tempo i farmaci erano ancor meno efficaci di quanto possono limitatamente far oggi.

A sinistra: la poltrona che la regina Margherita di Savoia donò a Garibaldi per alleviarne le sofferenze. Si ringrazia il Compendio Garibaldino di Caprera – Foto di Danila Cuneo. A destra: Garibaldi già costretto all’uso del bastone.

Oltre ad aver abbattuto le barriere che dividevano popoli figli d’una stessa patria, Garibaldi abbatté anche, e per primo, le barriere architettoniche. La sua malattia lo perseguitò per anni e statisti, pubbliche amministrazioni e privati fecero a gara per donargli strumenti e dispositivi che potessero in qualche modo essergli d’aiuto. Lui, pur sofferente, condusse perfino la sua partecipazione alla guerra franco-prussiana del 1870 in carrozzina. Con il passare degli anni la situazione andò via via peggiorando fino alla scomparsa nel 1882.
Con il generale se ne andava, insieme all’eroe dei due mondi, uno dei primi grandi alfieri italiani della lotta contro le disabilità motorie. E sono certo che se oggi scoprisse un automobilista abusare dei parcheggi per i detentori di disabilità saprebbe ben lui rimproverarli con “garibaldina energia”!

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Il lungo regno di Vittorio Amedeo II di Savoia, primo Re di Sardegna

Il lungo regno di Vittorio Amedeo II di Savoia, primo Re di Sardegna

di Gianluigi Chiaserotti 18/07/2017

Vittorio Amedeo II di Savoia, decimoquinto duca di Savoia, nacque in Torino il 14 maggio 1666. Figlio di Carlo Emanuele II (1634-1675), decimoquarto duca di Savoia, e di Giovanna Battista di Savoia-Nemours (deceduta nel 1724).
Costei era l’ultima rappresentante dei conti del Genevese e duchi di Nemours, discendenti da quel Filippo detto “Senza Terra” (1443-1497), settimo duca di Savoia.
Vittorio Amedeo ascese al trono ducale, all’età di nove anni (1675), sotto la reggenza della madre, che mantenne anche quando il figlio ebbe raggiunto la maggiore età (1680), e cioè, secondo le consuetudini del Casato, a quattordici anni.

Vittorio Amedeo II infante tra Carlo Emanuele II e Maria Giovanna Battista.

Ma la reggenza fu un continuo contrasto che si palesava tra l’indirizzo politico della reggente e dei di lei consiglieri francesi, troppo proclivi alla volontà di Luigi XIV (1638-1715), il “Re Sole”, e per nulla capaci di tutelare lo stato sabaudo dalle mire politiche del Re di Francia stesso, e le aspirazioni del giovane Duca che rispecchiavano le tendenze più sane del paese e le tradizioni della Dinastia. Infatti il dissidio tra madre e figlio non era solo politico, ma anche psicologico e morale. Tra madre e figlio non esistevano affetto e confidenze. Vittorio Amedeo era moralmente isolato. Di salute malferma che il tempo, e solo il tempo unito all’esercizio delle armi gioveranno a sanare.
In questo aspetto egli ci ricorda un suo antenato. E’ Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580): gracile e macilento, salendo al trono ducale dello Stato Sabaudo per la prematura scomparsa del fratello maggiore Ludovico (1523-1536), e regnò a lungo e con grande gloria. Vittorio Amedeo, come vedremo più avanti, era di carattere “impétueux et sensibile” (“impetuoso e sensibile”) e, più spesso, “caché et secrèt” (“nascosto e segreto”).
Di indole scontrosa e riservata, nascondeva una viva intelligenza, una notevole capacità di osservazione ed una forza di volontà contenuta od abilmente dissimulata. Codesta personalità iniziò ad imporsi nel 1683, in una serie di atteggiamenti più risoluti verso la madre ed i suoi favoriti. Il duca di Savoia fece sua – il 14 marzo 1684 – la reggenza, con il proclama di Rivoli ed assunse “in toto” i pieni poteri ed il 9 aprile 1684, sposando Anna d’Orléans (deceduta nel 1728), nipote del Re Luigi XIV. I vincoli con la Francia venivano così ribaditi e rinsaldati, ma era solo il mezzo per il duca di esautorare l’influenza ed i poteri materni. Ma per rompere definitivamente con la Francia, occorreva riorganizzare lo Stato economicamente e militarmente. Lavoratore instancabile, creò intorno a sé schiere di collaboratori fedeli ed intelligenti, scegliendoli tra i nobili, tra i borghesi, ma il potere fu solo e soltanto assoluto.
Assolutismo, però, che già rilevava, nei concetti e nei disegni audacemente riformatori, quasi un’anticipazione illuminista.
Costituita (1686) la Lega d’Augusta, Vittorio Amedeo II vide approssimarsi il momento della riscossa contro l’egemonia francese. Nel corso del carnevale del 1687, si recò – sotto falso nome – in Venezia al fine di incontrare Massimiliano II di Baviera (1662-1726) ed un agente imperiale. Il viaggio forse non ebbe tutta l’importanza politica che gli storici volevano attribuirgli, ma certamente fu il primo gesto d’indipendenza e di ribellione agli ordini di Versailles.
Le vere trattative si svolsero nel 1688-1689 tra Vittorio Amedeo II e Guglielmo III d’Orange (1650-1702). Infatti il duca di Savoia guardava, e con particolare simpatia, alle potenze marittime, e maggiori alla Gran Bretagna. E quindi nel 1690 lo Stato Sabaudo entrò nella Grande Alleanza.
Respinto quindi un “ultimatum” di Nicolas de Catinat (1637-1712), il quale voleva porre un presidio francese anche a Torino, Vittorio Amedeo si pose alla testa dell’esercito sabaudo. Ma, purtroppo, le vicende della guerra gli furono contrarie.
Fu infatti sconfitto (18 agosto 1690) a Staffarda, fallendo quindi in un tentativo di invasione del Delfinato (1692), e definitivamente a Marsiglia (4 ottobre 1693). Le operazioni militari languono, anche per gli stessi aiuti che il duca riceve dalla Spagna e dall’Imperatore. D’altra parte, Vittorio Amedeo considera la guerra come un fatto politico; è sempre pronto a combattere, ma anche a trattare.

Nella R. Chiesa di S. Cristina l’affresco con il voto di Vittorio Amedeo II ed Eugenio di Savoia.

Nel 1693 si dichiara disposto a sostenere sacrifici; ma chiede in compenso il governo dello Stato di Milano. L’Europa rifiuta, ed egli riprende e porta a termine i negoziati con Luigi XIV che gli aveva offerto una pace separata.
Con il trattato segreto di Pinerolo del 29 giugno 1696, divenuto poi ufficiale e definitivo a Torino il 29 agosto 1696, il duca di Savoia ottiene dalla Francia la liberazione delle terre invase, la restituzione di Pinerolo, il ritorno di Casale, smantellate al duca di Mantova, e quindi il matrimonio della figlia Maria Adelaide (1685-1712) con il nipote del “Re Sole”, Luigi, Delfino e duca di Borgogna (deceduto nel 1712).
Sconfitto militarmente, Vittorio Amedeo trionfò diplomaticamente. Lo Stato Sabaudo riacquistò l’effettiva indipendenza compromessa dopo la Pace di Cherasco del 1631 ed accresceva il proprio prestigio; la via verso l’Italia è sbarrata ai francesi e l’Austria è esclusa da Casale.
Come aveva previsto Luigi XIV il ritiro di Vittorio Amedeo II provocò le sgretolazioni della Coalizione; la guerra cessò in Italia il 7 ottobre 1696, e l’anno seguente fu conclusa la pace generale a Ryswyk.
Se la guerra della Grande Alleanza permise al duca di rientrare in possesso di ciò che i suoi predecessori avevano perduto, la lotta per la Successione in Spagna, lo pose in primo piano nella politica europea, consentendogli di ampliare il proprio Stato, di ottenere il titolo regio, di emergere risolutamente tra i principi italiani, deboli, incerti e neutrali, come il solo che realmente contasse nella vita della Penisola.
Nel corso della prima fase del conflitto per la successione spagnola, Vittorio Amedeo fu al fianco della Francia sicuramente non per maturata convinzione, ma semplicemente perché stretto tra due fuochi, dal momento che il Vaudemont, governatore del Milanese, aveva riconosciuto il testamento di Carlo II d’Absburgo (1665-1700). In virtù dell’alleanza franco-sabauda (6 aprile 1701), il duca di Savoia ottenne il comando supremo delle forze gallo-ispaniche e diede in sposa a Filippo V (1683-1746) la sua secondogenita Maria Luisa Gabriella (1688-1713). Ma nonostante le prove di lealtà e di ardimento da lui offerte nella battaglia di Chiari (1 settembre 1701), era visibile la diffidenza dei generali ed il desiderio di umiliarlo. Vittorio Amedeo II comprese che se la causa borbonica avesse trionfato, in Piemonte avrebbe perduto ogni fase morale ed ogni libertà politica di movimento. Fu per questo che il duca cominciò a trattare con l’Imperatore – le prime proposte concrete sono del luglio 1702 -, con i Paesi Bassi, e soprattutto con la Gran Bretagna, le cui assicurazioni scaturivano da una affinità di interessi politici mediterranei.
Vittorio Amedeo II voleva entrare saldamente in codesto cerchio più ampio di relazioni internazionali, assicurare al proprio stato non solo accrescimento territoriale, ma un più vasto respiro, inserendolo nel quadro delle forze vive ed operanti in Europa.
Luigi XIV ricorse prima alle lusinghe, poi alle violenze – disarmo del corpo piemontese a San Benedetto il 29 settembre 1703 -. Ma ormai era tardi: concluso il trattato con l’imperatore (7 e 30 ottobre 1703), Vittorio Amedeo iniziò le ostilità.
Per la superiorità delle forze francesi, comandate da Luigi Giuseppe Vendŏme, duca di Peuthiène (1654-1712), dal Feuillade e da Renè de Froulay (o Froullay), conte di Tessé (1648-1725), dovette limitarsi a difendere, palmo a palmo, il territorio, le città, le fortezze, in attesa che giunsero i rinforzi imperiali. Caduta Verrua (9 aprile 1705), Mommeliano (17 dicembre 1705), Nizza (6 gennaio 1706), anche Torino venne investita ed assediata. La città si difese, con accanimento e con episodi di valore singolo [Pietro Micca (1677-1706)] nonché collettivo, fino all’arrivo del principe Eugenio di Savoia (1663-1736) alla testa di oltre trentamila uomini. La battaglia del 7 settembre 1706 segnò la sconfitta piena e decisiva dei francesi, i quali lasciarono oltre duemila morti sul campo e dovettero passare nuovamente le Alpi.
Negli anni successivi, il “Re Sole” cercò di rinnovare la manovra diplomatica, come abbiamo visto, felicemente riuscita nel 1696, staccando il duca di Savoia dall’Alleanza. Ma nemmeno l’offerta del Milanese, poté indurre Vittorio Amedeo ad una pace separata, nonostante che egli si trovava in netto contrasto con l’imperatore per le cessioni di territorio pattuite nel trattato del 1703, e per la minaccia crescente di un predominio asburgico in Italia. D’altra parte una vittoria finale dei francesi rappresentava annullare il valore politico della battaglia di Torino, che doveva invece significare, nel pensiero del Nostro, la fine di ogni egemonia d’oltralpe in Italia.
Ne egli poteva aderire alle varie proposte di leghe italiane (1705-1708-1712), così come erano vagheggiate da Venezia o da Firenze, da Versailles o da Londra, con mire sostanzialmente difensive e conservatrici; Vittorio Amedeo non voleva, oseremo dire, ipotecare l’avvenire, immobilizzando il Piemonte, sacrificare la politica sabauda in difesa dello “status quo” della Penisola. La “Italiae libertas” era “sulla punta della spada”, non nei compromessi con principi deboli e discordi.
Ma seppure il duca di Savoia si lasciò lusingare dal progetto di una permuta dei suoi stati con il Regno di Napoli e Sicilia, o addirittura con la Spagna: «[…] allons au solide ed au présent» (“andiamo al sodo e al presente”) diceva «et puis je vous écouteray sur les chimères agréables et futures» (“eppoi Vi ascolterò sulle chimere piacevoli e future”).
Finalmente con le paci di Utrecht (11 aprile 1713) (il Duca di Savoia la stipulò il 13 agosto 1713) e di Rastatt (7 marzo 1714), Vittorio Amedeo ottenne, con l’elevazione al titolo regio, la Sicilia, la Lombardia del trattato del 25 ottobre 1703 ed il Monferrato; i porti di Exilles e di Fenestrelles, con le valli di Oulx e di Pragellato, cedendo alla Francia la vallata di Barcellonette. Inoltre con il trattato particolare tra la Spagna e la Savoia si riconobbe, all’art. 3, la successione al trono di Spagna al Re di Sicilia, nel caso in cui venisse meno la discendenza al Re Filippo V, peraltro genero del Nostro.
Certamente il Re Vittorio Amedeo II di Savoia avrebbe preferito il Ducato di Milano alla Sicilia, ma Pietro Mellarede (1659-1730) lo confortava: «[…] col Piemonte piglierà il milanese, con la Sicilia piglierà Napoli».
Invece la situazione europea tornò ad aggravarsi, e, di fronte alle richieste imperiali, le potenze furono concordi nel sacrificare le aspirazioni sabaude. Del resto Vittorio Amedeo nel corso del suo soggiorno palermitano (dal 21 dicembre 1713 al 5 settembre 1714) si era nettamente convinto delle difficoltà opposte dal particolarismo siciliano e di quelle insite nella lontananza dell’isola dal potere centrale. Il Re era quindi disposto ad un’intesa con l’Austria mediante lo scambio della Sicilia con la Sardegna, ma voleva anche una parte del milanese. Ne ebbe un rifiuto, ed allora tentò una via opposta: l’accordo con Giulio Alberoni (1664-1752), il cardinale, il fine diplomatico, lo statista spagnolo di origine italiana.
Fallita anche codesta trattativa e dopo gli sbarchi spagnoli a Cagliari ed a Palermo, al Re di Sicilia non restò che aderire alla Quadruplice Alleanza (8 novembre 1718); se avesse rifiutato correva il rischio di essere assalito contemporaneamente dalla Francia e dall’Austria. Il Re propose, ma invano, all’imperatore la permuta della Sicilia con gli stati di Parma e con la Toscana; poi, non avendo forze per difendere l’isola lontana, si impegnò a liberarla, aiutando Carlo VI (1685-1740) a riprendere la Sardegna al fine recondito di assicurarsi lo scambio (convenzione del 29 dicembre 1718). Quindi Vittorio Amedeo II assunse il nuovo e definitivo titolo di Re di Sardegna. Ma dovette effettivamente attendere fino al 1720 per la consegna materiale dell’Isola. Ma alla fine delle guerre non seguì la fine delle lotte politiche.

A sinistra: nel 1713, col trattato di Utrecht la Sardegna fu assegnata all’Austria la quale, in virtù del trattato di Londra del 2 agosto 1718 e del successivo trattato dell’Aia del 1720, consegnò l’isola, il 4 agosto 1720, al nuovo re Vittorio Amedeo II di Savoia. Il nuovo regno diventò da imperfetto a perfetto attribuendogli la summa potestas, cioè la facoltà di stipulare trattati internazionali. A destra: Vittorio Amedeo Francesco di Savoia, detto la Volpe Savoiarda (Torino, 14 maggio 1666 – Moncalieri, 31 ottobre 1732), è stato duca di Savoia, marchese di Saluzzo e duca del Monferrato, principe di Piemonte e conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1675 al 1720.

Particolarmente vivo ed acuto rimaneva il conflitto con la Santa Sede, iniziatosi nel 1694 per la questione dei valdesi, successivamente ampliatosi con il sopraggiungere di nuovi e più gravi motivi di contrasto.
Strenuo difensore del diritto dello Stato di fronte alla Chiesa, il Re di Sardegna lottò a sostegno delle proprie leggi sui valdesi, senza curarsi del decreto del Papa di condanna; combatté aspramente i pretesi diritti del Romano Pontefice sulla Sicilia; volle sottoporre il clero a tributi; svuotò di ogni efficacia il pontificio Tribunale dell’Inquisizione, e giunse ad espellere da Torino l’internunzio del Papa.
Solo nel 1727, quando il papa Benedetto XIII [Pietro Francesco Orsini (nato nel 1650), 1724-1730] riconobbe Vittorio Amedeo II di Savoia quale Re di Sardegna, la lotta diminuì di intensità in quanto fu sottoscritto un concordato con la Santa Sede, ma non si placò mai del tutto e fu, per il vetusto sovrano, una fonte di preoccupazione anche negli ultimi anni di vita.
Artefice di codesto accordo fu quel Carlo Vincenzo Ferrero di Roasio, al secolo Marchese d’Ormea, (1680-1745), il fine diplomatico e uomo di Stato apprezzato, quando era un giudice a Carmagnola, dal Re medesimo.
La riconoscenza però che ebbe Vittorio Amedeo nei confronti del d’Ormea non fu la medesima di quest’ultimo nei confronti del Re in quanto, da suo uomo di fiducia, divenne l’oscuro avversario, da trasformista che era, al servizio del successore, Carlo Emanuele. Scrive lo storico Francesco Cognasso (1886-1986): «[…] Carlo Emanuele e l’Ormea avevano scritto nella storia della dinastia una pagina che ancora rattrista».
Il 3 settembre 1730, Vittorio Amedeo II rinunciò al trono in favore del figlio Carlo Emanuele III (1701-1773), in quanto il suo fratello maggiore ed erede al trono Vittorio Amedeo era deceduto nel 1715.
L’idea dell’abdicazione era maturata l’anno prima, forse per stanchezza, forse per il desiderio di una più intima vita familiare. Perduta la consorte (1728), Vittorio Amedeo II aveva sposato (12 agosto 1730) la contessa Anna Teresa Canalis di Cumiana, vedova del conte di San Sebastian (poi Marchesa di Spino e deceduta nel nel 1769). Ritiratosi il Re in quel di Chambery, l’antica capitale del Ducato, volle essere informato settimanalmente degli affari di Stato.
Ma quando gli parve che il figlio non fosse all’altezza del compito, ritornò (1731) a Torino al fine di cercar di ascendere nuovamente al trono. Vittorio Amedeo si stabilì quindi a Moncalieri, pur continuando a chiedere la revoca dell’abdicazione. Di fronte al suo contegno ed al periodo di sollevazioni interne, Carlo Emanuele III lo fece arrestare e confinare nel castello di Rivoli (28 settembre 1731). La prigionia, prima severa, venne poi mitigata, ma ormai la salute del Re era senza rimedio e molto scossa. Il 31 ottobre 1732, all’età di 66 anni, il Re di Sardegna Vittorio Amedeo II di Savoia si spense.
Ed ora passiamo ad analizzare alcune caratteristiche del lungo regno del primo Re di Sardegna. Di carattere vigoroso, difficile, talvolta violento. Il Re dava risposte “mordaci e piene di aculei” oppure si rinchiudeva in un “minaccioso silenzio”.
Diceva di lui il Tessè : «[…] le prince est un fagot d’epines, ceux qui l’approchent de plus prés ne savent pas aù le prendre» [“(…) il principe è un fascio di spine, coloro che lo avvicinano non sanno come prenderlo”] .
Il Re era di un’astuzia politica proverbiale: non enunciava tesi e soluzioni a priori; intorno ad un piano, ad un progetto di massima, lavorava, e per lungo tempo, per tirarne fuori l’esito più vantaggioso possibile.
Vittorio Amedeo rinvigorì, ed al meglio, la diplomazia sabauda, riuscendo a plasmare, oseremo dire, una classe politica in gran parte nuova, circondandosi di ambasciatori, ministri ed agenti abili ma soprattutto devoti alla sua persona [il Mellarede, il Vernone, Alessando Maffei (1662-1730) e il del Borgo], cresciuti in una scuola severa ed in anni di durissime prove.
Terminate le lotte, con l’ascesa al trono di Sardegna, come abbiamo poc’anzi visto, Vittorio Amedeo dedicò gli ultimi dieci anni del di lui regno ad un sostanziale, strutturale, radicale miglioramento dello stato, e ciò con una visione organica e coerente dei maggiori problemi. Nel 1717 il Re emanò l’editto che organizzava il Consiglio di Stato in cui si dovevano discutere tutti i problemi politici. Esso era composto di otto consiglieri. Poscia creò i ministeri degli Affari Esteri e degli Affari Interni, poi quello della Guerra. Quindi i ministeri (aziende) delle Finanze, del Soldo, delle Artiglierie e, naturalmente, della Real Casa.
Attuò un radicale risanamento finanziario, dopo le spese ed i danni di guerre, provvedendo con mezzi necessari, cioè con un nuovo Catasto (riforma dal 1698 al 1730), con l’avocazione al Demanio, e quindi la successiva vendita di molti feudi abbandonati con le coraggiose limitazioni delle immunità ecclesiastiche. Il Re propose ed attuò opere di giustizia tributaria che mirava a ristabilire l’equilibrio del bilancio senza ricorrere ad alcun aumento di pressione fiscale.
Fu lo stesso Re che impegnò i gioielli della Corona ed adottò per sé, ed impose alla corte, un tenore di vita semplice e sobrio.
Si arrivò quindi ad un riordinamento legislativo e Vittorio Amedeo II affidò allo Zoppi, nuovo suddito alessandrino e giurista dell’Ateneo di Pavia, e ad altri giuristi l’incarico di compilare una nuova e più attuale raccolta di editti sabaudi.
Ma nel 1722 il Re cambiò parere e volle che si procedesse alla creazione di un codice nuovo in cui fosse rifusa organicamente tutta la legislazione vigente. L’opera, in cinque libri, venne solennemente promulgata nel 1723. Ma il Re la riprese, la corresse e la modificò. L’opera definitiva poté quindi uscire nel 1729. Il c. d. “Codice Vittorino” non ebbe carattere innovatore, ma seguiva un temperamento dei diritti feudali ed una limitazione dell’istituto del fedecommesso, cioè una speciale disposizione di ultima volontà con la quale il “de cuius” impone ad una persona (istituito) l’obbligo di conservare i beni ricevuti per poi trasmetterli, alla sua morte, alla persona indicata nel testamento come sostituto.

Tra i contributi dati dal Re alla città di Torino, si ricordano la riforma dell’università, affidata al siciliano Francesco d’Aguirre e la costruzione di nuovi monumenti e chiese, affidati agli architetti Juvarra e Bertola, i cui interventi lanciarono il barocco in città. In quegli anni il capoluogo sabaudo si ingrandì diventando il maggiore centro del territorio alpino. Nonostante il massacrante assedio del 1706 e le guerre precedenti e successive avessero ridotto la già esigua popolazione piemontese, sotto il governo del primo Re di Casa Savoia il Piemonte seppe assurgere al rango di maggiore degli stati italiani. Ciò, bisogna dire, anche grazie all’intervento e alle volontà di stati stranieri come l’Inghilterra, che vedevano come evento assai favorevole la creazione di una potente e salda monarchia in Italia, meglio ancora se questa nazione fosse stata ai piedi delle Alpi, in modo da frenare qualsiasi altro tentativo espansionistico della Francia. I governanti inglesi videro in Vittorio Amedeo II il personaggio adatto a realizzare questo loro progetto. Iniziava quel lento processo di modernizzazione che avrebbe portato, un secolo e mezzo dopo, all’unità d’Italia.

Nella cultura, pur adottando misure restrittive della libertà di stampa e di pensiero, Vittorio Amedeo II di Savoia non esitò a combattere il monopolio ecclesiastico nell’insegnamento, promovendo l’apertura di scuole laiche e restringendo i privilegi di quelle religiose, massime se tenute dai gesuiti. E’ certamente un accenno di cultura liberale che ebbe il suo sviluppo nel ben noto “Secolo dei Lumi”, nell’Enciclopedia (1751) e fu il prologo ideologico della Rivoluzione Francese.
Sotto il regno vittorino, si riorganizzò, ma su nuove basi, con l’aiuto di due giuristi siciliani (Niccolò Pensabene e Francesco d’Aguirre), l’Università di Torino inviandovi maestri insigni dall’Italia e dall’estero, riservando alle quattro facoltà l’esclusivo diritto di conferire lauree, e fondando un collegio delle province per gli studenti poco abbienti.
In questo ambito, il Re di Sardegna fondò un’apposita biblioteca per sussidiare lo studio dell’Università e vi diede, quale primo fondo, la biblioteca di corte con circa diecimila volumi. Fu così che sorse la grande biblioteca universitaria di Torino ricca di manoscritti, la quale bruciò nel tristissimo incendio del 1904, eppoi nuovamente in quello del 1943.
Ma oltre tutte le riforme che abbiamo poc’anzi, e sommariamente analizzato, il regno di Vittorio Amedeo II è da ricordare anche dal punto di vista del suo mecenatismo per le arti. In particolare per l’architettura. Infatti il Re di Sardegna fece venire a Torino, l’architetto messinese Filippo Juvara (o Juvarra) (1678-1736), il quale progettò ed edificò numerosi monumenti piemontesi, e cioè: a Venaria il castello della Venaria Reale (1714-1726); a Torino la Chiesa di San Filippo Neri (1715), la facciata della Chiesa di Santa Cristina (1715-1718), il palazzo Birago di Borgaro (1716), il quartieri militari (1716-1728), la facciata di Palazzo Madama (1718-1721), la Chiesa del Carmine (1732-1736); a Rivoli il Castello (1715-21); a Stupinigi la Palazzina di Caccia (1729-1731). Ma sicuramente il suo capolavoro è la Basilica di Superga (1717-1731), in cui svolse il tema prediletto dell’impianto centrico. 
La Basilica di Superga fu edificata per un voto che fece Vittorio Amedeo II alla Madonna. Vediamo come ci si arrivò. Sul colle di Superga, esisteva, sin dal secolo decimoquinto, una piccola chiesa dedicata alla Beata Vergine o Nostra Signora di Superga. La sua fama deriva dall’intercessione della Madonna in un momento drammatico per la storia di Torino, e cioè, come abbiamo visto, il 1706. Le sorti di Torino, assediata dai francesi, non erano delle migliori.
Il 28 agosto 1706 avvenne l’incontro tra il Principe Eugenio e Vittorio Amedeo. I due strateghi ascesero al colle di Superga al fine di esaminare al meglio, da quell’altura, il campo di battaglia. Constatarono che lo schieramento nemico presentava diversi punti deboli nella zona tra la Dora e la Stura. Giunsero alla conclusione che convogliando gli attacchi in quella zona poteva esserci una possibilità di successo. Alcuni storici asseriscono che Vittorio Amedeo ed Eugenio si recarono sul colle di Superga una seconda volta, e cioè il 2 settembre, e fu l’occasione in cui entrarono nella chiesetta. Celebrata la S. Messa, i due principi si accostarono ai sacramenti; si cantò solennemente “l’Ave Maris Stella”. Giunti al versetto “[…] monstra Te esse matrem”, il duca di Savoia si prostrò ai piedi della statua (quella tutt’oggi venerata nella cappella c. d. “del voto”) e fece voto che se la Madonna gli avesse fatto ottenere la vittoria avrebbe costruito sul colle un magnifico Tempio a Lei dedicato. Fu vittoria!! La popolazione, venuta a sapere del voto del Duca, attribuì la vittoria all’intercessione della Madonna. Ancora una volta, l’intercessione divina fu determinante per una vittoria. Un’intercessione che più volte la storia ci ha abituato a porre in evidenza dalla battaglia di Lepanto in poi. Il 7 settembre 1706, data gloriosa per Torino, è anche la vigilia del giorno 8 settembre, che la Chiesa dedica alla Natività di Maria e non a caso diversi Papi, da Pio IX [Giovanni Battista Mastai Ferretti (nato nel 1792), 1846-1878] in poi si sono dedicati alla Madonna.
Il voto di Vittorio Amedeo ci fu sicuramente. Infatti nella parte interna della Cappella c. d. “del voto”, c’è la seguente epigrafe:
«Virgini Genitrici – Victorius Amedeus, Sardiniae Rex – Bello Gallico, vovit – Et pulsis hostibus fecit, dedicavitque». (“alla Vergine Madre di Dio – Vittorio Amedeo, Re di Sardegna – nella guerra contro i francesi fece voto – e cacciati i nemici costruì e dedicò questo tempio”).
La Basilica di Superga è anche l’attuale sepolcreto di alcuni personaggi di Casa Savoia, tra l’altro, i Re di Sardegna, i duchi di Genova, Maria Pia, Regina del Portogallo (1847-1911), figlia del Re Vittorio Emanuele II (1820-1878), Maria Vittoria, Regina di Spagna, (1847-1876), prima moglie di Amedeo (1845-1890), primo duca d’Aosta e Re di Spagna, ed una lapide in perpetuo ricordo di Mafalda di Savoia, Langravia d’Assia, (1902-1944), tragicamente morta a Buchenwald.
juvarra

Filippo Juvarra (Messina, 27 marzo 1678 – Madrid, 31 gennaio 1736) è stato un architetto e scenografo italiano, uno dei principali esponenti del Barocco, che operò per lunghi anni a Torino come architetto di casa Savoia. Formatosi inizialmente in Sicilia, parzialmente da autodidatta, la sua prima opera architettonica fu il completamento, nel 1703, della Chiesa di San Gregorio, oggi scomparsa, per la quale progettò la sistemazione interna comprendente la realizzazione del coro e dell’altare maggiore. La basilica di Superga, nota anche come Real basilica di Superga, sorge sull’omonimo colle a nord-est di Torino. Il progetto è del messinese Filippo Juvarra e risale al 1715. Alla cappella, posta alla sommità dell’omonima collina, si può giungere attraverso strada o servendosi della tranvia Sassi-Superga. La storia della basilica è da far risalire al 2 settembre 1706, quando il duca di Savoia Vittorio Amedeo II e il principe di Carignano Eugenio di Savoia salirono sul colle per osservare Torino assediata dai franco-spagnoli. Vittorio Amedeo, inginocchiatosi dinanzi ad un vecchio pilone, giurò che, in caso di vittoria, avrebbe edificato un monumento alla Madonna.

Sicuramente il lungo regno di Vittorio Amedeo II di Savoia è da ricordare soprattutto per questa vigorosa, anche se duramente autoritaria, opera riformatrice. Infatti, come abbiamo poc’anzi visto, nel giro di pochi decenni, l’eccezionale abilità politico-militare del Re gli permise di passare dalla condizione di vassallo del “Re Sole” a quella di un sovrano fra i più potenti della Penisola e guadagnare, e sul campo, il titolo regio. Non minore abilità ed energia egli portò nel riordinamento interno dello Stato, imponendo la propria autorità contro i privilegi della nobiltà e del clero, e precorrendo in tal modo le riforme illuministiche della seconda metà del ‘700.
Il ‘700 fu, come sappiamo, un secolo innovativo. Vi fu, anche in Italia, un risveglio intellettuale. Particolare importanza ebbe in questo senso la città di Napoli, i cui influenti e colti suoi figli si aprirono alla nuova cultura europea. Ricordiamo lo storico Pietro Giannone (1676-1748), il filosofo Giovan Battista Vico (1668-1744) e il letterato Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), i quali rappresentano tutti e tre una tappa fondamentale nell’avvento, anche in Italia, di una cultura moderna. E ciò fu dovuto anche a Vittorio Amedeo il quale, dalla lontana Torino, si affacciò sulle tradizioni e sulla cultura siciliana. Le sue idee, la sua “forma mentis”, comune ai personaggi sabaudi, risvegliarono animi e spiriti sopiti nella profonda tradizione appunto della cultura meridionale.
A Vittorio Amedeo succedette, come abbiamo visto, Carlo Emanuele III. A lui Vittorio Amedeo III (1725-1796), eppoi Carlo Emanuele IV (1751-1819), Vittorio Emanuele I (1759-1824), Carlo Felice (1765-1831) e Carlo Alberto (1798-1849).
Sovrani tutti non inclini, anzi contrari, a quella visione liberale del Regno, la quale, per ritrovarla, dovranno trascorrere oltre cento anni dalla morte di Vittorio Amedeo II, e che si personificò nell’ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II. Il Regno di Vittorio Amedeo II, fu un’anticipazione di quello che sarà il Regno d’Italia, sotto l’illuminata guida sabauda.
Prima, però, di concludere, ecco una curiosità. Centinaia sono le interpretazioni del motto del Casato “F. E. R. T.”. Ed una di queste è “Foemina erit ruina Tua”. E’ l’ammonizione con la quale il Beato Sebastiano Valfrè (1629-1710), confessore del Re, richiamava il suo real penitente, noto amatore. Voglio concludere questo mio breve ed incompleto saggio sul primo Re di Sardegna, Vittorio Amedeo II, ricordando a tutti quei versi con i quali il poeta “repubblicano” Giosuè Carducci (1835-1907) conclude la sua “Alla Croce di Savoia”:
“[…] E tu, Croce di Savoia, – tu fra l’armi e su le mura – spargerai fuga e paura – in tra i barbari signor. Noi, progenie non indegna – di magnanimi Maggiori, – noi con l’armi e con i cuori – ci aduniamo intorno a te. Dio ti salvi, o cara insegna, – nostro amore e nostra gioia! – Bianca Croce di Savoia, – Dio ti salvi e salvi il Re!”.

 

Per approfondimenti:
_Maria Enrica Magnani Bosio, “Vittorio Amedeo II di Savoia. L’ultimo duca” – Edizioni La Venaria Reale;
_Geoffrey Symcox, Vittorio Amedeo II. L’assolutismo sabaudo 1675-1730 – Edizioni Saggi Sei;
_Filippo Juvarra, “1678-1736, architetto dei Savoia” – Edizioni Campisano Editore.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Vittorio Emanuele II: numeri da Re

Vittorio Emanuele II: numeri da Re

di Alessandro Mella 12/07/2017

Nel 2016, ricorse il centocinquantesimo anniversario della Terza Guerra d’Indipendenza italiana. La guerra all’Austria, mossa dal giovane stato italiano per restituire le Venezie ai confini naturali e nazionali, conflitto lungamente atteso e sospirato dal prode Giuseppe Garibaldi. Poche le celebrazioni, per lo più sotto tono per interessi politici contrastanti e miopi, pochi i prodotti della storiografia più o meno ufficiale. I pochi cenni e riferimenti sono stati quasi solo quelli degli storici maggiormente illuminati e non avvelenati da redditizi revisionismi. Fu un conflitto sfortunato con esiti e vicende contrastanti ma, malgrado le sfortune e qualche errore noti, con un profondo significato.
Gli Italiani seguitavano a costruire il proprio futuro ed il proprio destino sotto le insegne tricolori innalzate tanti anni prima dal Carlo Alberto, re di Sardegna. Vittorio Emanuele II, che non aveva grande acume strategico ma un coraggio da leone da tutti riconosciuto e spinto quasi all’incoscienza, volle i suoi figli con sé in quella lotta.

Gerolamo Induno: “Vittorio Emanuele II a cavallo” (particolare) – Olio su Tela, Museo del Risorgimento, Milano – 1861

Il principe Umberto (il futuro re buono) ed il principe Amedeo (duca d’Aosta e poi, per un breve periodo, re di Spagna) si esposero al fuoco ed alle sciabolate nemiche con non meno ardimento. Generali e politici fecero notare al re quanto fosse imprudente lasciarli andare avanti in modo così pericoloso, ma il sovrano non volle sentir ragioni. La sua Casa doveva contribuire attivamente al percorso unificante della nazione italiana ed i principi dovevano fare la propria parte e, se la storia l’avesse chiesto, non mancare di versare il proprio sangue al pari dell’ultimo fantaccino. Da anni il Piemonte ospitava i patrioti che fuggivano dagli stati preunitari ove venivano perseguitati dalle polizie asburgiche, borboniche o papaline. Casa Savoia aveva scelto, ormai da tempo, di rischiare tutto per una causa cui ormai l’Europa guardava con interesse e malcelato sospetto. E ciò avveniva già nel 1859, ai tempi della precedente guerra d’indipendenza, quando il re non aveva perso un’ulteriore occasione per dimostrare il proprio carattere, tutt’altro che imbelle: Io desidero rimanere vostro amico, ma non accetto imposizioni da nessuno. Del mio onore rispondo solo a Dio e al mio popolo. Nessuno farà mai abbassare la testa a un Savoia abituato a portarla alta da ottocentocinquant’anni” .
Oggi si dimentica, troppo spesso, quel ruolo che permise, unitamente all’apostolato di Giuseppe Mazzini, alla sciabola di Garibaldi ed alla lungimiranza di Cavour, di portare l’Italia ad un’unità sospirata da decenni.
Tale unità, purtroppo, pur condotta con serietà d’intenti non risolse tutti i mali dei molti popoli che vivevano sulla penisola e la costruzione dello stato risentì della prematura scomparsa dello stesso conte di Cavour. Tra le accuse mosse al Risorgimento, unico grande collante nazionale che ciecamente è oggetto di sciocche ricostruzioni o meglio demolizioni, è proprio di aver piemontesizzato lo stato. Cavour guardava più lontano: Cavour, (…) aveva già elaborato un vasto progetto di decentramento, ma la morte repentina che l’aveva colto di sorpresa nel pieno della sua attività gli aveva impedito di sottoporre all’approvazione della Camera questo suo fondamentale disegno riformatore. (…) Ma, a questo punto, vale tuttavia la pena di riassumere il progetto federalista di ispirazione cavouriana che il bolognese Marco Minghetti cercò invano di fare approvare dal Parlamento, perché merita una riflessione. Esso prevedeva quanto segue: Eliminazione del sistema centralizzato e concessione ampi poteri agli enti locali. Creazione di un ordinamento nazionale su base elettiva che consenta di conservare le tradizioni e i costumi delle popolazioni locali. A ogni Grande Provincia (leggi Regione) dovrà spettare il potere legislativo e l’autonomia finanziaria per quanto riguarda i lavori pubblici, l’istruzione, la sanità, le opere pie e l’agricoltura. Le Grandi Provincie e i Comuni dovranno ampliare le loro competenze e le rispettive basi elettorali estendendo il diritto di voto a tutti i cittadini iscritti da almeno sei anni nei ruoli delle imposte senza escludere gli analfabeti. I Sindaci non saranno più di nomina regia, ma dovranno essere nominati dal consiglio comunale eletto. Allo Stato spetteranno soltanto la politica estera, la difesa, i grandi servizi di unità nazionale (ferrovie, poste, telegrafi e porti), nonché un’azione di vigilanza e di controllo sull’operato degli enti locali. Considerato il tempo in cui questo progetto venne presentato, si deve ammettere che si trattava di un programma indiscutibilmente moderno e persino avveniristico, il che conferma la lucida preveggenza del conte di Cavour”.
03

Pittore Anonimo: “L’entrata di Vittorio Emanuele II a Venezia” (il 7 novembre 1866) – Olio su Tela

Gli eventi della grande storia offuscarono la memoria di molti e la cesa operata nel 1946 non giovò. La svolta repubblicana, infatti, invece di garantire continuità storica con il lungo percorso unificante volle rifondarsi una memoria propria recidendo le radici nazionali e, soprattutto, conducendo per decenni politiche fallimentari che furono terreno fertile per malcontenti al nord ma soprattutto in quel sud in cui il fiume carsico di denaro inviato fu mal investito e spesso oggetto di ruberie. Il malcontento sfocia, oggi, nei revisionismi. Argomento tipico di chi vuol male alla storia italiana è la scelta fatta da Vittorio Emanuele II al momento della sua proclamazione, nel marzo 1861, a re d’Italia. Scelse di mantenere il “II” e questo, per alcuni, è il peccato originale. Spesso gli si paragona le scelte fatte dai Borbone di Napoli, in particolare da Ferdinando IV di Borbone il quale, dopo il Congresso di Vienna, unite le corone di Napoli e Sicilia in quella delle Due Sicilie, mutò nome in Ferdinando I. Scelta legittima per sancire la nascita di un nuovo corso, più grandioso e glorioso ma anche desideroso di relegare al passato la memoria degli intellettuali impiccati nel 1799, delle figure e fughe non proprio eroiche nel periodo napoleonico e via discorrendo. Scelta di comunicazione, incensare il nuovo corso per annebbiare il vecchio agli occhi dei propri sudditi. A quel tempo la comunicazione politica passava anche da questi machiavellismi. Ma nel 1734 Carlo III di Borbone, sconfitti gli Asburgo a Bitonto, non mantenne il “III” in continuità con Carlo II d’Angiò? Così fu, la storia ma soprattutto chi la scrive, son spesso animati da grandi contraddizioni e vuoti di memoria (nota1).
Dunque il re di Sardegna, diventando re d’Italia, non si fece fautore a sua volta di un taglio netto con il passato dei suoi predecessori. Le ragioni furono molteplici ma alla fine molto semplici e del tutto palesi.
Qualcuno sostenne che non volesse essere confuso, proclamandosi “I”, con il suo avo omonimo. Ne aveva ragione? L’antenato non era per nulla deprecabile. Vittorio Emanuele I era asceso al trono sardo mentre i Savoia si trovavano in esilio coatto a Cagliari essendo Torino annessa al Primo Impero di Napoleone I. Aveva contribuito alla sconfitta del grande corso con le sue modeste forze, aveva ottenuto l’annessione al Piemonte dell’ambito sbocco sul mediterraneo con la Liguria e, messo al muro dalla rivoluzione piemontese del 1821, non volendo sparare sui suoi sudditi ma nemmeno tradire la parola data al Congresso del 1815, scelse di abdicare: “Era stato, come quasi tutti i Savoia, un re malinconico ma, che si era onestamente proposto il bene dei suoi sudditi, o per meglio dire quello ch’egli riteneva fosse il loro bene, e ora se n’andava appunto per non fargli del male o scatenando contro una repressione violenta o ingannandoli con una Costituzione che non avrebbe voluto mantenere. Alla bassezza cui era sceso Ferdinando di fingere di largirla per poi affidarne la revoca all’Austria, si rifiutò di arrivare”.
Vittorio Emanuele I, poi, aveva pur sempre anche la grande gloria d’aver fondato la benemerita arma dei Reali Carabinieri. Non vi era, dunque, ragione alcuna per rinnegarlo, per prenderne le distanze. Nemmeno il timore di essere confuso con lui nei testi di storia percorse il “padre della patria”. Aveva tanti difetti, ma non era certamente un vanesio e per sobrietà primeggiava. Tutte le sue biografie documentate, concordano su queste sue sfumature di carattere.
La ragione, dunque, è la più semplice e proprio per questo ai più sfugge. Suo padre aveva iniziato le guerre risorgimentali, aveva perduto tutto ed era andato a morire di dolore in Portogallo spegnendosi ad Oporto.
I suoi figli avevano conosciuto le palle di moschetto austriache, facendosi onore, ed Amedeo era rimasto perfino ferito. La sua Casa si era messa in gioco nel nome d’Italia e per l’Italia. Poteva aver commesso errori ed ingenuità? Forse sì ma certo i Savoia erano stati il collante, avevano mediato tra le diverse anime del Risorgimento e Vittorio Emanuele con tutte dialogava, cercava la concordia anche tra anime così inconciliabili come Cavour e Garibaldi. Proprio quest’ultimo, repubblicano e mazziniano financo socialista, non esitò a combattere alle parole “Italia e Vittorio Emanuele” riconoscendo nel Regno Sardo l’unico che potesse sostenere il percorso risorgimentale, avendo avuto l’interesse politico di unità nazionale. L’unico che la Costituzione l’aveva concessa, con Carlo Alberto lo Statuto Albertino, e non l’aveva revocata nemmeno nei momenti peggiori. L’unico regno i cui sovrani si erano esposti al fuoco nemico a differenza di tutti gli altri che, per inclinazione alla pigrizia o disinteresse o cecità, si erano ben guardati dal mettersi in gioco, destandosi tardivamente dal proprio torpore solo quando i propri troni erano ormai irrimediabilmente perduti e spazzati via dalla storia e dal cammino dei popoli. Vittorio Emanuele, quindi, aveva pieno diritto a riaffermare di fronte all’Italia ed alla storia che il grande passo di quel 1861 era stato compiuto grazie anche al contributo della propria corona. Era il compito, il ruolo e il traguardo raggiunto da una dinastia millenaria che, proprio con i fatti del ’66, pur dopo l’alloro non fermò il proprio ardore. Ecco perché le polemiche sui “numeri da Re” sono inutili e pretestuose in un’Italia che invece di cercare concordia ed unità si perde, ancora, in devastanti campanilismi secolari. Consumati con una birra in mano allo stadio o farneticando sulla rete e sui sociali. Lo diceva Umberto Eco con altre parole ma la sostanza, disgraziatamente, resta.

 

Note:
1) Del resto, anche Vittorio Amedeo II quando fu proclamato re di Sicilia prima e Sardegna poi, primo Savoia a cingere la corona regia dopo quella ducale, mantenne la propria originale numerazione. Legittima prosecuzione, poiché nuovi regni e nuovi titoli erano pur sempre conquiste in continuità con il proprio percorso in molte dinastie dalla storia consolidata.

 

Per approfondimenti:
_Arrigo Petacco, Vittorio Emanuele II a Napoleone III – Edizioni Il Regno del Nord, 2001;
_Arrigo Petacco, Roma o morte, 2011;
_Indro Montanelli, L’Italia Giacobina e Carbonara.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

Luigi Amedeo di Savoia, il pioniere dell’umanità

Luigi Amedeo di Savoia, il pioniere dell’umanità

Di Giuseppe Baiocchi

Al compagno di viaggio Vittorio Sella, un giorno Luigi Amedeo di Savoia-Aosta gli asserì: “Preferisco che intorno alla mia tomba s’intreccino le fantasie delle donne somale, piuttosto che le ipocrisie degli uomini civilizzati”.
Così rispondeva il duca degli Abruzzi al suo amico di viaggio – di tante spedizioni, nipote del primo ministro Quintino – il quale lo invitava nel continuare le cure in Italia, sconsigliando il trasferimento africano, nel villaggio somalo dove Luigi Amedeo di Savoia-Aosta morirà qualche mese più tardi, il 18 marzo 1933.
Una risposta vera per un uomo che ha vissuto la vita pienamente, entrando in sintonia con culture diverse, rapportandosi con la diversità e la contaminazione culturale attraverso i suoi lunghi viaggi, spesso segnati da record europei e mondiali. Il duca degli Abruzzi non ha mai voluto far parte di quel mondo aristocratico troppo etichettato, che il suo titolo gli avrebbe permesso di sfruttare.
Sogna di arrivare per primo al Polo Nord e di conquistare così un primato che inorgoglirebbe l’Italia. Il suo sogno non potrà realizzarsi, ma il suo nome figura universalmente nell’albo d’oro dei pionieri dell’umanità.
Quando nella primavera del 1899 Luigi di Savoia duca degli Abruzzi decide di partire per la grande avventura artica ha appena 26 anni, ma è già un personaggio noto avendo capeggiato anni prima – con successo – una spedizione scientifico-alpinistica nell’Alaska, la quale si concluse con la scalata in vetta, traguardo mai violato prima, della montagna del Sant’Elia con i suoi 5.514 metri.

Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia (Madrid, 29 gennaio 1873 – Villaggio Duca degli Abruzzi, 18 marzo 1933) è stato un ammiraglio, esploratore e alpinista italiano.

Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia più semplicemente conosciuto come il “duca degli Abruzzi”  nacque a Madrid nel 1873, terzogenito di Amedeo di Savoia-Aosta, da due anni Re di Spagna. Luigi viene alla luce in momento politico molto difficile: l’insediamento di un Re straniero sul trono spagnolo, non aveva procurato simpatia né tra i sostenitori della corona, né ovviamente tra i repubblicani. Dopo due anni di impopolarità e di attentati, appena quattordici giorni dopo la nascita di Luigi Amedeo, il Re abdicò e si trasferì con la famiglia a Lisbona, per poi passare qualche tempo dopo in Italia. L’infanzia e la giovinezza sono scandite tra brillanti studi e esperienze marinare. All’età di sei anni viene arruolato come mozzo nel Corpo Reali Equipaggi della Regia Marina Militare Italiana. Il contatto con l’elemento naturale avviene, dunque, fin da piccolo, ma si rafforza durante le calde estati, dove il giovane duca si appassionava sempre più alle gite in montagna, in particolare nelle vaste riserve di caccia sul Gran Paradiso, dove trovò il forte appoggio della regina Margherita, celebre per le proprie scalate alpine. Fu dunque a partire dal 1892 che il duca, accompagnato da alcune guide e da diversi tra gli alpinisti più celebri del tempo, iniziò ad effettuare numerose arrampicate, scalando con successo il Gran Paradiso, il Monte Bianco, il Dente del Gigante, le cime principali del Monte Rosa e il Cervino lungo la Cresta di Zmutt, un versante molto pericoloso, scalato, prima d’allora, solamente due volte.

Nella foto centrale viene ripresa la spedizione di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi sul Ruwenzori nel 1906. Nella foto di destra: la capanna intitolata al principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi a Breuil in Cervinia.

Corre il 1894, quando Luigi Amedeo di Savoia-Aosta parte a bordo della Cristoforo Colombo per un lungo giro intorno al globo. Ad accompagnarlo in tale impresa vi sono alcuni uomini, i quali seguiranno, negli anni successivi, il duca in tutte le sue scalate e imprese. Ricordiamo Umberto Cagni e il medico Filippo de Filippi. Durante il viaggio Sua Altezza Reale iniziò a progettare una spedizione sul Nanga Parbat, nella zona meridionale del Karakorum, ma il progetto tramontò, per via di un’epidemia di colera in India e una forte carestia nel Punjab, elementi che lo indussero a lasciar cadere l’idea. Durante il viaggio lungo le coste del Nord America ammira le cime attorno all’isola di Vancouver e apprese dell’inviolata cima del Sant’Elia alta 5.489 metri. Il progetto di scalata era particolarmente ambizioso, ma la ricerca dei finanziamenti italiani per l’organizzazione dell’impresa non appariva delle più semplici: l’Italia usciva dalla disfatta di Adua del 1 marzo 1896 e non era certo semplice trovare i fondi per una costosa spedizione alpinistica, visti i soldi ulteriori dell’esborso per i prigionieri di guerra. Tuttavia, la regina Margherita non perse l’occasione di intercedere in suo favore presso il Re Umberto I, sottolineando come un’impresa del genere avrebbe rilanciato il prestigio della monarchia italiana agli occhi non solo del paese, ma anche del resto del mondo. Nel 1897 al duca viene concesso di partire finanziato dallo zio e dallo stato italiano. Le dure marce di avvicinamento alla vetta erano da sempre il motivo di fallimento alla vetta del monte Sant’Elia, il quale comprendeva numerosi ghiacciai, senza alcuna possibilità di rifornimento per almeno due mesi.

Il duca decise dunque di preparare minuziosamente razioni, fornelli a petrolio per scaldare la neve per non dover trasportare acqua, attrezzature caricate su slitte e assoldò portatori locali per il trasporto del materiale alle pendici della montagna. Inoltre, e qui era la differenza rispetto alle altre spedizioni precedenti, Luigi Amedeo era accompagnato da numerose guide alpine, esperte nelle ricognizioni ad alta quota e nell’affrontare i ghiacciai: fu forse questa una delle idee che permise al duca degli Abruzzi di raggiungere la vetta del Sant’Elia, in un mese esatto dalla partenza ai piedi della montagna. Il prestigio della scalata fu enorme, soprattutto perché l’impresa era stata condotta in terra straniera, “soffiando” la cima ai padroni di casa. La capacità di resistenza a temperature polari, verificata in Alaska, spinse il Duca degli Abruzzi a iniziare a progettare una spedizione al Polo Nord, che fino ad allora non aveva fatto che mietere vittime tra gli esploratori che ne avevano tentato la conquista. Dopo una ricognizione alle isole Svalbard, nel maggio 1899 il duca partì a bordo di una baleniera alla volta di Oslo, dove l’equipaggio si trasferì a bordo della Stella Polare, salpata dalla capitale norvegese il 12 giugno 1899; l’intento de duca era di lasciare che la nave venisse imprigionata dai ghiacci polari, così da fungere da campo base per gli esploratori, e riprendere il mare al momento del disgelo.

Nel 1899 attrezzata una baleniera, a cui diede il nome di “Stella Polare”, salpò per raggiungere il Polo Nord. Lo scopo era quello di portarsi con una nave lungo una terra il più settentrionale possibile ovvero l’isola del Principe Rodolfo, la più a nord dell’Arcipelago dell’Imperatore Francesco Giuseppe e poi da lì, con le slitte trainate da cani, tentare il balzo finale verso il 90° parallelo. La spedizione fu preparata con molta cura e dovizia di materiali, come era solito fare il Duca degli Abruzzi, tanto è vero che all’equipaggio italiano furono affiancati membri norvegesi, come il capitano Evenson, per la loro esperienza della navigazione fra i ghiacci. La Stella Polare raggiunse l’isola del Principe Rodolfo e si ancorò nella baia di Teplitz a 82° 4′. Era la quarta nave in assoluto che raggiungeva questa latitudine e la prima costeggiando le terre. Dopo aver costruito il campo base svernarono ed il 19 febbraio, formati tre gruppi, partirono alla volta del Polo Nord. Uno non tornò mai alla base, uno stremato riuscì a rientrare mentre quello guidato dal comandante Umberto Cagni, raggiunse la più alta latitudine mai raggiunta fino allora 86° 34′ N, ma non il Polo. Il Duca non poté partecipare all’ultimo tratto per un congelamento ad alcune dita che gli furono amputate. La spedizione oltre ad aver raggiunto il punto più a Nord, in assoluto per l’epoca, fu anche un successo per la documentazione scientifica e topografica riportata.

La situazione in realtà non fu rosea per la spedizione italiana: innanzitutto non fu possibile utilizzare la nave come rifugio invernale sui ghiacci, poiché l’inclinazione assunta non permetteva la vita a bordo e tutto il materiale venne quindi sbarcato, creando un accampamento a terra.Nei due mesi successivi gli uomini si occuparono di riparare la nave, gravemente danneggiata dai ghiacci. La spedizione vera e propria era organizzata in maniera piramidale, con tre squadre che avrebbero dovuto portare provviste a tre campi avanzati a differenti latitudini, in modo da renderli riforniti per un approdo in qualsiasi momento. In realtà, il cattivo tempo, i congelamenti da cui tutti gli uomini erano afflitti (allo stesso Duca furono amputate due falangi della mano sinistra), i rallentamenti dovuti al ghiaccio e alcuni calcoli sbagliati portarono ad una situazione insostenibile: dopo avere raggiunto una latitudine di 86°34′, la squadra composta da Umberto Cagni e due guide dovette rientrare alla nave, non senza aver dovuto sacrificare quasi tutti i cani da slitta, avendo esaurito tutti i viveri.
Pur non avendo raggiunto il Polo Nord, la spedizione rinnovò al duca degli Abruzzi il prestigio e la fama già ottenuti negli anni precedenti, anche se il suo rientro a Roma in settembre 1900 coincise con le cerimonie di cordoglio per la morte del Re Umberto I, ucciso il 29 luglio a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci, e l’incoronazione del nuovo Re, Vittorio Emanuele III.
Per Luigi Amedeo di Savoia si apre una nuova sfida: scalare il gruppo montuoso del Rewenzori, oggi facente parte degli stati dell’africa centrale dell’Uganda e della Repubblica Democratica del Congo. Una tale spedizione prevedeva grossi problemi organizzativi, poiché si trattava di attraversare l’Africa equatoriale nel caldo torrido e procedere poi verso la salita della montagna, tra ghiaccio e neve. Il gruppo partì senza clamore nella primavera 1906, nei giorni immediatamente successivi all’eruzione del Vesuvio. L’attraversamento delle zone equatoriali rivelò difficoltà, dovute principalmente al caldo, ma grazie ad un folto gruppo di portatori ingaggiati sul posto, il duca riuscì a far trasportare ai piedi delle montagne tutto il materiale necessario alla scalata. Insieme alle guide e agli altri compagni di viaggio, egli scalò tutte le principali cime del gruppo del Ruwenzori, vette tutte al di sopra dei 4.500 metri, per terminare con la montagna più alta, i 5.125 metri del Monte Stanley. Era la consacrazione di Luigi Amedeo di Savoia-Aosta: il 14 gennaio 1907, tiene una conferenza alla Royal Geographical Society, davanti al meglio della società britannica e in un inglese presentò i risultati delle esplorazioni e delle ricerche etnografiche condotte in Africa, accompagnate dalla proiezione delle fotografie di Vittorio Sella; l’incontro suscitò le lodi e l’ammirazione dell’alta aristocrazia britannica e dello stesso principe di Galles con la conferenza che venne ripetuta il 7 febbraio alla Società Geografica Italiana a Roma.
Passarono solo due anni e il Luigi si preparare per un nuovo stimolo sportivo: una spedizione asiatica sulla catena del Karakorum, a 400 chilometri di confine naturale tra India e Cina, con vette che oscillano tra i 7000 e gli 8000 metri.
La preparazione fu meticolosissima e il nostro esploratore disegnò e progettò tende speciali, per la resistenza oltre i 6.000 metri. L’intento del duca era di riuscire a scalare il K2, con i suoi 8611 metri la seconda montagna più alta del mondo dopo l’Everest, ma il cattivo tempo, le continue bufere di neve e la nebbia permisero al gruppo di scalatori di raggiungere solo il largo sperone, denominato da allora Sperone Abruzzi, dove avevano posto il terzo campo. Tuttavia, le stupefacenti fotografie di Vittorio Sella furono le prime a ritrarre in tutta la sua imponenza e bellezza il K2 e, data la loro nitidezza e precisione, hanno continuato ad essere usate in tutte le esplorazioni successive, anche e soprattutto dalla spedizione italiana del 1954, diretta da Ardito Desio, che con Lino Lacedelli e Achille Compagnoni conquistò per la prima volta il K2. Nonostante la rinuncia al K2, il Duca stabilì successivamente il nuovo record di altezza, raggiungendo i 7.498 metri sul Bride Peak, o Chogolisa, pur non toccandone la cima a causa di ininterrotte tempeste di neve.
luigi-amedeo4

Nella foto di sinistra: Il Karakorum di Vittorio Sella, un sogno di ghiaccio del 1909. Nella foto di destra: Federico Negrotto Cambiaso (1876-1967), Filippo De Filippi (1869-1938), Vittorio Sella (1859-1943).

Durante gli anni della guerra Luigi Amedeo di Savoia era stato nominato comandante in capo delle forze navali alleate e fu impegnato a difendere la flotta italiana dagli attacchi turchi e austriaci nell’Adriatico; promosso viceammiraglio nel 1912, nel febbraio 1918 fu nominato ammiraglio, anche se già dal 1917 il duca era stato rimosso affidando l’incarico del comando dell’Armata Navale all’ammiraglio Thaon di Revel.
Il duca si era sempre tenuto ai margini della politica, non aveva particolare simpatia per Mussolini, anche se il regime celebrò sempre le sue imprese; già da diversi anni Luigi Amedeo di Savoia era impegnato nella progettazione di un villaggio agricolo in Somalia, con frequenti viaggi nella regione del Benadir et dello Uebi-Scebeli, che sarà l’oggetto della sua ultima spedizione esplorativa: a partire dall’ottobre del 1928, la spedizione percorse la valle dell’Uebi-Scebeli fino alle sue sorgenti, effettuando importanti misurazioni e ridisegnando in modo corretto e dettagliato la mappa di quelle zone sconosciute.
Nel frattempo la SAIS, la Società Agricola Italo-Somala, procedeva nella realizzazione del progetto sabaudo, costruendo un villaggio con un’azienda agricola ben organizzata, una rete di irrigazione, dighe, stalle, magazzini e strutture di servizio. Ai finanziamenti per la realizzazione non fu estranea la ricca ereditiera americana Katherine Elkins, un tempo fidanzata del duca, ma il cui progetto di matrimonio andò a monte a causa delle mire economiche del padre di lei. Sposatasi con un americano e successivamente divorziata, rimase sempre in contatto con Luigi Amedeo e gli fece giungere forti somme che contribuirono alla buona riuscita dell’azienda somala.
Con il passare del tempo, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta inizia ad essere afflitto da diabete e ha un inizio di tumore alla prostata, il quale portò il duca alla morte il 18 marzo del 1933 in Somalia e lì fu sepolto. Benché l’Italia avesse ricevuto i permessi per traslare la salma al sicuro, la sua tomba divenne un luogo di culto e ai tempi della dittatura di Siad Barre – negli anni ′70 – il nipote del duca, Amedeo d’Aosta, preferì lasciare il Luigi Amedeo dove egli aveva deciso di vivere gli ultimi anni, tra quel popolo somalo che tanto stimava ed amava. 

 

Per approfondimento:
_Pablo dell’Osa, il principe esploratore – Edizioni Mursia
_Gigi Speroni, Il duca degli Abruzzi – edizioni Rusconi

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

di Raffaele Paolucci 13/05/2017

Presso il palazzo della Cisterna, a Torino nell’ottobre del 1898 nasceva un uomo che segnò in positivo non solo la storia dell’esercito italiano, ma dell’interna penisola italica: Amedeo di Savoia, definito dai posteri e dagli storici “eroe dell’Amba Alagi“. Nella residenza, rimase per sette anni fino a quando il padre, Emanuele Filiberto, non fu trasferito a Napoli, al comando di quel Corpo di Armata.
Gli anni della prima fanciullezza non erano stati lieti per il piccolo principe: all’età di due anni si era infatti svolta la tragedia di Adua (1896), evento che portò l’assassinio di suo zio, il Re Umberto I, il quale fu uccisoda un anarchico italiano Gaetano Bresci.
Iniziava allora in Italia lo strano e ben doloroso fenomeno per il quale – a somiglianza di un solo altro paese, la Francia – l’istanza sociale e la necessità materiale delle folle sembrava dovessero essere inscindibili da una furibonda, iconoclasta volontà distruggitrice delle tradizioni patrie e della virtù militare. A Napoli l’ambiente era più sereno: quella reggia di Capodimonte era più sorridente con il suo magnifico parco, il cielo era più mite, l’anima popolare meno intristita dalla propaganda dei negatori. In tale ambiente crebbero Amedeo ed il suo fratellino minore Aimone – sopraggiunto dopo di lui – e quel vasto palazzo con parco senza fine, vide il disfrenarsi delle loro fanciullezze. Fu un ragazzo terribile Amedeo, di quelli le cui ragazzate lasciano il cuore sospeso.

Nelle due foto, da sinistra a destra, Amedeo Umberto Lorenzo Marco Paolo Isabella Luigi Filippo Maria Giuseppe Giovanni di Savoia-Aosta, in una foto di giovane età (Torino, 21 ottobre 1898 – Nairobi, 3 marzo 1942). E’ stato un generale, aviatore e patriota italiano, membro di Casa Savoia appartenente al ramo Savoia-Aosta. Fu viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941. Nella foto di destra Umberto I (Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia; Torino, 14 marzo 1844 – Monza, 29 luglio 1900) è stato Re d’Italia dal 1878 al 1900.

Bleriot aveva attraversato la Manica, Chavez aveva sorvolato le Alpi, l’aviazione – con l’opera ed il sacrificio dei pionieri – faceva le sue prime asperrime prove, ed Amedeo aveva una voglia pazza di volare.
Voleva volare il giovane duca, ma macchine non ne aveva; travati due vecchi ombrelli in un solaio, ne irrobustì le stecche con spago e filo di ferro, ed ecco i nostri due argonauti lanciarsi con questi ombrelli aperti, attaccati al manico, dal primo, ma pur altissimo piano della Reggia. Videro dal basso, col cuore sospeso, discendere precipitosamente i due ragazzi e fu un accorrere di gente: non si erano fatti quasi niente in quel volo precipitoso di otto metri, solo qualche ammaccatura: «Volare mi piace» – annunciò serissimo Amedeo, strizzando un occhio alla gente accorsa ansiosa e trepidante a raccattare i due argonauti.
Altro episodio curioso, fu alle spese del colonnello Montasini, aiutante di campo del padre. Questi era un bravo colonnello di artiglieria, ed Amedeo, da promesso artigliere, volle rendergli onore.
Vi erano nel parco della reggia alcuni vecchi cannoni di bronzo del ’700 ad avancarica. Amedeo prese la polvere di molte cartucce da fucile, caricò il vecchio cannone, pose una lunga miccia, mise Aimone a far da palo per annunciare l’arrivo del colonnello e quando questi apparve al cancello, diede fuoco alla miccia. Il vecchio palazzo tremò, il boato si udì per tutta Napoli: pallido, emozionato il colonnello accorse. Questa volta era stata troppo grossa, ed i due colpevoli furono trascinati davanti ai genitori per avere la giusta sanzione. Ma, nel salire la grande scalea, Amedeo diceva al fratello: «Hai inteso che colpo? Io di artiglieria me ne intendo!». Questo spirito avventuroso, questo sorridente arditismo spericolante lo accompagnarono per tutta la vita.
Infine evento che suscitò un simpatico scalpore europeo, fu durante il soggiorno spagnolo formativo, dove durante una corrida, il giovane Amedeo diede spettacolo entrando all’interno dell’arena durante lo svolgimento del giuoco. Anche in questa esperienza vi fu – da parte dell’istitutore – molta paura. Di contro l’arena fu in tumulto tra applausi, urla di entusiasmo e lanci di cappelli. I giornali madrileni ne fecero un gran parlare e dissero chi era il protagonista: il nipote dell’ex Re di Spagna: Amedeo Ferdinando di Savoia. I giornali in Italia censurarono l’accaduto.

Nelle tre immagini da sinistra a destra. Il nonno di Amedeo: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (1845-1890), era figlio del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II. Fu re di Spagna (1871 -1873) e il primo duca d’Aosta, capostipite del ramo Savoia-Aosta; al centro il padre: Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Alberto Genova Giuseppe Maria di Savoia-Aosta (1869 – 1931) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, ed un generale italiano; infine il fratello Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino di Savoia-Aosta (1900 –1948) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, e un ammiraglio italiano. Fu anche re di Croazia con il nome di Tomislavo II, senza però mai prendere possesso del trono.

Tre erano gli elementi fondamentali della sua natura: la noncuranza assoluta del pericolo, che gli veniva da una tradizione secolare di gloria militare e civile; un senso pratico ed ordinato della amministrazione e della vita, che aveva assorbito dai suoi vecchi antenati piemontesi; ed infine una rara sincerità: virtù che ottiene comprensione, anima gli uomini e solleva entusiasmi ed affetti. Fu certo la sincerità più limpida che gli sgorgava dal cuore quella che guidò naturalmente la sua condotta tra gli allievi della Accademia Militare della Nunziatella di Napoli allorché, a 15 anni, fu rinchiuso in quel collegio per iniziare la sua vita militare. I primi periodi per il duca furono duri, ma con il suo carattere ben presto divenne fratello e amico dei suoi camerati, i quali nonostante la confidenza nutrivano sempre grande rispetto per Amedeo. Egli aveva, innata, questa incommensurabile virtù della semplicità che aggioga le anime: virtù che non si può improvvisare, che deve essere innata, che deve avere perciò origini lontane, come in lui le aveva, nei secoli. Aveva 17 anni quando nel 1915 scoppiò la guerra Europea. Scrisse di suo pugno una petizione al Re: voleva andare a combattere per l’Italia l’ultima guerra della unità. Ma, data la sua età, ci voleva il consenso del padre.

Emanuele Filiberto firma: per il giovane ufficiale si spalanca la prima – piccola – avventura della sua vita. Vestito in grigio-verde in un reggimento di artiglieria a cavallo, si reca presso il Monte Sei Busi: impavido sotto valanghe di ferro e di fuoco, si merita una medaglia di bronzo. Dissero di lui: “noi, tuoi compagni, noi soli veramente sappiamo che se non fossi stato un Principe di Savoia, la medaglia sul tuo petto sarebbe stata di argento. Noi siamo testimoni che ci hai perduto ad essere Principe”. Leggendo la motivazione della sua seconda medaglia – questa di argento, quando aveva 19 anni – si comprende come l’avesse meritata: non vaghe ed altisonanti parole, non retoriche frasi, ma fatti precisi: era veramente un soldato, ed alla prova del fuoco quella sua temerarietà infantile, si era trasformata in ragionata e consapevole virtù guerriera.
Durante la guerra carsica, recatosi a visitare una trincea – che un generale aveva fatto costruire e che personalmente illustrava -, la quale doveva fungere a modello ed esempio di come avrebbero dovuto essere tutte le trincee, egli non espresse giudizio guardando muto l’opera che pur era costata tanta sollecitudine e tanta fatica, finché, alla reiterata domanda espressa dallo stesso generale: “che gliene sembra Altezza Reale“, Amedeo non esitò a rispondere nella sua invincibile sincerità: “la sto studiando attentamente per evitarla!”

Amedeo di Savoia, duca d’Aosta con i genitori, durante il primo conflitto. ©Maurizio Lodi

Questo episodio riferito da Beretta a De Vecchi trova il suo riscontro in altri successivi di epoche diverse, come ad esempio quello di quando, deliziandosene perdutamente, vide nel cielo di Gorizia – ove egli allora era addetto – un aeroplano eseguire la più ardita gamma di loopings, di tonneaux, di virate, di cabrate che si fossero mai viste e che pur erano severamente proibite; ed accanto a lui, vi era furente il comandante della brigata aerea, il quale si avvicinò all’avventuroso giovane pilota appena atterrato per comunicargli di tenere gli arresti. Amedeo era pieno di ammirazione, si avvicinò al giovane ufficiale, lo prese sotto braccio, gli disse: “che bello, ma perché non me lo ha detto che sarei venuto con lei?”
Quel giovano era il tenente Tait, che divenne poi il suo aiutante di volo e non lo abbandonò mai più: gli fu vicino nell’ora estrema.
Finita la grande guerra, nel 1919 Amedeo se ne andò con lo zio in Somalia. L’amore dell’Africa lo dominava dall’infanzia, da quando bambino se ne andava al porto a vedere le navi che partivano. Abitava con lo zio un bungalow nel villaggio di Afgoi, a 20 Km. da Mogadiscio. Quel vecchio marinaio ed esploratore, quella grande anima chiusa ed ardente di Luigi di Savoia, che conobbe tutte le altezze tutte le discipline e tutte le rinuncie, stava trasformando un lembo di Africa con la sua tenace volontà di colono. Il senso eroico della vita non aveva bisogno di insegnarlo al nipote Amedeo, ché questi già l’aveva nel sangue. Ma altre cose gli insegnò, rimanendo impresse e gli servirono da viatico quando si trovò venti anni dopo a dominare il vastissimo territorio dell’Etiopia!

Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia (Madrid, 29 gennaio 1873 – Villaggio Duca degli Abruzzi, 18 marzo 1933) è stato un ammiraglio, esploratore e alpinista italiano.

Gli insegnò la tenacia delle opere durevoli. Gli insegnò ad amare la terra che risponde all’uomo che la lavora e la feconda col suo sudore. “Non mi sbaglio“, – diceva suo zio – “non mi sbaglio, ma se noi vogliamo, la Somalia ha un grande avvenire: canna da zucchero, cotone, arachidi, alberi di kapoc, possono rendere enormemente” asseriva spesso. Queste nozioni gli servirono come vedremo, più tardi, e le mise in pratica.
Rimase sei mesi presso lo zio e poi ritornò facendo il giro del Capo di Buona Speranza, ma si ammalò e dovette sbarcare a Zanzibar, ove stette un mese tra la vita e la morte, soccorso dalla madre, accorsa subito al suo capezzale. Della sua malattia e delle angoscie materne troviamo indelebile nobilissima traccia nelle pagine scritte dalla duchessa madre nel suo libro: «Ma vie errante».
Ritornato in Patria nel 1920 fu destinato a Palermo. Era l’epoca tremenda del dopo guerra italiano, quando imboscati e disertori si riunivano per dare veste di ideale alla fellonia ed alla viltà, quando i vari Misiano stavano per essere inviati in parlamento. Del resto, sempre, nelle ore torbide della nostra vita nazionale la diserzione diventa un ideale, il tradimento una virtù  e l’incitamento alla rivolta esige il suo premio. L’uno o gli altri conducono in parlamento quando non portano addirittura ad una poltrona ministeriale! Fu per sfuggire a tale stato nauseante di eventi, che Amedeo – sotto il nome di capitano della Cisterna – se ne andò in Congo belga, a Stanleyville a fare l’operaio in una fabbrica di sapone.
Della sua esperienza disse: “Voglio vedere cosa sarei capace di fare nella vita civile se fossi nato diversamente da come sono nato”. Non si può dire che l’esperimento non sia riuscito, perché da operaio semplice divenne capo operaio, e poi assistente, ed alla fine del 13° mese era già vice-direttore della grande fabbrica e stavano per nominarlo direttore, quando dette le dimissioni per ritornare in Italia; e solo allora si seppe chi era. La cronaca pettegola dette un’altra versione di questa strana sosta di oltre un anno nel Congo.
Dopo 13 mesi – dalla lunga esperienza del Congo -, ritornò con una carovana da lui allestita, lungo i grandi laghi equatoriali: il Victoria ed il Tangunica. Sostò ai piedi del Ruvenzori, in memoria dello zio che ne aveva fatto la scalata, ed, ultima tappa del viaggio, prima di imbarcarsi a Mombasa, fu a Nairobi, quella fatale Nairobi, dove doveva venti anni dopo chiudere la sua nobile vita.
L’Amore dell’Africa ormai lo teneva, ed in Africa riuscì a farsi destinare nel 1925, rimanendovi per sei anni, fino al 1931, salvo brevi parentesi a Torino per la scuola di guerra, o quella ancor più breve – ma importante – del suo matrimonio nel 1926 con Anna di Francia, la dolce e nobile compagna della Sua vita.
L’Italia stava riconquistando la Libia, di cui non aveva potuto occuparsi durante la guerra, mantenendo solo la costa. In queste operazioni di polizia che talvolta si tramutavano in vere e proprie e sanguinose battaglie, seguito dal maggiore Volpini, suo aiutante – che doveva poi morirgli accanto da generale sul picco dell’Amba Alagi – Amedeo si distinse perché fu infaticabile e temerario, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, a bordo di aeroplani, mitragliando i ribelli a volo radente, tornando con l’apparecchio crivellato di colpi.
 

Amedeo di Savoia, duca d’Aosta nella sua carlinga come comandante dell’aeronautica.

Tutte le marce e le battaglie, di Zella, dei pozzi di Bir Tagritt, Nufilia, Marzuk, Kufra, ricordano il suo nome. Con la occupazione di Kufra la colonia era ridonata totalmente alla patria, e la si poteva oramai attraversare in piena tranquillità dalla costa fino al più profondo deserto. Ritornato in patria alla morte del padre – comandante vittorioso della III Armata, avvenuta nel 1931 -, non solo per il passato glorioso del duca ma per un suo testamento spirituale che rimane una delle pagine umane più nobili e belle che siano mai state scritte, Amedeo divenuto Duca di Aosta, passò l’anno seguente nella aviazione. Si compiva così un Suo ardentissimo voto.
Cinque anni egli passò, assegnato a Gorizia, e dimorante con Sua Altezza Reale Anna e le sue due figliuole nel malinconico castello di Miramare: cinque anni, quale comandante, prima di stormo, poi di brigata aerea, indi di divisione.
Le sue squadriglie erano ragione di orgoglio per l’ala Italiana, per precisione di volo, per disciplina e coraggio ed allenamento di piloti. Intanto si era svolta la conquista dell’Etiopia. In uno slancio concorde di volontà l’Italia aveva conquistato un Impero; ed egli, andati via i due primi Vice-Re manifestò, per la prima volta nella vita, il desiderio di un comando.
Era un poco rischioso, specie dopo un ultimo e grave attentato al Governatore del tempo, ed il Re era titubante, ma egli insistette, ed eccolo infine partire il 21 Dicembre 1937 da Napoli, Vice-Re dell’Etiopia. Queste sono vicende recenti, ogni Italiano le conosce, ed io non ho che da riassumere solo qualche dato, qualche fatto saliente che aiuti a mettere in rilievo la figura del nostro Principe. Egli sbarcò a Massaua, e la prima sosta fu al cimitero di Dogali, a salutare i cinquecento, i morti di De Cristoforis, ancora allineati in ordine di battaglia, sotto la terra arsa.
Arrivato ad Addis Abeba si accorse subito che tra i veri pionieri si era mescolato un piccolo mondo di profittatori, e non esitò a buttarsi a corpo perduto per eliminare le iniquità, per mettere ovunque ordine e pulizia; non esitò a dire ai suoi funzionari: “se non mi chiamassi Savoia vorrei fare a cazzotti con certa gente!”.  Memore degli insegnamenti dello zio indimenticabile, Amedeo cominciò subito a realizzare un vasto piano di sfruttamento agricolo e minerario del vastissimo Impero.
Spesso egli asseriva: “gli Italiani non sanno quale immensa ricchezza essi hanno conquistato”. Nell’Amara vi erano i giacimenti immensi di lignite e di torba, cave di marmo e di argilla, e c’era da sviluppare la industria del baco da seta. Nel Calla Sidama vi erano miniere di ematite e di limmite ed i grandi fiumi auriferi, le immense foreste ove già erano state catalogate ottantaquattro specie di legno pregiato. La foresta di Belleltà, non tutta ancora esplorata dall’uomo, poteva rivelare incredibili sorprese, sgominante quale era per la sua vastità, intersecata da fiumi torrenti e ruscelli, sbarrata da alberi secolari, intrecciata da liane, fauna favolosa di scimmie, di leopardi neri, di pitoni e bufali ed elefanti e rinoceronti. Nell’Harrarino le foreste degli Arussi, piene di podacarpi ed eucalipti gonfi di cellulosa, e le piantagioni di caffè e le miniere di mica. Nella Eritrea e nella Somalia il cotone, i semi oleosi, nella Migiurtinia l’incenso, la mirra, lo stagno.
Né aveva trascurato con sotterfugi ingegnosissimi che, dalle Indie olandesi, gli fossero inviati i semi del caucciù per svincolare la patria da questo gravoso tributo allo straniero. Era un mondo favoloso che si apriva al lavoro degli Italiani, già da secoli dispersi per tutto l’orbe terraqueo in cerca di pane: colà milioni e milioni di lavoratori avrebbero trovato sfogo e ricchezza! Questa era la sua opera dunque, grandiosa opera, alla quale si accinse con tutto il fervore dell’anima.
Ogni domenica, libero dai fardelli burocratici, dagli incartamenti e dai ricevimenti, si dedicava alle visite nei punti più lontani dell’Impero con il suo apparecchio ad Elolo, su piste di fortuna tra il Kenia Italiano e quello Inglese, ove c’era un presidio con un solo tenente bianco ed una banda di Dubat. Quel povero tenente non vedeva un bianco da sette mesi, rimase confuso e quasi singhiozzava quando riconobbe il Vice-Re che scendeva dall’aeroplano su quel campo di fortuna. In quell’angolo sperduto di mondo il Duca, sotto una tenda, divise con quell’ufficiale un piatto di pasta preparato dai Dubat.
Amedeo, nel viaggio di ritorno, ricordando gli occhi umidi, la voce trepida di quel tenente, asseriva ai suoi compagni di volo: “ci vuole tanto poco a fare contenti gli uomini!”.
Un’altra domenica, a Ricchiè, un vecchio centenario, saputo dell’arrivo del Vice-Re in quella sperduta località, si fece portare alla sua presenza in barella da due servi. Si prosternò nella polvere, disse: io ho perduto un figlio in battaglia per l’Italia, io sono fiero di avere perduto mio figlio per te. Ed Amedeo concludeva, nel viaggio di ritorno: “la poesia è la sola regola della vita”.
Un’altra domenica a Debra Sina, davanti ad una banda di 600 uomini ve n’era uno, alto quasi come lui, Basciai Uoldié, che era stato il più acre nemico degli italiani, il quale aveva tagliato a suo tempo il ponte di Termaber per ritardare la marcia italiana su Addis Abeba, che era considerato, ed a giusto titolo, un eroe nazionale Abissino. Basciai Uoldié aveva dichiarato che non avrebbe fatto atto di sottomissione ad altri che al Vice-Re in persona, ed Amedeo non aveva atteso che andasse da lui; volle – di contro – andare davanti lui stesso al suo valoroso avversario e stabilì che tutti gli uomini della banda avrebbero conservato le armi. L’indigeno si pose un ginocchio in terra e disse: “giuro di servirti, fino alla morte”. E mantenne la parola, perché tre anni dopo perì da prode, combattendo per il Regno d’Italia. Alla inaugurazione della strada Dancala tra Dessié ed Assab – lunga 1000 chilometri -, un’opera romana costruita sotto il sole ardente dai nostri operai.
Uomo anche vicino ai lavoratori italiani in Africa Orientale: lungo le strade dell’Impero, numerose erano i tumoli degli operai deceduti per incidenti sul lavoro. Spesso Amedeo si fermava per l’ultimo saluto agli scomparsi: “Questi tumuli», diceva il viceré, «che si snodano lungo questa strada grandiosa sono come gli acini di un rosario, il rosario del lavoratore Italiano». Tale atteggiamento lo portò ben presto ad essere stimato e rispettato sia dai civili che dai militari. 
Nelle ultime sue visite, sulla fine del 1939 fu a Bonga, nel Galla Sidamo, tra i pigmei. Tutta la popolazione indigena era schierata nuda lungo la strada, uomini e donne. La popolazione – che ancora accendevano il fuoco fregando due pezzi di legno – possedeva armi ancora primitive, e gli italiani, se consideriamo strettamente il periodo del comando del viceré monarchico, portarono civiltà e prosperità, abolendo le vessazioni alla popolazione civile del viceré fascista Graziani. Oggi, gli ex cittadini dell’Impero italiano sono ricaduti nuovamente nelle barbarie, poiché una nazione diventa tale solo quando riesce ad avere autocontrollo e civiltà: l’abbandono – per causa del conflitto mondiale – dell’Italia, portò queste regioni nel caos più assoluto, dove tiranni senza scrupoli adoperarono per lunghissimo tempo i loro interessi, in maniera brutale.
Alla soglia degli anni quaranta, oscure nuvole si addensavano sull’orizzonte europeo. La Germania nazista invade la Polonia e la guerra europea era scoppiata. L’Italia vi entro solo un anno dopo: il viceré ripartì in patria per discutere con il Capo del Governo Mussolini, i limiti delle truppe del regio-esercito in Africa Orientale. Espresse egualmente il suo pensiero, e ne possiamo trovare traccia nei diari di Galeazzo Ciano, nelle affermazioni dei sopravvissuti, nonché nella risposta scritta che egli inviò alle precise domande che gli furono rivolte nel 1940 e delle quali non si tenne, purtroppo, alcun conto: le condizioni militari dell’Impero erano tali che non solo un’offensiva non sarebbe stata possibile, ma neppure una azione difensiva. Avrebbe potuto, sì, esserci una resistenza più o meno lunga, avrebbe potuto l’esiguo corpo di spedizione, sprovvisto di armi per una guerra moderna, sacrificarsi, scrivendo pagine ardenti di gloria militare, ma l’Impero sarebbe stato perduto: i britannici disponevano di continui rifornimenti, dati dall’immenso patrimonio coloniale e soprattutto – in chiave africana – dal controllo del canale di Suez. 
Nonostante le problematiche Amedeo giuoca d’anticipo, è spregiudicato: Mussolini promette la resa dell’Inghilterra con l’operazione tedesca “Leone marino” e l’acquisizione della parte somale britannica e francese, avrebbe permesso all’Italia importanti contropartite al tavolo della pace. Il primo anno si chiuse all’attivo con la spedizione del Somaliland, ma con il sopraggiungere delle armi, delle munizioni, dei viveri provenienti da tutto il Commonwealth, le truppe inglesi passarono alla offensiva mentre il nostro corpo di spedizione ripiegava ordinatamente dall’invasione – tatticamente di scarso rilievo, per mancanza mezzi – del Sudan britannico. 
In questi tempi amari, pagine che farebbero l’onore e la gloria di ogni popolo del mondo sono pressoché ignorate dagli Italiani, quando non sono calpestate ed irrise. Le pagine di Cheren, fulgide, non meno di quelle delle Termopili, le pagine di Culquabert che vide ad ondate sacrificarsi i Carabinieri reali, sono oggi come in un libro chiuso. Sigillato sembra il libro immortale dell’Amba Alagi, ma ben si riaprirà un giorno se è vero che la patria è una verità eterna e che, nel nostro breve cammino mortale, la gloria illumina il cuore degli uomini.

Seconda Battaglia dell’Amba Alagi Regione del Tigrè – A.O.I. aprile 1941 Sua Altezza Reale Amedeo di Savoia duca d’Aosta, viceré d’Etiopia durante il rancio nei ridotti dell’Amba Alagi con i suoi ufficiali.

L’ultimo consiglio di governo al Ghebì di Addis Abeba fu tenuto il 3 aprile del 1941. Con 3800 uomini il viceré salì i 3400 metri dell’Amba Alagi. Il 16 maggio, dopo 43 giorni di assedio e dopo avere reiterate volte respinto le intimazioni di resa, le condizioni erano queste: il comando italiano aveva ridotto gli effettivi a 2500 uomini, poiché 1300 erano periti negli aspri combattimenti, non esisteva più un solo colpo di cannone, vi erano ancora pochi caricatori per le armi leggere, i pochi muli erano stati già tutti sacrificati, la sete era allucinante, ma dalle pendici del monte si vedeva avvicinare sempre più una marea di fute bianche, i 30.000 armati di Ras Seium. No, non vi era più scampo! Ed il duca che aveva cercato più volte la morte su quell’Amba desolata, che aveva visto morire attorno a sé i migliori suoi fidi, pensò che aveva il dovere di risparmiare l’orrenda carneficina che attendeva i superstiti, adesso che era salvo l’onore della bandiera.
Mandò fuori il suo Volpini a trattare con gli inglesi; ma gli armati di Ras Scium non rispettarono la guarentigia della bandiera bianca, una scarica di fucili uccise lui e gli altri parlamentari, così che furono gli inglesi a dover recarsi dal duca; e due giorni dopo vi fu la discesa dall’Amba Alagi.
Amedeo di Savoia fu l’ultimo ad abbandonarla dopo avere diviso con i superstiti le poche cose ed il danaro che gli restava; ma prima si recò nel forte Toselli, dove due giorni prima era stato sepolto il generale Volpini, l’amico del cuore, che per 15 anni aveva – ai suoi ordini – diviso la gioia e le asprezze della sua vita, ed aveva pagato l’estremo tributo alla sua granitica fedeltà.

Nelle immagini da sinistra a destra: vista schizzata dei monti etiopici dove è avvenuta la resa con l’onore delle armi da parte del regio-esercito comandato dal viceré; Amedeo di Savoia duca d’Aosta, sfila all’interno delle truppe britanniche che gli rendono l’antica pratica dell’onore delle armi; Amedeo di Savoia e il suo amico generale Volpini, deceduto durante la battaglia finale dell’Amba Alagi in Africa orientale italiana.

Vi è una fotografia di Amedeo, fatta dagli inglesi, mentre egli saluta nel fortino Toselli il breve lembo di terra che copre la salma di Volpini: gli occhi infossati, il volto emaciato, irriconoscibile, è la statua del dolore e dà l’impressione di essere già al di là del tempo e della vita. Venne portato ad Adi Ugri ove restò 15 giorni, chiuso in una piccola casa, in attesa della sistemazione definitiva, e fu ad Adì Ugri, nel chiuso di quattro pareti che seppe dalla radio della medaglia d’oro al valor militare assegnatagli da Sua Maestà il Re: «ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza la tua opera di comandante e di soldato. Ti ho conferito la medaglia d’oro al Valore Militare, desiderando premiare in te anche coloro che, combattendo ai tuoi ordini, hanno bene meritato dalla Patria». Sì! Egli si sentiva di essere il depositario dei mille e mille caduti nella difesa dell’Impero; nel suo cuore batteva quello di una moltitudine di morti e di superstiti.
La Sua nuova dimora fu stabilita a Nairobi. Gli fu assegnato il villino da caccia di Lady Me Millan, a 70 Km da Nairobi, villino abbandonato da anni, infestato da pulci da zecche e da topi, e dovette personalmente per una settimana intera, aiutato dai suoi, provvedé a liberarsi – per quanto possibile – da questi ospiti indesiderabili.
Le gazzette inglesi farneticavano sulla libertà di cui godeva il principe, che poteva recarsi ove volesse, ospite, dicevano, e non prigioniero di Sua Maestà Britannica; che da Addis Abeba gli erano stati portati i suoi cavalli, che possedeva una ricca automobile per i suoi spostamenti. La verità era un’altra: Amedeo non poteva andare al di là di 380 m dalla casetta, vigilato da un bene attrezzato e numeroso corpo di guardia, ed invece dei cavalli e dell’auto, esisteva una carrozza di cui si servivano gli ufficiali inglesi, che dopo una settimana l’avevano resa inservibile. Era un prigioniero, come gli altri, che ebbe la prima lettera dei suoi dopo sette mesi di prigionia, e niente lo feriva e lo umiliava più delle letture delle riviste sud africane ed inglesi che gli ufficiali di guardia gli mostravano. In una si diceva che, sull’impegno della sua parola di onore, gli sarebbe stato concesso di andare in Italia a rivedere la sua famiglia.
Il rossore gli salì al viso. Come si poteva pensare che egli avrebbe accettato un simile privilegio? Un’altra volta lesse in una rivista sud africana che i suoi magnifici soldati erano i «contemptible scavengings in the biways of the battle».
Umiliato, depresso, in quella solitudìne disperata rotta solamente dalle notizie sempre peggiori che giungevano dai lontani campi di battaglia europei, fu punto un giorno da una zecca, e ne risultarono altissime febbri a tipo tifoideo, che gli durarono settimane e lo ridussero allo stremo, mentre il suo medico, il dott. Borra, invano chiedeva di poter fare delle analisi e degli esami speciali, ed invano chiedeva medicinali.
Appena rimessosi chiese ed ottenne di poter recarsi al Comando del Campo da cui dipendeva, per avere la assicurazione che le donne ed i bambini internati nel Kenia sarebbero stati evacuati per primi, con precedenza su tutti.
Voleva entrare nel campo per salutare i suoi soldati prigionieri, ma gli fu vietato, ed allora girò attorno al filo spinato entro il quale erano rinchiusi, mentre i suoi vecchi soldati gli gridavano parole di amore. Fu visto pallido, diritto, con gli occhi gonfi di lacrime, e non si vergognò di dire a chi lo accompagnava: «Talvolta piangere è una felicità!». Ma la febbre riprese, gagliarda, e questa volta fu trovato il plasmodio della malaria.
In quell’organismo, debilitato dalla lunga sofferenza morale, dalle privazioni fisiche durate nelle lunghe settimane di assedio sull’Amba Alagi, i lunghi attacchi febbrili determinati dalla insalubrità del luogo, portarono il duca alla morte.
Quando si recò a trovarlo il maggiore Ray Wittit, di cui cito il nome ad onore, unico tra gli ufficiali inglesi che, avendo in tempi felici conosciuto il duca di Aosta, non aveva dimenticato l’omaggio che a lui si doveva nella sventura, quando andò a trovarlo e lo vide in quelle condizioni, su quel lettino di ferro ove non poteva allungare i piedi, con gli occhi lucidi di febbre, nella più grande desolazione, non poté contenere il suo sdegno, che esplose in sacro furore: questo era il modo di trattare un principe reale della più vecchia dinastia regnante di Europa? Questo era il modo di trattare un glorioso nemico, leale e cavalleresco, tenendolo lì, a 70 km dal consorzio umano, in quella casetta abbandonata al limite di una foresta? Questa era la asserita, vantata ospitalità del Re di Inghilterra? Così riuscì ad ottenere che, a spese del duca, questo fosse ricoverato in una casa di cura, La Maja Cumbery Nursing Home.
Ma oramai il destino era segnato, ed ecco allora – per salvare la faccia – il medico inglese che appare all’ultima ora, ecco anche affacciarsi quel Rennel Road, compagno di giuochi della sua fanciullezza, quando il padre era ambasciatore in Italia nei tempi felici. Il padre che amava ed era riamato dagli italiani aveva scritto al figlio degenere: ricordati, ricordati di quanto dobbiamo ai duchi di Aosta, e sii di conforto al prigioniero.
Ma il figlio era andato all’aeroporto, aveva salutato con ostentata indifferenza lasciando di ghiaccio il duca che gli era andato incontro per abbracciarlo; ed ora, eccolo lì, vicino al suo letto di morte: «Che sei venuto a fare ora? – gli disse il Duca – ora è tardi, vattene». Si, oramai era tardi per le finzioni del mondo; adesso voleva essere solo con Dio e con i pochi fidi superstiti, per prepararsi a morire; oramai aveva gli occhi chiari della morte che guardano con distacco le cose vane e caduche. Il 1° marzo il comando inglese, convinto ormai della fine imminente, consente infine agli amici del duca di recarsi al suo capezzale.
«Scrivi, scrivi, io ti detto, ho paura di non fare in tempo, scrivi; giunga l’estremo saluto ai miei soldati di terra, del mare e del cielo, compagni di arme di tante campagne d’Italia e di Libia. Ai miei camerati di prigionia, ed a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea Africana, lascio il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dove i nostri morti montano la guardia. Scrivi, Verin, scrivi: riaffermo al mio Re, in questa ora suprema la fedeltà di tutta la vita». Poi asserisce al dottor Borra: «quante volte, caro dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull’Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto. Ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale».
Padre Boratto gli somministra i Sacramenti la sera del 2 marzo. Mancano poche ore alla fine, ed il duca dice a Padre Boratto: «come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta».
Alle ore 3,56, prima dell’alba l’ultimo respiro si è fermato nel petto generoso.

Nelle tre foto da sinistra a destra: la tomba del viceré Amedeo a Nairobi, capitale del Kenya; cartolina di propaganda che mostra un fante italiano coloniale, che riprende le fattezze del duca d’Aosta, intento ad attendere il momento del ritorno italiano; foto, antecedente al conflitto, di Amedeo di Savoia duca d’Aosta, viceré dell’Africa Orientale Italiana.

Tempo fa un’opera di orfani di guerra intitolata alla memoria di Amedeo di Savoia duca d’Aosta cambiava nome, per chiamarsi Opera degli orfani della Banca d’Italia. Chi propose tale cambiamento, chi ci appose la firma sanzionatrice? Meglio non dire, abbiamo toccato il fondo della miseria; ma pure amiamo credere che forse appunto per questo, non possiamo andare ancora più in basso e sia fatale che risaliamo alle alture. Verità insopprimibile ed eterna è quella della patria, e gli Italiani, se hanno potuto assistere impassibili allo strazio della loro terra tra contendenti stranieri, e se ancora sono divisi, già cominciano ad aprir gli occhi che solamente l’unità rende forti e rispettati agli occhi del mondo. La bandiera dell’unità ci è stata portata via con la frode, anche essa imposta dallo straniero di dentro e di fuori, ma ogni giorno di più la nostalgia diventa cocente nel nostro cuore: ritornerà, ritornerà quel giorno benedetto nel quale gli Italiani si daranno ancora la mano: e quel giorno ritornerà anche l’ombra pacata di Sua Altezza Reale Amedeo di Savoia, duca di Aosta.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

 

 

Continue reading

Eugenio di Savoia, il difensore della tradizione cristiana europea

Eugenio di Savoia, il difensore della tradizione cristiana europea

di Gianluigi Chiaserotti 26/04/2017

In un momento così particolare per la nostra bella Europa, ritengo giusto ricordare un personaggio che ha interessato intere generazioni di storici, di politici e di diplomatici. Eugenio di Savoia è stata una figura tipicamente legata ai valori e alla tradizione squisitamente europei: quale condottiero, quale crociato nel suo etimo tradizionale – ispirato dalla Madonna -, quale europeista “ante litteram”.
Il reale antefatto, che vede coinvolto il nostro protagonista è inquadrabile nella battaglia di Lepanto, la quale si pone come proscenio alla decadenza della potenza ottomana, che sarà completata – come vedremo – dal nostro generale.

Eugenio di Savoia-Soissons, noto come Principe Eugenio (Parigi, 18 ottobre 1663 – Vienna, 21 aprile 1736), è stato un generale italiano naturalizzato austriaco al servizio dell’Esercito del Sacro Romano Impero. Nel dipinto “Il principe Eugenio di Savoia-Soissons” (particolare), ritratto di Jacob van Schuppen nel 1718.

I fatti della battaglia di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571, tra la Lega Santa comandata da Don Giovanni d’Austria contro i turchi di Alì Pascià sono più che noti. L’idea di San Pio V – Antonio Michele Ghisleri, 1566/1572 – si plasmò con le trattative tra il nunzio papale ed il Re di Spagna, Filippo II (1556-1598); proseguì con la sua determinante adesione alla chiamata alle armi quasi con l’antico spirito di crociata di tutti i principi europei desiderosi di apprendere l’arte della guerra: dal genovese Andrea Doria allo spagnolo Santa Cruz, dal piemontese Andrea Provana di Leynì, primo Ammiraglio di Casa Savoia sotto il ducato di Emanuele Filiberto “Testa di Ferro” (1528- 1580) a Don Cesare Cavaniglia, comandante della flotta inviata dal Granducato di Toscana e dal Sovrano Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire, da Marcantonio Colonna al Priore Giustiniani del Sovrano Militare Ordine di Malta; la battaglia in se stessa; fino alla vittoria e al giubilo dell’Europa cristiana e tradizionale.
E’ una pagina di storia da non dimenticare poiché è l’ultima, vera ed autentica crociata che si tramandi. E’ quel medesimo spirito che si incarnò in Eugenio di Savoia. Ma, come sappiamo, Lepanto non fu la definitiva uscita di scena e la sconfitta della potenza turca. Essa fu la vittoria morale con risultati politici e materiali immediati molto modesti. Infatti pochi anni dopo i turchi ebbero nuovamente ragione e lo spirito di San Pio V non c’era più. La pagina di Lepanto, praticamente, rappresentò lo scontro tra due mondi e due civiltà. E’ il significato cristiano del bene, il quale si scontra contro il male rappresentato all’epoca dall’Impero Ottomano.

Fernando Bertelli, La battaglia di Lepanto, (particolare) 1572, Museo Storico Navale.

Animati da codesto spirito, operiamo un salto immaginario di circa centoventi anni per giungere all’opera ed alle gesta del personaggio che vogliamo ricordare: Eugenio di Savoia.
Quando si parla di Eugenio di Savoia-Soissons, si intende delineare la figura e le gesta di un grande generale, di un moderno uomo di stato, di un politico e diplomatico finissimo, di un europeista “ante litteram”, di uno dei più grandi condottieri moderni, di un cattolico fervente. Ma prima di tracciarne la biografia, e quindi le gesta, cerchiamo di inquadrarlo nell’albero genealogico della Real Casa di Savoia.
Emanuele Filiberto di Savoia, detto “Testa di Ferro”, il secondo Fondatore dello Stato Sabaudo, ebbe – come unico erede legittimo – Carlo Emanuele I (1562-1630), il quale sposò Caterina d’Absburgo, figlia del Re di Spagna Filippo II, poc’anzi ricordato per la battaglia di Lepanto, dalla quale il duca Sabaudo ebbe sei figli: l’ultimo di codesti, Tommaso (1596-1656) – Capostipite della Linea di Carignano ed attuale Linea principale del Casato – dalla consorte, Maria di Soissons ebbe Eugenio Maurizio (1633-1673) – creato conte di Soissons (titolo derivatogli dalla madre) – il quale, a sua volta, sposò la romana Olimpia Mancini, figlia di Giulia Mazarino [sorella del famoso Cardinale Giulio Mazarino (1602-1661)]; da questo ultimo matrimonio nacquero ben otto figli: il quarto è il nostro personaggio: Eugenio di Savoia-Soissons.
Passato alla storia come “Prinz Eugen”, Eugenio-Francesco, Principe di Savoia Carignano-Soissons nacque a Parigi il 18 ottobre 1663. Destinato, perché cadetto, alla carriera ecclesiastica e per questo motivo fu soprannominato “le petit abbé de Savoy”, a vent’anni “sua sponte” chiese udienza al Luigi XIV (1638-1715) il “Re Sole” per esporgli la sua ferma volontà di deporre l’abito talare e per chiedere il comando di una compagnia di cavalleria; la risposta del sovrano fu un netto rifiuto, di cui più tardi il Re si pentì considerandolo il più grande errore del suo regno.
Eugenio, quindi, decise di arruolarsi volontario in un reggimento austriaco di dragoni impegnato nelle operazioni al fine di liberare Vienna dai turchi. Iniziava così il suo “status” di principe Imperiale, combattendo al fianco di Giovanni III Sobieskj (1624-1696) , Re di Polonia, accorso in ausilio a Vienna.

Jan Matejko, Sobieski manda al Papa il messaggio della vittoria (particolare). Si noti Eugenio di Savoia sulla destra del Re polacco.

Fu la mitica prima volta che Eugenio vide la città alla quale sarà legato per tutta la vita. Fu promosso colonnello dei dragoni, tenente generale (1687) e successivamente divenne generale di cavalleria nel 1690.
Nel 1691, dopo aver promosso l’alleanza imperiale con il “cugino” Vittorio Amedeo II (1666-1732), – duca di Savoia (1675-1720), Re di Sicilia (1713-1718) e primo Re di Sardegna (1720-1732), – contro la Francia, Eugenio liberò la città di Cuneo assediata. Vienna 1697: è un altro momento glorioso della sua vita contro i turchi. Eugenio ha 34 anni e, cessata la lunga guerra tra la Francia e l’Austria, viene nominato comandante supremo dell’Armata Imperiale contro gli Ottomani che tendevano a preparare un’avanzata verso l’Occidente.
L’11 settembre, giorno della vigilia della festa del Santo nome di Maria, il nostro generale riporta una vittoria sfolgorante contro il sultano Mustafà a Zenta, sul fiume Tibisco. Più di diecimila turchi periscono nel fiume, oltre ventimila sul campo. Le perdite dell’esercito imperiale non superano i trecento morti. Il sultano è costretto a sottoscrivere la pace di Carlowitz. Ungheria e Transilvania passano sotto la Corona absburgica. La formidabile vittoria dette al principe Eugenio una fama di caratura europea, dunque mondiale.

Autore sconosciuto, Marsili Luigi Ferdinando, episodio della pace di Carlowitz. Nel dipinto, riparati sotto una tenda improvvisata, sono riconoscibili a sinistra il ministro asburgico, forse lo stesso Marsili, al centro quello ottomano, Reys Maometto Effendi, e a destra il plenipotenziario veneziano Carlo Ruzzini. I tre sono identificabili dai sigilli apposti sulle lettere credenziali mostrate alla base della raffigurazione. Un particolare del quadro richiama direttamente l’opera geografica e cartografica messa a punto dal generale bolognese e dai suoi collaboratori nel corso delle trattative: distesa davanti a Reys Maometto Effendi si scorge, infatti, una mappa geografica somigliante a quelle che raffigurano il tracciato della linea confinaria conservate tra i manoscritti marsiliani. La tela fa parte di un ciclo di sei dipinti commissionati dal generale Luigi Ferdinando Marsili per celebrare i fatti della pace di Carlowitz, avvenuta nel 1699. Le scene descrivono alcuni episodi della complessa trattativa e dei successivi lavori per la delimitazione dei confini tra Venezia, l’Impero Asburgico e l’Impero ottomano. Il ciclo, databile entro il primo decennio del XVIII secolo, si inserisce nell’ambito della produzione bolognese coeva.

Il 12 settembre, il Papa Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689) lo consacrò al nome di Maria e da festeggiarsi in tutta la Chiesa per commemorare la vittoria attribuita alla Sua intercessione; l’immagine della quale, su fondo rosso e cosparso di stelle, formava la bandiera del Re Vittorio Amedeo II, che stimava il Principe Eugenio e lo favoriva ed al quale egli si rivolgeva con la commovente inesperta fiducia dei giovani.
E fu proprio per questa fiducia ed al sacrificio di Pietro Micca che Torino, il 7 settembre 1706, fu liberata da parte del principe Eugenio e venne eretta in ringraziamento a ciò la Basilica di Superga.
Eugenio aveva giurato che sarebbe rientrato in Francia solo con la “spada lucente” in pugno, e non risparmiò sconfitte al Re Sole: Blenheim nel 1704; Audenarde nel 1708; Malplaquet nel 1709. Nel luglio 1710, insieme all’inglese duca di Malborough (John Churcill), espugna Tournal, la fortezza più munita di Francia, la “Maginot” dell’epoca, progettata dal Vauban per difendere Parigi. Ma il capolavoro militare del Principe Eugenio fu, nel 1715, a Belgrado: in tale occasione nuovamente i Turchi tentano un supremo attacco contro l’Occidente. Questa volta il Papa è Clemente XI (Gianfrancesco Albani, 1700-1721). Egli si ispira ai suoi predecessori: San Pio V (Lepanto) ed Innocenzo XI (Vienna) e lancia un appello ai principi europei e cattolici per difendere la Cristianità, così, come abbiamo visto, fece San Pio V per la battaglia di Lepanto. Il vincitore di Zenta riprende il supremo comando.
Eugenio di Savoia ha 53 anni e lo accompagnano, come si è detto, i giovani principi di tutte le Case d’Europa per apprendere, ed al meglio, l’arte della guerra: l’“ars pugnandi“ mediovale.
I Turchi assediano Peterwadein, presso il Danubio, e sono comandati dal Gran Visir in persona. La mattina del 5 agosto 1715, festa della Madonna della Neve, il principe Eugenio offre battaglia in campo aperto ad un nemico tre volte superiore. E’ una nuova, splendida vittoria, ed ispirata – ancora una volta – dalla Madonna.
Tutta l’Europa giubila. A Roma, per volontà papale, furono suonate tutte le campane ed illuminata a festa la città. Clemente XI concesse ad Eugenio di Savoia l’onore del “pileo e dello stocco” . Si trattava di una berretta e di una spada benedetta che investivano l’insignito della dignità di Generale della Santa Chiesa. Eugenio volle che codesta cerimonia si svolgesse con la massima solennità militare e liturgica. Fu l’onore più grande che ottenne ed il più significativo.
Il 13 ottobre 1715 egli libera la fortezza di Temesvar. L’entusiasmo a Vienna sale alle stelle. La fortezza era stata nelle mani turche per ben 164 anni. Il 22 agosto 1717 conquista Belgrado e l’imperatore d’Austria, in tale occasione Carlo VI (1685-1740), consegna al Principe Eugenio di Savoia il bastone di Maresciallo. Tale riconoscimento segna la nascita del detto: “che bel grado a… Belgrado”.

Johann Gottfried Auerbach, Eugenio di Savoia durante la battaglia di Belgrado – 1717

Il 21 aprile 1736, a 73 anni, il principe Eugenio di Savoia Carignano-Soissons moriva in Vienna nella sua residenza di Himmelpfortgasse, nel Castello del Belvedere. Moriva nel sonno, lui che fu guida insonne di tante battaglie. Nessuno gli avrebbe mai preconizzato una vita tanto lunga (per l’epoca) dato il suo gracile aspetto ed una gioventù contrassegnata da malattie, che aveva saputo vincere con una eccezionale vitalità ed una forza di volontà che andava oltre l’umano.
In questo aspetto egli ci ricorda un suo antenato. E’ Emanuele Filiberto di Savoia. Anch’egli era cadetto e destinato alla vita ecclesiastica, era gracile e macilento. Salì al trono ducale dello stato sabaudo per la prematura scomparsa del fratello maggiore Ludovico (1523-1536). Sappiamo che Eugenio prese il posto del fratello Luigi Giulio (detto “il Cavaliere di Savoia”), caduto contro i Turchi e dalla parte imperiale austriaca. Ed Anche Emanuele Filiberto si mise dalla parte imperiale con Carlo V e regnò a lungo e con grande gloria.
Nel ricordare la scomparsa del Principe Eugenio, gli storici narrano anche un fatto, insieme misterioso e commovente: nella notte fra il 20 ed il 21 aprile 1736, in cui, come abbiamo visto, il principe spirò, il magnifico leone del suo zoo del Palazzo del Belvedere, affezionatissimo al Nostro, fu udito ruggire a lungo lamentosamente e dalla mattina seguente non volle più prendere cibo e si lasciò morire.
Soffermiamoci ora brevemente in alcuni aspetti della vita di Eugenio di Savoia e sul significato delle sue gesta eroiche.
Eugenio di Savoia-Soissons fu, come già ricordato, un europeista, un condottiero, un mecenate, un politico finissimo, uno spirito cristiano e fu soprattutto sopranazionale quanto a “forma mentis”. Tra l’altro amava firmarsi in tre lingue:
Eugenio Von Savoy. Disse di lui,Federico II “il Grande” (1712-1786) di Prussia:
“(…) se sono buono a qualcosa, se capisco qualcosa del mestiere e soprattutto di certe complicate finezze, lo debbo al Principe Eugenio; egli era l’Atlante della Monarchia, che resse con il suo genio militare e politico”.
Al riconoscimento del sovrano prussiano, a quelli dei contemporanei e dei posteri, alle opere monumentali e scientificamente rigorose a lui dedicate, alla grande stima di cui godette presso Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) e Voltaire [François-Marie Arouet (1694-1778)] è bene ricordare i giudizi di Napoleone I e di Otto d’Absburgo (1912-2011), il discendente degli imperatori che il Nostro servì con tanta intelligenza e lealtà. Scrive Nicolas Henderson nella prefazione del suo “Eugenio di Savoia”, riportando un passo di una lettera di Napoleone alla prima moglie Giuseppina: “Sette sono i grandi condottieri del mondo: Alessandro, Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Turenne, Eugenio di Savoia e Federico II di Prussia”.
Ecco che qui ritorna il concetto di condottiero, nel suo etimo tradizionale, come si asseriva all’inizio. Un giudizio limitato alle doti militari quello del Grande Còrso. Più attento a quelle politiche per Otto d’Absburgo:
Guida e stratega delle grandi battaglie, in esse non si esaurì. Più importanti, infatti, ci appaiono oggi la lungimirante capacità politica, le straordinarie doti di statista che consentirono al Principe Eugenio di subordinare le azioni belliche ad una ben più ampia concezione e di porre alla politica absburgica obiettivi lontani, obiettivi senza tempo. Eugenio riuscì a scorgere, oltre i limiti della sua epoca, ciò che noi cominciamo a capire soltanto ora, provati come siamo dalle catastrofi del nostro secolo: la visione di un’Europa naturalmente unitaria pur nelle sue diverse articolazioni”.
Eugenio credeva che lo spirito prettamente europeo e cristiano si dovesse manifestare nei campi più diversi: dalla solidarietà sovrastatale delle “elites” del tempo; all’arte, che nel Barocco aveva trovato un’espressione così omogenea ed armonicamente articolata, da poter comprendere architettura, musica, pittura e scultura; alla costante e giusta preoccupazione di anteporre alla guerra per la guerra la ricerca della stabilità, della sicurezza, della pace europea, delle alleanze durature per equilibri duraturi.
Le espressioni “salvezza dell’Europa” e “sicurezza dell’Europa” ricorrono spesso nelle sue lettere all’imperatore Carlo VI dal 1712 al 1723, e questi concetti, così moderni ed attuali, sono stati predominanti nella stesura della pace di Utrecht (11 aprile 1713), di Rastadt (7 marzo 1714) e di Baden (6 febbraio 1715).
Nell’Impero egli non vedeva le nazioni, bensì la realizzazione dell’idea dell’Impero come concezione modello per l’Europa fondata sui principi comuni, quelli cristiani, sulla coesistenza di popoli diversi, su concezioni sopranazionali armonizzate con le realtà particolari di ciascun stato. Di già Carlo V (1500-1558) ricollegava il suo mandato sopranazionale alla concezione dell’Impero di Carlo Magno, degli Ottoni, degli Hohenstaufen, nel tentativo di indirizzare la cristianità verso un programma d’impegno comune che l’avrebbe vista mobilitata, unita e vittoriosa, come abbiamo visto, contro il Turchi a Lepanto prima, successivamente a Vienna ed infine a Belgrado.
Contro l’egemonismo ed il nazionalismo della Francia, Eugenio credette nella naturale sovranazionalità dell’Europa; ai particolarismi preferì obiettivi universali ignorando ogni mediocrità e stabilendo, anche nelle relazioni diplomatiche e quindi nelle amicizie, da Giambattista Vico (1668-1744) a Leibniz, da Federico II il Grande all’inglese duca di Malborough, al Voltaire, che disse di lui:
(…) scosse la grandezza di Luigi XIV e della potenza ottomana (…) governò l’impero nonostante tutte le vittorie e gli incarichi ricoperti (…) sdegnò le tentazioni del fasto e della ricchezza”, quale confronto delle intelligenze fra uomini sostanzialmente superiori. Egli immaginava ad una federazione di stati, ed in una sua lettera Duca di Malborough, datata 22 maggio 1717, chiaramente scriveva: “(…) le alleanze prodotte solo dal caso o da un interesse momentaneo non ispirano grande fiducia. Ma se le potenze marittime decidono concordemente che la pace europea dipenda dall’esistenza della Germania e dell’Italia allora si può dire che un interesse comune sia il momento unificatore di una confederazione di stati da cui ci si può aspettare anche una buona solidità per l’Europa”. Nel momento in cui decise di lasciare la Francia per il rifiuto del Re Sole, si incontrò nei pressi del Danubio con l’imperatore Leopoldo I (1640-1705) ed il 20 agosto 1683, neanche ventenne, così solennemente giurò: “Prometto la integra fedeltà costante di sacrificare in tutti, anche i maggiori pericoli della guerra, tutte le mie forze fino all’ultima goccia di sangue, per il benessere e la potenza della Sua Maestà e della somma Casa d’Austria. Dio e la Madonna me ne siano testimoni”.
Se analizziamo le sue origini, egli è la personificazione dell’Europa tradizionale cristiana e mariana: aveva sangue dei Borbone, attraverso l’ava paterna, ma anche sangue absburgico poiché suo nonno era nipote di Filippo II e pronipote di Carlo V. Eugenio fu un uomo solitario che andava in battaglia indossando un’armatura bruna su panni quasi scarlatti e, dopo una brevissima preghiera, prima dell’azione, sembra gridasse “avanti”, accompagnando il grido con un unico breve movimento della mano. In un antico libro del Secolo XIX, su una nota a piè di pagina, si accenna: “(…) le preghiere che il principe Eugenio recitava prima della battaglia erano l’Ave Maria e «impone, Domine, capiti meo galeam salutis, ad expugnandos diabolicos incursus» (…)”. Quest’ultima, propriamente, nell’accingersi ad indossare l’elmo, è la medesima orazione che recitavano i sacerdoti nell’imporsi il paramento sacro denominato amitto, che è il “galeam salutis” cioè l’elmo della salvezza, quasi al fine di rendere invulnerabile il sacerdote nei suoi combattimenti contro l’infernale nemico. Questa preghiera, senza dubbio, Eugenio la fece sua date le origini di destinato alla vita religiosa, perché cadetto.
Il principe Eugenio di Savoia-Soissons è sepolto in Vienna, nella Cattedrale di Santo Stefano, come un re. Infatti anch’egli fu un re: “le roi des honnets hommes” (“il re della gente onesta”).
Il principe Eugenio era di media statura, longilineo, con viso affilato, di colore olivastro, con naso aquilino e con occhi nerissimi e penetranti.
La sua immagine fisica ci è giunta da descrizioni di contemporanei e riprodotta in vari quadri e sculture, fra i quali: il quadro di Van Schuppen, nella Pinacoteca di Torino, che lo raffigura sul cavallo bianco, con spada al fianco e bastone di comando, dopo la vittoria sui turchi; il quadro del Kupetzki, in cui è ritratto con corazza e quello donato dal Re Umberto II (1904-1983) il 28 febbraio 1970 al Museo “Pietro Micca” di Torino.
Sempre a Vienna, nel cuore della città, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Absburgo (1830-1916) gli fece erigere (1859) un monumento equestre modellato dal Fernkorn proprio di fronte al palazzo imperiale nella Heldenplaz. Vi è un monumento anche a Budapest, dinanzi all’entrata principale del Palazzo Reale ed affacciato sul Danubio. Sul basamento del monumento viennese, nelle tre targhe di bronzo, si legge: “Al saggio consigliere di tre imperatori”, “Al glorioso vincitore dei nemici dell’Austria”, “Al Principe Eugenio, il Nobile Cavaliere”. I tre imperatori furono: Leopoldo I, Giuseppe I e Carlo VI.
Una cantabile melodia, nata sul campo – durante l’assedio di Belgrado – recita: “Prinz Eugen, der edle Ritter….. (il Principe Eugenio, il nobile cavaliere…….)”. Tuttora l’inno ufficiale della nostra cavalleria è la “Marcia del Principe Eugenio”, composta, nel 1914, da Gustav Leonhardt.

Statua del principe Eugenio di Savoia e Hofburg

Scrive di lui un grande storico della Chiesa: “terminava la serie delle Crociate, da Goffredo di Buglione sino ad Eugenio di Savoia”. Lo storico, generale Carlo Corsi, nel 1884, scrisse di Eugenio di Savoia che “(…) sovrastò gli altri Capitani dei suoi tempi per l’ingegno strategico e per la severa osservanza della militare disciplina. Tolse regola a’ suoi atti dalle qualità del terreno e del nemico e fu altrettanto pronto e vigoroso nell’eseguire quanto audace nell’immaginare, sicchè potè condurre a buon esito imprese che apparvero temerarie (…) Lo si addita come sommo nel condurre le marce e nello scegliere il punto ed il momento opportuno per gli assalti decisivi. Oltre la nobiltà del sangue e dei modi, concorsero a procacciargli il rispetto e la devozione dei capi e delle milizie la severità dei costumi, la maestà della parola ed il freddo coraggio veramente meraviglioso, ch’era attestato dalle ferite toccategli in tredici battaglie”.
Ed ancora, il poeta e drammaturgo austriaco Hugo von Hoffmannsthal (1874-1929), nel 1914, scrisse di lui, fra l’altro, parole divenute famose: “(…) rimanere alla testa di un esercito, come egli rimase, conducendolo a battaglie e poi ancora a battaglie, ad assedi e poi ancora ad assedi, per trentanove anni. Tirarlo fuori dal fiume Sava, condurlo in Lombardia e poi indietro, attraverso il Tirolo verso la Baviera e sul Reno e poi di nuovo giù nel Banato e su, un’altra volta, nelle Fiandre. Cadere ferito per tredici volte e poi di nuovo sul cavallo, di nuovo in tenda, di nuovo in trincea. Ed i suo sguardo d’aquila su tutto, sull’esercito e sulle salmerie, sull’artiglieria e il territorio e il nemico. E la brevissima preghiera prima dell’azione” come prima abbiamo ricordato “quel di lui “Mon Dieu!”, con uno sguardo verso il cielo, eppoi il segno “Avancez!”, con un unico breve movimento della mano. Spingere tutto ciò, sempre avanti, con la sola forza della volontà. E mantenere ogni cosa in vita, imporre tutto con forza vitale, compensare, nutrire, penetrare tutto col suo spirito, e per trentanove anni. Quale fatica d’Ercole!”.
Il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) giudicò Eugenio di Savoia: “(…) un filosofo guerriero, che considera con indifferenza la sua dignità e la sua gloria, discorre degli errori che ha commesso con la massima schiettezza, come se parlasse di un altro e che è più caldo ammiratore delle altrui virtù che delle proprie”.
Non si riscontrano – di contro – notizie della vita privata del principe Eugenio di Savoia, di cui ben poco si conosce. Possiamo dire solo che era un uomo occupatissimo, modesto nel vestire – solitamente indossava una giubba di panno scuro, senza distinzioni – non si sposò e non si creò una propria famiglia. Ma un unico fatto conosciuto, che dia la sensazione di un omaggio profondo e duraturo alla femminilità, è la sua lunga, costante, palese amicizia con la contessa Lori (Eleonora) Batthyani, splendida dama e gentildonna di grande intelligenza e di eccezionale cultura, alla quale il principe rendeva visita nel di lei palazzo in Vienna, e ciò anche il 20 aprile 1736, ultima sera della vita del Nostro.
Non abbiamo altresì accennato a’ diversi e multiformi aspetti della sua vita pubblica, ma solo e soltanto sottolineato i maggiori titoli della sua grandezza: la difesa dell’Impero, dell’Europa e della civiltà cristiana. Grandezza che trae la sua fonte dalla lotta, dal sacrificio, da una forza messa al servizio dei grandi ideali.
L’Europa del nostro generale era romana, cristiana e libera in campo politico, militare, scientifico, letterario ed artistico in un’epoca in cui – fra l’altro – netta era ancora la distinzione fra il bene ed il male, fra le virtù ed i vizi e fra la verità e la menzogna. Ed Eugenio è stato la personificazione di tutto ciò. La sua scelta può e deve essere la nostra scelta, contro l’attuale male, odio e violenza verso una pace – anche e soprattutto – interiore, perché coloro che hanno redatto la Costituzione Europea – solennemente sottoscritta a Roma il 29 ottobre 2004 – non hanno tenuto conto nel c.d. “Preambolo” di questi valori: grecità e cristianità, tradizioni che hanno rappresentato e che rappresentano il nostro vecchio continente. I valori fatti propri da Eugenio.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

Continue reading

La linea dei Savoia Duchi di Genova (1831-1996)

La linea dei Savoia Duchi di Genova (1831-1996)

di Gianluigi Chiaserotti 29/03/2017

La Linea di Genova, pur essendo all’ombra del trono, fu molto ma molto importante, ed i suoi membri tutti degni di una doverosa menzione, nonché ricordo. Il titolo di Duca di Genova venne attribuito, per la prima volta, nel 1815, al principe Carlo Felice di Savoia (1765-1831), futuro Re di Sardegna ed ultimo rappresentante della linea principale del Casato.
La linea fu inaugurata da Ferdinando Maria Alberto di Savoia (secondogenito del Re Carlo Alberto (1798-1849) e di Maria Teresa di Asburgo-Lorena (1801-1855), il quale la plasmò nel 1831, derivandole il nominativo di “Duca di Genova“.
Ciò avvenne appena Carlo Alberto ascese al trono, in modo da far sentire maggiormente legati i genovesi alla Dinastia Sabauda, la quale era entrata in possesso della città ligure solo da pochi anni.

Carlo Felice di Savoia (Torino, 6 aprile 1765 – Torino, 27 aprile 1831) fu re di Sardegna e duca di Savoia dal 1821 alla morte. Era il quinto figlio maschio di Vittorio Amedeo III di Savoia e Maria Antonietta di Spagna. Ebbe come nonni materni Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese.

Ferdinando Maria Alberto (nato il 15 novembre 1822), quale comandante di Artiglieria (1846), nel corso della Prima Guerra d’Indipendenza, combatté a Pastrengo e Santa Lucia; diresse, l’assedio di Peschiera del Garda (18/30 maggio 1848), e quindi si distinse a Villafranca, Sommacampagna e Novara. Il Duca di Genova rifiutò la corona di Sicilia, offertagli dai sollevati isolani e quindi dal loro parlamento. Durante la guerra di Crimea del 1853, Ferdinando venne nominato al comando dell’esercito, ma la sua salute in declino non gli permise di accettare l’incarico, tanto che morì a Torino il 10 febbraio 1855. A lui è dedicata una delle due statue ottocentesche che affiancano l’ingresso del Palazzo Civico a Torino ed il ponte di Corso Giulio Cesare che attraversa il fiume Stura di Lanzo. Fino alla fine della seconda guerra mondiale, Torino gli aveva dedicato un corso nel quartiere Crocetta, l’attuale corso Stati Uniti.
Il suo nome, si trova anche a Palermo dove è intitolata a lui una via con il nome che avrebbe dovuto prendere come re di Sicilia, Alberto Amedeo. Ferdinando sposò in Dresda (22 aprile 1850) Elisabetta (1830-1912), figlia di Giovanni di Sassonia (1801-1873).

Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia-Genova (Firenze, 15 novembre 1822 – Torino, 10 febbraio 1855) è stato un militare italiano, capostipite del ramo cadetto dei Savoia-Genova.

Dal loro matrimonio sono nati Margherita (1851-1926), la prima Regina d’Italia, e Tommaso, secondo Duca di Genova, nato nel Palazzo Chiablese di Torino il 6 febbraio 1854: divenne un grande ammiraglio italiano. Ad un anno, divenuto orfano di padre, prese il titolo di duca di Genova. Venne posto sotto la tutela dello zio Vittorio Emanuele II (1820-1878), che ne seguì l’educazione mandandolo alla Harrow School di Londra.
Il Duca di Genova, dal 31 marzo 1879 al 20 settembre 1881, fece il giro del mondo al comando della corvetta “Vittor Pisani”, nave da guerra italiana alla sua terza campagna oceanica nei mari della Cina e del Giappone.
Salpò con il grado di capitano di fregata, quindi fu promosso capitano di vascello nel corso della traversata, di cui il nostro stese un’interessante e dettagliata relazione, pubblicata nel 1881.
La carriera brillante lo pone nel 1901 ad essere promosso ammiraglio e quindi gli viene affidato il comandò della squadra che visitò la città di Tolone. Ciò fu al fine di confermare il riavvicinamento dell’Italia alla nazione francese e la mancanza (nella Triplice Alleanza) di qualunque carattere ostile nei confronti della stessa.
Nel maggio 1915, all’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Vittorio Emanuele III (1869-1947) decise si trasferirsi da Roma al fronte, affidando parte delle sue funzioni regali a Tommaso, nominandolo Luogotenente Generale del Re.
La carica, però, fu quasi esclusivamente onorifica e non comportò un effettivo esercizio del potere. Tuttavia, in quel periodo, i regi decreti furono chiamati decreti luogotenenziali e portavano, anziché la sottoscrizione del re, quella del principe Tommaso. Il luogotenente fu anche chiamato ad affrontare direttamente l’emergenza causata nell’Italia centrale dal terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915. Nel 1870 al Duca di Genova fu offerta la Corona Spagnola. Ma, non essendo maggiorenne, la decisione spettò alla madre Elisabetta, la quale rifiutò sia appunto per la giovane età, sia anche per l’incertezza dell’avventura. Tale Corona fu affidata ad un altro membro della Real Casa di Savoia, il Primo Duca d’Aosta, Amedeo (1845-1890), che regnò in Spagna fino al 1873. Nel frattempo Tommaso morì a Torino il 15 aprile del 1931.
Il duca di Genova sposò – presso il Castello di Nymphenburg il 14 aprile del 1883 – la principessa Isabella (1863-1924), figlia di Adalberto di Baviera (1828-1875) e dal loro matrimonio sono nati sei figli, Ferdinando Alberto (principe di Udine), Filiberto Lodovico (duca di Pistoia), Maria Bona Margherita, Adalberto Luitpoldo, (duca di Bergamo), Maria Adelaide ed Eugenio Alfonso, (duca di Ancona).
Ferdinando Alberto di Savoia-Genova nacque a Torino il 21 aprile 1884. Nel 1901, entra subito all’Accademia Navale, dalla quale ne uscì tre anni dopo, con il grado di guardiamarina. Nello stesso anno, il Re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Principe di Udine.
L’addestramento militare del principe si svolse a bordo degli incrociatori protetti “Vespucci” e “Calabria“, con i quali salpò da Venezia il 4 febbraio 1905 e vi riapprodò il 3 febbraio 1907 dopo aver compiuto il giro del mondo. A Ferdinando venne dato l’incarico, sui due incrociatori, di redigere il giornale ufficiale di bordo. Sul “Calabria” visitò il Venezuela, il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina, passò lo Stretto di Magellano, risalì il continente americano fino a San Francisco, poi affrontò l’Oceano Pacifico toccando le Hawaii, la Polinesia, l’Australia, la Nuova Zelanda, le Isole della Sonda, le Filippine, il Giappone e la Cina.

Ferdinando Umberto Filippo Adalberto di Savoia-Genova (Torino, 21 aprile 1884 – Bordighera, 24 giugno 1963) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Genova, e un ammiraglio italiano.

Infine Ferdinando navigò nell’Oceano Indiano toccando Somalia ed Eritrea, per poi rientrare nel Mediterraneo e tornare in quel di Venezia. Prese parte alla guerra italo-turca nel 1912, e, come capitano, combatté durante la Prima Guerra Mondiale, comandando un cacciatorpediniere. Venne quindi decorato con l’Ordine Militare di Savoia per aver occupato le isole Echinadi (in lingua greca “Εκινάδες”) con due Medaglie d’Argento al Valor Militare. Nel maggio del 1917 viene scelto per guidare la commissione di guerra italiana inviata negli Stati Uniti d’America. La commissione, che includeva anche lo scienziato Guglielmo Marconi (1874-1937) e parecchie figure politiche italiane dell’epoca, fra cui Francesco Saverio Nitti (1868-1953), visitò gli Stati Uniti discutendo i futuri rapporti fra le nazioni al termine del conflitto. Nel novembre del 1930 il principe di Udine rappresentò il Re Vittorio Emanuele III all’incoronazione dell’imperatore Hailé Selassié d’Etiopia (1892-1975). Ferdinando quindi divenne terzo duca di Genova alla morte di suo padre Tommaso.
Raggiunto il grado di contrammiraglio nel 1927, e di ammiraglio nel 1934, il duca di Genova divenne comandante dell’Alto Adriatico e, in ambito sportivo, fu tra i fondatori della Federazione Italiana Motonautica, istituita a Milano nel 1923, della quale fu anche il primo presidente. Il 28 febbraio 1938, Ferdinando sposò, a Torino, Maria Luisa Alliaga Gandolfi dei conti di Ricaldone (1899-1986), figlia di Carlo Alliaga Gandolfi di Ricaldone, conte di Borghetto, Montegrosso e Pornassio (1851-1920). Dopo il mutamento istituzionale del 1946 il Duca soggiornò brevemente in Portogallo presso il Re Umberto II in esilio. Infine tornò in Italia e si stabilì in quel di Bordighera, in Liguria, dove condusse sempre una vita ritirata e dove morì il 24 giugno 1963.

Filiberto Lodovico Massimiliano Emanuele Maria di Savoia-Genova (Torino, 10 marzo 1895 – Losanna, 7 settembre 1990) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Genova, e un generale italiano.

Filiberto Ludovico di Savoia-Genova nacque a Torino il 10 marzo 1895. Il 22 settembre del 1904 il Re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di duca di Pistoia. Filiberto partecipò alla Prima Guerra Mondiale nel 1º Reggimento “Nizza Cavalleria, e prendendo parte ad alcuni combattimenti a Monfalcone e sull’Isonzo. Sempre il 4 novembre 1918, con uno squadrone del suo reggimento, il duca di Pistoia fu tra i primi a entrare nella città di Trento. Concluso il conflitto, la sua residenza venne fissata a Bolzano allo scopo di aumentare il sentimento di unità nazionale fra la popolazione.
Il 30 aprile 1928 Filiberto sposò a Torino Lydia (1905-1977), figlia di Engelberto Maria, Duca d’Arenberg (1872-1959). La coppia non ebbe figli e, successivamente, la carriera militare di Filberto si svolse fra l’Italia e l’Etiopia.
Queste le sue promozioni: nel 1929 diviene colonnello; negli anni 1932-1933 è promosso comandante del 232º Reggimento di Fanteria; ancora nel periodo tra il 1933 e il 1934 è comandante della 11ª Brigata di Fanteria; 1934, Generale di Brigata; anni 1935-1937 è comandante generale della 1ª divisione CC. NN. “23 marzo” della M.V. S. N. (in Etiopia); corre il 1936 e diviene Generale di Divisione; verso l’avvicinarsi del conflitto 1937-1938 è comandante generale della 11ª divisione fanteria “Brennero”; 1938-1939, comandante generale delle truppe alpine; 1940, Comandante Generale della 7ª Armata e infine nel 1942 è ispettore delle truppe mobili. La divisione del Principe Sabaudo fu la prima ad issare la bandiera italiana all’Amba Aradam, operazione che gli valse una Medaglia d’Argento al Valore Militare e il cavalierato dell’Ordine Militare di Savoia.
Nel 1941, quando l’uomo politico croato Ante Pavelić (1889-1959) offrì a Casa Savoia la corona del neo costituito Stato Indipendente di Croazia, il Re Vittorio Emanuele III prese in esame i principi maschi dei rami Savoia-Aosta e Savoia-Genova per scegliere chi avrebbe dovuto essere il nuovo sovrano di tale stato.
Dopo che Vittorio Emanuele III ebbe scartato il duca d’Aosta Amedeo di Savoia (1898-1942) (in quanto si trovava prigioniero degli inglesi in Africa), il conte di Torino, Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta (anziano, celibe e senza figli) e Ferdinando di Savoia-Genova (anziano e senza figli), Galeazzo Ciano (1903-1944) annotò nel suo diario che: «Nelle condizioni attuali non rimane che scegliere fra il duca di Spoleto e il duca di Pistoia. Il Re propende per il primo per ragioni di prestanza fisica (…)». Alla fine, infatti, la corona venne affidata al duca di Spoleto, Aimone di Savoia-Aosta (1900-1948), che ascese al trono con il nome di Tomislao II, ma egli non volle mai sedersi su quel trono.
Dopo l’invasione della Francia nel 1940 e l’occupazione di Nizza nel 1942, il governo italiano pensò di ricostruire l’antica Contea di Nizza, sulla quale avrebbe dovuto regnare proprio Filiberto Ludovico. Il progetto, però, non ebbe alcun seguito. A seguito del mutamento istituzionale del 1946 Filiberto e Lydia d’Arenberg si trasferirono nel Cantone del Vaud, in Losanna, in una proprietà di Lydia.
Dopo pochissimi anni, però, i due si separarono. Tornato in Italia, Filiberto visse per trent’anni all’Hotel Ligure di piazza Carlo Felice a Torino insieme a suo fratello minore Adalberto, Duca di Bergamo.
Nel 1963, dopo la morte di suo fratello maggiore Ferdinando, scomparso senza eredi, Filiberto assunse il titolo di duca di Genova.
Nel 1981, a seguito della chiusura dell’albergo nel quale risiedeva, il Duca di Genova si trasferì prima all’Hotel Concorde di via Lagrange, e poi tornò a Losanna e si stabilì nella casa lasciatagli in eredità dalla moglie Lydia, scomparsa nel 1977.
Morì il 7 settembre 1990. Filiberto di Savoia-Genova fu autore di due libri: “La prima divisione Camicie Nere “23 marzo” – “Implacabile” (Milano, Bompiani, 1938) e “La nostra guerra. Discorso tenuto dall’Altezza Reale Filiberto di Savoia-Genova duca di Pistoia” (Torino, Montrucchio, 1940).
 

Adalberto Luitpoldo Elena Giuseppe Maria di Savoia-Genova (Torino, 19 marzo 1898 – Torino, 15 dicembre 1982) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Genova, e un generale italiano. Nel periodo interbellico era spesso citato con il titolo di duca di Bergamo.

Adalberto Luitpoldo di Savoia-Genova nacque Torino il 19 marzo 1898. Il 22 settembre 1904 il Re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di duca di Bergamo. Adalberto di Savoia partecipò alla Prima Guerra Mondiale e combatté con il suo reparto sul Montello nell’ottobre 1917 ed in Valgarina nel febbraio 1918. Successivamente la sua carriera militare si svolse fra l’Italia e l’Etiopia: 1927-1930, attendente alla scuola militare; nel 1931-1934, è comandante del Reggimento “Savoia Cavalleria”; mentre nel 1934 è promosso a Generale di Brigata. Nel 1934-1935 diviene comandante della 6ª Brigata di Fanteria e sempre nel 1935 viene promosso a vice-comandante di divisione; negli anni tra il 1935-1936 è vice-comandante generale della 24ª Divisione di Fanteria “Gran Sasso” (in Etiopia); mentre nel 1936 ha la promozione di Generale di Divisione, comandante generale della 24ª Divisione di Fanteria “Gran Sasso” e comandante generale della 58ª divisione di fanteria “Legnano”, comandante generale del terzo corpo; 1940-1942, Comandante generale della 8ª armata; 1943, Comandante generale della 7ª armata.
Dopo l’occupazione italiana dell’Albania per Adalberto si parlò della nomina a luogotenente generale del Re, in quanto aveva rappresentato Casa Savoia al matrimonio di Re Zog (1895-1961) suscitando molte simpatie fra gli albanesi, ma la cosa non ebbe alcun seguito. Guidò a Sofia la delegazione ufficiale italiana ai funerali del Re Boris III di Bulgaria (nato nel 1894), deceduto – in circostanze misteriose – il 28 agosto 1943, per opera della Germani nazista.
Il Duca di Bergamo, tuttavia, intrattenne una lunghissima relazione con una nobile piemontese, che non si concluse con il vincolo matrimoniale per via dell’opposizione di Umberto II. Dopo il mutamento istituzionale del 1946 visse, come di già detto, per trent’anni, insieme a suo fratello maggiore Filiberto, allo Hotel Ligure di Piazza Carlo Felice in Torino.
Nel 1977, dopo che alcuni malviventi avevano assaltato l’albergo e trafugato il contenuto di alcune cassette di sicurezza, fra le quali la sua, il solo Adalberto si trasferì in una villetta pre-collinare di amici, dove morì il 16 dicembre 1982.
 

Eugenio Alfonso Carlo Maria Giuseppe di Savoia-Genova (Torino, 13 marzo 1906 – San Paolo del Brasile, 12 agosto 1996) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Genova, e un ammiraglio italiano. Nel periodo interbellico era spesso citato con il titolo di duca di Ancona.

Eugenio Alfonso nacque a Torino il 13 marzo 1906. Il 31 maggio 1906 il Re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di duca di Ancona. Arruolatosi nella regia marina nel 1927, il duca di Ancona partecipò alla guerra di Etiopia con il Battaglione “San Marco” e, dopo il conflitto, venne nominato commissario governativo del Seraè nell’Africa Orientale Italiana. Il 29 ottobre 1938 sposò, a Nymphenburg, in Germania, Lucia (1908-2003), figlia di Ferdinando Pio di Borbone-Due Sicilie, duca di Calabria (1869-1960). Eugenio e Lucia ebbero una sola figlia, Maria Isabella di Savoia-Genova (1943- ), sposata, nel 1971 con l’armatore Alberto Frioli (1943- ).
Il matrimonio fu autorizzato da Umberto II, che conferì a Guido Aldo Frioli, padre di Alberto, il titolo di conte di Rezzano. A seguito del mutamento istituzionale del 1946 Eugenio di Savoia-Genova si trasferì in Brasile, dove aprì un’industria agraria. Nel 1990, alla morte del fratello maggiore Filiberto, scomparso senza eredi, assunse il titolo di duca di Genova.
Eugenio morì a San Paolo del Brasile il 12 agosto 1996. Pur vivendo in anni così importanti per la storia dell’Italia, i componenti della linea di Genova si tennero sempre lontani dalla politica e dalla Corte, dediti solo alle loro passioni e conducendo delle vite abbastanza anonime e riservate.
Nel corso del lungo esilio del Re Umberto II però non vennero mai meno ai loro doveri di Principi della Casa Reale Italiana e spesso rappresentarono il Re nel corso di manifestazioni monarchiche e patriottiche celebratesi in questo periodo. Ferdinando Alberto, Filiberto Ludovico, ma soprattutto Adalberto Luitpoldo sistematicamente intervennero ad alcune sedute della Consulta dei Senatori del Regno, come quella del 4 marzo 1961 in Torino per il Centenario del Regno d’Italia. Adalberto rappresentò il Re anche il 26 ottobre 1960 per la rievocazione dell’incontro di Teano, e, nel 1963, in Vienna per i trecento anni della nascita del Principe Eugenio di Savoia (1663-1736).
Maria Bona Margherita di Savoia-Genova nacque nel castello ducale di Agliè il giorno 1 agosto 1896. Presso il castello di Agliè, il giorno 8 gennaio 1921, Maria Bona sposò Corrado (1883-1969), figlio di Leopoldo di Baviera (1846-1930).
La cerimonia religiosa venne celebrata dal cardinale Agostino Richelmy (1850-1823), arcivescovo di Torino, e vide la partecipazione, fra gli altri, del Re Vittorio Emanuele III, del principe ereditario Umberto e dei principi delle Linee Savoia-Genova e Savoia-Aosta. Il matrimonio è noto per essere stato il primo fra due casate storicamente nemiche dalla fine della Prima Guerra Mondiale e per aver riunito membri delle Case Savoia, Wittelsbach ed Absburgo.
Dalla loro unione nacquero: Amalia di Baviera (1921-1985), sposata con Umberto Poletti ed Eugenio di Baviera (1925-1997), sposato con la contessa Helena von Khevenhüller-Metsch.
Alla fine della seconda guerra mondiale il principe Corrado fu arrestato dai militari francesi, portato a Lindau e internato all’hotel Bayerischer-Hof insieme a Guglielmo di Prussia (1882-1951), principe ereditario dell’Impero tedesco, ed ad un diplomatico nazista. La Principessa Maria Bona, che durante la guerra aveva prestato servizio come infermiera, rimase in Savoia, dato che le era stato proibito entrare in Germania.
La famiglia si riunì solo dopo il 1947. Maria Bona, che durante la sua vita fu anche un eccellente scultrice, morì il 2 febbraio 1971 a Roma. La sua tomba, insieme a quella del marito Corrado, si trova nel cimitero della chiesa di Andechs, in Germania. Maria Adelaide di Savoia-Genova nacque in Torino il 25 aprile 1904.
Visse i primi anni della sua vita nel Palazzo Chiablese di Torino, dove compì gli studi adeguati al suo rango, distinguendosi – nella fanciullezza – per la sua straordinaria vivacità che si modificò, negli anni, con il suo straordinario controllo di sé, in una soave dolcezza di tratto.
Perse la mamma a 20 anni ed il padre a 27, fu la Regina Elena ad avere cura di lei, e ciò con affetto materno, di cui Maria Adelaide fu sempre immensamente grata.
Il 15 luglio 1935, la principessa sposò Don Leone Massimo, principe di Arsoli e duca di Anticoli Corrado (1896-1978), da quale ebbe sei figli: Isabella (1936- ), Filippo (1938- ), Ferdinando (1940- ), Carlo (1942- ), Eleonora (1944- ) e Francesco (1946- ).
Tra le molteplici attività a cui la principessa Maria Adelaide prese parte fu quella di guardare con simpatia al Circolo di Cultura e di Educazione Politica “Rex”, e ciò sin dalla sua fondazione del 1948, compiacendosi di intervenire alle riunioni con crescente e sistematico interesse, tanto che il consiglio direttivo del circolo – nell’autunno 1972 – osò chiederle di esserne la presidente onoraria.
La principessa, con indimenticabile benevolenza – accettò – colmando i cuori dei soci del circolo di legittimo orgoglio e di riconoscenza. Maria Adelaide di Savoia-Genova morì il 2 agosto 1979.
I componenti in linea maschile della linea dei Savoia, duchi di Genova, e le loro consorti, riposano tutti nella Cappella a loro dedicata nella Reale Basilica di Superga. Come abbiamo visto, con la scomparsa (1996) di Eugenio Alfonso di Savoia-Genova, quinto duca di Genova, avendo lui avuto solo una figlia femmina si estinse questa Linea ducale. Anche questa parte della dinastia Sabauda, ha dato illustri esempi militari, sia di terra che di mare sempre nello spirito e del servizio verso l’Italia. Il loro esempio sia il nostro esempio. Una immagine di unità, guidata sempre da quella “Bianca Croce di Savoia” che ha dato all’Italia – attraverso i secoli -, illuminati esempi di vita, di civiltà, di libertà, di prosperità, ed una Patria unita, in un’Europa libera.

 

© Italia Sabauda – Riproduzione riservata

 

 

Continue reading