Riflessione sul rientro in Italia di Vittorio Emanuele III

scritto da Giuseppe Baiocchi

Il 17 dicembre la salma del terzo re d’Italia, torna in patria dall’Egitto immersa nelle polemiche. In un misto di modestia storica e insulti, l’aria che si respira nel Paese non è delle migliori anche per via dell’uso di un volo di Stato militare per il trasporto della salma. La prima domanda di riflessione che sorge spontanea è la seguente: chi se non il re d’Italia, Capo di Stato e Comandante delle forze armate avrebbe dovuto usufruire di un volo statale per tornare in patria? Forse si sarebbe dovuto prenotare un volo low cost?

Il santuario di Vicoforte, noto anche come santuario basilica della Natività di Maria Santissima o santuario-basilica Regina Montis Regalis è un edificio religioso situato nel territorio del comune di Vicoforte. Si tratta di una chiesa monumentale, tra le più importanti del Piemonte, la cui cupola con sezione orizzontale ellittica risulta essere la più grande di tale forma al mondo. Ha la dignità di basilica minore.

Al di là delle battute S.M. Vittorio Emanuele III (1869 – 1947) e la regina Elena del Montenegro (nata Jelena Petrović-Njegoš 1871 – 1952), sono tornati in Italia – presso il santuario di Vicoforte, vicino Mondovì nel Cuneese – grazie all’incessante lavoro diplomatico di Maria Gabriella di Savoia.
Ancora una volta lo Stato della Repubblica italiana dimostra modeste competenze istituzionali nell’assolvere il compito storico. Ancora una volta, in forma antropologica, lo Stato (così come in passato l’Istituzione monarchica) sceglie una via di mezzo: far tornare la salma, senza funerali di Stato e senza una presenza istituzionale, ma come detto, utilizzando un volo di Stato.
Inoltre la sede del Pantheon – dove sono sepolti il primo re d’Italia Vittorio Emanuele II (1822 – 1878) e il suo successore Umberto I (1844 – 1900) – non viene minimamente presa in considerazione, nonostante la storia parli chiaro. A chiudere a livello istituzionale la questione (per ora) è anche il ministro della Cultura Dario Franceschini: «La sepoltura a Vicoforte – sostiene l’esponente Partito democratico – è la chiusura definitiva della vicenda, non ne apre una nuova. Del resto sono la storia e la memoria a impedire anche solo di prendere in considerazione l’ipotesi di una sepoltura al Pantheon».
La vicenda ha risaltato ancora una volta una famiglia reale – quella dei Savoia – divisa e disorganizzata, anche grazie alla stessa principessa Maria Gabriella che non avverte il fratello Vittorio Emanuele dell’intera vicenda.
L’evento se da una parte oscura l’Unione Monarchica italiana (che predilige la linea di successione dei Savoia-Aosta), che come obiettivo primario non ha il rientro delle salme dei reali in Italia, ma l’abrogazione – improbabile – dell’art.139 della Costituzione, ancora una volta da risalto alla famiglia diretta, che per le Regie lettere patenti non può più ambire al trono dinastico – con i sigilli reali che si trovano tumulati presso l’Abbazia reale d’Altacomba, in Francia, insieme a Umberto II, quarto e ultimo re d’Italia. Gli unici che sembrano mantenere una situazione di decoro, sono i familiari reali del ramo dei Savoia-Aosta, che mantengono una assoluta riservatezza e un giusto silenzio in tutta la vicenda.
Il poco rispetto della politica nei confronti di un atto storico, che dovrebbe legittimare e non indebolire l’unità repubblicana del Paese è lampante, dimostrando – ancora una volta – scarso senso di responsabilità civica e istituzionale. Se da un lato Massimo D’Alema, considera «il rientro con volo di Stato come un episodio sgradevole da chiarire in Parlamento»; la sua collega dei Cinque Stelle (la quale ricoprendo un ruolo istituzionale commette un errore assai più grave, poiché rappresenta l’intera cittadinanza) Virginia Raggi, utilizzando errori grammaticali e di forma si esprime “contraria” alla tumulazione presso il Pantheon, manufatto edilizio neanche di sua diretta competenza.
Uno dei familiari Savoia, Emanuele Filiberto, afferma in un’intervista al Giornale: «Adesso basta. La politica si occupi di pensare ai problemi dell’Italia. Tra tre mesi ci saranno le elezioni. La smettano, dunque, di prendere la scusa di Vittorio Emanuele III per avere dei consensi politici e parlino dopo aver studiato, perché senza storia non c’è futuro […] c’è una scarsa conoscenza della storia. Sappiamo benissimo che dal ’46, quando la Repubblica fu proclamata, dopo il broglio, hanno dovuto demonizzare i Savoia, mettendo sui libri la storia che volevano scrivere loro. Quando fa comodo non parlano di casa Savoia, quando fa comodo, come adesso, ci vanno giù duri. Ma i politici di oggi hanno vita breve, visto l’avvicinarsi del voto. Noi abbiamo mille anni di storia alle spalle e altrettanti ne avremo. Se non tratteremo con questo governo lo faremo col prossimo».
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Emanuele Filiberto di Savoia (Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria; Ginevra, 22 giugno 1972) è un membro di Casa Savoia e un personaggio televisivo, nato e vissuto in Svizzera a causa del regime di esilio previsto dalla Costituzione repubblicana per i discendenti maschi degli ex re d’Italia. Ha fatto il suo primo ingresso in Italia[2] soltanto alla fine del 2002. È figlio di Vittorio Emanuele e di Marina Ricolfi Doria e nipote dell’ultimo re d’Italia, Umberto II di Savoia. La sua posizione nella linea di successione della Casa di Savoia, comunque non riconosciuta dalla Repubblica Italiana, è al centro della questione dinastica, emersa in seguito al matrimonio dei genitori.

Sicuramente la vicenda apre il precedente per Umberto II e sua moglie Maria José, mai direttamente collusi con il fascismo e che negli ultimi dieci anni, hanno ricevuto più di un plauso da eminenti storici per il loro comportamento durante i difficili anni della convivenza con il regime fascista.
Difatti una della accuse che dimostrano poca conoscenza istituzionale dei fatti storici, risiede nel dichiarare l’accettazione delle leggi razziali da parte del Sovrano. Nonostante Vittorio Emanuele III regnava fin dal 1900, del suo operato riformatore e del soprannome di “Re soldato” l’Italia sembra essersene dimenticata. La memoria viene sporcata unicamente da tre fattori principali: la Marcia su Roma (1922), Le Leggi Razziali (1938) e la “fuga” da Roma (1943).
Facendo ordine con la storia, il re ha commesso certamente dei pesanti errori, che ha pagato direttamente prima con l’abdicazione (per un sovrano, nato alla fine dell’Ottocento, si trattava di una gravissima onta) e successivamente con l’esilio, durato settant’anni. Queste due motivazioni possono indurre a smentita, la minoranza della popolazione italiana che non riteneva giusto un rientro della salma sul suolo nazionale.
La cosiddetta “Marcia su Roma” il 28 ottobre del 1922 porterà, come è noto, il fascismo al potere. Un potere sanzionato ai 306 deputati (di cui solo 35 del partito nazionale fascista) che votarono la fiducia al Governo di ampia coalizione presieduto dall’onorevole Benito Mussolini. Casa Savoia, stanca della mancanza di riforme e instabilità parlamentare, lascia agire Mussolini e gli accorda la fiducia. La violenza politica veniva utilizzata da tutti i partiti, anche da quello socialista che rimediò a Gramsci, alla spaccatura del primo partito d’Italia, una manganellata in pieno volto, regalando al filosofo 5 mesi d’ospedale per trauma cranico. Mussolini promise quelle riforme necessarie al paese, che i governi liberali avevano puntualmente fallito: non si poteva certo prevedere il futuro, che avrebbe visto l’istituzione monarchica subordinata alla dittatura nelle leggi fascistissime del 1925.
Tutti criticano il re per le Leggi razziali, che furono una cosa ignobile e insensata. La cronologia storica della Camera dei Deputati riporta: giovedì, 17 novembre 1938, sono emanati i provvedimenti per la difesa della razza italiana (regio decreto legge 17 novembre 1938, n. 1728). Il decreto legge sarà convertito dalla legge 5 gennaio 1939, n. 274 ; mercoledì, 14 dicembre 1938: la Camera approva il disegno di legge di conversione del regio decreto legge 5 settembre 1938, n. 1390, provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (n. 2509), approvato dal Senato il 20 dicembre (legge 5 gennaio 1939, n. 14). E’ uno degli ultimi atti della Camera che pochi giorni dopo diventerà “camera dei fasci e delle corporazioni”. Quindi il decreto diventa legge con approvazione parlamentare il 5 gennaio 1939. Il re aveva già firmato il decreto del 17 novembre. Non solo non c’è stato quindi alcun “rinvio alle camere”, ma anzi le leggi razziali erano già firmate dal re prima di passare alle camere, che come d’uso nel periodo fascista si limitavano a interinare decisioni del governo. Un comportamento ambiguo che cozza con i documenti privati, nei quali il re si dimostrava dissociato e contrario alla legge. Se fosse stato così, gli rimanevano due possibilità: un colpo di Stato per mettere Mussolini e il fascismo alla porta o abdicare. In entrambi i casi avrebbe aperto i cancelli alla Germania nazista, che poi uccise sua figlia. Scelse il male minore.
Effettuando una breve analisi storica, di rilievo è anche la riflessione sulla data del 25 luglio del 1943, quando Vittorio Emanuele III – incontratosi con Benito Mussolini – esautorava il fascismo, avviando l’Italia sicuramente in anni burrascosi, ma con la lungimiranza di salvare la nazione da una sicura spartizione militare in zone di influenza, come avvenne per la Germania nazista.
Traditori e opportunisti: queste sono le parole che spesso si sentono velatamente provenire da ambienti di estrazione sociale di destra. Il quesito che dobbiamo porci, invece, è un altro: in una situazione militare gestita personalmente da Benito Mussolini – capo del Governo – che aveva visto il paese soccombere militarmente ed impoverirsi socialmente e culturalmente, solo un sovrano senza spina dorsale avrebbe consentito il proseguo di tale condotta. Il governo fascista semplicemente aveva perso il conflitto e Mussolini avrebbe – senza dubbio – dovuto dimettersi di sua spontanea volontà.

Arrivo delle LL. MM. a Genova per l’inaugurazione dell’Esposizione di Igiene Marinara e delle Colonie 1914. ©Maurizio Lodi

Infine, il problema istituzionale della “fuga romana” è meramente un altro falso storico poiché la capitale si presentava indifendibile e Vittorio Emanuele III non fuggì dal paese – come fecero altre monarchie europee del Nord Europa e altri capi di Stato – ma si spostò in una regione più sicura (Puglia, Brindisi) per riorganizzare l’esercito e fare gli interessi supremi della nazione, operando il passaggio dell’Italia da paese vinto a paese cobelligerante. Grave di contro fu l’errore di non lasciare i comandi alle forze armate, che provocò lo sbando del Regio Esercito in tutti i territori di occupazione militare.
Dunque, in conclusione, nessuna difesa per Vittorio Emanuele III, che ha già pagato ampiamente i suoi errori, ma unicamente una verità storica, la quale diviene oggi l’unico elemento per effettuare quel lavaggio della coscienza storica che può permetterci di divenire un paese repubblicano più forte, proprio perché consapevole della propria storia con tutti i propri pregi e i propri difetti. Viva l’Italia.

 

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