La diarchia Graziani-Badoglio e la guerra d’Etiopia

scritto da Maurizio Lodi

La guerra d’Etiopia, nota anche come guerra d’Abissinia o seconda guerra italo-etiopica, si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 e vide contrapposti il Regno d’Italia e l’Impero d’Etiopia. Condotte inizialmente dal generale Emilio De Bono (1866 – 1944), rimpiazzato poi dal maresciallo Pietro Badoglio (1871 – 1956), le forze italiane invasero l’Etiopia a partire dalla colonia eritrea a nord, mentre un fronte secondario fu aperto a sud-est dalle forze del generale Rodolfo Graziani (1882 – 1955) dislocate nella Somalia italiana. Nonostante una dura resistenza, le forze etiopiche furono soverchiate dalla superiorità numerica e tecnologica degli italiani e il conflitto si concluse con l’ingresso delle forze di Badoglio nella capitale Addis Abeba.

Nella foto: S.A.R. Adalberto di Savoia duca di Bergamo, Comandante della 24^Divisione Fanteria “Gran Sasso” Africa Orientale Italiana (A.O.I.), nel 1936. © Maurizio Lodi

L’inizio della campagna, non era certo iniziato brillantemente: la battaglia di Passo Uarieu, un combattimento che ha visto coinvolti la 180ª Legione CC.NN. “Alessandro Farnese” e la 2ª Divisione CC.NN. “28 ottobre” della MVSN, vide la dura opposizione italiana al tentativo di sfondamento del fronte, da parte delle truppe abissine di ras Cassa, inquadrate nell’esercito etiopico. Dopo tre giorni di combattimenti, completamente prive di rifornimenti e di acqua, le forze italiane riuscirono a respingere le forze etiopiche, soverchianti nel numero. La battaglia di Passo Uarieu fu il tentativo più deciso dell’Etiopia di separare le due armate italiane operanti nel Tembién. L’anno cominciato così drammaticamente restituisce speranze tra febbraio e la primavera. Ci sono voci più o meno segrete di una buona disposizione alla resa condizionata da parte del Negus, ma ciò non accade. Difatti Hailè Selassiè non considera ancora la guerra persa.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia decora reparti del IV° Battaglione Coloniale “Toselli”. © Maurizio Lodi

Nella vicenda bellica etiopica compare un personaggio destinato ad avere un ruolo di primo piano nella storia italiana fino al 1945: Rodolfo Graziani, il quale ha fama di duro e fascistissimo. Qui dobbiamo apportare una precisazione fra la diarchia Graziani-Badoglio. Infatti il primo è salito nei vertici militari senza aver prestato lo studio nelle accademie militari, ma unicamente grazie alle sue doti sui campi di battaglia (guerra italo-turca e Grande Guerra) e al Partito Nazionale Fascista del suo leader Benito Mussolini (1883 – 1945); il secondo diversamente è amato dal Regio-esercito e possiede una formazione militare, datagli dall’Accademia Reale di Torino – è uno stretto collaboratore del Re Vittorio Emanuele III (1869 – 1947). Dal bellissimo romanzo del trio Cosentino-Dodaro-Panella, I fantasmi dell’Impero, emerge tutta la lotta di potere tra l’istituzione monarchica e il partito fascista: «Il Re sapeva tutto, ovviamente, e non si esprimeva, ma Badoglio era convinto che condividesse la sua idea: fin quando Mussolini avesse portato vittorie, territori, titoli, ricchezze e consenso popolare, sarebbe stato il benvenuto. Certo, bisognava stare attenti. Evitare, soprattutto, che il caporale dei bersaglieri di Predappio si impadronisse dell’Esercito e dei Carabinieri o creasse dei centri di potere fascista sottratti al controllo delle istituzioni monarchiche, magari nelle colonie. Quando non fosse servito più, se ne sarebbero liberati in una mattinata, con i suoi ridicoli Moschettieri. Ove mai fosse arrivato quel giorno, Badoglio si riservava di regolare definitivamente i conti anche con Graziani, il Maresciallo d’Italia, ciociaro e fascista, che non aveva neppure frequentato l’Accademia ed era del tutto estraneo alle istituzioni militari sabaude. Uno dei pochi uomini che Mussolini avrebbe potuto utilizzare, se fosse stato più furbo, per mettere le mani sull’Esercito».

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia decora reparti del IV° Battaglione Coloniale “Toselli”. © Maurizio Lodi

Graziani verrà spedito da Mussolini in Somalia quasi contemporaneamente all’inizio dell’invasione dell’Etiopia da parte di De Bono. Egli è convinto che solo marciando dalla Somalia verso Addis Abeba e serrando il nemico in una morsa la guerra può essere vinta. Il permesso di avanzare non gli viene dato fin quasi all’ultimo anzi finché non è lo stesso Badoglio a sollecitarlo dopo le gravi battaglie di gennaio. Verso la metà di febbraio gli italiani muovono alla conquista dell’Amba Aradam. È una bella vittoria soprattutto per merito degli alpini e dei fanti della “Sila”. A metà febbraio anche Graziani si muove: punta su Harraz e minaccia l’unica armata etiopica ancora in piene forze. Hailè Selassiè comprende che la fine è vicina. Dal sud del paese sale Graziani. Dal nord scende Badoglio e le battaglie dell’Endertà e dello Scirè sono unicamente vittorie italiane.

Vittorio Emanuele III con Balbo a Tripoli per le manovre militari del XX° Corpo d’Armata. © Maurizio Lodi

Il Negus decide di tentare l’ultimo scontro con gli italiani alla fine di marzo a Mai Ceu. Al termine della battaglia Hailè Selassie invia all’imperatrice un telegramma gremito di elogi per i suoi soldati: ma la realtà è che anche questa giornata ha segnato una sconfitta. Hailè Selassiè torna ad Addis Abeba dove una parte della popolazione già parteggia per gli italiani in arrivo. Gli inglesi gli suggeriscono di riparare in Europa. Quando le colonne italiane sono ormai vicinissime alla capitale il Negus si decide a seguire il consiglio: alle 4.20 del 2 maggio 1936 lascia Addis Abeba sul treno che va a Gibuti. Nel pomeriggio del 5 maggio l’autocolonna di Badoglio è in vista di Addis Abeba. Quando alle 16 sono raggiunti i primi tucul dove sventolano drappi bianchi Badoglio scende dall’auto per fare a cavallo il suo ingresso trionfale in città. Il 9 maggio 1936 Mussolini proclama la “ricomparsa dell’Impero sui Colli fatali di Roma”.

Vittorio Emanuele III con Balbo a Tripoli per le manovre militari del XX° Corpo d’Armata © Maurizio Lodi

E affronta un curioso problema: come chiamare adesso Vittorio Emanuele III? Passare a lui l’appellativo di Negus Neghesti? A Badoglio telegrafa: “Titolo Negus Neghesti del cessato impero non è evidentemente tale da poter essere attribuito a S.M. il Re neppure nelle lingue indigene. Titolo Imperatore assunto da S.M. dovrà tradursi in etiopico Qesar-Za- Itiopia riprendendo cioè nome Qesar dato in etiopico agli imperatori di Roma. Analogamente in arabo titolo imperiale va tradotto Quaisà-Al-Ha-Basciak – Mussolini”.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia inaugura opere di bonifica ed irrigazione italiane nella regione dello Scirè. © Maurizio Lodi

La guerra è finita. Comincia come già era accaduto in Libia la guerriglia. Un telegramma del Duce a Graziani succeduto a Badoglio nell’ufficio di Vicerè d’Etiopia ordina: “tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi”.
Nel novembre 1937 Graziani seppe da Mussolini che sarebbe stato sostituito a breve dal duca Amedeo di Savoia-Aosta e, fin dal suo arrivo in colonia, quest’ultimo si prodigò per iniziare una nuova fase di governo. Il viceré sapeva che i tagli voluti da Roma per le spese in Etiopia non gli avrebbero permesso di proseguire la selvaggia repressione di Graziani, che peraltro intendeva subito interrompere perché la giudicava inefficace. Ancora dal romanzo, I fantasmi dell’Impero, si evince il cambio di rotta di mano monarchica, anziché fascista: «Sua Altezza Reale il duca Amedeo di Savoia Aosta non aveva avuto fretta a riceverlo. […] Il suo rapporto stava sulla grande scrivania del nuovo Vice Re – ordinatissima, così diversa da quella di Graziani, sempre ingombra di carte. […] Per carità, il duca era stato cortesissimo. Lo aveva accolto in piedi, sorridente, in uniforme da generale dell’Aeronautica, sovrastandolo di trenta centimetri buoni dall’alto dei suoi due metri, e gli aveva calorosamente stretto la mano. L’ufficio era lo stesso di prima, eppure niente sembrava uguale; anche Mazzi era stato sostituito da un segaligno maggiore di cavalleria piemontese, sicuramente con tutti i quarti di nobiltà in regola. E i saluti fascisti s’erano ridotti al minimo indispensabile: non ne aveva visto fare nemmeno uno da quando era arrivato».
L’economia non era affatto florida come la propaganda di regime raccontava e, anche se almeno per tutto il 1937 l’Italia non aveva ancora abbandonato economicamente l’impero, il duca si trovò dinanzi a una difficile pacificazione con risorse e uomini limitati. Alle fucilazioni si sostituirono i processi, il campo di concentramento di Danane fu lentamente smantellato e la gran parte dei notabili etiopici deportati in Italia fu fatta rientrare, nel tentativo di ridare importanza ai capi locali più disponibili a sottomettersi. Amedeo ebbe però limitata capacità d’interpretazione delle direttive provenienti da Roma, soprattutto quelle legate alla legislazione razziale, sulle quali Mussolini rimase inflessibile. Il viceré dovette peraltro districarsi fra alcuni personaggi influenti, tra i quali il governatore dello Scioa e vicegovernatore generale Enrico Cerulli (1898 – 1988), il generale Ugo Cavallero (1880 – 1943) capo delle forze dispiegate in A.O.I. – che, seppur al comando di 90.000 soldati nazionali e 125.000 indigeni, il 10 aprile 1939 fu sollevato dall’incarico dopo un anno di infruttuose operazioni antiguerriglia nel Goggiam e altrove – e il Ministro dell’Africa italiana Attilio Teruzzi (1882 – 1950), il quale non ne voleva sapere riguardo la valorizzazione dei capi locali.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia inaugura opere di bonifica ed irrigazione italiane nella regione dello Scirè. © Maurizio Lodi

Nonostante le premesse incoraggianti del governo del nuovo viceré, la resistenza degli arbegnuoc non ebbe tregua e, malgrado gli sforzi, gli italiani non riuscirono mai veramente a venirne a capo. A partire dal 1939 britannici e francesi appoggiarono la resistenza con armi e mezzi al punto che, nel 1940, la maggior parte delle forze italiane era rivolta a contenere la guerriglia all’interno dell’impero. In questo contesto rientrò la decisione del duca di Savoia-Aosta di rinunciare alle grandi operazioni di polizia coloniale che caratterizzarono i primi anni di dominio: nessuna delle due parti riusciva a sopraffare l’altra. Gli italiani tenevano sotto controllo le città e le principali vie di comunicazione, i guerriglieri controllavano le montagne e buona parte del territorio rurale.

S.A.R. Amedeo di Savoia Vicerè d’Etiopia inaugura opere di bonifica ed irrigazione italiane nella regione dello Scirè. © Maurizio Lodi

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione prese a evolvere a tutto svantaggio degli italiani, i quali scontarono il fatto di essersi basati solamente sulla forza durante tutto il periodo dell’occupazione. Le poche forze coloniali a disposizione del viceré si trovarono a dover controllare un territorio immenso e, in molte regioni, gli arbegnuoc furono perfettamente in grado di cooperare con le truppe britanniche che nel 1941 invasero l’Africa Orientale Italiana, riuscendo a liberare l’Etiopia in pochi mesi e a rimettere sul trono il Negus.

 

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